Il credito: il ruolo delle banche, tra credenti e creduloni

Il credito è una cosa seria. Imparentata, per giunta, con consanguinei altrettanto seri e importanti: stima, reputazione, fiducia. Insieme, fanno buona parte del vocabolario economico, delle sue espressioni più significative. Da fiducia (parola cugina di fede, come credito lo è del credere: dotata di un’aura di sacralità, quindi) deriva il fido bancario e la fidejussione; da stima l’estimo e lo stimare inteso come determinare il valore di qualcosa; reputazione deriva da putare, fare i conti, come imputare e computare; da credito, infine, parola in sé cruciale del linguaggio economico, deriva la credenziale e il creditore. Continua a leggere

Le incognite dell'euro nell'urna

La forzatura sul nome del potenziale ministro Savona, e la scelta del presidente della repubblica di non dare l’incarico a Conte, e quindi all’alleanza tra Lega e Movimento 5 Stelle, apre scenari inediti anche sul piano locale. Continua a leggere

Farah e le altre: ciò che serve, ciò che non serve

La vicenda di Farah, la ragazza diciannovenne di Verona appena tornata dal Pakistan, dove era stata portata dalla famiglia, e da dove ha chiesto di essere riportata in Italia, ci è utile, per parlare di vicende che non sono la norma, ma sono gravi, si ripetono, e vanno affrontate. Continua a leggere

Immigrati: cosa farà (o non farà) il nuovo governo

L’immigrazione è un tema popolare, che ha spostato molti voti in queste elezioni, e a cui il governo Lega M5S vorrà rispondere rapidamente, almeno con alcuni segnali simbolici. Anche perché è un tema politicamente facile, dato che, non votando, gli immigrati non possono causare alcuna perdita di consenso futuro. Continua a leggere

Il nuovo governo e l'immigrazione

Al netto delle schermaglie delle ultime ore sul candidato premier, se il governo Lega-M5S andrà in porto, dovrà affrontare di petto le questioni per cui i due partiti hanno ricevuto la fiducia degli italiani, a cominciare dall’economia e dal lavoro. Ma c’è una questione simbolica, che ha giocato un ruolo molto importante nello spostare voti dall’uno all’altro schieramento, ed è quella dell’immigrazione. Non a caso ha occupato il mondo dell’informazione in maniera sproporzionata fino al giorno delle elezioni, salvo sparire dal giorno dopo. Proviamo a vederne alcuni aspetti, e le loro ricadute locali. Continua a leggere

L'assemblea del PD: il surrealismo al potere

Grazie alla sempre benemerita Radio Radicale ascolto in diretta, mentre guido, l’inizio dell’assemblea del Partito Democratico: quella che doveva discutere e decidere sul congresso e sul partito, dopo la storica batosta delle ultime elezioni. Continua a leggere

Come ci cambia la mobilità (anche al netto delle migrazioni…)

Se facciamo pari a 24 ore la storia dell’umanità, per 23 ore e 55 minuti siamo stati nomadi, e solo per 5 minuti sedentari. Oggi stiamo ritornando ad essere nomadi: o almeno un po’ più nomadi di prima – noi, e il mondo in cui viviamo. Tutto si muove di più, più in fretta, e a minor costo – tanto da collocarci all’interno di quella che è stata chiamata una “rivoluzione mobiletica”, che accompagna, rafforza e accelera quella industriale e tecnologica. Si muovono rapidissimamente informazioni (quelle, addirittura, a costo zero e in tempo reale), idee, merci, denaro (anche quello, ormai dematerializzato, digitale, si muove in tempo reale: espressione vagamente surreale con cui identifichiamo un processo piuttosto irreale…) e persone (quelle, un po’ meno, o solo alcune: quelle nate con il passaporto giusto. E che, come gli italiani, possono andarsene in 161 paesi del mondo senza chiedere il visto. Per quelli nati dalla parte sbagliata della storia e della geografia le cose stanno diversamente: 25 paesi un afghano, 28 un irakeno, 29 un pakistano… E sono quelli dove probabilmente non gli interessa andare). Continua a leggere

Comunque la si pensi…

Comunque la si pensi, in qualunque modo si sia votato, abbiamo il governo che era giusto avere in una democrazia. Ogni altro tipo di soluzione sarebbe stata un errore.
La proposta del presidente Mattarella aveva e ha un senso, di fronte allo stallo. Di fronte ad un accordo, quale che sia, con una maggioranza, quale che sia, in una logica democratica, non si può che accettare quanto accade, sapendo che è la soluzione migliore – o, comunque, l’unica – per il paese. Anche dovesse portarci a una situazione peggiore.
E sono molto sciocche, e molto infantili, le prese di posizione di chi in queste ore accusa l’uno o l’altro per i mancati accordi tra altre forze politiche (ad esempio tra M5S e PD). Ancora più sciocche e infantili se vengono da parte di chi, fuori dai giochi, non è mai stato interlocutore di nessuno, perché non conta niente: non per cattiveria degli altri, ma per scelta degli elettori.
Questo hanno scelto gli elettori. E questo abbiamo. Ed è giusto così.

La crisi politica: il silenzio dei territori e degli eletti

La Repubblica (dicono la terza, anche se sembra la prima, o ancora prima…) sta vivendo uno dei suoi momenti più surreali. Al netto di quanto accadrà con il tentativo di intesa delle prossime ore. Forse non dei più critici (siamo stati anche peggio, dopo tutto): ma certamente dei più incomprensibili. A metà strada tra la catastrofe istituzionale e il varietà politico: una specie di Bagaglino in cui si ride ancora meno (non c’è nulla da ridere, del resto, nell’assistere allo sfascio della nostra capacità di gestire la cosa pubblica), ma in compenso si ha più tempo per domandarsi come diavolo è possibile che la nota dominante dello spettacolo – privo di trama: tutto dilettantismo e improvvisazione – sia solo lo stare al centro della scena dei protagonisti, con l’infantile convinzione di essere indispensabili e una spasmodica ricerca di attenzione, ma senza un perché. Continua a leggere

L'ossessione della sicurezza

Il dibattito sulla cosiddetta circolare Morcone è una straordinaria occasione per leggere alcune nostre ossessioni, e capire quello che è forse il nostro male maggiore: la burocrazia, tra ossessione dirigista (non solo centralista: ce l’hanno anche le amministrazioni e le istituzioni periferiche e locali) di tutto controllare fin nelle minuzie, e incapacità pragmatica di gestire l’ordinario.
Emanata dopo gli incidenti di Torino legati alla finale di Champions League, ma ampiamente influenzata dalle necessità di prevenzione da attentati, essa impone una doverosa maggiore attenzione alle problematiche di sicurezza legate ad eventi che si svolgono in luogo pubblico. Regola pertanto la necessità di garantire accessi controllati e vie di fuga, presenza di forze di sicurezza e di squadre e misure antinfortunio e antincendio, piani di emergenza e di evacuazione, con tutte le ricadute pratiche che si possono immaginare in termini di uomini, mezzi e strutture a disposizione. Il tutto, per una categoria molto ampia di eventi (alcuni dei quali cominciano ad essere annullati di conseguenza), che varia dalle sagre parrocchiali alle feste di paese, dai balli in spiaggia ai tornei sportivi all’aperto, dai mercatini alle processioni, dai concerti alle manifestazioni politiche, dalle sfilate (di persone, carri carnevaleschi e bande) alle feste di strada, fino ai mega eventi a carattere occasionale.
Non discutiamo la necessità di implementare le misure di prevenzione e di sicurezza, magari anche attraverso il complicato sistema di punteggi che prevede la circolare (che ci siamo letti attentamente, con partecipe interesse scientifico). Sorprende sempre, tuttavia (o forse no, ed è peggio), l’incapacità di questo paese di trovare norme razionali e di buon senso nella gestione delle cose: per cui restiamo incapaci di mettere anche solo una transenna per regolare la coda ad una mostra o davanti a un negozio che fa i saldi, ma ci obblighiamo a normative severe e ossessive nella gestione di fenomeni dopo tutto ordinari – una triste verità che conoscono bene cittadini e imprese soverchiati da incombenze burocratiche spesso sproporzionate alla materia del contendere.
Questo male nazionale si incrocia qui con una ossessione specifica, che sta diventando una tendenza di tutto l’occidente – un modo di vita che rischia di trasformarci perfino antropologicamente: l’ossessione securitaria. Quella per cui tra un po’ sarà obbligatorio mettere il casco, almeno per i minori, anche per evitare gli spigoli di casa. Quella per cui rischiamo che inventino la cintura di sicurezza da ufficio: non si sa mai che addormentandoci alla scrivania rischiamo di cadere e infortunarci. Quella per cui ci ritroveremo presto ad acquistare airbag pedonali da applicare al soprabito. Quella per cui – sta già succedendo – ormai non si può più portare una torta fatta in casa o due pasticcini a una festicciola scolastica, ma solo cibi industriali in cui sono elencati gli ingredienti. Quella per cui la più ordinaria delle gite domenicali è soggetta a tali timori di tipo assicurativo, che la parrocchia non le organizza più se non ci si iscrive ad una associazione, e noi rischiamo di non accompagnare neanche i figli degli amici ad un evento sportivo, che non si sa mai.
E’ un tratto recente della nostra identità collettiva: pochi decenni. Ma sta diventando così pervasivo da caratterizzare i nostri comportamenti in ogni ambito della vita organizzata. Dando uno spazio spropositato alla sensazione di insicurezza – diventata in effetti ordinaria, quasi necessaria – al punto che ci siamo inventati specialisti delle prevenzione e ancor più della risoluzione di problemi spesso solo presunti, che paghiamo sempre più cari per placare ansie che noi stessi ci provochiamo. Diventiamo allergici all’imponderabile (al punto che anche solo un ritardo di un treno causa reazioni spropositate e crisi isteriche collettive), e allo stesso tempo bisognosi di protezione come pulcini indifesi: proprio noi, che oltre all’intelligenza normale possiamo cominciare a contare pure su quella artificiale. Ed è una tendenza su cui dovremmo riflettere. Perché rischia di portarci davvero molto lontano.
Sicurezza, rischio ossessione, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 29 aprile 2018, editoriale, p. 1