Festeggiamo il tricolore troppo irriso

E’ sconcertante che in questo Paese le cose ovvie debbano sembrare rivoluzionarie. Come, che so, festeggiare il 150° dell’Unità d’Italia ed esporre il tricolore… E ancora più triste che i compiti istituzionali relativi, alla fine, se li assumano in pochi, mentre ai livelli più alti le istituzioni danno l’esempio, negativo, di disinteressarsene, anzi, di fregarsene, anzi peggio, di fottersene e di sfotterle. E poi ci si stupisce che il senso civico, in Italia, sia scadente e forse scaduto. Anche in quel Nord che di solito accusa il Sud di esserne privo.

Fa benissimo il Comune di Padova a lanciare una serie di iniziative per festeggiare quella che per l’appunto è una festa, anche istituzionalmente riconosciuta. Quello che sconcerta è che la cosa faccia notizia. Ma così è, se vi pare. Già arrivarci, alla festa, è stata una ridicola sceneggiata: anche questo un genere letterario meridionale infelicemente trapiantato al Nord. Non è che non si sapesse che la ricorrenza era in arrivo. Dopo tutto c’era un apposito comitato nazionale a lavorarci (con due lire e in mezzo a un ostacolo dopo l’altro, al punto che un galantuomo come l’ex presidente Ciampi, che lo presiedeva, se ne è dimesso). Ma tant’è. Tra le irrisioni della Lega e le improvvide uscite di Confindustria, ci si è arrivati solo all’ultimo, a decidere che, come ovvio, la ricorrenza fosse anche festa nazionale e quindi vacanza. Ma subito dopo, tutti lì a sfilarsi: vergognosamente, per persone che coprono cariche pubbliche e dall’Italia sono lautamente retribuite per rappresentarla e farle onore.

Si comincia con un ministro – e non un ministro qualsiasi, ma quello degli Interni, che l’Italia la governa nei suoi gangli più delicati e simbolicamente significativi – che dichiara in tv, con un mezzo sorriso che vorrebbe essere furbetto, che lui lavorerà. E si finisce con governatori regionali e giù fino ai sindaci che, con l’aria finto tonta del Bertoldo che crede di essere l’unico con il cervello fino, dicono ridendo che loro alle celebrazioni non parteciperanno e, anzi, lavoreranno sodo per il bene dei cittadini.

Passi per tanti sindaci di realtà minori, per i quali sparare qualche fregola sul tema è un modo per guadagnare un po’ di facile visibilità sui giornali e di consenso tra sodali. Ma dal principale rappresentante nel governo della Lega, persona seria, avremmo preferito non aspettarcelo. E nemmeno dal presidente della provincia autonoma di Bolzano, Luis Durnwalder (giusto per far vedere che non solo di leghisti si tratta), che governa un territorio letteralmente sepolto dai soldi dell’Italia. Coerenza vorrebbe che se l’Italia non la si riconosce, non se ne riconoscano nemmeno i benefici, i vantaggi e le prebende.

Non è un giochino di cui fare strame, il senso di appartenenza. Già la sinistra l’ha scoperto tardivamente, tricolore incluso, e deve su questo fare autocritica: ma meglio tardi che mai. Ma anche i cittadini lo stanno riscoprendo, finalmente, con un po’ di orgoglio, e non solo in occasione dei mondiali. Non a caso il personaggio più rispettato è il Presidente della Repubblica, che l’unità d’Italia la simboleggia e la incarna. Siamo stati costretti ad aspettare che un comico ce lo ricordasse, con grandissimo successo, nel più nazional-popolare degli spettacoli. Non lasciamo che ce ne tolgano il gusto, lasciandoci solo il disgusto di vedere le strumentalizzazioni che ci stanno intorno. E festeggiamo tutti, il 17 marzo. Con il nostro bel tricolore addosso. E un sorriso ben stampato sul viso.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Festeggiamo il tricolore troppo irriso, in “Il Mattino”, 2 marzo 2011, pp.1-9 (anche “La Nuova di Venezia” e “La Tribuna di Treviso”)

Ipocrisie sui musulmani ed elezioni

Sarebbe fin troppo facile giocare sui nomi: il grande torto, o giù di lì. Ma è certo che la vicenda della moschea di Grantorto (o meglio, della non-moschea, l’ennesima che in Veneto non vedrà la luce) mette in evidenza una sequenza di ipocrisie da cui pochi escono bene.

Il principio, innanzitutto. I musulmani, come le persone di tutte le religioni, hanno il diritto, umano prima che garantito dalla costituzione, di vedersi riconosciuta libertà di culto e di preghiera. Il fatto che la Lega di fatto spesso lo contesti (ma ci sono anche sindaci leghisti, in questo stesso Veneto, che hanno preferito, saggiamente, inaugurarle, le moschee) non fa diventare diritto un torto, per così dire. Se non lo si consente, si chiama discriminazione, e si può nel caso ricorrere al giudice, che non può che applicare le leggi (e dare magari ragione ai musulmani, come accaduto a Verona).

La convenienza, in secondo luogo. Ormai tutti, a cominciare dal ministero degli Interni, che sta producendo alcune linee guida sulle moschee, sono convinti che sia meglio che i musulmani stiano in luoghi visibili, aperti, trasparenti, alla luce del sole, in collaborazione con le forze di polizia e le istituzioni locali, anziché in luoghi degradati, nascosti, invisibili, carbonari, mal tollerati e mal visti. Perché proprio questo favorisce integrazione, reciproca conoscenza e controllo sociale: proprio ciò che noi tutti vorremmo e a parole auspichiamo.

Le paure, d’altro canto. Le paure dell’islam sono comprensibili: nulla di strano su questo. E quindi anche i timori, le reazioni di chiusura. Come di fronte a ogni novità spesso accade. Ma su queste si potrebbe riflettere con pacatezza e ragionevolezza, e con i diretti interessati, e confrontandosi, andandosi incontro con reciproche concessioni, nella legalità e senza urlare. Se si sceglie quest’ultima strada vuol dire che l’obiettivo è sollevare un problema – perché porta visibilità, voti, e perché si sceglie un obiettivo facile, e anche un po’ vile, dato che i musulmani sono tra quelli con minor potere contrattuale, e oltre tutto non votano – non perché si vuole risolverlo. Ed è proprio quello che stanno facendo, in tutta Europa, gli imprenditori politici dell’islamofobia: sono i primi a sollevare il problema, ma sono gli ultimi a volerlo risolvere, perché toglierebbe loro una comoda rendita di posizione.

Le ragioni pratiche, infine. Non c’è dubbio che, nel caso specifico, ci possano essere serissime ragioni per considerare il luogo, eventualmente, inadatto. Le prendiamo per buone: sulla fiducia. Ma di fronte a queste un sindaco serio, in silenzio, avrebbe incontrato i protagonisti della vicenda, consigliandoli, spiegando loro che ci sarebbero potuti essere dei problemi, e indirizzandoli altrove, magari collaborando nella ricerca di un posto più adatto, nel reciproco interesse. Non è quindi per la posizione che ha preso che critichiamo il sindaco di Grantorto, e quelli che con lui soffiano sul fuoco, alimentando logiche di sospetto quando non carezzando il pelo al timore per il diverso che si cela in tutti noi, e che andrebbe invece educato. Un sindaco è sindaco di tutti i cittadini e i residenti.

Ormai di sale di preghiera musulmane, in Veneto, ce ne sono ben 110, e 764 in Italia, in proporzione al numero di musulmani. Vogliamo cominciare ad affrontare il problema per quello che è, pensando alle prossime generazioni anziché sempre e solo alle prossime elezioni?

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Ipocrisie sui musulmani ed elezioni, in “Il Mattino”, 28 febbraio 2011, pp.1-14

Sociologia della lettura

Si può ancora leggere nel mondo moderno? La domanda si coniuga direttamente con un’altra e più intrigante questione: si può ancora leggere il mondo moderno? Ed è la lettura il modo più appropriato di farlo? Il più efficace?

Il primo dato che possiamo produrre è esperienziale. Per la mia generazione, quelli di mezzo secolo o più, la lettura è stata un dato di scoperta del mondo, e di apertura al mondo, sostanzialmente indispensabile. Certo, siamo stati anche la generazione che ha scoperto altre dimensioni e stati d’animo: il viaggio; la fuga dai ruoli dati; la scoperta di altre realtà attraverso l’uso di droghe di cui allora si conoscevano più le potenzialità dei pericoli, l’effetto di apertura a nuovi mondi potenziali che non quello di distruzione di quello reale; la creazione di nuovi mondi – o il tentativo o l’illusione di farlo – attraverso le relazioni costruite nell’impegno politico e sociale. Ma poi, alla fine, era la lettura che sostanziava anche queste esperienze, che ne costituiva, in tutti i casi, il riferimento alto, la giustificazione, la possibilità di scambiarle con altri, il tramite simbolico stesso, in molti casi.

Per spiegare l’intreccio complesso che costituisce il rapporto tra esperienza e lettura, tra realtà reale e realtà presente nelle pagine di un libro, prendo a presto un’immagine di Alessandro Baricco. Che in un suo splendido programma televisivo divulgativo sulla lettura (già questo un intreccio complesso) di qualche anno fa, che si chiamava Pickwick, iniziava le trasmissioni descrivendo l’immagine di un uomo: che, salito sul treno, guarda dal finestrino, contempla il panorama che si svolge sotto i propri occhi; poi, apre un libro, si immerge nella sua lettura, in un altro panorama, aprendo una diversa finestra sul mondo.

Il libro, la lettura, sono stati spesso questo, per me e per molti, e lo sono ancora. Me è ancora necessariamente così? E’ ancora questa la forma di lettura del mondo, di suo approfondimento, di sua contemplazione, privilegiata o da privilegiare? Osservando laicamente le modificazioni del conoscere oggi c’è da porsi più di un dubbio.

Proviamo a farlo a partire da un secondo dato esperienziale. Quello di chi oggi ha meno di vent’anni (o, ancora più giovani: i miei due figli, per esempio, di 15 e 12 anni): quelli che chiamano i nativi digitali; mentre noi, immigrati digitali, dell’immigrato in questo mondo manterremo sempre il senso di spaesamento e di incertezza. Per loro la lettura è competenza accessoria, ma non nella sua essenza, solo nella sua modalità tradizionale. La modalità standard per accedere ad altri mondi non è aprire un libro, è accendere il computer, e collegarsi ai social network. Ma da qui si è poi costretti a leggere (le riflessioni altrui, i loro messaggini, i link a cui ci rimandano), ma anche vedere e sentire (magari via you tube), attraverso un’esperienza sensorialmente più avvincente, coinvolgente e convincente. Ma, da lì, volendo – e qualche volta capita – il rinvio è a un libro, o a un suo pezzo, o a una sua citazione. Spesso, sempre più spesso, per frammenti, per letture trasversali, attraverso i meccanismi dell’ipertesto e quelli dei link, che ne sono una diversa modalità attuativa, più personalizzata – e, certo, più problematica, persino più dubbia non solo, come ovvio, nella sua coerenza, ma anche nella sua correttezza. Il frammento è infatti molto più facilmente manipolabile e falsificabile di un testo lungo e complesso. Detto questo, leggono anche libri, anche se meno di quelli che leggevo io alla loro età, in cui non avevo tutti questi altri media a disposizione, altrettanti accessi al mondo, finestre su di esso.

Questo meccanismo ha a che fare con un altro problema: la presentificazione degli orizzonti, lo schiacciamento sul presente. Che sappiamo essere una tendenza forte da vari indicatori (che citiamo in maniera random, senza tentativi di classificarne l’importanza e il peso): la sempre più scarsa capacità di contestualizzare i fenomeni e di coglierne le radici, e quindi la difficoltà dello stesso pensare storicamente (anche quando ci si interroga sul futuro); le modalità affettive e relazionali, che sempre più difficilmente si inscrivono all’interno di una storia coerente (non a caso le relazioni durano meno); un’accresciuta mobilità spaziale e non, che rende più problematico lo stesso collocarsi all’interno di una storia (quale? di chi? di dove?); la diminuita propensione al risparmio, che è un indicatore certo di minor investimento sul futuro; e molti altri. Come conseguenza di tutto ciò nella mia professione di docente universitario sono giunto, dagli esiti delle discussioni d’esame, alla conclusione che, grosso modo, per una parte significativa dei miei studenti (e di tutti i giovani) la storia sempre più si divide in due: la preistoria, che è, in maniera indifferenziata e quindi difficilmente collocabile – come una fotografia scattata con lo zoom, in cui tutto è schiacciato alla stessa altezza, e si perde in profondità e differenziazione – tutto quanto accaduto prima della propria nascita; e la storia, o meglio la mia storia, la storia personale di ciascuno, che è ciò di cui posso grosso modo dare contezza e avere verifica perché basato sull’esperienza personale. Il passato è ininteressante e poco esplicativo delle ragioni del mio essere (e spesso è proprio così: la sensazione che tutto sia cambiato molto e molto in fretta, e quindi non c’è più trasmissione – nemmeno dell’esperienza e del sapere – ma solo innovazione, è figlia di questa precomprensione, che ha molte ragioni di capirsi in questo modo). Il presente è l’elemento di maggiore coinvolgimento per ovvi e ottimi motivi, ma anche perché ci si immagina solo in esso di poter conquistare gratificazione personale. Il futuro, sempre più spesso, è qualcosa di lontano, precario, inesorabile ma poco comprensibile e prevedibile, e vagamente minaccioso. Non certo qualcosa su cui una persona sana di mente investirebbe davvero volentieri qualcosa: lo si fa perché si deve, nel caso, non perché davvero lo si vuole.

In tutto questo, le forme digitali di accesso al mondo della conoscenza hanno questo in comune almeno con una forma di lettura, quella letteraria: il recupero della dimensione narrativa della vita , la scoperta del bisogno di raccontare e raccontarsi e il tentativo di farlo – più o meno riuscito, ma questo importa meno. E la dimensione frammentaria di questa conoscenza ha molto in comune con le nostre vite: all’interno delle quali cerchiamo il filo rosso della coerenza, ma sempre ex-post, e a dispetto delle piroette più sconcertanti: ci raccontiamo una continuità e un senso che spesso non c’è, ma perché, come diceva Flaiano, “facciamo finta di tutto”, non perché ci sia davvero, o necessariamente. Ancora: questa dimensione ha moltissimo a che fare con una forma di comprensione del mondo molto moderna, quella degli aforismi. Che, come diceva Karl Kraus con un altro brillante aforisma, “non è mai la verità: o è mezza verità, o è una verità e mezza”. Così è la vita, così è il racconto.

La lettura, nella forma saggistica del discorso scientifico e della speculazione filosofica, ci ha portati mostruosamente avanti in un percorso di progressivo disincarnamento, di astrazione pura. E di innaturale e inumano primato del pensare sull’essere. Quello che Cartesio riassumeva nel “Cogito, ergo sum”. Una balla che ci siamo ripetuti per secoli, che l’occidente ha portato alle estreme conseguenze e all’estrema spersonalizzazione, ma che oggi scopriamo con orrore essere sempre più un’oscena finzione dalle conseguenze devastanti. Semmai, come ha corretto chi è portatore di maggiori competenze psicologiche e sociologiche, “sumus ergo sum”. Siamo innanzitutto e soprattutto perché siamo il prodotto di relazioni, e di relazioni che si narrano, e narrandosi si lasciano incontrare. Se è ancora vero che “il medium è il messaggio”, è indubbio che nonostante la dimensione di menzogna che incorporano, e a cui lasciano spazio (a cominciare dalla menzogna dell’identità, attraverso il nickname e le false generalità), i media digitali incorporano un messaggio relazionale e narrativo. E questo non è male. Del resto, quanto a menzogna, anche il libro non ne è meno portatore. Certo, nei media digitali e nei social networks si impoverirà il linguaggio, ma ci si apre maggiormente all’esperienza e all’interazione. Che diventa, per l’appunto, un diverso modo di leggere il mondo.

Ci si può lavorare sopra, oltre tutto, sull’interazione tra la lettura e l’esperienza. In un corso di ‘Globalizzazione e pluralismo culturale’ che tengo da qualche anno all’interno di una laurea specialistica, a miei studenti faccio leggere dei libri, che discutiamo in aula. Ma loro non li devono riassumere: li devono incarnare, rappresentandoli, rappresentandone in prima persona gli autori, e intervenendo nel dibattito in quanto incarnazione delle tesi contenute nei libri, non in quanto portatori del loro contenuto. Non sarà una rivoluzione: ma alla fine del corso ciascuno ha letto solo due libri (uno che incarna, l’altro di cui incarna un potenziale discussant), ma tutti hanno non solo sentito ma ‘visto’ dibattere tra loro una trentina di libri importanti che rappresentano alcune delle punte più avanzate di riflessione sul tema. Se li avessero letti tutti, probabilmente ne saprebbero di meno.

Così è per i media, in ogni caso. Come noto, l’invenzione di ogni nuovo medium e di ogni nuova tecnica conoscitiva, che per gli apocalittici è sempre stato il preludio alla scomparsa delle precedenti, nella maggior parte dei casi ha portato alla loro somma e quindi a un pluralismo sempre maggiore dei media, non alla loro sostituzione per ondate successive. Il giornale non ha ucciso il libro, la radio non ha ucciso il giornale, la televisione non ha ucciso la radio, il computer non ha sostituito nessuno dei precedenti, cominciando semmai progressivamente a incorporarli, mantenendone tuttavia e in un certo senso rendendone visibile ed esperibile la pluralità e la diversità. Sì, certo, il long playing non esiste quasi più, sostituito dal compact disc. E questo a sua volta sta per essere del tutto sostituito dall’mp3. E poi altro arriverà. Ma questi sono meri cambiamenti tecnici, come l’aver trovato il modo di attaccare un motore a un carro e trasformarlo in automobile (car come char, eredità di cui ci resta il carro attrezzi, il paracarro, ecc.): mentre la pluralità di esperienze è salvaguardata. Inclusa quella, volendo, di guidare un carro trainato da cavalli e di ascoltare un lp.

L’ultima invenzione è quella che ci consente di leggere i libri in formato elettronico, ma in maniera portatile, proprio come un libro: Kindle, collegata ad Amazon, e l’Ipad. Ci sono arrivato da poco. E certo è esperienza diversa, non tattile, con l’oggetto libro. Ma se rinuncio a qualche romanticismo, comunque con un Kindle del costo di 100 euro, che oggi con un ingombro minimo è in grado di stoccare 2500 libri, scopro che con 4-500 euro sarei in grado di contenere in pochi decimetri quadri la mia intera biblioteca, risparmiando un locale delle dimensioni di un fienile e i costi di librerie e rafforzamento dei tramezzi. E comunque non ne butterò via uno, dei miei vecchi libri, e continuo a comprare anche cartaceo. Ma oltre tutto so che ogni mia sottolineatura elettronica, a differenza della amata e indispensabile matita, è in grado di registrare e mantenere in memoria tutte le mie sottolineature e i miei commenti. Questo non fa di me un sapiente, se questo sapere non è memorizzato e introiettato, e per così dire ruminato a lungo dentro di me. Ma un utilizzatore più leggero e felice, e sicuramente più comodo, forse sì. Non è farsi prendere da entusiasmo ingenuo per la tecnologia, e nemmeno fare pubblicità subliminale, volerlo sottolineare: sottolineando anche gli elementi di diffusione e di democraticizzazione del sapere che queste tecnologie incorporano. Oltre tutto, sostituendo con status symbol da poco prezzo quello status symbol da ricchi che sono spesso le grandi biblioteche private, che l’invitato vedendole fa “oh” per lo stupore. E oltre tutto non sempre letti: ricordo ancora con umorismo la visita alla casa di un arricchito amico di famiglia, appena sistemata dall’architetto, con intere collane Einaudi ancora incellophanate nelle librerie intonse…

Il discorso sulle librerie mi richiama a un gusto tipico del lettore colto di libri: quello della citazione. Che oggi con i nuovi media si rinnova con un quid di snobismo in meno. La citazione che mi sovviene è la seguente, di Marguerite Yourcenar: “Il vero luogo natio è quello dove per la prima volta si è posato uno sguardo consapevole su se stessi: la mia prima patria sono stati i libri”. Oggi contano ancora, ma ci sono anche altri luoghi natii fuori da sé, dati da altri media. Che possono aiutarci, anch’essi, a uscire fuori dai particolarismi, dai nazionalismi chiusi, dai localismi claustrofobici. Perché questo dovrebbe fare la conoscenza. E così dovrebbe essere per le persone, con esse, attraverso di esse. E questo probabilmente dovrebbe essere l’università. Un luogo dove si fanno esperienze e si costruiscono relazioni tra persone, tra pensieri, tra cose, e tra le une e le altre e le altre ancora: non solo, in maniera disincarnata, tra concetti. Perché questo significa sentire le cose intensamente, profondamente. Conoscere vuol dire avere un contatto immediato, diretto. L’università, il luogo dove si formano i processi di conoscenza più ancora che dove si trasmettono le conoscenze (che spesso nascono al di fuori di esse) dovrebbe essere un luogo così: un universo di contatti, stimoli, di relazioni im-mediate, cioè non mediate. Che aiuti a farsi le giuste domande. Perché, come ricordava Canetti, “l’ignoranza non deve impoverirsi con il sapere”, e quindi bisognerebbe essere capaci, per ogni risposta, di farsi almeno due nuove domande. Come in una nota storiella ebraica: un gentile domanda a un ebreo perché gli ebrei hanno l’abitudine di rispondere a una domanda sempre con un’altra domanda; e l’ebreo risponde: “e perché no?”. La conoscenza è il luogo delle domande e delle risposte che aprono a nuove domande. E questo nei rapporti tra i compagni così come con i libri o con i docenti e con chiunque ci sia o ci possa essere di riferimento, magari anche di guida.

Bisogna assaggiare il mondo, non solo leggerlo. Sapere deriva da sàpere: che ha sapore. Il sapere vero dunque non si legge e non si studia: lo si incontra, lo si tocca con mano, ci si discute insieme, ci si nutre di esso, ce ne si innamora, magari. Si provano, con esso, e-mozioni: che fanno muovere, appunto – uscire da sé e dal proprio mondo per entrare in un mondo più grande e più intenso.

Non vogliamo, con queste note sparse – frammenti, ancora una volta – convincere nessuno. “Accontentiamoci di far riflettere, senza tentare di convincere” (Georges Braque). Invitiamo semplicemente a non compiangere precocemente la scomparsa del leggere come noi l’abbiamo conosciuto. Ci sono altri modi di leggere il libro del mondo. Che possono aiutarci, oltre tutto, a leggere meglio i libri sul mondo.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Sociologia della lettura, in “Servitium”, n. 193, gennaio-febbraio 2011, pp.47-53

Post scriptum. Per scrivere questo articolo non ho consultato, letto o riletto alcun libro. Ho ragionato, mi sono basato sulla mia memoria e le mie considerazioni. Ma ho consultato internet, via Google. Non per bisogno, ma per curiosità, per vedere se trovavo stimoli interessanti. Non ne ho trovati. Ma ho letto qualcosa in rete: poco, e in maniera frammentaria, trasversale, veloce. In ogni caso, adesso ne so di più.

In Italia la famiglia è aiutata soltanto a parole

In questo paese la famiglia non è una risorsa, e nemmeno un problema: è una retorica. Ci si fanno family day e conferenze programmatiche: e, concretamente, la si uccide. Non c’è paese dove se ne parli così tanto, e dove si faccia così poco per essa.

E’ il caso allora di ribadire qualche dato fondamentale. Questo paese sta vivendo una transizione demografica epocale, che ne fa quello con la minor natalità al mondo! Possibile che non si capisca che è una priorità politica dalle conseguenze devastanti? L’invecchiamento della popolazione fa sì che le persone che vivono più a lungo chiedano più risorse, di sanità e di cura, e ricevano pensioni sempre più a lungo. Mentre i giovani sanno già oggi che non avranno mai quanto ai loro genitori è stato garantito, e che loro devono mantenere: perché ci saranno sempre più pensionati rispetto ai lavoratori. Un’altra conseguenza del calo demografico, è che, piaccia o meno, occorre più immigrazione per tenere in piedi il sistema. Ma anche l’immigrazione e l’integrazione hanno dei costi sociali, per non parlare delle trasformazioni culturali e di lungo termine che producono: una società che si pone questi problemi dovrebbe fare infinitamente di più per le famiglie e la natalità.

Al di là dei dati economici e demografici, le famiglie sono una rete di relazione, di solidarietà, che rende meno soli, meno alienati, che produce gratis controllo sociale (senza telecamere e pattuglie di polizia), che fornisce gratis modelli educativi (al di là e con più forza della scuola e delle stesse religioni che la difendono), che produce quotidianamente e gratis sostegno ai più deboli (in una società che li ha dimenticati e non se ne occupa), che insegna senza nemmeno accorgersene e perché costretta dalle risorse limitate solidarietà e condivisione (è il significato della parola fraternità, che non a caso si sta dimenticando, in una società di figli unici). E’ una risorsa concreta e un modo di pensare il mondo, quindi, che si va perdendo se non lo si sostiene. E le cui conseguenze sono devastanti per la società nel suo complesso: che diventa più chiusa, più egoista, meno solidale, più impaurita, meno capace di guardare al futuro e quindi di inventare, di creare, di investire energia (non lo si fa, se la società è più vecchia e ha più passato da rimpiangere che futuro da sperare).

Ecco perché bisogna far diventare la famiglia una priorità. Detassando, defiscalizzando famiglie e figli, e investendo in welfare: asili, risorse sociali, assistenza per i più deboli e i non autosufficienti. La destra deve quindi uscire dal predicare bene e razzolare male (il taglio delle risorse ai comuni si sta scaricando interamente sulle famiglie e i soggetti deboli) e dalla retorica familista priva di conseguenze, su cui tanta responsabilità ha anche il mondo cattolico: riconoscendo laicamente che esistono oggi modelli familiari al plurale, che includono famiglie monogenitoriali, separate, divorziate, ricomposte, di fatto – e sostenendoli tutti. La sinistra deve uscire dalla subalternità alle logiche marginali: per cui si sostengono giustamente i diritti di gruppi minoritari (coppie di fatto e omosessuali, ad esempio), ma assurdamente in contrapposizione ai diritti della grande maggioranza di famiglie oggi tragicamente in difficoltà.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), In Italia la famiglia è aiutata soltanto a parole, in “Il Mattino”, 29 novembre 2010, p. 5 (anche “La Nuova di Venezia”, pp. 1-5, “La Tribuna di Treviso”, pp. 1-5)

Ora di religione e uguaglianza fra i cittadini (con epistolario)

La sentenza del Tribunale di Padova che ha condannato il Ministero dell’Istruzione e la scuola elementare Zanibon a risarcire un’alunna obbligata, in mancanza di corsi alternativi, a frequentare l’ora di religione nonostante avesse chiesto l’esenzione, pone un problema molto serio, frutto di un’anomalia tutta italiana: il fatto che l’insegnamento religioso sia confessionale, e quindi facoltativo, ma parificato, seppure in maniera contorta, alle altre materie.

Altri paesi finanziano l’insegnamento religioso confessionale: ma anche delle minoranze, non solo della confessione maggioritaria. Altri ancora forniscono un insegnamento religioso unico, obbligatorio o opzionale: ma, come per le altre materie, si fanno carico di deciderne i contenuti e di selezionarne i docenti. Da noi invece un obbrobrio legislativo fa sì che lo Stato si assuma l’onere di un insegnamento confessionale, che tuttavia è facoltativo (non potendosi obbligare i cittadini di altra o nessuna confessione religiosa a frequentarlo, anche se nei fatti non sono a disposizione opzioni alternative), lasciando il controllo sugli insegnanti alla Chiesa (che può nominarli e revocarli, anche per motivi che nulla hanno a che fare con il contenuto e le modalità dell’insegnamento, ad esempio per il fatto di essere divorziati), compiendo una evidente discriminazione nei confronti dei suoi cittadini non cattolici.

Da tempo anche in Italia si va manifestando una corrente di opinione che, tenendo conto dei cambiamenti avvenuti nella società (una sempre minore percentuale di cattolici, un sempre maggiore pluralismo religioso, e una progressiva equiparazione dei diritti di tutti), propone non più l’ora di religione cattolica, ma l’ora delle religioni, con programmi costruiti anche in collaborazione con le confessioni religiose (a cominciare da quella cattolica), ma con curricula uguali per tutti, e la selezione degli insegnanti sulla base di concorsi attitudinali, come per qualsiasi altra materia. Questo consentirebbe di dare dignità vera a un insegnamento che ora è già nelle cose di serie B, favorendo una alfabetizzazione religiosa degli italiani che è a livelli drammaticamente bassi, e rispettando le convinzioni di tutti.

I punti di partenza su cui riflettere sono due: uno di efficacia (l’ignoranza religiosa degli italiani) e l’altro di principio (la progressiva maggiore presenza di minoranze religiose e l’uguaglianza dei cittadini).

Il primo punto è testimoniato anche da periodiche inchieste interne al mondo cattolico: Famiglia Cristiana ha rilevato che solo il 7% degli italiani ha letto i quattro vangeli, il che pone un problema sull’utilità persino dell’insegnamento confessionale (dal punto di vista cattolico, se non si insegnano i vangeli, cosa si insegna?). Ma è senso comune constatare che l’ignoranza dei fondamentali biblici rende di fatto incomprensibile ai più, tra le altre cose, il significato di gran parte del nostro patrimonio culturale: dalle chiese ai musei, dalla letteratura ai proverbi.

Il secondo punto è figlio dei tempi. Oggi sempre più italiani si dichiarano di diversa confessione religiosa (almeno 1 milione e 300 mila) o di nessuna (i praticanti cattolici sono tra un quarto e un terzo della popolazione), e gli immigrati ci hanno portato nuove confessioni religiose (non meno di 3 milioni di stranieri non cattolici). Il che significa che anche l’Italia è diventata un paese religiosamente plurale. Su questo, che è un cambiamento epocale, la riflessione intellettuale è in ritardo, anche perché polarizzata non tra laici e credenti, ma tra clericali e giacobini, sanfedisti e atei militanti. E quella politica mostra una costante propensione bipartisan del ceto politico a tenersi buona la Chiesa non per convinzione ma per interesse: ciò che fa sì che nel nostro Parlamento il tasso di clericalismo sia inversamente proporzionale alla fede – un elemento di scambio, non una coerente riflessione sui princìpi, giuridici e religiosi.

Non stupisce che, anche in questo campo, spetti alla magistratura un ruolo di supplenza, in coerenza con numerosi pronunciamenti della corte costituzionale, basati sull’uguaglianza e la pari dignità dei cittadini.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Ora di religione e uguaglianza fra i cittadini (con epistolario), in “Il Mattino”, 11 agosto 2010, pp. 1-7 (anche la nuova di venezia)

Scambio di opinioni con un pastore protestante:

Ora di religione o ora dei problemi?

Bene ha fatto il prof. Allievi a sollevare nuovamente la questione dell’ora di religione a seguito della sentenza del Tribunale di Padova. L'”obbrobrio legislatrivo” esistente esigerebbe grande attenzione per chiunque vorrebbe una società pluralista. La scuola si vuole fare carico di un problema più grande di lei.

Sarebbe forse il caso di allargare la riflessione ad altri aspetti e ad altre componenti delle società. Le perplessità da parte protestante sono ovvie. Un’ora delle religioni sarebbe veramente una soluzione? E’ compito dello Stato curare l’alfabetizzazione in materia religiosa? Ha veramente competenze in materia religiosa? E’ in grado di gestire una pedagogia della religiosità? Non sarebbe meglio arrestarsi sulla soglia della religione per far posto alla laicità?

Sono solo alcune domande che vengono alla mente e che meriterebbero una serrata riflessione.

Pastore Pietro Bolognesi

gentile pastore,

l’ora delle religioni – declinabile in molti modi diversi – è un progetto che va avanti da anni, con la collaborazione di rappresentanti di varie confessioni protestanti, di studiosi cattolici e laici.

L’obiettivo è rimediare all’ignoranza religiosa e dare strumenti e dignità al pluralismo.

E la sua gestione è perfettamente a misura delle scuole, come in altri paesi accade.

La semplice abolizione della religione sarebbe un harakiri culturale: non darebbe spazio al pluralismo aumentando l’ignoranza.

Non credo sarebbe un gran risultato.

Delle due l’una. O crediamo che la religione abbia un senso per l’uomo, oppure no. Se pensiamo possa avercelo, anche solo culturalmente, è giusto che abbia spazio nella scuola, insieme a tante altre cose che spesso ne hanno meno.

Se pensiamo di no, la risposta è diversa. Ma allora perdono di senso molte altre cose, incluso il suo mestiere e le mie idee.

Resto del parere che dare almeno ai cittadini gli strumenti per capire il senso di un quadro esposto in un museo o di una cattedrale, in un paese come il nostro, sia una meritoria operazione culturale. E non farlo una grave responsabilità culturale, che stanno già pagando i nostri concittadini e ancor più pagheranno i nostri figli

cordialmente

Stefano Allievi

Ch.mo prof. Allievi

il suo punto di vista è molto rispettabile e l’assicuro che ce l’ho molto presente.

Lei ha d’altro lato colto il senso delle mie osservazioni.

Mi permetto di sottolineare nuovamente il fatto che, secondo me, lo stato non ha come compito quello di alfabetizzare la popolazione in campo religioso. Le ragioni sarebbero tante, ma come fa lei ad essere così sicuro che lo stato abbia le capacità di decidere cosa sia una religione? Anche con le migliori intenzioni, come farebbe a determinarne i limiti. Quale diruitto avrebbe d’escludere atei ed agnostici da una simile riflessione?

Ho l’impressione che materie come storia della filosofia, dell’arte, dell’architettura, ecc. sarebbero più che sufficienti per dare il senso della cultura preesistente e ad interpretare il passato ed il presente.

Sono d’altro lato profondamente persuaso che la religione abbia un senso per l’uomo in generale. La mia stessa vita è stata trasformata da essa. Penso però con uguale convinzione che debbano essere le chiese stesse a confrontarsi con le loro offerte religiose nella grande agorà del mondo piuttosto che delegare allo stato un compito per il quale non ha strumenti adeguati. La delega allo stato è semplicemente un segno d’impotenza della società civile per cui si finirrà per fare grande fatica ad andare al di là di qualche forma di relativismo.

Ma l’ignoranza religiosa non è anche frutto di una società che ha l’IRC? Perché non osare pensare in maniera più radicale? Non sarebbe megliio rafforzare la declinazione del pluralismo in ambito mediatico?

Capisco che le nostre idee non collimano, ma la ringrazio per aver prestato attenzione al mio punto di vista. E chissà che un giorno non ci si possa confrontare più diffusamente su queste questioni.

Cordialmente

Pietro Bolognesi

gentile pastore,

capisco e conosco le sue obiezioni.

Non continuerò a lungo la discussione, ma mi permetto di rilevare due contraddizioni (servono anche a me per ragionare, ed è questo il senso della discussione).

Certo, l’IRC è fatta male e contraddittoria in sé: uno strumento di potere, ma anche gestito con senso di inferiorità (non parificazione, non validità del giudizio all’esame di maturità, ecc.), perchè si ha la coda di paglia. e quindi è lo strumento sbagliato.

Ma se l’alternativa fosse ‘niente’, sarebbe peggio: i ragazzi non avrebbero alcun confronto con la questione ‘religione’ nel mondo della scuola. Alcuni ce l’hanno poi altrove (ma molti altri no): ma è come dir loro “a scuola si fanno le cose importanti, ma la religione non è considerata tra queste”. Il messaggio è questo. Per questo e altri motivi, piuttosto che niente io stesso, ai miei figli (uno alle medie, uno alle superiori), suggerisco di fare l’IRC: almeno hanno qualcosa con cui confrontarsi, anche criticamente (conoscono le obiezioni del padre, e hanno le loro). Del resto è quello che fanno molti genitori musulmani che conosco, ad esempio.

Limitarsi a dire: “meglio niente (che l’IRC)” ha un po’ il sapore della rivalsa del piccolo che toglie qualcosa al grande. Comprensibile dal punto di vista di una minoranza: in nome di un principio giusto, si applica una modalità che non è la migliore. Qualcuno ci perderebbe, ma la società ci guadagnerebbe?

Le due contraddizioni sono le seguenti:

a) lei chiede più spazio nei media (quelli pubblici, immagino: gli altri perchè dovrebbero se il prodotto non vende? E infatti da nessuna parte esiste, se non con i propri canali, come le tv evangeliche, che vendono il proprio prodotto). A me sembra legittimo: ma in nome di che differenzia il pubblico mediatico e il pubblico scolastico? Se la richiesta ha senso in un ambito, ha senso anche nell’altro. Oppure non ha senso in nessuno;

b) lei cita materie come storia della filosofia, dell’arte, dell’architettura. E’ anche consapevole che in tutte queste materie (come anche in lettere, in storia, in musica, in scienze politiche, in diritto, in medicina…) è possibile laurearsi senza aver fatto mai un esame di simbologia, di storia delle religioni, di arte sacra, ecc.? E quindi senza sapere un’acca di tutto ciò? Insegnando architettura senza nemmeno sapere perché una chiesa è orientata, o la simbologia dell’altare, o il perchè delle cattedrali o dei templi di altre religioni? O arte senza capire un’icona russa o sapere cos’è una deposizione o un’ascensione (tanto vale non entrare in un museo, allora)? O musica senza capire la spiritualità di Bach? O filosofia senza confrontarsi con san Tommaso, o il modernismo, o con il senso stesso dell’ateismo filosofico (le ricordo che in Italia non esistono insegnamenti teologici nelle università laiche: per larga parte per responsabilità della chiesa cattolica, ma ci si è accomodato benissimo il laicismo, e non per caso)? E non capire la simbologia di Dante? O affrontare il senso della morte per un medico? O il perchè del significato dell’idea del potere temporale del Papa o di Calvino? ecc.?

Ha ragione a dire che bisognerebbe affrontare questi temi nelle rispettive materie. Ma siccome non si fa credo che affrontarli sul serio sia molto più nel novero dell’utopia che non dare un’alfabetizzazione di base religiosa alle persone. Tanto più doverosa oggi che le religioni si confrontano continuamente, e se ne discute continuamente, dai banchi di scuola ai media alla politica, per cui la mancanza di un’alfabetizzazione minimale sul pluralismo religioso (così come di un minimo di conoscenza della storia di altri continenti) rende più difficile il semplice vivere insieme.

cordialmente

Stefano Allievi

Le vie del multiculturalismo. Non è rispetto, è un gesto miope

Il multiculturalismo – il rispetto per l’altro e l’invenzione di modalità di convivenza tra culture diverse – si può fare in molti modi. Ma non per sottrazione. Si può fare per addizione: aggiungendo conoscenze, simboli, momenti e luoghi di incontro, prodotti e consumi diversi. Si può, ancor meglio, procedere per interpenetrazione: facendo lo sforzo di pensare modalità diverse di incontro e di confronto (è del resto quanto accade nella vita quotidiana, quando incontriamo persone di altri mondi e le frequentiamo). Quello che non ha nessun senso fare è procedere per sottrazione: negando la propria cultura, o nascondendone i simboli (che oltretutto, in questo caso, finiscono per risaltare ancora di più, come accade quando togliamo un crocifisso da una parete dove è rimasto a lungo, magari impercepito, rendendolo paradossalmente più visibile).

Il mondo della scuola, con la sua forte presenza di immigrati di culture, lingue e religioni diverse, è in questo ambito un laboratorio d’eccezione. Ma proprio per questo, dato che si procede per tentativi ed errori, spesso in assenza di una preparazione adeguata, è anche il luogo dove più spesso si fanno passi falsi grossolani, magari in buona fede e con ottime intenzioni: che però, come noto, lastricano le vie della perdizione, o semplicemente del perdersi.

Esiste infatti un multiculturalismo improvvisato, che è speculare all’identitarismo grossolano e altrettanto privo di riflessione di chi poi grida al tradimento culturale, e a cui offre imperdibili occasioni di manifestarsi. E’ interessante che di questo multiculturalismo non siano di solito responsabili gli immigrati, o come spesso si finisce per credere i musulmani, ma insegnanti di ampie e democratiche idee, ma di troppo astratte vedute: non è cioè un conflitto tra noi e loro, ma tra di noi a proposito di loro, che ne sono più le pedine e le vittime che non gli attori. Alcuni esempi, presi dal vero. L’insegnante che toglie il crocifisso dal muro perché ci sono in classe dei bambini stranieri. Quello che nella canzone da imparare a Natale sostituisce ‘Gesù’ con ‘virtù’ per timore di offendere qualcuno, o che dice al bimbo musulmano di non partecipare alla recita perché rappresenta la Natività (e lui che sarebbe ben contento di fare anche la parte di Gesù, del resto un venerato profeta dell’islam, pur di partecipare, ci rimane male…). La direttrice didattica che decide che non si fa più il presepe a Natale, ma solo l’albero, che è meno ‘compromissorio’. La commissione didattica che si oppone alla conferenza su temi o da parte di responsabili religiosi. E via elencando, di sciocchezza in sciocchezza.

Il caso delle insegnanti che portano via i bambini dal cortile della scuola di Monfalcone dove si sta commemorando una amata collega deceduta, in memoria della quale è stato piantato un ulivo, per evitare che partecipino a una benedizione, sembra rientrare in questa casistica. L’immigrato sa di venire in un paese e in un territorio che non è vuoto e privo di riferimenti culturali e religiosi. Esattamente come noi, quando andiamo in India, o in Marocco. E non si stupisce della presenza di simboli e cerimonie religiose. Semmai, si stupirebbe del contrario. E’ dunque miope e fuorviante concentrare l’attenzione su questi aspetti, e negarne la fruizione a tutti a causa della presenza di qualcuno che non vi si identifica. Esattamente come sarebbe insensato togliere la carne dal menu della scuola per la presenza di un hindu che non mangia quella di mucca, o un ebreo o un musulmano che non mangiano il maiale. Ci sono altre strade che si possono percorrere, ed altre accortezze, sagge e a basso impatto ambientale per così dire, che si possono avere: e che rispettano tutti senza rischiare di danneggiare qualcuno.

Oltre tutto oggi si tratta di temi sensibili, che male affrontati finiscono per dare argomenti e visibilità precisamente a chi invece è cieco ad ogni diversità, e intollerante alla medesima. E che su questi temi si schiera, e li strumentalizza, non perché abbia a cuore la completezza della formazione degli alunni, di tutti gli alunni, ma semplicemente perché non ha a cuore per nulla la presenza stessa di alunni di culture e religioni diverse, e non vuole ragionare intorno ad essa. E così, tra una strumentalizzazione e l’altra, si dimentica il senso stesso di ciò di cui si sta parlando. Come in una memorabile definizione di fanatismo: raddoppiare gli sforzi quando si è dimenticato lo scopo.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Le vie del multiculturalismo. Non è rispetto, è un gesto miope, in “Il Piccolo”, 1 aprile 2010, pp. 1 (anche Messaggero veneto)

Nell’Italia corrotta. La voce debole dell’impresa

Gli scandali che settimanalmente vengono alla luce (ieri gli appalti del G8, oggi l’operazione Carosello, domani vedremo) mettono in evidenza un fenomeno antico: l’intreccio perverso tra politica e affari, magari con l’intervento della criminalità organizzata, coinvolta in entrambi. Ma poi la curiosità pubblica finisce sempre per concentrarsi sulla politica, lasciando in ombra l’altro grande malato: gli affari e i malaffari.

Lo scambio è evidente. Gli imprenditori contrattano con il politico di turno la propria fetta di risorse pubbliche, in cambio di favori in denaro o in natura: una dazione in contanti, una escort per i momenti di relax, l’assunzione di un figlio, un finanziamento (e, quando entra in campo la criminalità organizzata, un pacchetto di voti) per la prossima campagna elettorale. Il quadro è moralmente desolante, e il meccanismo inevitabilmente distruttivo di fiducia e di risorse. Ma Tangentopoli ci ha insegnato, e gli scandali di oggi ci confermano, che dove c’è corruzione c’è concussione: che se spesso è il politico che sollecita una mazzetta in cambio di un appalto pilotato, altrettanto spesso è l’imprenditore che chiede al politico di garantirgli una commessa, di cambiare un piano regolatore, di legiferare su un incentivo, di truccare un concorso, di concedere una consulenza – e questo anche a livello micro, di piccolo paese, non solo nazionale; di assessore, non solo di ministro.

E così il male dilaga. Da un lato il politico ha bisogno di complicità interne, tra i funzionari che fanno le regole e tra quelli che le truccano, tra chi omette controlli e chi, pur sapendo, chiude entrambi gli occhi per non vedere e non perdere il posto, o fare carriera più velocemente. Dall’altro l’imprenditore ha bisogno anch’egli di molte collaborazioni, a tutti i livelli: se per precostituirsi il capitale per un finanziamento illecito deve operare creativamente sui bilanci, con l’aiuto di impiegati e commercialisti, per trasportate un carico inquinato o non autorizzabile in una discarica le complicità arrivano spesso fino agli operai che caricano il materiale, all’autista che lo trasporta, e all’impiegato che non controlla. E si forma così una lunga filiera di illegalità diffusa e di collusioni che coinvolge parti significative della società: non minore nel privato di quella, doverosamente più scandalosa perché si tratta di risorse e posizioni pubbliche, sul lato della politica.

Chi ne fa le spese, l’abbiamo visto, è il mercato – che mai si presenta come viene insegnato nelle facoltà di economia –, il principio di libera concorrenza, la ricchezza collettiva, il bene comune, la fiducia come garanzia e bene anche economico, l’onestà stessa come principio condiviso e praticabile. E, quindi, quella grande parte di imprenditoria pulita, corretta, non assistita, che cerca faticosamente di conquistare fette di mercato e mantenere le proprie posizioni puntando sulla qualità e l’innovazione, non sul mercimonio e sulla truffa; sulla trasparenza e l’eguaglianza delle possibilità, non sull’opacità e le relazioni con gli amici degli amici.

Perché allora lo scandalo pubblico è quasi a senso unico, nei confronti della casta? Perché anche le organizzazioni degli imprenditori prestano così poca indignazione – e troppo poca polemica interna – verso comportamenti che pure minano le basi dei principi cui si ispirano? Forse perché troppi, grandi e piccoli, specie se rappresentativi e organizzati, e quindi più intrecciati alla politica, hanno guadagnato qualcosa da questo sistema, e hanno qualcosa da perdere se cambiasse. Ma anche perché la politica, nonostante la sua protervia e i suoi privilegi, è l’anello più debole, non quello più forte (anche, incidentalmente, nel controllo dei media). Non a caso, persa nel proprio stesso discredito, la politica cerca sempre più spesso la figura salvifica dell’imprenditore per risolvere i suoi problemi. E l’imprenditoria ne approfitta per entrare direttamente nel gioco politico e orientarlo: ma non sempre nel senso dell’interesse collettivo. Più spesso, troppo spesso, per garantirsi rendite di posizione all’interno dei meccanismi dati, anziché per cercare di rovesciarli.

Ma il prezzo di questo immobilismo lo paga il paese, attori economici onesti in primo luogo. E se non saranno loro a levare alta la propria voce, superando interessi e connivenze (come è cominciato ad accadere, ad esempio, nella lotta alla mafia, altro grande distruttore di ricchezza, di fiducia e di imprenditoria onesta), difficilmente riusciranno a farlo altri attori con meno potere, a cominciare dagli elettori.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Nell’Italia corrotta. La voce debole dell’impresa, in “Il Piccolo”, 2 marzo 2010, p. 1

ANCHE

Allievi S. (2010), Imprenditori, ribellione alla politica, in “Il Mattino”, 18 marzo 2010, p. 1-5 (anche la Tribuna di Treviso)

I veri nemici dell’occidente

La campagna anti-immigrati che in questo paese si va conducendo va esaminata ormai per quello che è, o che qualcuno l’ha fatta diventare: un’ossessione ideologica e una paranoia sociale. Solo questo può spiegare che si sia potuto pensare di non inserire l’immigrazione clandestina (reato minore, punito con un’ammenda) nella legge sulla ‘prescrizione breve’, insieme ad altri reati gravissimi legati alla mafia e al terrorismo, mentre sono inclusi i reati dei colletti bianchi – o, detto in altro modo, delle classi dirigenti.

Di questa campagna sono ben distinguibili due livelli, che vanno nella medesima direzione: uno legislativo a livello nazionale, e uno politico a livello locale.

A livello nazionale, l’ultimo clamoroso esempio non è figlio di un’esigenza pratica, ma appunto di una lucida follia ideologica. Figlia a sua volta di una sciagurata semina politica e intellettuale, che dalla Lega alla Fallaci, ma contagiando anche altre forze politiche e mezzo mondo dell’informazione, ha fatto dell’immigrato un bersaglio in sé – non per quello che fa, ma per quello che è. Si colpisce una condizione, non un reato. Ormai, per ascoltare parole pacate sull’immigrazione bisogna rivolgersi a questori, prefetti e carabinieri: cioè ai professionisti incaricati di mantenere l’ordine sociale. Mentre il maccartismo etnico-razziale di chi agita il tema dell’ordine, anziché agire per portare un po’ d’ordine, finirà per produrre gravi disordini sociali futuri, oltre ad avere conseguenze devastanti sulla vita di decine di migliaia di persone – ciò che interessa poco, visto che non votano.

A livello locale questa campagna, che ha le sue punte nel Nord e in particolare in alcune realtà del Veneto e della Lombardia (due regioni abituate a farsi vanto della propria superiorità culturale), è fatta di ordinanze comunali e delibere: che vanno dalla negazione dei diritti di libertà religiosa per alcuni – i musulmani, e solo loro – a un variegato assortimento di decisioni riguardo alla scuola, agli asili, al sostegno per portatori di handicap e non autosufficienti, ai bonus bebé e ai buoni libro, che prevedono una precedenza per i residenti da un certo numero di anni, o direttamente l’esclusione dei non cittadini. A queste si aggiungono provvedimenti volutamente vessatori che sono una brutta copia dei provvedimenti sulla mendicità medievali, arrivando a multare persino chi la carità la fa, oltre che chi la chiede per strada. E si va avanti così, tra sindaci che, come a Cittadella, subordinano l’apertura di una partita iva o la concessione della residenza all’attestazione di mezzi sufficienti e di una casa adeguata (che, se fosse praticata sugli autoctoni, li costringerebbe ad espellere molti propri concittadini), ad assessori che, come a Campodarsego, vanno di persona a bussare alle porte degli appartamenti di immigrati, in casarecci safari contro i clandestini, fino ai benemeriti amministratori di Coccaglio che hanno avuto il buon gusto di chiamare una operazione anti-clandestini, che colpirà soprattutto i regolari che hanno perso il lavoro a seguito della crisi, togliendo loro immediatamente la residenza, con il nome di “White Christmas”. Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno; o forse, peggio, perché lo sanno…

E’ attraverso politiche di questo genere che la barbarie giuridica, e prima ancora umana, avanza e si fa strada nelle convinzioni e nelle coscienze della gente, oltre tutto con la scusa di agire in nome della collettività, e quindi del bene comune. Senza capire che così si uccide quel principio universalistico che è la base stessa della civiltà giuridica occidentale.

Diciamolo chiaro: se l’occidente è giuridicamente superiore ad altre realtà, come ripetono volentieri coloro che queste campagne promuovono, è precisamente perché ha imparato che la legge è uguale per tutti, e non discrimina per etnia, colore della pelle e religione. È quindi chi lavora per affossare questi principi che è contro l’occidente e suo nemico. Ed è quindi ora di cominciare a combattere i barbari che abbiamo in casa, non solo quelli che vengono da fuori. Sono loro che stanno facendo di questo paese, culla della civiltà e patria del diritto romano, un’eccezione europea.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), I veri nemici dell’occidente, in “Popoli”, n. 1, gennaio 2010, p. 31

Il morire tra ragione e fede (intervento)

Il morire tra ragione e fede (intervento)

STEFANO ALLIEVI: Due domande: una per Scola e una per Severino.

Viviamo in una società in cui la morte è ancora, fortemente, un tabù: l’ultimo, probabilmente, anche se meno che nei rampanti decenni passati.

Una civiltà votata all’estetica e al giovanilismo, ha relegato a lungo la morte alla stregua della pornografia, dell’osceno: tanto che si evita che i bambini abbiano commercio con essa, vedano i morti e ne parlino.

La società tutta, ipocritamente, evita di nominare e la morte e il cadavere, con una lunga serie di eufemismi, spesso anche ridicoli.

La convenzione sociale vuole che non se ne parli, che non la si nomini nemmeno, che venga almeno avvolta nella cortina fumogena di irritanti metafore (dal greco metá e phérein, lett. ‘portare oltre’), che anziché dire meglio e in altro modo, semplicemente nascondono la realtà, illudendosi in questo modo di cancellarla, di negarla. Una prassi, questa della negazione – della malattia, oltre che della morte -, che è di tutta la società; e che si traduce in una preoccupazione particolarmente visibile nel linguaggio usato per cercare di non dirla, di non nominarla: dalla comunicazione giornalistica (nessuno muore mai di cancro, ma sempre ‘dopo lunga malattia’) ai tecnicismi del gergo medico-ospedaliero, fino alla ipocrita delicatezza del linguaggio quotidiano (nessuno è mai morto: al massimo, è ‘mancato’, quasi si fosse perso…) e al linguaggio pudico della pubblicità delle agenzie di pompe funebri (per le quali la morte è diventata un insapore ‘transito’ o un ‘decesso’, i parenti ‘dolenti’, la tomba una sepoltura, il funerale le esequie, la bara il feretro, il corpo ormai cadavere la salma, le spoglie o, peggio, i resti, ecc.).

Eppure, vi sono dei momenti di resipiscenza, di sussulto, di emersione e persino di esplosione della morte. In alcune subculture (dark, metal, punk, ma anche fumetti popolari come Dylan Dog, i programmi tipo Real tv…). O la morte degli olympiens, dei divi. O nelle notizie da telegiornale, dove spesso si è “sostituito lo spettacolo al rito”, come ha scritto l’antropologo Louis-Vincent Thomas.

Uno di questi momenti, il più significativo, è precisamente il dibattito bioetico sul fine vita. E’ singolare notare che una società analgesica, abituata ad evitare accuratamente il dolore e la morte, sia poi capace di discussioni piene di furore ideologico, più di schieramento che di contenuto, su ciò che alla morte ci avvicina, su ciò che la morte è, sui confini della vita.

Discussioni intense, come abbiamo visto intorno al caso Englaro, viscerali: che fanno emergere partiti contrapposti l’un contro l’altro armati. E che dividono, a stare ai sondaggi, gli stessi uomini e donne che sono presunti appartenere ad essi: come è emerso con chiarezza, quasi la metà dei cattolici non si sentiva rappresentato dalle posizioni, spesso terribilmente prive di pietas, di alcuni suoi pastori, o del giornale della Cei. E i laici hanno mostrato di essere a loro volta divisi, sia nel centro-destra che nel centro-sinistra. Segno, probabilmente, di una maturità maggiore rispetto ai loro rappresentanti, così accecati dalle certezze.

La domanda, a questo proposito, è la seguente. La pronunciamo attraverso una citazione di Junger, che si riferiva al suicidio, ma che ben si può applicare ad alcune pratiche medicalizzate. Diceva Junger che “il suicidio è un indizio del fatto che esistono cose peggiori della morte”. La volontà di morire di alcuni (pensiamo al caso Welby, che tanto ha colpito il mondo anche credente, ancora una volta anche per la singolare mancanza di pietas di taluni solerti pastori), la determinazione dei parenti senzienti di altri (e qui torniamo al caso Englaro, che ha segnato un turning point, un punto di non ritorno, una svolta irrimediabile, nel corso della quale troppe soglie sono state oltrepassate), ci dice la stessa cosa.

Siamo pronti ad ammettere che, anche per la coscienza credente, sia possibile ipotizzare che ci possono essere cose peggiori della morte? Tanto più per il credente che, dopo tutto, della morte non dovrebbe avere poi così paura?

Dobbiamo invece all’etica laica e alla medicina occidentale l’aver dimenticato l’umanità del morente. Non a caso, quando non c’è più niente da fare, spesso il medico sparisce, lasciando il lavoro sporco agli infermieri e alle infermiere. Per il medico “La morte è un giallo in cui bisogna trovare il colpevole”. Ma al malato spesso interessa più il ‘senso’ della sua morte che la sua ‘causa’, più o meno oggettiva od oggettivabile.

La morte ‘ospedalizzata’ diventa anche morte spersonalizzata, perché l’istituzione ospedaliera “si fa carico non dell’individuo, ma del suo male” (M. de Certeau). Come già notava Rilke, nei suoi Quaderni di Malte Laurids Brigge, “ora si muore in 559 letti. In serie, naturalmente. Con una produzione così enorme ogni singola morte non è proprio ben eseguita, ma non importa (…) Oggi chi dà ancora valore a una morte ben fatta?”. Del resto si tratta di un problema più generale legato all’istituzione ospedaliera. Come ha notato Elizabeth Kübler-Ross, il sovraccarico di lavoro burocratico e tecnico rischia di far sì che, anche per il personale infermieristico, “in questo sistema sempre più elaborato, il malato può diventare meno importante dei suoi elettroliti”.

“La funzione della malattia è oggi di nascondere la morte” (Jean-Didier Urbain), di tacerla o di travestirla. Concentrato sulla malattia, su come combatterla, il medico distoglie lo sguardo dal suo esito, nel lungo termine, inevitabile, perché è l’esito di ogni vita. Dopo tutto, per il medico esso è quasi sempre vissuto come uno scacco professionale, una sconfitta: la medicina contemporanea si concepisce come una titanica battaglia, spesso vincente, contro la morte – non riesce ad accettare, quindi, di perdere.

Un atteggiamento, questo, che ha finito per instillare nel grande pubblico e nel suo immaginario l’idea che la morte sia un’anomalia, la conseguenza di un malfunzionamento, al limite di un errore; e che ha finito per ritorcersi contro la stessa classe medica, oggi più che in passato confrontata con il moltiplicarsi di cause giudiziarie, per inadempienza, per errore diagnostico colposo o altro.

Un atteggiamento, inoltre, che non è estraneo alla frequente tendenza del medico ad essere presente e attivo nelle fasi di ‘lotta’, e ad eclissarsi nel momento in cui, come si dice, “non c’è più niente da fare”, e il malato, ormai morente, deve solo, per l’appunto, morire – lasciando la responsabilità di seguire questa fase cruciale al personale paramedico, al personale religioso, ai volontari, ai familiari, o, peggio, a nessuno. Un osservatore direttamente implicato, un medico, già anni fa sottolineava del resto il paradosso per cui “una delle cose più difficili della nostra arte medica è di occuparci di quelli che non hanno più bisogno di cure”.

E sarà capace invece la coscienza laica e non credente di rispettare la vita morente come è stata capace di farlo quella credente? (Penso, ad esempio, alle suore che per tanti anni hanno assistito Eluana, praticando la nobile virtù del silenzio sia prima che poi…) Diventerà capace di imparare che la vita non è soltanto “l’insieme delle funzioni che resistono alla morte”? di intraprendere una battaglia per la de-medicalizzazione e de-ospedalizzazione – e quindi de-disumanizzazione – della morte, così come si comincia a fare anche per la nascita? Capire che la qualità della morte è una parte fondamentale del recupero della qualità della vita, tendenza oggi così presente nella società?

Stefano Allievi

“Humanitas”, n.6, novembre-dicembre 2009, pp. 884-887

Processo breve e i barbari di casa nostra

Processo breve e i barbari di casa nostra

Perché l’immigrazione clandestina (reato minore, punito con un’ammenda) non è stata inserita nella legge sulla ‘prescrizione breve’, insieme ad altri reati gravissimi legati alla mafia e al terrorismo, mentre sono inclusi i reati dei colletti bianchi – o, detto in altro modo, delle classi dirigenti?

Già oggi abbiamo una giustizia a due velocità: processi per direttissima per gli immigrati e i tossicodipendenti, e processi infiniti (e quindi passibili di prescrizione, o futuri beneficiari del processo breve) per tutti gli altri. Basta guardare i dati sulle presenze nelle carceri.

Questo nuovo capitolo della lotta anti-immigrati non è figlio di un’esigenza pratica, ma di un’ossessione ideologica e di una paranoia sociale. Figlie a loro volta di una sciagurata semina politica e anche intellettuale, che dalla Lega alla Fallaci, ma capace di contagiare anche altre forze politiche e mezzo mondo dell’informazione, ha fatto dell’immigrato un bersaglio in sé – non per quello che fa, ma per quello che è. Si colpisce una condizione, non un reato. Ormai, per ascoltare parole pacate sull’immigrazione bisogna rivolgersi a questori, prefetti e carabinieri: cioè ai professionisti incaricati di mantenere l’ordine sociale. Mentre il maccartismo etnico-razziale di chi agita il tema dell’ordine, anziché agire per portare un po’ d’ordine, è la precondizione di gravi disordini sociali futuri, oltre ad avere conseguenze devastanti sulla vita di decine di migliaia di persone – ciò che interessa poco, visto che non votano.

A livello locale questa campagna, che ha le sue punte in alcune realtà del Veneto e della Lombardia, è fatta di ordinanze comunali e delibere, che vanno dalla negazione dei diritti di libertà religiosa per alcuni – i musulmani, e solo loro – a un variegato assortimento di decisioni che prevedono una precedenza per i residenti da un certo numero di anni o l’esclusione dei non cittadini. Riguardano casa, scuola, asili, sostegno per portatori di handicap e non autosufficienti, bonus bebé; fino a provvedimenti volutamente vessatori che sono una brutta copia dei provvedimenti sulla mendicità medievali, arrivando a multare persino chi la carità la fa, oltre che chi la chiede per strada. E così, tra sindaci che subordinano l’apertura di una partita iva o la concessione della residenza all’attestazione di mezzi sufficienti e di una casa adeguata (che, se fosse applicata agli autoctoni, li costringerebbe ad espellere molti propri concittadini), ad assessori che vanno di persona a bussare alle porte degli appartamenti di immigrati, in casarecci safari contro i clandestini, la barbarie giuridica, e prima ancora umana, avanza e si fa strada, nelle convinzioni e nelle coscienze della gente. Senza capire che così si uccide quel principio universalistico che è la base stessa della civiltà giuridica occidentale.

Se l’occidente è giuridicamente superiore ad altre realtà, come dicono alcuni, è precisamente perché ha imparato che la legge è uguale per tutti, e non discrimina per etnia, colore della pelle e religione. È chi lavora per affossare questi principi che è contro l’occidente e suo nemico. E’ quindi ora di cominciare a combattere i barbari che abbiamo in casa, non solo quelli che vengono da fuori. Sono loro che stanno facendo di questo paese, culla della civiltà e patria del diritto romano, un’eccezione europea.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 25 novembre 2009, p. 1-13