Perché la scuola non interessa a nessuno

Perché, a differenza che negli altri paesi europei, in caso di lockdown, la scuola è sempre la prima a chiudere e l’ultima a riaprire? Perché, apparentemente, agli italiani – o, almeno, ai governi di ogni livello territoriale – la cosa sembra non interessare? Le risposte sono molte. E sono istruttive su come funziona, o disfunziona, il paese.

Intanto, chiudere le scuole è la risposta semplice e immediata a un problema più complesso ma non irrisolvibile: la gestione dei trasporti. L’abbiamo già visto: le scuole sono in sé piuttosto sicure (perché hanno lavorato per esserlo), i viaggi da e verso di esse per nulla. Chiudere le scuole ha consentito di continuare a non approntare un piano trasporti che non c’era alla riapertura e continua a non esserci adesso. Perché lavorare, prepararsi, gestire, organizzare? Fatica sprecata: si fa prima a chiudere… Come se fosse una catastrofe naturale, invece che una responsabilità politica che travolge ogni livello di governo: nazionale, regionale, locale.

Dietro questa abdicazione, di cui sorprendentemente nessuno chiede conto, ci sono ragioni profonde, che portano a responsabilità culturali e sociali, non solo politiche, diffuse.

Una società poco meritocratica, e per questo ingiusta, per definizione investe poco sull’istruzione, che è il meccanismo più democratico per aumentare la mobilità sociale: da noi drammaticamente scarsa, in un paese in cui tuttora la metà degli architetti, dei medici, dei notai, e d’altro canto degli operai, è figlia di genitori con lo stesso mestiere. Ma non c’è nemmeno la percezione della sua utilità economica. Non si spiega altrimenti come mai l’istruzione non sia la priorità principale, in un paese che ha la metà dei laureati e il doppio degli analfabeti funzionali (ben il 30%, un cittadino su tre!) della media europea: dove gli investimenti in ricerca e sviluppo sono scarsi, e gli interventi strategici sulla knowledge economy (quella più ricca, che paga salari più alti, con ricadute maggiori sul futuro delle città e della società) lasciati alle imprese anziché accompagnati dalla mano pubblica e da una visione d’insieme.

C’è poi un problema culturale di lungo periodo. Una società paternalista e culturalmente maschilista, in cui i decisori pubblici sono ancora in maggioranza uomini, si pone malvolentieri un problema che li riguarda poco: conciliare i tempi dell’accudimento della prole e quelli del lavoro. Con il risultato che il prezzo maggiore della chiusura delle scuole, in termini di perdita di occupazione, di difficoltà familiari e di aumento del carico lavorativo domestico, lo hanno pagato e continuano a pagarlo le donne: facendo fare passi indietro non solo all’occupazione femminile, ma anche al sistema di diritti conquistato in questi decenni.

Arriviamo così alla fine del ragionamento. Le scuole sono state lasciate sole. Si è investito un po’ di denaro (non abbastanza, in confronto a quello buttato in politiche meramente assistenzialistiche: la sola Alitalia ha ricevuto molto di più di tutta la scuola italiana), qualche cosa gli istituti scolastici sono riusciti a fare in termini di adeguamento delle strutture, molto meno in termini di formazione dei docenti, che hanno fatto in gran parte da soli, e si è fatto zero a valle, a sostegno dei diritti delle famiglie e degli studenti più poveri e fragili, lasciati senza supporti informatici, senza banda gratuita, senza luoghi e momenti di accompagnamento scolastico, senza doposcuola, senza niente di niente (altro settore in cui le responsabilità coinvolgono anche regioni ed enti locali, ciò che spiega il silenzio delle istituzioni: il poco che si è fatto è soprattutto merito del volontariato e del terzo settore). E ancora non c’è traccia di un qualche piano B, almeno per l’immediato futuro: accorciare le vacanze natalizie in arrivo e organizzare corsi di recupero per quelli che hanno potuto seguire la didattica a distanza poco e male, attivare aiuti alle famiglie cospicui (non solo denaro e strumenti, ma formazione), formare vecchi e nuovi docenti alle nuove metodologie d’insegnamento (e non solo alle nuove tecnologie), ecc. E lavorare per organizzare il futuro, non solo tamponare il presente in attesa di un vaccino che, se tutto va bene, arriverà a tutta la popolazione ad anno scolastico terminato, quando il danno alle generazioni più giovani – irreversibile – sarà ormai fatto.

 

 

Scuola, colpevoli impuniti, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 24 novembre 2020, editoriale, p. 1