Scuole chiuse, socialità mancata: le ferite dei giovani che dureranno nel tempo

La scuola, per fortuna, è ripartita: e c’è solo da sperare che duri… È un pezzo, il primo, del lento recupero di normalità che dobbiamo ai giovani. Gli effetti della chiusura sono stati infatti, per alcune fasce di ragazzi, devastanti: e, nella maggioranza dei casi, dobbiamo ancora accorgerci della loro gravità. Le conseguenze sul livello di istruzione si vedranno infatti solo negli anni a venire: i drop-out scolastici (gli espulsi o autoespulsi dalla scuola superiore che non rientreranno, o quelli che dopo una lunga lontananza dai banchi, abbandonati malamente con una promozione regalata in terza media, faticheranno a proseguire); i ‘buchi’ in materie importanti che difficilmente saranno recuperati, o a caro prezzo; i passaggi problematici all’università dopo un biennio finale delle superiori passato più a casa che a scuola; e pure gli abbandoni per attività per così dire più lucrative, in direzione del lavoro precoce se va bene – a cui vanno aggiunti gli effetti dell’impoverimento delle famiglie, l’aumento della frattura che separa chi ha e chi non ha (incluso l’accesso alla e la dimestichezza con la tecnologia che ha supportato la didattica a distanza), che diventa tra chi sa e chi non sa.

Ma ci sono altri effetti della pandemia, anche loro di lungo termine, che in parte vediamo già oggi, che sono stati una conseguenza della chiusura delle scuole e della perdita di socialità conseguente, amplificata dalla chiusura di altri spazi di interazione sociale, come quelli dello sport, del divertimento, della cultura.

Gli psicologi lo sanno per esperienza. Le loro agende sono strapiene, e si allargano a occupare i fine settimana, per tamponare una richiesta crescente: mostrata da atti più gravi, come l’aumento diffuso di atti di autolesionismo e di tentati suicidi tra i giovani e giovanissimi, o meno gravi e quindi meno visibili, come un aumento delle tendenze solipsistiche, della chiusura in se stessi, delle timidezze che diventano croniche per mancanza di occasioni di incontro, della socialità spostata tutta sul web, che li e ci trasforma tutti, progressivamente, in hikikomori appena meno gravi (gli adolescenti giapponesi che si chiudono nelle loro stanze senza più uscirne, limitando la loro interazione con il mondo a uno schermo e una tastiera). Una solitudine diversa da quella ricercata da monaci e spiriti solitari: perché “beata solitudo, sola beatitudo” è vero solo in riferimento a una “moltitudo” da cui si può andare e venire – solo se l’hai scelta, non se ti ci sei ritrovato, o se l’hai subìta.

Si sta elaborando nell’inconsapevolezza, senza un progetto, senza averla veramente scelta, una nuova prossemica, fatta di incontri a distanza, o in presenza ma senza contatto, senza trasmettere le emozioni attraverso i volti, senza il calore che passa anche solo tra una mano e l’altra, dove una spalla su cui appoggiarti o piangere è privilegio riservato ai rapporti più stretti. Un adolescente mi diceva qualche giorno fa, senza alcuna autocommiserazione, che piange quasi ogni sera, prima di dormire: ma non per un motivo specifico. Quasi come se fosse il corpo stesso a piangere, come per un’attitudine spontanea delle membra, una pulsione, una memoria che non è riuscito ad elaborare in altro modo, nell’incontro e nella relazione che aiutano ad esprimere le emozioni. Ed è commovente che oggi gli atti della nuova trasgressione diventino l’abbracciarsi di nascosto dagli adulti: come cominciano a fare anche i bambini, magari nascondendosi nei bagni della scuola.

Ne usciremo, certo. Recupereremo una nuova normalità. Anche per questo, oltre che per ovvi motivi di salute, è urgente arrivare a una vaccinazione rapida che ci aiuti in questo processo. Ma è bene avere consapevolezza delle ferite del corpo sociale. In modo da aiutarlo a rimarginarle prima, e a superarle. Creando quanto prima le occasione per farlo.

 

Scuola, le ferite dei giovani, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 4 febbraio 2021, editoriale, p.1

Senza stranieri, tutti stranieri

Sembra paradossale dirlo, in una fase storica in cui la paura degli “altri” fa moltiplicare le richieste di barriere, di muri, fisici e simbolici, e apparentemente i gruppi umani, le società, tendono a separarsi, a frazionarsi in isole identitarie – nelle bolle dei social come in politica, nelle religioni come nei micronazionalismi e in geopolitica, nelle tribù sociali come nei quartieri urbani – alla ricerca di un’impossibile omogeneità o nel vano desiderio di rimarcare l’inesistente purezza di un indefinibile e ineffabile “noi”: ma ci avviamo verso una condizione in cui ci saranno sempre meno stranieri – o, meglio, lo saremo tutti, in qualche modo, per qualcuno, in qualche momento della nostra vita, ma con sempre meno drammatiche conseguenze.

I due processi sono del resto direttamente correlati: ricerchiamo identificazioni forti, ed è aumentata la domanda sociale in tal senso, proprio perché esse sono in realtà indebolite dalla possibilità che abbiamo di rifiutarle. Desideriamo confini più evidenti, proprio perché abbiamo la possibilità di attraversarli sempre più spesso. Vogliamo che ci dicano con certezza chi siamo, proprio perché abbiamo la possibilità di essere altro.

Viviamo nel segno di Hermes, il veloce dai calzari alati, dio degli incroci, delle porte della città, messaggero degli dei, tra il mondo e l’oltremondo, protettore dei mercanti (che per definizione scambiano e uniscono attraverso il commercio), ma significativamente anche dei ladri e dei bugiardi, capace di decifrare i significati (l’ermeneutica) superando la barriera delle lingue, della cui scrittura è l’inventore, e di interpretare i sogni, altro modo di mettere in comunicazione sfere diverse del vivere, e forse altri mondi. Mai come oggi, inoltre, la cifra interpretativa delle culture non è la loro manutenzione ordinaria affinché rimangano illusoriamente uguali a sé stesse, ma molto più radicalmente la loro trasformazione continua, anche grazie al meticciamento, alle forme di mixité personali, alla creolizzazione, a quella che a proposito di mode, cibi, stili e prodotti chiamiamo fusion. Ci si mischia nelle carni, perché ci si mischia nelle scuole, al lavoro, nei quartieri, nell’attività sportiva, nelle affinità elettive che spesso si manifestano maggiormente attraverso le diversità: anche perché abbiamo una scelta sempre maggiore tra opzioni differenti a disposizione, accompagnata dalla libertà stessa di scegliere. Mai come oggi tradizione, secondo una notissima frase di Mahler, significa custodire il fuoco (che è trasformazione continua e impetuosa), non adorare le ceneri (ormai morte e quindi sterili). E del resto il costruzionismo ci insegna da tempo che le tradizioni sono più spesso inventate che tramandate (The Invention of Tradition è il titolo di un libro seminale curato da Hobsbawm e Ranger) e le comunità più spesso immaginate che osservate (Imagined Communities è quello di un altrettanto famoso testo di Anderson).

Le tendenze a una mobilità sempre maggiore sono evidenti, e neanche la pandemia prossima ventura riuscirà ad arrestarle: del denaro, delle informazioni e delle merci, ma anche delle persone, dato che viviamo in un mondo in cui appena un anno fa il solo turismo – che è un pezzo soltanto della mobilità globale, che include le migrazioni – produceva oltre il dieci per cento della ricchezza e dell’occupazione mondiale. Sempre più persone vivono in maniera intermittente, o in periodi diversi della loro vita, in città in cui non sono residenti o in Paesi di cui non sono cittadini, cambiando progressivamente la nozione stessa di estraneità e alterità, di out-group, ma anche quella di in-group (che, tuttavia, se ne accorge meno), dimettendosi da identità e acquisendone di nuove. Un numero sempre maggiore di diritti viene attribuito anche a quelli che vengono “da fuori”: dai diritti civili a quelli sociali fino a quelli politici (in molte realtà il diritto di voto amministrativo viene attribuito anche ai non cittadini, purché residenti da un certo tempo, e di converso molti cittadini non lo esercitano). Gli stranieri dunque saranno tecnicamente sempre di più, ma grazie anche alle tecnologie e ai cambiamenti nella sfera dei diritti, si sentiranno (ci sentiremo) sempre meno tali. Tutti un po’ stranieri perché cittadini solo fino a un certo punto e anche cittadini di qualcos’altro – e al contempo meno estranei perché in fondo lo saremo tutti, nella misura in cui aumenta il senso di estraneità a un mondo complesso e in continua trasformazione, a prescindere dal luogo in cui ci si trova.

 

Senza stranieri, in “Confronti”, n.2, febbraio 2021, p.37

Chiusura scuole: una società che ha dimenticato i giovani

Nessuno ha la verità in mano: né quella scientifica né quella politica, ammesso e non concesso che una cosa del genere possa esistere (anche quella scientifica, del resto, non si pretende tale: siamo noi che la interpretiamo così). Possiamo solo valutare le decisioni: nelle loro conseguenze, ma anche nelle loro premesse. E sulla base di queste ragionare ad alta voce sulla decisione presa dalla Regione Veneto di tenere chiuse le scuole superiori fino al 31 gennaio (e poi chissà…).

Intanto, con un minimo di onestà intellettuale: lo si capiva da dicembre, che non avrebbe riaperto. Troppe forze tiravano in quella direzione. Parte degli insegnanti (una parte minoritaria, va detto: e dispiace che sia quella che fa notizia), timorosi delle conseguenze sulla (loro) salute: ma ci domandiamo cosa dovrebbe dire, allora, il personale ospedaliero, anch’esso giustamente obbligato a tenere in funzione un servizio pubblico essenziale, peraltro in prima linea, correndo naturalmente dei rischi. Parte delle famiglie, preoccupate della salute dei loro figli: ma, forse, solo di quella fisica, e proprio di nient’altro. Buona parte della politica, consapevole del fallimento di fronte all’opinione pubblica cui sarebbe andata incontro: perché i contagi sarebbero aumentati, anche se non per colpa della scuola in sé, che la sua parte l’ha pur fatta, ma per il contorno, a partire dal sistema dei trasporti, che ci avrebbe comunque mostrato fotografie di treni e bus sovraffollati – perché non sono stati implementati, o non abbastanza, i piani straordinari che erano necessari in tempi straordinari. Tutti questi soggetti hanno spinto perché si trovasse la solita soluzione semplice a un problema complesso: il rinvio, nella speranza che le cose in futuro vadano meglio. Ma senza agire con sufficiente forza (non c’è nemmeno protesta, in giro) perché questo accada. E così, ancora una volta, la chiusura della scuola è diventata un ottimo alibi per inefficienze originate altrove.

Questa chiusura fa riflettere anche sui fondamentali che tengono in piedi la società: se ci riescono ancora. La diciamo in maniera semplice: che apra la produzione ma sia chiusa la scuola, dà l’idea delle priorità che la società si è data – senza alcun dibattito e riflessione collettiva, semplicemente come un dato. Abbiamo sempre difeso le ragioni della produzione, più in generale dell’economia. Quello che fa riflettere è che, tenendo ferma la scuola, si dia l’idea che essa invece non produce niente. Ce ne accorgeremo, di quanto sia sbagliata questa percezione: ma c’è il rischio che quando avverrà sia già troppo tardi. Per la tenuta del patto sociale, innanzitutto: che, essenzialmente, impariamo proprio a scuola.

Un altro fondamentale riguarda il patto generazionale. La diciamo in maniera sgradevole ma necessaria: muoiono soprattutto anziani, si tengono chiusi soprattutto i giovani, ai quali si toglie di più che a qualsiasi altra fascia d’età – il centro delle loro occupazioni, in buona parte il senso della loro vita. Anche questa sottovalutazione va avanti dall’inizio di questa pandemia (e per la verità da prima: da quando ci si è accorti che gli anziani sono di più e votano di più, e quindi si fanno leggi a loro beneficio – quota 100 è solo un esempio): lo dimostra quanto male stiamo decidendo di spendere i fondi di quello che continuiamo a chiamare “Recovery fund”, e che è nato invece come un “Next generation EU”, proiettato sul futuro anziché sul passato – noi lo stiamo usando per tamponare le falle, caricando di debito ulteriore le generazione successive, ma senza un progetto che le riguardi e le coinvolga. Anche di questo rischiamo di accorgerci quando sarà davvero troppo tardi. Le diseguaglianze generazionali, già in aumento drammatico con le maggiori difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro e le minori tutele e garanzie, rischiano con la chiusura delle scuole di togliere ai giovani l’unico punto su cui erano in vantaggio rispetto ai loro genitori: il maggiore livello di istruzione.

Se poi dovesse davvero accadere che gli impianti sciistici apriranno prima delle scuole superiori, avremo dato, come generazioni più anziane, il colpo di grazia alla nostra credibilità. Mostrando ai giovani che idea abbiamo di ciò che conta davvero: e quanto loro non siano tra le nostre priorità.

 

Abbiamo perso credibilità, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 6 gennaio 2021, editoriale, p. 1

Senza violenza di genere?

È possibile che la violenza contro le donne possa finire? Che in futuro ce ne sia di meno? Non è solo possibile: è probabile, oltre che giusto. Le tendenze misurabili – i dati – vanno in questa direzione.

I crimini contro le donne (violenze, stupro, femminicidio) hanno vissuto di una lunga legittimazione storica: culturale e anche religiosa. L’inferiorizzazione della donna ne era la premessa antropologica, che ne ha fatto quasi un universale culturale. Ma non è un destino: e i passi avanti fatti anche solo nell’ultimo mezzo secolo mostrano un’accelerazione incoraggiante. Nel campo del diritto forse anche più velocemente che in quello del costume. Basti pensare che molte forme di violenza, a cominciare da quella verbale, di harassment (molestia), di stalking, non erano – ma sono diventati – reati, sempre più spesso effettivamente perseguiti, seppure ancora occasionalmente giustificati. Il comune sentire è cambiato. E cambierà ancora. Grazie alla mobilitazione delle donne, e concretamente alla loro sempre maggiore presenza nelle istituzioni legislative, nella magistratura, fino alle forze di polizia e ai media. C’è ancora una quota di sottosegnalazione di questi reati che deve far riflettere – troppo spesso non denunciati – ma è cresciuta la disponibilità a farlo, e ad andare fino in fondo. Gli strumenti ci sono. Quella che viaggia meno in fretta della legge è la capacità maschile di cogliere il problema. Perché la comprensione di questo processo è un dato di genere: le donne lo capiscono benissimo che cosa è violenza – gli uomini non sempre.

Difficile non notare che questo dramma sociale è infatti figlio di un problema culturale. Che c’entra con la definizione del ruolo del maschio (non dell’uomo: del maschio) nelle società contemporanee. La modernità ha messo in crisi la sua centralità: ha liberato le donne dal giogo del dominio maschile, dando loro – grazie alle loro lotte e alle loro conquiste: l’emancipazione non è stata un regalo – un potere che prima era loro negato. Di scelta, di autodeterminazione, di appropriazione di spazi e ruoli, di creazione di nuovi mondi e modi di relazionarsi. Con gli uomini, ma anche a prescindere da essi. Una parte degli uomini ha saputo cogliere le opportunità di questa trasformazione, da cui ha tutto da guadagnare. Una parte invece – e non importa se laici e progressisti, o al contrario tradizionalisti e in cerca di motivazioni religiose – proprio non ci riesce: restando ancorata a un ordine patriarcale considerato come un dato, inamovibile, e trasversale rispetto a opinioni, credenze, livello di istruzione, classe sociale.

Non stupisce quindi che alcuni, tra i maschi, non ci arrivino. Che non capiscano che sarebbe anche un loro vantaggio e una loro vittoria superare l’idea di donna che ancora passa in molto immaginario maschile. Che non sappiano superare un’idea di proprietà individuale, di possesso esclusivo, di gelosia ossessiva – di un potere malinteso e malsano – che non ha nulla a che fare con la gratificazione e men che meno con l’amore. Che dunque non sappiano rendersi conto del fatto che il problema sta soprattutto nel non riconoscerlo, il problema, al punto di non accettare la sua esistenza. E quindi nell’incapacità di chiedere aiuto: alla donna, magari. Ricercando una forma di relazione diversa, autenticamente paritaria e con-divisa, basata sulla col-laborazione, il lavoro fatto insieme, e non sul dominio e la sopraffazione.

Se il correlativo al maschile del femminicidio non esiste, la spiegazione sta qui. C’è un problema di maggiore tutela delle donne, quindi: specie quando si tratta di aiutarle a denunciare le violenze e a proteggerle una volta fattolo. Troppe volte la società non è stata capace di fare nemmeno questo, e molto di più si potrà fare e si farà. Ma i femminicidi – e più in generale le violenze di genere – sono questione degli uomini. Perché sono loro a compierli. E su di loro bisogna dunque soprattutto lavorare. Con un lavoro di prevenzione che è eminentemente culturale. È la cultura buona a sconfiggere quella cattiva. È l’educazione ai sentimenti, e l’apertura alle diversità nelle definizioni di genere e di modelli familiari, che sconfigge l’ineducazione del paternalismo possessivo e l’analfabetismo affettivo. È un lavoro lungo: che la società ha cominciato a fare. Forse riuscirebbe meglio se cominciasse onorando le vittime. E chiedendo loro scusa.

 

Senza femminicidi, in “Confronti”, rubrica “Il mondo se…”, gennaio 2021, p. 37

Che cosa ci ha insegnato il 2020

Adesso che ce lo siamo lasciati alle spalle, possiamo anche provare a tentare un bilancio di questo strano 2020. Annus horribilis, come scrivono in tanti? Certo, imprevedibile. Nessuno, a dicembre 2019, avrebbe potuto anche solo lontanamente immaginare quello che è successo.

Ma che cosa è successo? O meglio: che cosa è successo veramente? I fatti più o meno li conosciamo: è arrivato un virus inaspettato e impensabile, la cui conseguenza è stata una pandemia che ha fatto ammalare e poi morire un po’ di gente, producendo degli effetti collaterali sulle relazioni sociali (quello che avremmo imparato a chiamare distanziamento, portato in alcuni periodi fino al limite dell’autoclausura in casa propria), che a sua volta ha prodotto una crisi economica più seria di altre. Tutto qui, potremmo dire. Niente di tragico, in fondo, o di realmente rovinoso. La storia ci ha abituato spesso a scenari di questo genere, e anche solo nel secolo che ci sta alle spalle ne abbiamo vissuti di ben altrimenti catastrofici: cos’è qualche decina di migliaia di morti, per lo più anziani, e una perdita di ricchezza intorno al 12%, di fronte alle distruzioni di una guerra, al sacrificio di milioni di giovani, o agli orrori quotidiani di un totalitarismo, per dire? Ma in realtà c’è stato qualcosa di più e di più profondo: che ha cambiato più che in altri momenti il clima emotivo in cui siamo immersi. Con conseguenze più serie di quelle che ci si sarebbero legittimamente potute aspettare.

Quello che è avvenuto, infatti, è stato uno stop brusco a una corsa forsennata, di cui non avevamo chiarissima la direzione, e le cui premesse erano fondate su basi meno solide di quelle che ci raccontavamo. Facendoci misurare di nuovo con paure antiche e potenti, precipitandoci in una crisi economica più grave di quanto mostrino i numeri (perché le sue conseguenze sono molto mal distribuite, ed è una crisi di senso e di fiducia nella bontà del sistema), trasformando radicalmente la nostra gerarchia di aspettative, aprendo a scenari di limitazione – consentita, se non consensuale – delle nostre libertà che avremmo considerato inaccettabili fino al giorno prima.

Questo, è successo. Che ci siamo scoperti fragili: come individui, alla mercé di un nemico invisibile (e proprio per questo più terrorizzante, come nei film horror), come collettività e comunità (obbligati a distanziarci per non più esserlo), e come sistema (economico, ma anche decisionale e quindi politico: tuttora impallato in un groviglio di incompetenza, inadeguatezza, pressapochismo, impreparazione, lentezza di reazione e ritardi da cui non sembra saper uscire). Il tutto immerso in una bulimica quotidiana ostensione mediatica, che poco produce sul piano informativo, e moltissimo contribuisce all’isteria collettiva, e ad alimentare, in un circolo vizioso della cui forza non ci rendiamo conto, proprio i timori che dovrebbe aiutarci a comprendere ed esorcizzare.

Abbiamo riscoperto che la morte esiste ed è persino possibile, cosa che – credendoci amortali – avevamo rimosso (ancora una volta, come individui, come collettività e come sistemi). Lo stesso per la malattia, e per il male, che eravamo convinti fossero due cose diverse, e invece abbiamo riscoperto uniti, non solo nell’origine della parola (mentre dobbiamo ancora riscoprire che pure salute e salvezza – anche sul piano sociale – originano dalla medesima parola, salus, che infatti in latino traduce entrambe le cose).

Abbiamo anche riscoperto il significato vero di alcune parole preziose, che in tempi normali restavano vaghe, e che hanno invece assunto un’immediata concretezza. Come relazioni (con i corollari di solidarietà ed empatia), spazio (quando ci hanno rinchiusi), aria (quando ce ne hanno lasciata solo un’ora, come ai carcerati). Ma anche come tecnologia: il salto quantico che abbiamo fatto ci ha cambiati e ha cambiato irreversibilmente la società – pensiamo alla scuola e all’istruzione, non solo allo smart working – più di quanto ci siamo accorti.

Quando ci saremo ripresi dalla botta emotiva, e smettendo di leccarci le ferite ci daremo da fare per riscostruire, aprendoci quindi alla fiducia e alla speranza che ogni progettualità implica, riscopriremo anche la virtù della resilienza: che è il vero contrario della fragilità (non forza, come spesso crediamo). Non un vago e vacuo ottimismo, ma la capacità di riconoscere, nel bicchiere mezzo vuoto, il bicchiere mezzo pieno, le opportunità, quindi, e gli strumenti per superare le difficoltà.

 

I significati ritrovati nella crisi, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 31 dicembre 2020, editoriale, p.1

L’anno che verrà. Le trasformazioni sociali a venire

Immaginare come cambieremo nell’anno che verrà è come imbarcarsi in un oroscopo collettivo. L’importante è che nessuno controlli, alla fine del 2021, come è andata veramente. Come accade agli astrologi: ciò che costituisce la loro fortuna. Noi, che viviamo anche troppo nel presente, vogliamo conoscere, divinare, profetizzare, o almeno intuire il futuro: più raramente ci confrontiamo con i bilanci e i raffronti con il passato. Ecco, qui faremo uso di un po’ di intuizione: osservando le trame del presente per cercare di cogliere qualcosa sulle tendenze dell’immediato futuro. Scusandoci in anticipo: perché, a differenza che negli oroscopi, scritti per dare almeno qualche soddisfazione al lettore, qui le notizie iniziali non saranno affatto buone.

La demografia, che ci offre il materiale umano su cui si fonda, si forma e si trasforma la società, ci dà la prima cattiva notizia: nasceranno meno bambini, come sempre avviene nei periodi di crisi economica e incertezza sociale, caratterizzati da un clima psicologico depressivo – come già avvenuto quest’anno; avremo dunque una società più vecchia, più fragile e malata. Il rimbalzo ci sarà, ma non sarà immediato: avverrà alla ripresa, quando sarà il momento della ricostruzione, che sempre si accompagna a nuove speranze, a un’idea di miglioramento – quindi, se va bene, nella seconda metà dell’anno (se non in quello successivo), non nella prima, che sarà quella in cui la crisi colpirà più duro (il peggio purtroppo è davanti a noi, non alle nostre spalle: la mortalità maggiore delle aziende ci aspetterà quando i ristori saranno finiti, i licenziamenti di massa aspetteranno la possibilità legale di farli – e la contrazione dei consumi sarà l’effetto inevitabile del calo del PIL e della minore disponibilità economica delle famiglie). In più non potremo contare sull’apporto dell’immigrazione, che è già diminuita anch’essa, e a cui siamo diventati – essendo in crisi – ancora più insofferenti. Il fatto che la valvola di sfogo dell’emigrazione abbia anch’essa prevedibilmente numeri inferiori rispetto al passato, a causa della chiusura dei confini di diversi Paesi, rischia di portare nelle nostre case, e tra i nostri giovani, un maggiore tasso di insoddisfazione e di frustrazione.

Naturalmente questa situazione aprirà a maggiori bisogni socio-assistenziali: da quelli di base (buoni pasto, spesa solidale, contributi per bollette da pagare, con un ruolo crescente tanto del volontariato quanto dei servizi sociali, soprattutto dei comuni) ai problemi legati a tensioni familiari e sociali, con la conflittualità conseguente, di cui faranno le spese i soggetti più deboli delle famiglie, a cominciare dai bambini. Occorrerà dunque attrezzarsi con servizi a misura di queste e altre fasce di popolazione meno tutelate, comprese quelle a cavallo tra lavoro regolare e irregolare: chi ha lavorato in nero o in grigio avrà meno ammortizzatori sociali, e tra costoro ci saranno fasce significative di autoctoni, e maggiori di immigrati.

Meno incontri, più intensi? Bisogna re-inventarsi motivi diversi per incontrarsi con altri, dato il bisogno di relazionarsi. Il che potrebbe portare a una nuova riflessione sul senso stesso dell’incontrarsi, come in parte già successo, in modo più brusco, quest’anno. La prevista contrazione dei consumi avrà anche effetti sociali imprevisti. Data l’impossibilità tecnica dovuta alla diminuzione delle risorse disponibili, si osserverà la progressiva rarefazione del rituale del consumo come bisogno compulsivo e come scusa per la socialità: aprendo forse al recupero di altre modalità di incontro, con più attenta selettività. Lo stesso effetto dovrebbe avere anche l’impossibilità o comunque la diminuzione degli incontri occasionati dagli sport di massa, sia praticati che supportati in termini di tifo, e dagli spettacoli ed eventi. Un effetto simile si potrebbe avere sul comportamento religioso: lo stop forzato agli incontri rituali più ‘larghi’, potrebbe portare ad altre forme e modi di incontrarsi, per piccoli gruppi, forse con qualche effetto sull’intensità della relazione e sull’approfondimento dei contenuti. Lo stesso – per quanto di per sé meno di interesse per molti – potrebbe accadere persino in politica. In parte ha già cominciato a succedere anche nel vasto mondo delle relazioni occasionate da altre motivazioni: dai congressi di categoria e scientifici, alla convegnistica. Comunque vada, nell’immediato futuro le occasioni di incontro di massa diminuiranno e saranno scelte con maggiore attenzione: il che produrrà una selezione relativamente alla loro importanza.

La scuola dovrà certamente continuare a convivere con la didattica a distanza, intervallando attività in presenza e in remoto: in questo caso sarà una trasformazione di lungo periodo, ormai acquisita, che investirà tutto il mondo della formazione, inclusa quella professionale e il lifelong learning. Da misura emergenziale diventerà elemento strutturale della futura organizzazione scolastica: che dovrà prevedere significativi investimenti formativi e tecnologici, e immissioni di forze giovani e fresche, per poter raggiungere anche le fasce più marginali della società ed evitare che anche l’istruzione divenga un ulteriore fattore di diseguaglianza sociale. Che è già aumentata significativamente, dividendo la società attraverso nuove fratture, sempre più visibili: tra garantiti e non garantiti, tra generi e tra generazioni – le “3 G” che segneranno le fratture sociali future, quelle maggiormente sensibili e significative.

Ci sarà più conflitto sociale. O forse no: perché a fronte di un bisogno che potrebbe radicalizzare ed esacerbare le posizioni, la depressione diffusa non è mai stata un fattore di mobilitazione. Con il problema ulteriore che la rabbia non incanalata è meno pericolosa in termini di conflitto sociale esplicito, ma più dannosa per gli individui e la micro-conflittualità nelle relazioni primarie, a cominciare da quelle familiari. Ci sarà molto da fare per psicologi e psicoanalisti, per aggiustare la fisiologia delle relazioni prima ancora che per affrontarne la patologia.

Queste che di primo acchito appaiono come cattive notizie, contengono anche il germe di un cambiamento da volgere in positivo. Dopo tutto le crisi servono a questo, se diamo retta – e dovremmo farlo – all’etimologia della parola, che significa distinguere, separare, scegliere, discernere, giudicare. La crisi – anche nelle nostre biografie individuali – è sempre anche il momento in cui ci si rende conto che le cose potrebbero andare diversamente.

In positivo, si attiverà la ricerca di nuove strade, aiutati dal fatto che molte di quelle vecchie si riveleranno vicoli ciechi. Anche in economia, dove la mortalità prevedibile di molte aziende produrrà la nascita di nuove, pronte a rispondere a nuovi problemi, nuove sfide, nuovi bisogni. Dovremo del resto ingegnarci a trovare nuove forme di reddito, e quindi intraprendere nuove attività, attraverso un salto di qualità obbligato che avrà come effetto un maggiore tasso di innovazione. Sono gli ambiti in cui si potrà vedere maggiore entusiasmo, e capacità di resilienza.

Più recupero, riuso e riciclo, meno spreco e più innovazione volta a risparmiare, dovrebbero innescare un circolo virtuoso di sobrietà e responsabilità, non solo in ambito economico. Così come la ricerca di nuove forme di socialità, online e offline: volte maggiormente all’essenziale, anche se questo rischia di essere solo un auspicio.

Certamente nuovi servizi alla persona e di cura, molti dei quali a domicilio e forniti in maniera più elastica e meno burocratica, dovranno essere approntati: medici, psicologici, ma anche la fornitura di servizi (anche pubblici, comunali, ecc.), oltre che ovviamente quelli legati alle consegne di beni, dal cibo ai libri a molto altro. Ma molti servizi ritorneranno nel domicilio, poiché con lo smart working l’espressione “andare a lavorare” perderà di senso, e più frequentemente si resterà a lavorare: sia per le attività artigiane, che per i lavori già oggi fattibili in remoto, fino agli asili in casa. Anche perché il diminuito pendolarismo, il necessario ripensamento dei quartieri, il loro trasformarsi dalla monofunzione (dormitorio, o lavoro, o terziario, o legato a consumi e loisirs) alla multifunzione, darà nuovo ruolo ai negozi e alle attività di prossimità, producendo nuovi tipi di relazione di vicinato, orari urbani differenti – anche per i servizi – e altro ancora, costringendoci a ripensare alle città e alla loro vivibilità. Inducendo nuovi modi di gestire e passare il tempo, l’alternanza lavoro-famiglia-hobbies, ecc.

Abbiamo già imparato a tenere maggiormente conto delle nostre fragilità. Sarà necessario – e benefico – cominciare ad avere una diversa idea dell’insuccesso; imparare ad accettare il fallimento (e sarà più facile, dal momento che sarà più diffuso e non più individuale, e quindi meno oggetto di stigma), la temporaneità e reversibilità dei destini, in futuro sempre meno lineari e necessariamente ascendenti. Anche nelle relazioni familiari, visto che dovremo fare famiglia a nuove condizioni, più impegnative – e quindi forse a farla meno spesso: o con maggiore necessità di supporti relazionali e territoriali, esterni dunque al nucleo familiare.

Il diverso rapporto con la morte – molti se ne sono già dovuti accorgere – cambia la vita. È probabile che se ne abbia in futuro una nuova e differente consapevolezza: anche della dignità e della consapevolezza che è giusto accompagni il morire.

Di salute si parlerà in altra puntata di questa riflessione collettiva sull’anno che verrà. Qui accenniamo solo a una conseguenza che forse dividerà il nostro anno – dal punto di vista della socialità – in due: l’arrivo e la somministrazione del vaccino, che dal momento in cui avrà raggiunto coperture significative della popolazione ci aprirà progressivamente gli orizzonti. Ma non ci farà tornare alla vita di prima. Oggi sappiamo che questa pandemia potrebbe non essere l’ultima, ma la prima di una serie, progressivamente meno letali e drammatiche man mano che impareremo a conoscerle meglio. Potremmo doverci abituare dunque, non solo a un’economia, ma a una società intermittente, che alterni momenti di apertura e di chiusura, di intensità e di rarefazione. Ciò che ci spingerà a ripensare non solo l’idea di salute, ma di tante altre cose: in ambito sanitario implicherà il ritrovato ruolo della medicina territoriale e della prevenzione, ma influenzerà pervasivamente altri ambiti della vita sociale. Trasformandoci radicalmente. Crediamo in meglio.

Il mio Natale

Eppure non è detto che tutto vada per il peggio. E può persino darsi che un po’ del male riesca non solo a non nuocere, ma a fare (a farci) del bene.

Lo dico guardando al Natale dimezzato, mio e di molti. Come sto vivendo questo periodo?

Sul lato pubblico della faccenda, con irritazione crescente per le continue contraddittorie ordinanze, con rabbia per il pressapochismo dominante, con indignazione per l’incompetenza, l’impreparazione e gli inaccettabili ritardi con cui paiono tuttora prese (o non prese) le decisioni fondamentali, con enorme preoccupazione per la sopravvivenza del tessuto economico-sociale del Paese, e più concretamente con partecipazione dolente per i drammi personali di individui, famiglie e imprese che hanno un nome e un cognome, e sanno che la loro vita andrà peggio, che a breve – mesi, settimane – non avranno più un lavoro, un’attività, un reddito, o comunque dovranno fare i conti con disponibilità ridotte, progetti e aspettative sensibilmente ridimensionati.

Sul lato privato, invece, pur nella condivisione, in parte, dei problemi di tutti (ridimensionamento delle entrate, pur con la garanzia di almeno un lavoro, licenziamenti e disoccupazione dei figli, prospettive incerte), con il sollievo, in un periodo cupo, di non essere costretto a sottopormi al rituale degli incontri, dei saluti, degli auguri, dei regali. Una scusa buona, ottima, per sfuggire al nulla che riesce a riempire così tanto del nostro tempo, delle nostre energie e del nostro denaro in anni normali.

Questa cosa credo abbia fatto piacere – e comodo – a molti. Sarà perché si invecchia, sarà perché la finta allegria, di fronte alla vera sofferenza (innanzitutto, di chi è ammalato o vede in faccia la morte, e di chi a queste persone è personalmente o professionalmente vicino), decisamente stona, ma troppe cose non sono – o non sono sentite – più come prima, danno a noia, e la pandemia, le misure di chiusura, vincoli e divieti, ci hanno regalato un alibi incontrovertibile, e un sacco di tempo in più.

Non è necessario darsi toni di artefatto misticismo: ma, certo, fare un po’ di vuoto dentro di sé è la precondizione per riempirlo poi con cose di qualità, scelte e non imposte, selezionate con maggiore attenzione, a cui è dato lo spazio adeguato, e maggiore dignità. È quello che è accaduto a molti, e tra i molti, a me. Che forse non avrei avuto il coraggio di scelte più radicali senza ottime scuse sociali e istituzionali come quelle che mi sono state fornite. E così, relazioni ridotte alla famiglia ristretta, per quel che si è potuto (con un’eccezione, condivisa da molti: un figlio all’estero che da cinque anni non passava il Natale in famiglia, pronto a tornare grazie al regalo di un volo A/R, è stato respinto all’aeroporto, in quel di Londra, a pochi minuti dall’inizio delle operazioni di imbarco – con il dispiacere, il rimpianto e il concretissimo pianto, suo e nostro, e dunque un po’ di dolore a dare maggiore significato e spessore alle gioie rimaste). Quasi niente regali: meno del solito, meno dispendiosi, e scelti, per i familiari – e quindi niente tempo e denaro sbattuti via in occupazioni senza convinzione e senza senso, come la corsa agli acquisti prenatalizi. Nessun viaggio o vacanza in montagna. La possibilità e la decisione di un regalo più grosso e significativo – condiviso con la famiglia – per chi invece a questo Natale ci arriva senza poter soddisfare i bisogni essenziali. Nessun incontro, nessuna cena con amici, nessuna pizzata con i genitori di scuola o i colleghi di lavoro, nessun augurio, quasi nessun pacchetto da incartare, nastro da tagliare o bigliettino da comporre. E l’impegno a non sprecare nemmeno telefonate inutili. Poche parole, scritte o dette, per qualche amico vero della cui amicizia recuperare il significato. Un po’ di raccoglimento in più, celebrazioni o meno. E per il resto, maggiore tempo condiviso, giochi in famiglia da rispolverare, parole più pesate, significato diverso ai gesti soliti, compiuti peraltro con maggiore consapevolezza, letture rinviate troppo tempo ad attenderci, qualche film, musica da ascoltare per il piacere di farlo e non come sottofondo.

Meno cose, vissute meglio. No, non è detto che tutto il male venga per nuocere.

 

Natale pubblico e privato, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 24 dicembre 2020, editoriale, p.1

Generazione Covid. La scuola senza scuola: un bilancio della didattica a distanza

Nessun Paese ha chiusa tanto a lungo la scuola come l’Italia. Segnale chiaro di una tradizionale sottovalutazione della formazione: che spiega perché abbiamo la metà dei laureati e il doppio degli analfabeti funzionali d’Europa. Un terremoto, la cui scossa principale è stata la didattica a distanza.

Le premesse erano pessime. Nessuna preparazione, dovendo rispondere a un’emergenza. Un’età media degli insegnanti molto elevata: oltre cinquant’anni nelle scuole di ogni ordine e grado. Strutture scolastiche per lo più vecchie e inadatte. E la mancanza di infrastrutture digitali adeguate. Eppure si sono manifestate anche capacità di recupero insospettate, che cambieranno per sempre la scuola. Per capire cosa è successo, occorre distinguere i diversi livelli di scolarità.

Nei nidi e materne la relazione è tutto, in proporzione i contenuti contano meno, e in assenza della prima c’era poco da fare. Non a caso in altri Paesi non hanno mai chiuso. Per consentire ai genitori di andare a lavorare, ma soprattutto perché considerati, giustamente, valore in sé: è dimostrato quanto cruciale sia la loro frequenza per le successive capacità di apprendimento, e per lo sviluppo complessivo della personalità e della capacità relazionale.

Elementari e medie – il nucleo della scuola dell’obbligo – hanno potuto fare un po’ di più. Molto diversamente, in relazione all’età e alla capacità già acquisita di usare gli strumenti informatici nel tempo libero. Era l’occasione di usare anche mezzi straordinari, come la televisione pubblica, da altri Paesi impiegata come canale di istruzione alternativo, e in Italia rimasta a comunicare il suo niente. Un salto di qualità non c’è stato. Non per mancanza di volontà o disponibilità dei docenti, ma per totale mancanza di un coordinamento, di un progetto, di un investimento anche formativo nei loro confronti. E soprattutto per i momenti di passaggio, come la terza media, è stato per molti un anno sprecato, di cui si pagheranno i prezzi negli anni successivi: per chi è passato alle superiori senza la preparazione di base necessaria, senza aver maturato una diversa capacità e modalità di apprendimento, senza un bilancio e una valutazione della propria preparazione. Misureremo il danno negli abbandoni scolastici prossimi venturi, e nei buchi formativi irrecuperati.

Le scuole superiori hanno retto meglio, per la maggiore maturità dei ragazzi, e la maggiore abitudine al mezzo. Più problematico il discorso per gli ITS, che prevedono laboratori ed esercitazione pratiche, in parte in alternanza scuola lavoro. Qui si è perso di più, e si dovrebbero immaginare modalità di formazione aggiuntiva brevi, concentrate, localizzate e tailor made, prima o accanto all’ingresso in azienda. È stato invece un grave errore anticipare la promozione per tutti alla maturità, e l’aumento di ‘centini’ con esame solo orale: un regalo avvelenato rispetto alle fasi successive.

Per l’università invece è stato diverso, grazie anche a una più accentuata autonomia statutaria ed economica. La didattica on line ha funzionato al di là delle aspettative, con effetti controdeduttivi. Si temeva il crollo delle iscrizioni, ed è stata invece l’occasione per fare un salto evolutivo: che ha prodotto un inaspettato e significativo aumento delle iscrizioni negli atenei meglio attrezzati.

Per tutti sono state invece una tragedia le debolezze strutturali, che incideranno pesantemente su una struttura delle diseguaglianze già troppo accentuata. Il prezzo maggiore, a tutte le età, lo pagheranno gli esclusi: molti – forse un terzo degli studenti e famiglie. Quelli che stavano in scuole o avevano docenti che non si sono attrezzati e non erano capaci di fare didattica a distanza, i moltissimi che non avevano i mezzi materiali (computer personale, banda sufficiente) o culturali (famiglie che sostenevano e aiutavano i figli) per seguire i programmi. Un dramma che lascerà cicatrici pesanti sul prosieguo degli studi di soggetti già deboli.

Quanto accaduto agevolerà necessariamente il percorso verso le flipped classroom (la didattica capovolta in cui, grazie a contenuti multimediali efficaci, lo studente studia per conto suo e in classe si svolgono discussioni ed esercitazioni), e una didattica riformata. Che presuppongono però massicci investimenti in formazione obbligatoria dei docenti stessi (su cui non si è visto ancora nulla) e una iniezione significativa di personale giovane. Altrimenti conteremo una massiccia ulteriore perdita di capitale umano, sociale, e culturale. Che non ci possiamo permettere.

 

 

Il salto evolutivo e la perdita sociale che non ci possiamo proprio permettere, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, 14 dicembre 2020, editoriale, p.1

Il virus: parole, opere e omissioni

Virologi ed epidemiologi fanno il loro mestiere: ricerca di risposte puntuali, analisi, calcoli, scenari. Medici e apparati ospedalieri ne fanno un altro: contrasto all’emergenza e messa a disposizione di terapie. I politici dovrebbero fare il loro: che, a seconda che sia fatto bene o male, comporta il prendere delle decisioni, possibilmente giuste ma spesso inevitabilmente sbagliate (e quali siano le une o le altre è difficile dire, poiché dipendono dalle variabili di volta in volta prese in conto, e dalle esigenze da contemperare), o il non prenderne, il non attivarsi, il non agire. Ci si dimentica spesso che, oltre che in parole ed opere, si può peccare in omissioni, e queste sono di gran lunga in numero maggiore, e talvolta peccati più gravi, anche se meno presi in considerazione.

I cittadini stanno in mezzo a tutto questo, combattuti tra il timore – crescente nella misura in cui crescono contagi, terapie intensive e decessi – e la rabbia: per le cose che non funzionano, per quelle che non si capiscono, per quelle a causa delle quali pagano o pagheranno prezzi sempre più elevati. A loro non spettano calcoli difficili: si accontentano di tirare conclusioni semplici, magari semplicistiche, ma che ai loro occhi hanno una logica – più lineare di tante altre.

Per esempio, se si parte da una situazione incoraggiante, in cui dopo il primo doloroso lockdown, i dati epidemiologici migliorano, e poi dopo l’estate le cose vanno peggio, il comune cittadino accetta anche di prendersi le sue responsabilità, di essere ammonito e magari punito per le troppe libertà che si è preso, pronuncia un doveroso mea culpa e si rimette a fare sacrifici. Anche se qualche domanda se la fa, sulle prime omissioni che nota da parte di quelli che dovrebbero agire e reagire: per esempio si accorge che le scuole hanno lavorato per riaprire in sicurezza, mentre chi doveva occuparsi dei trasporti non ha fatto nulla, salvo sorprendersi che i ragazzi prendano il bus per recarvisi, nelle scuole – e non comprende la logica per cui, per risolvere il problema, invece di potenziare e rimodulare i trasporti, si richiudano le scuole. Ma tira avanti, ancora fiducioso anche se un po’ più malfermo nelle sue certezze. E accetta nuove disposizioni restrittive senza protestare.

Poi però parte la seconda ondata di chiusure, e il cittadino, nella sua popolaresca pochezza, così lontana dalla raffinata capacità di ragionamento dell’empireo dei decisori, si accorge che più fa sacrifici e accetta restrizioni, più i dati epidemiologici si aggravano, e finisce per farsi delle domande sul rapporto causa-effetto tra le cose, e ancora di più sulla capacità decisionale di chi doverosamente assume le decisioni. Che il problema ci sia, ne è convinto, non lo sottovaluta e tanto meno lo nega: che i suoi sacrifici servano, è più che disposto a concederlo, anche perché così dà loro un senso. Ma sempre più ha la percezione, seppure vaga, che manchi qualcosa, se, pur essendo il Paese d’Europa che ha chiuso più a lungo di tutti le scuole, e numerose altre attività, siamo anche quello con più contagiati e più morti, mentre quelli che compiangevamo guardandoli dall’alto in basso stanno tutti meglio di noi. Con meno restrizioni: ma probabilmente con molte maggiori decisioni prese. E si fa quindi delle domande sull’equilibrio tra parole (tantissime, anche se fastidiosamente generiche, retoriche, ripetitive e autoassolutorie), opere (molte meno: e quasi solo chiusure, limitazioni, divieti; continuano a scarseggiare le capacità organizzative, e soprattutto le proposte pratiche non di contrastare scenari negativi, ma di inventarne altri, positivi, anticiclici – che dovrebbe essere il mestiere alto della politica, al di là del piccolo cabotaggio della ordinaria manutenzione condominiale), e soprattutto omissioni (più numerose delle parole, come emerge ogni giorno di più: quello che non si fa, che si continua a non fare). E magari il nostro bravo cittadino, come un inerme passeggero sull’autobus, comincia a farsi qualche domanda sulla competenza del conducente: se abbia davvero la patente, se conosca la meta e la strada per arrivarci, se disponga di una mappa. Se sappia di cosa parla, anche, visto che mentre guida continua ad addossare la colpa del fatto di essersi perso e non saper dove andare ai comportamenti scriteriati di pochissimi passeggeri o ad eventi di tre mesi fa. Non stupisce che crolli la fiducia in chi guida: a prescindere dalle schermaglie politiciste e dai minuetti sottogovernativi che dominano in questi giorni il chiacchiericcio dei telegiornali, e che pure non sono un bello spettacolo.

 

Parole, opere, omissioni, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 15 dicembre 2020, editoriale, p.1

Redistribuire il lavoro

Non è stato il progresso, come molti immaginavano pochi decenni fa (e sembra un’era geologica), che ha messo in crisi il rapporto tra lavoro e denaro, tra la fatica fatta e le risorse ottenute. È stata la crisi…

L’innovazione tecnologica rende obsoleti molti lavori, sostituendo la manodopera con le macchine. Tutto dovuto ad una banale equazione: P=xT, dove P è ovviamente la produzione, T è il tempo di lavoro e x il coefficiente di produttività. Se il coefficiente di produttività – grazie alle macchine – aumenta, il tempo di lavoro diminuisce, e i posti di lavoro di cui c’è bisogno, di conseguenza, anche. D’altro canto, fin dalla prima rivoluzione industriale – quella delle macchine a vapore contro cui combattevano i luddisti – ci siamo accorti che nel lungo periodo il lavoro non è diminuito, ma aumentato, man mano che la complessità sociale apriva nuovi settori e diventavano rilevanti funzioni che hanno bisogno di capitale umano, di conoscenza e di beni relazionali (dalla knowledge economy al lavoro di cura).

Nel pieno della “produzione di merci a mezzo di merci” (Sraffa), ci si poteva illudere che il lavoro sarebbe sì diminuito, ma l’abbondanza di merci sarebbe aumentata, migliorando la qualità della vita di tutti e aprendo a splendide utopie di reddito di base e salario universale garantito anche in assenza di corrispettivo lavorativo. Poi, appunto, è arrivata la crisi, anzi una rapida sequenza di crisi inanellate l’una nell’altra (di cui l’ultima, quella provocata dal Covid, è stata il colpo di grazia), e ci siamo risvegliati. Con risposte molto diverse agli interrogativi emersi. Sì, le macchine producono e produrranno sempre più beni (ma c’è un limite, anche ambientale, alla loro produzione come al loro stoccaggio e consumo). No, il lavoro non è stato redistribuito, e la ricchezza ancora meno. Le diseguaglianze di reddito sono in crescita: il pavimento si sta sollevando per molti (facendo uscire ampie fasce di popolazione dalla sussistenza o dalla fame), ma il soffitto per alcuni è semplicemente sparito. Se parametrassimo le diseguaglianze all’altezza media degli umani, scopriremmo che a una frequenza diffusa di persone alte un metro e settanta, corrispondono fasce di popolazione alte pochi centimetri, e una minoranza di happy fews alti parecchi chilometri. Il lavoro è ugualmente mal distribuito: da un lato abbiamo workaholic e stakhanovisti, dall’altro disoccupati e nullafacenti, volontari e – più spesso – involontari, tra cui i NEET (Not in education, employment and training). Oltre a questo, per molti lavori è completamente sfumato il rapporto tra impegno profuso e risorse ottenute: lavori pagatissimi in sé e lavori sottopagati in sé, a prescindere da capacità e persino a parità di ruolo e ‘credenziali’. Un laureato in lettere guadagna mediamente meno di uno in ingegneria, e uno in ingegneria meno di uno in economia: senza merito specifico. Per non parlare di chi, con una canzone di pochi minuti, o una forma di visibilità televisiva occasionale, può vincere la lotteria della ricchezza.

Si amplia la forbice tra chi ha e chi non ha, tra chi conta e chi può essere solo contato, tra chi sa come impiegare il proprio tempo e chi no. Dove bisogna soprattutto lavorare è dunque nella (re-)distribuzione – a valle, delle risorse, e a monte, del lavoro stesso – nel diverso e più egualitario apprezzamento dei diversi tipi di lavoro, e infine nell’ingegneria sociale, che può consentire non solo forme di ripensamento del lavoro (part-time orizzontale e verticale, job sharing, re-engineering della settimana lavorativa, lavoro intermittente, discontinuo, intervallato da momenti di lifelong learning, ecc.). Ma non è cosa che si risolva nel mercato del lavoro: occorre lavorare sulla stessa organizzazione sociale, reintroducendo principi comunitari, anche di proprietà, e beni relazionali nel vivere comune, cominciando da modalità di urbanizzazione che favoriscano questi scambi. Lavorare meno, lavorare tutti, consentirsi di chiamare lavoro quello creativo e sociale – il piacere, non l’obbligo – e retribuire quello non salariato (domestico e di cura, in primo luogo). Lord Keynes, nel suo saggio sulle Prospettive economiche per i nostri nipoti, già negli anni ’30 sosteneva che “tre ore di lavoro al giorno sono più che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi”. Il resto è tutto da riempire: possibilmente non di vuoto, o di solo consumo.

 

Senza lavoro, in “Confronti”, n. 12, 2020, rubrica “Il mondo se…”, p. 35