Senza radici

Siamo come zattere nella corrente. È la condizione umana d’oggi. Il mondo cambia a una velocità sempre maggiore, e noi non riusciamo a stargli dietro. Anche quando stiamo fermi, ci muoviamo: inconsapevolmente, ineluttabilmente. Solo, ci muoviamo più lenti del nostro tempo. E non potrebbe essere altrimenti. La corrente profonda è più veloce: noi, in superficie, veniamo trascinati piano, ma ci muoviamo lo stesso, volenti o nolenti. Ogni tanto, trasportati dalla corrente, ci tocca un breve tratto in una rapida, talvolta ci fermiamo in un’ansa quieta o in qualche gora, ma poi la corrente ci riprende, e ci trascina. E così vediamo il paesaggio, lentamente o a tratti anche in fretta, cambiare intorno a noi: perdiamo punti di riferimento familiari, ne guadagniamo altri, talvolta ci perdiamo.

Il paesaggio cambia perché cambia il mondo intorno a noi, in tutti sensi: cambiano le mode, soggette alla tirannia della novità a tutti i costi, del nuovismo, cambia la tecnologia – e ci cambia – obbligandoci a un suo utilizzo sempre diverso, cambiano i valori di riferimento delle persone, cambia la loro situazione personale e familiare, cambiano i partiti e la politica, cambiano gli abitanti del quartiere, e alcuni nuovi vicini parlano vestono e pregano diversamente da noi, cambia la proprietà del negozio all’angolo, la panetteria lascia il posto a un negozio di abbigliamento…

Il paesaggio che noi immaginiamo fisso, in realtà muta. Qual è il problema? In un paesaggio fisso mi familiarizzo e ho molte certezze: le case intorno, il giardino, la chiesa, il negozio trasmesso di padre in figlio – e le persone che incontro, più o meno sono quelle, capita spesso di ritrovare volti familiari. Nella vita di prima, era tutto abbastanza prevedibile e certo. Oggi non è più così: non riusciamo più a familiarizzarci a lungo – e se ci riusciamo, o lo vorremmo, ci pensa la realtà, con i suoi cambiamenti, a de-familiarizzarci.

Difficile mettere radici, in una società riflessiva, come la chiama Giddens: che potenzialmente ha mille risposte ad ogni domanda, e proprio per questo ci costringe a farci molte più domande, a restringere l’orizzonte del mondo che possiamo dare per scontato.

In una società ipoteticamente immobile (che non esiste: oggi è persino un’impossibilità tecnica), non hai bisogno di farti molte domande perché hai quasi solo certezze. Non devi cercare delle risposte, perché le hai già: il mondo è quello che è, o almeno quello che sembra. Oggi non è più così.

Vale per tutto: per i processi educativi, per le trasformazioni economiche, per l’innovazione tecnologica, per le cure, pensate oggi ai vaccini… Come si fa a vivere in una società così? Forse solo in un modo: se il paesaggio cambia, e non ho più punti di riferimento terrestri a disposizione, devo imparare a collocarmi, come facevano già dall’antichità i marinai o i nomadi del deserto, cercando punti di riferimento altrove, in alto, tra le stelle. Ancorandosi lì anziché sulla terra. Utilizzando, per farlo, strumenti inventati allo scopo: la bussola, il sestante, le mappe astronomiche.

È curioso e significativo che un’epoca che parla continuamente di radici (le radici etniche di un popolo, le radici cristiane dell’Europa…) – e di identità, facendo finta che siano immutabili, musealizzandole, creandoci intorno degli assessorati ad hoc – sia poi costretta a cercarsele in alto, nel mondo dei valori, a riprova di quanto diceva Paul Claudel: che sono due le cose che sorreggono un albero, le radici in terra, e la vastità del cielo che lo circonda. Per certi versi più la seconda che le prime: o almeno l’una dà un senso all’altra, la proiezione alla stabilità. E forse anche questo spiega la relativa sottovalutazione delle radici da parte dei Vangeli, che dopo tutto ci ammoniscono: “dai loro frutti li riconoscerete…”. Da quello che viene, non da dove si viene.

Radici significa anche memoria, e dunque conoscenza, è vero. Ma che le radici si limitino a scavare nella terra, facendo vivere l’albero nel proprio solipsismo, è un mito, una nostra distorsione percettiva dovuta a un immaginario individualista che potremmo qualificare di ideologico. Là sotto c’è un’intensa attività di scambio, di incontro, di arricchimento reciproco, di mutuo sostegno, con altre radici e altre forme di vita: proprio come là sopra. È una forma di vita simbiotica, quella degli alberi: come tutto, in natura. E con tutto si intreccia, si trasforma, cambia. Per noi, che nasciamo bipedi, il territorio di riferimento (e non solo in senso fisico, geografico) non è più necessariamente quello in cui nasciamo: è dove decidiamo di mettere radici. Salvo la possibilità di toglierle da lì, se lo vogliamo.

 

Senza radici, in “Confronti”, rubrica ‘Il mondo se…’, aprile 2021, p. 38