La nazione mobile. L’identità tra emigranti e immigrati

La nazione mobile. L’identità tra emigranti e immigrati

“C’è un’Italia di fatti e un’Italia di parole; una d’azione, l’altra di dormiveglia e di chiacchiere; una dell’officina, l’altra del salotto; una che crea, l’altra che assorbe; una che cammina, l’altra che ingombra”, scriveva Giuseppe Prezzolini nel 1904. E aggiungeva: “I nostri uomini politici non sono vele, né timoni, né zavorra; impicciano, non spingono né dirigono”. Giustino Fortunato, nel 1911, cinquantesimo anniversario dell’unità, aggiungeva che, di queste due Italie, “una è l’Italia europea, l’altra l’Italia africana”.

Lette con gli occhi di oggi, queste frasi alludono all’opposto di quello che sembra. Sembrano dirci che sì, ci sono due Italie: quella che cerca di capire come si evolve il mondo e quella che fa finta di niente, o peggio “fa finta di tutto”, come diceva Ennio Flaiano. Che i politici, in maggioranza, fanno parte della seconda Italia. E che sono loro, insieme ai molti cittadini che si comportano come loro, a costituire “l’Italia africana”: non i meridionali, non gli immigrati. Che, come molti autoctoni settentrionali che si danno da fare, e con cui condividono questi valori, più spesso appartengono – per dirla con Prezzolini – al paese che lavora, non a quello che vive a sbafo; che agisce, non che chiacchiera; che sta in officina, non in salotto.

Come si vede, la divisione non è geografica. In questo senso, l’Italia è una, poiché viviamo sotto lo stesso tetto. Anche se è stato costruito lentamente. Prima aggregando e integrando stati autonomi e differenziati, al seguito di quel manipolo di lombardo-veneti che costituivano il nerbo e la maggioranza dei Mille garibaldini. Poi integrando all’interno, in un’appartenenza comune, popoli che a poco a poco hanno cominciato a riconoscersi uniti, versando lo stesso sangue sulle medesime trincee, nel Risorgimento prima e durante la Grande Guerra poi, passando per le imprese coloniali dell’italico impero, fino al secondo conflitto mondiale e alla Resistenza. E riconoscendosi infine in una medesima lingua: quella dell’eredità letteraria, certo, ma popolarizzata da quei grandi mezzi unificanti che sono stati la scolarizzazione obbligatoria da un lato, e i mezzi di comunicazione di massa dall’altro: dalla radio dei discorsi di Mussolini, alla Rai-Tv.

A questi va aggiunto un altro aspetto, oggi più importante che mai, che riguarda i movimenti delle popolazioni. Gli italiani si sono riconosciuti insieme emigranti, e sono stati trattati come italiani – e male, subendo le discriminazioni correlate a questa identificazione – innanzitutto all’estero: dove Veneti (la regione che in Italia ha prodotto più emigranti) e Siciliani, Piemontesi e Calabresi sono stati accomunati dalla stessa etichetta e, spesso, dallo stesso stigma. Poi è stata la volta delle migrazioni interne, dal Sud al Nord, che hanno mischiato e di molto le popolazioni italiche. E infine – nell’età della globalizzazione – c’è stato l’arrivo delle nuove immigrazioni.

Le emigrazioni (30 milioni di italiani che se ne sono andati in un secolo e mezzo di storia, in gran parte anche rientrati) hanno prodotto una nuova Italia fuori d’Italia: si calcolano in 50-60 milioni, infatti, i discendenti di italiani emigrati che vivono all’estero. E le immigrazioni, che oggi ammontano a quasi 5 milioni (tanti quanti gli italiani all’estero che mantengono cittadinanza e passaporto), ci dicono di nuovi futuri italiani che già vivono fra noi. Di questi oltre tutto quasi un milione sono i figli di immigrati residenti, nati qui, ma che solo in piccola parte hanno per ora acquisito la cittadinanza italiana, a causa della legge in materia più restrittiva d’Europa. E non crediamo sia un bene.

Da un lato infatti ci siamo sbracciati per consentire a persone che vivono altrove da decenni, e che in maggioranza continueranno a viverci, di sentirsi più italiani, votando per chi poi governa noi che stiamo qui. Dall’altro impediamo a chi qui ci è nato e ha studiato di essere pienamente italiano, non favorendo – è il minimo che si possa dire – la loro integrazione, e poi lamentandoci che non sono ben integrati. Dimenticando il monito del cardinal Martini: “è difficile sentirsi figli nella casa dei doveri se si è orfani nella casa dei diritti”.

L’integrazione è questione infatti di diritti e di doveri, di riconoscimento reciproco e di accoglienza, nei due sensi: anche di simboli, culture, religioni diverse (a cominciare dalle diversità interne: linguistiche, ad esempio). Ecco perché c’è – o ci dovrebbe essere – spazio per tutto: per l’italiano lingua comune e per la lingua d’origine (arabo, cinese o veneto che sia), e magari per l’inglese lingua degli scambi con il mondo; per la patria veneta, per la cittadinanza italiana, e per la comune appartenenza europea; per l’italiano cattolico, quello ateo, quello convertito al buddhismo, e per il neo-italiano sikh o musulmano. Per il tricolore e per San Marco, insieme alla nostalgia per il paese degli avi. Non sono in contraddizione, questi elementi, come non lo sono diversità e unità: E pluribus unum (“da molti, uno”) è il motto degli Stati Uniti, non a caso. Ed è chi li mette in contraddizione che rinnega la sua storia. Inclusa quella delle ‘piccole patrie’, che sono anch’esse frutto di innesti anche casuali, di inseminazioni disparate e di permeabilità profonde.

Forse oggi il problema è proprio questo: l’ignoranza delle proprie radici, della propria storia, e di come si è prodotta, l’appiattimento sul presente, la mancanza di prospettiva. Che – lo sappiamo bene guardando i nostri figli e parlando con i nostri concittadini – non è problema degli immigrati, ma di un’epoca. A cui tutti, e per tutti, dovremmo cercare di porre rimedio. Ritrovando insieme le ragioni dell’unità.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), La nazione mobile. L’identità tra emigranti e immigrati, in “Il Mattino”, 17 marzo 2011, p. II (inserto speciale 150° anniversario)

Il sindaco Renzi calamita per il PD

Per la stampa è quasi sempre e solo il ‘rottamatore’. Ma Matteo Renzi, come figura politica, costituisce una novità non solo per il PD, ma per la politica nel suo complesso. Per l’età, innanzitutto: il semplice fatto che lo si chiami il ‘giovane’ sindaco di Firenze testimonia di questo dato, e del problema costituito dal gerontocomio politico italiano. Per il linguaggio che utilizza: diretto, scevro da ogni politichese, popolare ma non populista. Per lo stile politico, che gli ha fatto vincere le primarie contro il suo stesso partito, e poi le elezioni, pur con opinioni spesso controcorrente: da un liberalismo non di facciata al piglio decisionista contro le lobby sindacali e non (come nella decisione di pedonalizzare la zona del Duomo di Firenze senza nemmeno informare i commercianti, uscendo da un immobilismo che aveva bloccato ogni decisione in proposito da decenni; o come nelle critiche alla Gelmini, accusata non di riformare, ma di non farlo abbastanza); dalla trasversalità che gli ha fatto incontrare Berlusconi ad Arcore, attirandosi critiche furibonde, alle prese di posizione sul referendum Fiat e su Marchionne. Fino al richiamo esplicito alla propria fede cattolica, in luoghi e ambienti dove è minoranza, ma in chiave di laicità praticata e non come etichetta da esibire: le sue posizioni su testamento biologico, omosessualità o coppie di fatto suonano infatti eresia al clericalismo senza fede di molti neoguelfi italiani, ma sono anche interpretazione rispettosa del proprio ruolo, capace di ricordare, anche alla stessa Chiesa, che il credente “non va in politica per testimoniare dei valori, ma per cambiare concretamente le cose”, e che si viene eletti “per fare il sindaco, non per fare il vescovo”.

Già questi erano elementi di interesse sufficienti per decidere di invitare Renzi a Padova a presentare il suo libro “Fuori!” (sabato 12 marzo, ore 18, presso il Dipartimento di Sociologia, via Cesarotti 14). Ma è stato significativo scoprire che nel frattempo altri volevano fare altrettanto: da associazioni del privato sociale a sindaci della cintura padovana, da circoli culturali ai giovani di “Prossima fermata: Padova”, fino a diversi esponenti dei Giovani democratici. Un segnale che Renzi non è tanto importante come figura in sé, ma per il fatto che interpreta un comune sentire diffuso e che ha bisogno di esprimersi. E non perché introduce concetti rivoluzionari, ma perché fa di una normalità assente dalla politica o da essa mal interpretata, il nerbo di una politica possibile e anzi già localmente praticata. Renzi ha avuto semplicemente più visibilità di altri per le sue critiche dirette, che anch’esse hanno intercettato un sentire diffuso, alla nomenklatura del PD: quelli, nelle sue parole, del partito nuovo con le facce vecchie, che continuano a perdere ma restano sempre al loro posto, che “vanno mandati a casa per quello che non hanno fatto più che per quello che hanno fatto. Per la speranza che non hanno saputo suscitare”. A cui chiede senza complimenti di rispettare il loro proprio statuto (dopo tre mandati, a casa). E da cui è cordialmente detestato. Di Renzi, in questo senso, ce ne sono anche in altre forze politiche. Ed è un segnale da seguire con interesse. Perché interpreta un bisogno di diversità e di normalità politica che non è di un partito, e nemmeno di uno schieramento, ma del sistema politico italiano nel suo complesso.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Il sindaco Renzi calamita per il PD, in “Il Mattino”, 11 marzo 2011, pp.1-17

PD, tieniti stretto Renzi

Recensione a Matteo Renzi, Fuori!, Milano, Rizzoli, 2011

Alcuni dirigenti del PD lo chiamano maleducato, perché rivendica esplicitamente un radicale ricambio ai vertici e l’applicazione dello statuto (dopo tre mandati, a casa). Per la stampa è quasi sempre il ‘rottamatore’. Ma dietro a Matteo Renzi, giovane sindaco di Firenze, e soprattutto al popolo del PD che si è riunito con lui e con Pippo Civati alla Stazione Leopolda di Firenze nel novembre 2010 – e che altri incontri terrà prossimamente in altre parti d’Italia – c’è molto di più e molto altro: una leadership potenziale giovane e arrabbiata, ma costruttiva e non rancorosa, critica ma non gratuitamente polemica, e soprattutto dinamica, innovativa, pragmatica, forse un po’ spontaneistica, ma certo ricca di idee e di energie. Tutte cose di cui il PD ha bisogno come il pane, e senza le quali è destinato a un già delineato e prevedibile declino, di appeal prima di tutto, testimoniato eloquentemente dalle tendenze dei risultati elettorali e del tesseramento, ma più ancora dal morale rasoterra di simpatizzanti, iscritti e dirigenti.

Consapevole di questo, Renzi punta a sparigliare, “controcorrente e contro tutte le correnti” del PD, sapendo che “il tema della casta (anche) a sinistra è forte, fortissimo”. E insofferenza e indignazione contro la casta interna sono una marea montante. Renzi, di questa battaglia, che non è antipolitica ma al contrario fortemente politica, vuole farsi interprete. Non stupisce quindi che non sia amato da una nomenklatura che, nella sua terminologia, ha cambiato svariate volte nome ma si presenta sempre con le stesse facce, e che lui del resto non nasconde di voler attaccare frontalmente.

Tra gli aspiranti riformatori interni al PD Renzi è certamente l’ultimo arrivato, ma ciò che lo caratterizza è forse una certa peculiarità di stile personale e di capacità comunicativa, che rende il suo messaggio più accattivante di altri per una certa fascia di militanti e – ciò che è ancora più interessante – di simpatizzanti e addirittura di non elettori del PD.

Il tema del linguaggio è fondamentale. Saper comunicare. Assumere consapevolmente uno stile diverso. Cambiare linguaggio, appunto. Elementi che sono parte importante del ‘renzismo’. Ma tutt’altro che una tentazione superficiale, o cosmetica. Lo si vede da alcuni slogan: “Metà parlamento a metà prezzo” (o il “Facce nuove a Palazzo Vecchio” con cui ha vinto, contro la nomenklatura del PD, le primarie a Firenze e poi le elezioni). Ma anche “una nuova generazione contro le degenerazioni che ci hanno preceduto”; “potremo fallire per incapacità, ma non per consunzione”; fino al “E’ demagogico dire tutti a casa? Sì, parzialmente sì. Ma ci sono dei momenti in cui occorre rischiare di vincere cavalcando la demagogia piuttosto che essere sicuri di perdere adagiati sull’apatia”; per concludere con un “meglio essere accusati di arroganza oggi che processati per diserzione domani”, che sono anche le parole conclusive del libro.

Dietro questi slogan, che qualcuno legge semplicemente – aspetto generazionale a parte – come berlusconismo in salsa democratica, ci sono tuttavia contenuti non banali: su un liberalismo non di facciata, sulla capacità e il dovere di decidere anche contro le lobby (incluse quelle corporative e sindacali di sinistra), sulla strategia riformatrice (esemplificatrici le parole sull’università, e sul fatto che la riforma Gelmini la si sarebbe dovuta attaccare non perché riforma, ma perché non riforma abbastanza, invece di adagiarsi su un no senza capacità propositiva), sul bisogno di cultura, su quello di identità (da intendere come grande questione politica, di cui non bisogna avere paura, e di cui non bisogna lasciare il monopolio alla Lega), sul bisogno tutto politico di produrre comunità, tessuto connettivo all’interno delle città, senso di appartenenza. Se non è qualcosa di sinistra, è almeno qualcosa di liberale e comunque di civile, in ogni caso un progresso rispetto all’afasia dominante ai vertici del PD: e il sindaco di Firenze ha il merito di proporre questi temi con prese di posizione nette, con sintesi talvolta forti ma raramente spericolate. E, anche, con un po’ di supplemento d’anima, di gioia di vivere e persino di divertirsi facendo politica (per “combattere il tristismo” anche con un po’ di verve polemica e di spirito futurista), che di fronte a tanto contorto politichese brillano per schiettezza e novità.

Anche quando parla di valori, a cominciare dai suoi: quando parla di fede, di laicità, di valori scout, della sua storia personale di cattolico impegnato in politica, con una fede radicata ma capace di laicità praticata e convinta (“ho vinto le primarie per fare il sindaco, non per fare il vescovo”), capace di affrontare senza elusioni temi etici delicati, dal fine vita all’omosessualità, all’interno di una autentica e diremmo obamiana ricerca di senso religioso in politica (ma capace di ricordare, tra le altre cose, anche alla stessa Chiesa, che il credente “non va in politica per testimoniare dei valori, ma per cambiare concretamente le cose”).

Naturalmente non può mancare la parte più legata alla polemica interna al PD, che ha fatto di Renzi una figura di rilievo nazionale. A cominciare dalla rivendicazione delle primarie non solo come metodo, ma come ragione d’essere del PD (e non potrebbe essere altrimenti per qualcuno che le ha vinte contro l’establishment del partito, in una lotta senza esclusione di colpi, inclusi quelli bassi). La critica interna è netta, e ha il merito della chiarezza. “Le pagelle si danno a scuola, non in politica. Ma non c’è chi non veda che questa generazione ha sprecato il proprio colpo in canna. E non è che cambieranno le cose se la lasceremo lì a vivacchiare”. E ancora: “i nostri padri politici vanno mandati a casa per quello che non hanno fatto più che per quello che hanno fatto. Per la speranza che non hanno saputo suscitare”. Folgorante, anche se discutibile, la sintesi dell’evoluzione del PD da Veltroni a Bersani. Il discorso del Lingotto era “un film inedito, che puntava a sparigliare ma che aveva il solito cast di sempre. Una bella storia, raccontata però dalle stesse facce di sempre”. Oggi Bersani “ha colto la contraddizione tra la storia e i narratori. Ma anziché cambiare le facce, sta cambiando la storia”. Potrà essere ingeneroso nei confronti dell’attuale segretario, che sta cercando di tenere insieme i cocci di un partito in discesa, in tutti i sensi. Ma coglie bene una parte di verità. E non si può dare troppo facilmente torto a Renzi, accusandolo di essere liquidatorio, se si pensa che il culmine dell’elaborazione politica di Bersani è stato rilanciare, in un’intervista quasi incomprensibile al lettore comune, il ‘Nuovo Ulivo’, oggi peraltro già rapidamente archiviato.

Anche se il libro non ne parla, l’attivismo di Renzi, e di molti altri quadri del PD con lui, ci ricorda una cosa fondamentale: che il PD non ha due gambe (come continuamente ripetono i leader protagonisti della sua unificazione), ma tre: la prima è rappresentata dalla tradizione eurocomunista e socialista; la seconda da quella cattolica popolare; ma la terza è fatta da quei militanti, iscritti e personale politico che, senza essere mai stati iscritti a quei partiti, che magari pure votavano senza troppa convinzione, hanno creduto nel PD come a un soggetto nuovo, diverso, davvero riformatore, e in esso si sono impegnati. Spesso sono proprio i rappresentanti di questa terza gamba a costituire la parte più innovativa del PD; ed è la loro diaspora, la loro emorragia, che si sta rapidamente consumando in questi anni, a costituire per esso la perdita maggiore, non solo di voti, ma di energia, di motivazione e di capacità propositiva e riformatrice. Renzi e gli altri che stanno provando a riformare il PD dall’interno ne sono un esempio. Vale la pena di non perderli per strada. Senza di loro, la scommessa del PD è già persa.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), PD, tieniti stretto Renzi, in “Reset”, n. 124, marzo-aprile 2011, pp. 102-103

Festeggiamo il tricolore troppo irriso

E’ sconcertante che in questo Paese le cose ovvie debbano sembrare rivoluzionarie. Come, che so, festeggiare il 150° dell’Unità d’Italia ed esporre il tricolore… E ancora più triste che i compiti istituzionali relativi, alla fine, se li assumano in pochi, mentre ai livelli più alti le istituzioni danno l’esempio, negativo, di disinteressarsene, anzi, di fregarsene, anzi peggio, di fottersene e di sfotterle. E poi ci si stupisce che il senso civico, in Italia, sia scadente e forse scaduto. Anche in quel Nord che di solito accusa il Sud di esserne privo.

Fa benissimo il Comune di Padova a lanciare una serie di iniziative per festeggiare quella che per l’appunto è una festa, anche istituzionalmente riconosciuta. Quello che sconcerta è che la cosa faccia notizia. Ma così è, se vi pare. Già arrivarci, alla festa, è stata una ridicola sceneggiata: anche questo un genere letterario meridionale infelicemente trapiantato al Nord. Non è che non si sapesse che la ricorrenza era in arrivo. Dopo tutto c’era un apposito comitato nazionale a lavorarci (con due lire e in mezzo a un ostacolo dopo l’altro, al punto che un galantuomo come l’ex presidente Ciampi, che lo presiedeva, se ne è dimesso). Ma tant’è. Tra le irrisioni della Lega e le improvvide uscite di Confindustria, ci si è arrivati solo all’ultimo, a decidere che, come ovvio, la ricorrenza fosse anche festa nazionale e quindi vacanza. Ma subito dopo, tutti lì a sfilarsi: vergognosamente, per persone che coprono cariche pubbliche e dall’Italia sono lautamente retribuite per rappresentarla e farle onore.

Si comincia con un ministro – e non un ministro qualsiasi, ma quello degli Interni, che l’Italia la governa nei suoi gangli più delicati e simbolicamente significativi – che dichiara in tv, con un mezzo sorriso che vorrebbe essere furbetto, che lui lavorerà. E si finisce con governatori regionali e giù fino ai sindaci che, con l’aria finto tonta del Bertoldo che crede di essere l’unico con il cervello fino, dicono ridendo che loro alle celebrazioni non parteciperanno e, anzi, lavoreranno sodo per il bene dei cittadini.

Passi per tanti sindaci di realtà minori, per i quali sparare qualche fregola sul tema è un modo per guadagnare un po’ di facile visibilità sui giornali e di consenso tra sodali. Ma dal principale rappresentante nel governo della Lega, persona seria, avremmo preferito non aspettarcelo. E nemmeno dal presidente della provincia autonoma di Bolzano, Luis Durnwalder (giusto per far vedere che non solo di leghisti si tratta), che governa un territorio letteralmente sepolto dai soldi dell’Italia. Coerenza vorrebbe che se l’Italia non la si riconosce, non se ne riconoscano nemmeno i benefici, i vantaggi e le prebende.

Non è un giochino di cui fare strame, il senso di appartenenza. Già la sinistra l’ha scoperto tardivamente, tricolore incluso, e deve su questo fare autocritica: ma meglio tardi che mai. Ma anche i cittadini lo stanno riscoprendo, finalmente, con un po’ di orgoglio, e non solo in occasione dei mondiali. Non a caso il personaggio più rispettato è il Presidente della Repubblica, che l’unità d’Italia la simboleggia e la incarna. Siamo stati costretti ad aspettare che un comico ce lo ricordasse, con grandissimo successo, nel più nazional-popolare degli spettacoli. Non lasciamo che ce ne tolgano il gusto, lasciandoci solo il disgusto di vedere le strumentalizzazioni che ci stanno intorno. E festeggiamo tutti, il 17 marzo. Con il nostro bel tricolore addosso. E un sorriso ben stampato sul viso.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Festeggiamo il tricolore troppo irriso, in “Il Mattino”, 2 marzo 2011, pp.1-9 (anche “La Nuova di Venezia” e “La Tribuna di Treviso”)

Ipocrisie sui musulmani ed elezioni

Sarebbe fin troppo facile giocare sui nomi: il grande torto, o giù di lì. Ma è certo che la vicenda della moschea di Grantorto (o meglio, della non-moschea, l’ennesima che in Veneto non vedrà la luce) mette in evidenza una sequenza di ipocrisie da cui pochi escono bene.

Il principio, innanzitutto. I musulmani, come le persone di tutte le religioni, hanno il diritto, umano prima che garantito dalla costituzione, di vedersi riconosciuta libertà di culto e di preghiera. Il fatto che la Lega di fatto spesso lo contesti (ma ci sono anche sindaci leghisti, in questo stesso Veneto, che hanno preferito, saggiamente, inaugurarle, le moschee) non fa diventare diritto un torto, per così dire. Se non lo si consente, si chiama discriminazione, e si può nel caso ricorrere al giudice, che non può che applicare le leggi (e dare magari ragione ai musulmani, come accaduto a Verona).

La convenienza, in secondo luogo. Ormai tutti, a cominciare dal ministero degli Interni, che sta producendo alcune linee guida sulle moschee, sono convinti che sia meglio che i musulmani stiano in luoghi visibili, aperti, trasparenti, alla luce del sole, in collaborazione con le forze di polizia e le istituzioni locali, anziché in luoghi degradati, nascosti, invisibili, carbonari, mal tollerati e mal visti. Perché proprio questo favorisce integrazione, reciproca conoscenza e controllo sociale: proprio ciò che noi tutti vorremmo e a parole auspichiamo.

Le paure, d’altro canto. Le paure dell’islam sono comprensibili: nulla di strano su questo. E quindi anche i timori, le reazioni di chiusura. Come di fronte a ogni novità spesso accade. Ma su queste si potrebbe riflettere con pacatezza e ragionevolezza, e con i diretti interessati, e confrontandosi, andandosi incontro con reciproche concessioni, nella legalità e senza urlare. Se si sceglie quest’ultima strada vuol dire che l’obiettivo è sollevare un problema – perché porta visibilità, voti, e perché si sceglie un obiettivo facile, e anche un po’ vile, dato che i musulmani sono tra quelli con minor potere contrattuale, e oltre tutto non votano – non perché si vuole risolverlo. Ed è proprio quello che stanno facendo, in tutta Europa, gli imprenditori politici dell’islamofobia: sono i primi a sollevare il problema, ma sono gli ultimi a volerlo risolvere, perché toglierebbe loro una comoda rendita di posizione.

Le ragioni pratiche, infine. Non c’è dubbio che, nel caso specifico, ci possano essere serissime ragioni per considerare il luogo, eventualmente, inadatto. Le prendiamo per buone: sulla fiducia. Ma di fronte a queste un sindaco serio, in silenzio, avrebbe incontrato i protagonisti della vicenda, consigliandoli, spiegando loro che ci sarebbero potuti essere dei problemi, e indirizzandoli altrove, magari collaborando nella ricerca di un posto più adatto, nel reciproco interesse. Non è quindi per la posizione che ha preso che critichiamo il sindaco di Grantorto, e quelli che con lui soffiano sul fuoco, alimentando logiche di sospetto quando non carezzando il pelo al timore per il diverso che si cela in tutti noi, e che andrebbe invece educato. Un sindaco è sindaco di tutti i cittadini e i residenti.

Ormai di sale di preghiera musulmane, in Veneto, ce ne sono ben 110, e 764 in Italia, in proporzione al numero di musulmani. Vogliamo cominciare ad affrontare il problema per quello che è, pensando alle prossime generazioni anziché sempre e solo alle prossime elezioni?

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Ipocrisie sui musulmani ed elezioni, in “Il Mattino”, 28 febbraio 2011, pp.1-14

Le incaute dichiarazioni di Frattini e l’amicizia con i leader destituiti

Se compito del ministro degli Esteri è tutelare l’immagine e promuovere l’interesse dell’Italia, le dichiarazioni degli ultimi giorni del ministro Frattini sono quanto di più improvvido, e nel lungo periodo dannoso per l’Italia, possiamo immaginare.

Nei giorni in cui il popolo tunisino cacciava l’odiato e corrotto presidente Ben Ali e cercava di instaurare una vera democrazia, Frattini rivendicava l’amicizia dell’Italia e il “pieno sostegno ai governi tunisino e algerino” contro le sommosse popolari: suo bersaglio – quasi un riflesso condizionato che caratterizza la sua politica – il “pericolo di strumentalizzazione da parte di terroristi islamici”, dei quali nell’occasione non si è vista nemmeno l’ombra.

Mentre altri paesi arabi sono in subbuglio per una corale richiesta di maggiore democrazia nell’area, in un’intervista di assoluto candore propone per essi il modello Gheddafi, il peggior dittatore dell’area (al potere dal 1969, oltre quarant’anni!), vantando che i rapporti che ha l’Italia con Gheddafi non li ha nessun paese, e che ci aprirebbe le porte dell’Africa (lo vedremo quando Gheddafi finalmente cadrà, quanta riconoscenza ci manifesteranno il popolo libico e gli altri paesi africani…).

Oggi che il popolo egiziano vuole cacciare il suo, di dittatore, definisce Mubarak uomo saggio e lungimirante: e di fronte a chi, americani inclusi, gli chiede di lasciare immediatamente il potere, il nostro gli chiede di rimanere fino alle prossime elezioni.

Se ci aggiungiamo il costante e quasi disarmante, tanto è totale e acritico, sostegno ad Israele, possiamo dire addio alla nostra influenza nell’area. A contorno ricordiamo la soave delicatezza, mentre era in corso a Gaza un bagno di sangue, dell’intervista al TG1 in tuta da sci nel dicembre 2008, all’epoca dell’operazione ‘piombo fuso’. Va detto che il ministro, con le coincidenze, è sfortunato. All’epoca dell’invasione della Georgia da parte della Russia era in vacanza alle Maldive, e da lì seguiva distrattamente le sorti, più che dei georgiani, dell’amico Putin. E ancora nei giorni scorsi, nel pieno della crisi egiziana, era di nuovo sui campi di sci, per la fondamentale iniziativa “Parlamentari sulla neve”.

A parte l’ossessione del terrorismo e della sicurezza, che l’ha portato a proporre misure internazionali di monitoraggio di internet, fino a definire con roboanti quanto insensate parole le rivelazioni di wikileaks come “l’11 settembre della diplomazia internazionale”, facendo di Assange un nuovo temibile Obama, non ci ricordiamo altro di rilevante.

Ma oggi, finalmente, ha preso una decisiva iniziativa. Su Mubarak? Non proprio: su sua nipote. E prepara un ricorso alla UE per violazione della privacy sul caso Ruby. Meno male che abbiamo un ministro degli Esteri che si dà da fare…

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Le incaute dichiarazioni di Frattini e l’amicizia con i leader destituiti, in “Il Mattino”, 13 febbraio 2011, p.17

Errore storico sulla polveriera del mondo arabo

Il paradosso delle democrazie

Quello che sta succedendo nel mondo arabo – ieri in Tunisia, oggi in Egitto, domani forse in Algeria, Marocco e altrove in Medio Oriente – è una lezione e un monito per tutto il mondo democratico, Europa in testa. Dei popoli interi si sono svegliati e reclamano a gran voce libertà e democrazia: quello che da sempre l’Occidente dice che dovrebbero desiderare, ma che non ha fatto nulla per fargli ottenere. Al contrario: l’Occidente ha sempre sostenuto questi regimi, fino all’ultimo, in nome della propria stabilità e del proprio interesse. Cieco di fronte alla violazione dei più elementari diritti e sordo al richiamo ai principi su cui esso stesso dice di fondarsi. Europa e Stati Uniti hanno infatti sempre difeso l’indifendibile rappresentato da dittatori e regimi arabi, contro i loro stessi popoli.

In sintesi: il mondo arabo sta dicendo a noi democratici che anche loro vogliono la democrazia, che sono pronti a sacrificarsi per ottenerla. E noi stiamo loro mostrando che non ci crediamo, che per noi la democrazia è buona solo per noi, o al massimo, per gli altri, quando la esportiamo noi direttamente, insieme ai nostri eserciti, con quali disastrose conseguenze si è visto in Iraq e in Afghanistan. Un esempio – un altro, dopo il sostegno pronto e assoluto a Israele, a dispetto di tutto – del nostro predicare bene e razzolare malissimo, e del sostenere politiche di ‘due pesi due misure’ che inevitabilmente, e molto presto, ci verranno giustamente rinfacciate e ci si ritorceranno contro.

Solo oggi – ed è incredibile per chiunque abbia un minimo di conoscenza di queste situazioni – la stampa occidentale (e, molto meno, i suoi leader politici) comincia a chiamare dittatori quelli che fino a ieri ha chiamato presidenti, e regimi quelle che finora ha chiamato democrazie, denunciandone le nefandezze. Ma la cecità storica di cui dovremo rispondere è precisamente questa: di aver fatto finta di non sapere che questi regimi si fondavano solo sulle impresentabili basi della repressione, dell’appropriazione indebita delle risorse da parte delle leadership, della corruzione, della falsificazione sistematica dei risultati elettorali, delle leggi speciali e della tortura, del bavaglio alla stampa e alle opposizioni – con credenziali democratiche, quindi, nulle.

C’è da sperare che l’Occidente si risvegli dal suo torpore, riconosca di fronte all’opinione pubblica araba i suoi errori e le sue inerzie anche di pensiero, e sostenga le nuove future leadership di questi paesi nella loro difficile transizione, acquisendole come preziosi alleati e compagni di strada. E non ripeta l’errore storico, che si è trasformato in una storica tragedia, già compiuto in Algeria, quando interruppe un processo democratico in atto, tra un turno e l’altro delle elezioni, solo perché stavano andando al potere persone e partiti che conosceva poco, e che temeva forse al di là del giusto, assumendosi la responsabilità di essere concausa delle violenze che sono seguite.

Stefano Allievi

llievi S. (2011), Errore storico sulla polveriera del mondo arabo, in “Il Mattino”, 9 febbraio 2011, pp. 1-6 (anche “Tribuna di Treviso”)

I ‘Responsabili’ e la prostituzione in politica

20 gennaio 2011

La nascita, proprio adesso, di un nuovo gruppo parlamentare a sostegno di Berlusconi, è una notizia che supera qualsiasi riflessione sul trasformismo o il bisogno di casacche di questo o quel parlamentare. Che un gruppo di personaggi in cerca d’autore – da Calearo ex-Pd a Scilipoti ex-Italia dei Valori, da Cesario ex-Api a Pionati ex-Udc, da Moffa ex-Pdl e Fli a Sardelli di Noi Sud, a testimonianza di un encomiabile ecumenismo e di larghissime vedute – decida, risottolineiamo, proprio ora, a prescindere da tutto e a dispetto di tutto (“facendo finta di tutto”, avrebbe detto Flaiano), di offrirsi al miglior offerente, che non c’è dubbio è Silvio Berlusconi, è sintomo di una malattia assai più diffusa, e nemmeno vista come tale, che colpisce il Paese.

Nel momento più basso dell’etica pubblica e della morale privata del cavaliere, venti nuovi parlamentari si mettono – naturalmente per senso di responsabilità, e ci mancherebbe (così si chiama il gruppo: Iniziativa Responsabile) – al suo servizio: con il compito di schiacciare il pulsante del voto a comando, e da questo soltanto uniti (dove il progetto politico? le idee sull’Italia? le proposte di riforma?). Il fatto, dopo tutto, merita qualche considerazione. Non solo il premier non perde consenso, ma in quel mondo tutto particolare che è il ceto politico ne guadagna persino.

Colpisce anche il riflesso condizionato dei suoi, la totale mancanza di critica interna al suo partito: lo schierarsi sempre e comunque dalla sua parte, difendendo l’indifendibile. Certo, è un parlamento di nominati, non di eletti: di dipendenti e di domestici, quindi. Il controllo assoluto del destino politico dei suoi, l’assenza completa di democrazia nel partito di cui è leader (e l’accettazione senza fiatare di questo stato di cose, in un partito che non ha mai celebrato congressi ma solo organizzato happening e passerelle), fanno di Berlusconi, più che un leader politico, una figura a metà tra il guru religioso, capace di succhiare se non l’anima almeno l’indipendenza di giudizio dei suoi seguaci, e l’imperatore (immagine certamente più consona all’opinione che ha di sé), la cui corte non ha il coraggio di contraddirlo. E che considera l’accettazione dei capricci del capo come prassi.

La norma – il valore di riferimento che guida l’azione – è fare ciò che dice chi paga, qualunque cosa sia, anche lo scambio più volgare. In questo senso ci pare che questa morale, che è il segno più forte di una cultura apparentemente dominante, sia altrettanto ben interpretata dagli uomini come dalle donne che circondano il capo, le cui carriere sono in entrambi i casi legate all’unico merito della fedeltà cieca e assoluta e dell’asservimento ai suoi voleri. La predisposizione e il voto delle leggi ad personam per difendere Berlusconi dalla magistratura sono dopo tutto forme di prostituzione più gravi della cessione del proprio corpo di una escort che non ha responsabilità pubbliche. E proporre carriere nello spettacolo o – questa la novità rispetto ai sciur e alle cocottes del passato – persino politiche, e a spese del contribuente, alle animatrici dei festini del capo – e accettarle, da parte dei maggiorenti del partito – è assai più grave che sperarci, da parte delle animatrici in questione.

Stefano Allievi

Italia inadatta a maneggiare il caso Tunisia

Il satrapo è scappato. Il dittatore che le cancellerie occidentali per troppo tempo hanno fatto finta fosse un presidente democraticamente eletto, è fuggito via, senza vergogna, ma ben munito di risorse, come usa in questi casi.

La Tunisia si libera da una cappa di repressione e corruzione familiare che durava da quasi un quarto di secolo, più di quanto sia durato il fascismo. La fine del regime di Ben ali è una buona notizia per tutta l’area, ma i contorni di questa che è più un’implosione e un’autodissoluzione che una rivoluzione o un golpe di palazzo, ancora vaghi, lasciano adito a molte incertezze. La prima delle quali riguarda le modalità della transizione. Questo crollo di regime avviene in maniera più rapida e per questo inaspettata del previsto. La rabbia delle piazze non ha ancora raggiunto il suo culmine, ed esploderà con maggior forza – in quali forme è troppo presto per sapere – quando finalmente i tunisini potranno sapere la verità sull’entità delle spoliazioni sistematiche cui sono stati sottoposti, e una libera stampa e una vita politica vera, finora inesistenti, potranno denunciare, oltre agli scandali, la gravità e la durezza della repressione, che aveva le sue antenne anche nei paesi dell’emigrazione tunisina, Italia inclusa. Un governo di unità nazionale può essere intanto una soluzione tampone, in attesa dell’avvio di un processo democratico dalle molte incognite, e in presenza di una crisi economica profonda, senza nemmeno le risorse naturali di cui godono paesi vicini, come l’Algeria: la ricchezza tunisina, il turismo, ha ricevuto infatti un colpo molto duro dalla crisi economica europea.

Su questo scenario spicca la cecità e l’inconsistenza politica dell’occidente, e dell’Italia in maniera particolare. I paesi europei portano tutta intera la responsabilità di avere sostenuto fino all’estremo, per timore del fondamentalismo islamico, regimi indifendibili, rendendo quasi inesorabile la polarizzazione tra dittature cosmeticamente travestite da democrazie, nascoste dal belletto di elezioni che tutti sapevano truccate, e islamismo radicale: questo in Tunisia, come in Egitto, dove un regime sull’orlo della fossa prepara la transizione nelle mani del figlio del presidente, come altrove. Proprio perché queste stesse dittature hanno fatto piazza pulita di ogni opposizione, islamista o liberale, borghese o popolare, e della società civile, un’alternativa democratica e moderata non è a disposizione, né l’Europa ha fatto nulla per costruirla e sostenerla. C’è da sperare che impari la lezione e lo faccia ora. Il rischio altrimenti è che gli islamisti, in Tunisia come altrove costretti all’esilio o al carcere, si dimostrino la sola alternativa ai regimi che li hanno perseguitati. L’Italia, in questo panorama, spicca per un livello di insipienza politico-strategica ai limiti del suicidio diplomatico. Mentre la Gran Bretagna ospita come esule politico il leader islamista tunisino, peraltro moderato, Rachid Ghannouchi, il governo Berlusconi gli ha invece negato in passato persino il visto di ingresso. E mentre la Francia blocca i beni tunisini sul suo territorio, l’Italia tace e non fa nulla. Il ministro Frattini, ancora oggi, continua ad agitare lo spauracchio islamista, dimenticando di aver fatto molto perché ne crescesse la forza, e arriva a proporre, a una parte del mondo tutt’altro che primitiva, il modello Gheddafi, di cui gli stessi libici si sbarazzerebbero volentieri se solo lo potessero, e che nessuno nel mondo arabo prende seriamente a modello. Con questo, invece di prepararci a lavorare con le élite che governeranno domani questi paesi, ce le alieniamo ulteriormente. E rimpiangendo l’amico Ben Ali, che ha ospitato Craxi e fraternizzato con Berlusconi, che l’ha più volte incontrato anche privatamente nelle proprie vacanze, non facciamo che sottoscrivere una atto di abdicazione dalla nostra presenza nell’area.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Italia inadatta a maneggiare il caso Tunisia, in “Il Mattino”, 18 gennaio 2011, p. 7 (anche “Il Piccolo” p. 1-2 “Quel satrapo troppo amico”)

Berlusconi: perché l’etica privata c’entra con la vita pubblica

L’imbarazzante sequenza di rivelazioni più o meno piccanti sulla vita privata di Berlusconi si fa sempre più serrata. L’aspetto moralistico è quello su cui maggiormente è focalizzata l’attenzione pubblica, ma ci sembra il meno interessante.

Più che sui fatti personali può essere interessante trarre qualche conclusione sugli effetti pubblici della discutibile morale privata su cui si fonda questa vicenda, in ogni caso triste per gli effetti a valanga che ha ed avrà sul livello di tensione morale, già scarso, e sulla reputazione internazionale del Paese.

Sul piano del decadimento morale del paese, le conseguenze sono ovvie, anche se questo ennesimo scandalo ne è solo un esempio tra tanti, non l’origine. Tra le altre, l’accettazione e la diffusione dei capricci del capo come norma e come esempio – in altre parole, il servilismo come prassi e modo per fare carriera, riuscendoci. O la ‘velinizzazione’ della politica. Non solo sul piano estetico – più donne e più belle in politica – ma sul piano dei contenuti: fare ciò che dice chi paga, qualunque cosa sia, anche lo scambio più volgare, purchè si salvino le apparenze. In questo senso ci pare che questa morale sia molto meglio interpretata dagli uomini che circondano il capo, le cui carriere sono state legate all’unico merito della fedeltà cieca e assoluta al capo e all’asservimento ai suoi voleri, che non dalle donne. La predisposizione e il voto delle leggi ad personam per difendere Berlusconi dalla magistratura, cedendo senza fiatare il proprio onore e la propria anima, sono forme di prostituzione assai più gravi della cessione del proprio corpo di una escort che non ha responsabilità pubbliche. E proporre carriere politiche alle animatrici dei festini del capo – e accettarle, da parte dei maggiorenti del partito (memorabile in questa chiave la frase di un coordinatore del Pdl a un escluso eccellente che si lamentava di non essere stato ricandidato: “tu c’hai le poppe?”) – è assai più grave che sperarci, da parte delle animatrici in questione.

Sul piano internazionale, le conseguenze sono ovvie. La considerazione di cui godono il Paese e il suo leader sono in continua discesa, e siamo lontani dal livello più basso. Un fatto che dovrebbe stare a cuore anche alle nostre imprese, così premurose nel loro sostegno al leader.

Sul piano interno, non è altro che l’ennesimo vortice di una spirale discendente che non accenna ad arrestarsi. E che le denunce della casta non riescono a far diventare un circolo virtuoso: quasi ci si fosse assuefatti al peggio. Del resto, metà del paese è con lui, e non pronuncerà alcuna condanna: anche perché non desidererebbe altro che essere al suo posto.

Il controllo assoluto del destino politico dei suoi, e l’assenza completa di democrazia nel partito di cui è leader, fa di Berlusconi un leader di partito solidissimo. La sua corte non avrà il coraggio, come non l’ha avuto finora, di contraddirlo. Il bisogno di mantenere il potere da parte di Berlusconi, per continuare a posporre i suoi guai giudiziari, per controllare l’informazione pubblica, e anche, molto umanamente, per darsi l’illusione di controllare lui gli eventi, anziché essere succube di essi, è quasi assoluto. E allora, a meno di fatti imprevedibili, è facile ipotizzare una legislatura lunga e umiliante, segnata da uno stillicidio di rivelazioni, sempre più infime e tristi – che possiamo immaginare più frequenti man mano che si accelereranno le tappe di un divorzio che non potrà certo rimanere vicenda privata – con un potere sempre solido e tuttavia fortemente indebolito, che lascerà alla fine l’Italia, sempre che regga economicamente, in pietose condizioni politiche e in una devastante situazione della morale pubblica, più bassa ancora rispetto ai tempi di Tangentopoli.

Un paese che avrà ulteriormente perduto il suo rango, depresso economicamente e moralmente, e retrocesso agli occhi della pubblica opinione internazionale. In condizioni più difficili, quindi, e comparativamente peggiori, di quando Berlusconi l’ha preso in mano.

L’era berlusconiana, nata in un tripudio di speranze e ottimismo, finirà male, dunque. Ma dovremo assaporarla fino alla fine.

p.s. Le frasi che precedono sono tratte da un articolo pubblicato sul Mattino il 24 luglio 2009, un anno e mezzo fa. Eppure avrebbero potuto essere state scritte ieri. La tragedia del Paese è tutta qui.

Stefano Allievi