Art. 18: due filosofie a confronto?

In un articolo su Repubblica, Nadia Urbinati mette a confronto, a proposito dell’art. 18, due diverse filosofie: una che prevede un intervento del pubblico nel mercato del lavoro (rappresentata dalla minoranza PD), e una che lo lascia in mano al privato (rappresentata dalla sua maggioranza).
Non sono d’accordo che sia uno scontro tra due filosofie diverse, una orientata al pubblico e una al privato. Al massimo, uno scontro tra una filosofia idealistica (astratta) e una pragmatista (empirica).
La metto sul personale. Sono figlio di un imprenditore. E ho scelto di lavorare per nove anni nel sindacato. Lo statuto dei lavoratori è del ’70: avevo 12 anni , e ne sento parlare da allora. E da allora, sia da mio padre sia nel sindacato, con prospettive diverse, sapevo una cosa con certezza (e la sapevamo tutti): che c’erano molti imprenditori che evitavano di andare oltre i 15 dipendenti (quindi non assumevano, o frazionavano le aziende) per non dover applicare lo statuto dei lavoratori, e in particolare l’art. 18 sui licenziamenti. Tradotto: l’art. 18 ha abortito migliaia, probabilmente decine di migliaia di posti di lavoro; molti di più di quelli che ha tutelato con il reintegro. A me basterebbe questo per abolirlo… E da una sinistra che crede nel lavoro, e nell’utilità anche per i lavoratori della creazione di posti di lavoro, mi aspetterei una riflessione su questo. Io ne sentivo parlare anche nel sindacato, dopo la sbornia ideologica (ci sono entrato negli anni ’80): ma, è vero, io lavoravo in un sindacato che teorizzava molto (penso agli intellettuali di cui si circondava e alle riviste che produceva), ma con un atteggiamento pragmatico, la Cisl… (peraltro, la Cisl di Carniti: probabilmente il leader sindacale più illuminato e autenticamente riformista che ci sia stato in tempi recenti – e certamente non sospetto di acquiescenza ai padroni).
Sono d’accordo con Urbinati e con molti altri. L’abolizione dell’art. 18 non crea posti di lavoro né produce investimenti. In sé, non serve a nulla. In questo senso è una bandiera ideologica da entrambi i lati della barricata. Ma poiché nessuno mette in questione, ovviamente, il reintegro per i licenziamenti discriminatori (genere, orientamento sessuale, opinioni politiche, religiose e sindacali, ecc.), resta solo il problema del licenziamento per motivi economici. Sì, lo confesso: credo che non debba essere soggetto ad altre tutele e giuste cause che non siano oneste motivazioni economiche. Posso assumere? Assumo. Il lavoro si contrae? Devo poter licenziare. Altrimenti metto a rischio l’azienda, cioè il lavoro di tutti gli altri. Lo stato (il pubblico, nella versione di Urbinati) deve intervenire all’interno del rapporto di lavoro, o tutelando il lavoratore in altre forme? per esempio con un welfare che gli consente di ricevere un salario di supporto, di formarsi, di ottenere assistenza sociale, ecc.? Lo scontro non è tra chi pensa che il pubblico possa intervenire nel mercato del lavoro e chi no. Lo scontro è su quale debba essere l’intervento pubblico, su come debba avvenire e dove. Tutelando il lavoro (quel lavoro) o il lavoratore (nelle conseguenze legate alla perdita del posto di lavoro)? Io interpreto così la parte sul lavoro della Costituzione, che gli dà un fondante ruolo sociale, e quindi non lo lascia all’arbitrio del mercato: ma interviene, appunto, regolando il mercato e nei luoghi dove il mercato non agisce, tutelando le persone. Lo scontro è allora tra due modi diversi di intendere l’intervento del pubblico: io non ho dubbi su quale sia quello più giusto di principio, oltreché più utile.