Il potere e il denaro. Il rapporto tra ricchezza ed élites

Il potere e il denaro. Il rapporto tra ricchezza ed élites

IL POTERE E IL DENARO

Il rapporto tra ricchezza ed élites

Che “gli ultimi saranno i primi”, da citazione evangelica è divenuta locuzione proverbiale. Non sappiamo però quanto esprima una effettiva certezza, seppure escatologica, di chi la ripete, e quanto invece una speranza sempre più fievole e sempre meno convinta.

Riguarda il dopo, in ogni caso, il non ancora. Mentre nell’oggi, nell’ora, nella logica del mondo non è così. E dunque, poiché nonostante tutto viviamo nel mondo, anche se ci è stato insegnato a non essere del mondo, è difficile crederci. Chi sta bene, i bene-stanti appunto, chi sta sopra gli altri (ci inventiamo un provvisorio ‘soprastanti’) si gode i suoi privilegi apparentemente senza troppi scrupoli di coscienza. E i sottostanti, quando guardano ‘lassù’, vedono una facciata lucente seppure spesso vacua, fatta di esaudimento di tutti i desideri, e di uso e sperpero del denaro come mezzo per farlo. Tuttavia non è primariamente un richiamo morale quello che vorremmo fare. Se anche questo non guasta, ci sembra più urgente una riflessione fredda, agnostica, se possibile oggettiva.

L’associazione tra il potere del denaro, e ancora prima dell’oro o di ciò che nelle varie culture ha potuto farne le veci, e il potere tout court, appare intuitiva e originaria. E’ sempre stato così. Chi conta ha il potere di contare, di acquisire e di sprecare: il denaro così come gli uomini e le cose che con il denaro si può comprare. Ci sono quelli che contano; e quelli che, al massimo, possono essere solo contati e contabilizzati: degli accidenti statistici, quando va bene.

Non è una novità che chi è ricco abbia potere, e inversamente chi ha potere, per esempio politico, diventi ricco. Già Balzac diceva sarcasticamente: “Un uomo politico è un uomo che è entrato negli affari, o sta per entrarvi, o ne è uscito e vuole rientrarvi”. Le carriere della casta odierna sono lì a dimostrarlo, con dovizia di esempi.

La riflessione sul denaro è centrale soprattutto, e non può sorprendere, in economia. Dove però, abbandonati i classici, si è abbandonata anche una riflessione sui suoi fondamenti, e l’analisi è in definitiva strumentale, legata a grandezze di cui è arduo trovare la radice, l’origine: le risorse e i vincoli, il prezzo e il costo, il salario e il profitto, la produzione e il consumo, il valore e il plusvalore, e naturalmente su tutti il mercato – e in quello finanziario è ancora peggio: i titoli, l’interesse, il rendimento… Si tratta di un ‘mondo dato per scontato’, con una buona dose di artificialità e financo di fiction, le cui leggi sono date per certe ma la cui solidità è ancora meno scontata dei suoi fondamenti. E la crisi odierna ne è la prova più evidente.

Potremmo sintetizzare la voluta mancanza di riflessione sul ruolo del denaro con un noto motto di spirito: il variamente declinato pecunia non olet. Che, per la cronaca, anzi per la storia (ce la tramanda Svetonio), è la giustamente celebre risposta dell’imperatore Vespasiano al figlio Tito che gli rimproverava d’aver messo una tassa sui gabinetti. Ma se “l’argent n’a pas d’odeur”, chiosava Jaques Brel, “pas d’odeur vous monte a nez”: salta al naso lo stesso, il suo odore – a volerlo sentire.

Per una filosofia del denaro

Del denaro si può dire che il suo mistero principale è la sua stessa esistenza; questo ruolo vagamente misterioso del denaro simbolizza e ‘trasporta’, per così dire, la società stessa: “una terza istanza s’inserisce tra le due parti con la sostituzione delle transazioni in moneta al baratto: si tratta della società nel suo complesso che attribuisce al denaro un valore reale corrispondente”, come scrive Georg Simmel nella sua monumentale Filosofia del denaro, pubblicata nel 1900. Si tratta di un valore e di un ruolo che è anche marcatamente religioso: “Presso i Greci questo rapporto era originariamente sostenuto non dall’unità statale, ma dall’unità religiosa. La moneta ellenica era in origine di natura sacrale, emanazione anch’essa del ceto sacerdotale come tutti gli altri strumenti di misura universalmente validi di peso, di lunghezza e di tempo”. Quest’aura sacrale, del resto, è sostanzialmente rimasta al denaro anche oggi e, seppure per altri motivi, si spiega facilmente: il denaro è un niente in quanto a valore intrinseco (la carta su cui è stampato) che può tutto o comunque molto, e questo a prescindere da chi ce l’ha in mano – è un potere suo proprio, verrebbe da dire interiore, e verrebbe da dire anche originario se non fosse che si fonda su una convenzione che è anteriore alla sua stessa esistenza.

Simmel nota che, col passare del tempo, il denaro è sempre più slegato da un qualsiasi rapporto con un valore concreto, quale poteva essere l’oro. Il suo significato si è fatto immateriale: “Si potrebbe definire questo processo nei termini di una crescente spiritualizzazione del denaro; l’essenza dello spirito è infatti di dare alla molteplicità la forma dell’unità”.

Da mezzo il denaro diventa fine, e fine sintetico, ultimo; come sa e sperimenta chiunque lo possieda: il senso di sicurezza astratto, di potere astratto, perfino di piacere astratto, sebbene declinabile nel concreto, che dà. Non più la vertigine concreta, immortalata dalla piscina piena di banconote e monete in cui tuffarsi impersonata da Paperon de’ Paperoni, che appartiene ormai ad un’altra epoca e a un’altra fase del capitalismo. Oggi che il denaro è diventato virtuale, una grandezza letteralmente meta-fisica, si è fatto un passo ulteriore e qualitativamente decisivo, ma sempre nella medesima direzione già individuata da Simmel: “La velocità di circolazione abitua a spendere ed incassare, rende ogni singola quantità di denaro psicologicamente sempre più indifferente e priva di valore, mentre il denaro di per sé acquista sempre più importanza, dato che le transazioni monetarie toccano il singolo con molta più intensità ed estensione che non in una forma di vita meno movimentata”.

Simmel scriveva queste cose riflettendo sull’espansione dell’economia monetaria; espansione che, all’epoca, era essenzialmente quantitativa, dovuta all’aumento esponenziale della massa monetaria circolante, ma che pure di per sé produceva una modificazione qualitativa. Oggi queste parole assumono un valore fortemente potenziato alla luce del diffondersi del denaro elettronico, della moneta virtuale, dai bancomat alle carte di credito, ma passando anche per tutte quelle operazioni appena meno quotidiane come l’acquisto di azioni a termine, con denaro che non ho ma che prendo solo virtualmente in prestito: operazioni che costituiscono l’abc dell’attività bancaria e borsistica, ma che complessivamente costituiscono un edificio di dimensioni mostruose e nello stesso tempo puramente artificiale. L’invenzione di ingegnosi grovigli finanziari basati sul nulla che è all’origine della crisi attuale ha fatto il resto: titoli che garantiscono titoli che assicurano titoli che rimandano a titoli che sono una media di titoli che speculano su titoli del tutto privi di riferimento a grandezze reali, che hanno finito per essere chiamati, non a caso, ‘tossici’.

Avere come essere

Del resto, tornando al piccolo, è sufficiente vedere le modificazioni psicologiche che induce il fatto che lo stesso stipendio ci venga consegnato personalmente, concretamente, in mano, oppure venga versato direttamente in banca, e venga da noi speso mediante carta di credito e bancomat. Dietro questo fatto banale si nasconde una mutazione antropologica, che cambia il nostro rapporto con le cose oltre che con il denaro, e persino la nostra percezione e la nostra idea delle stesse. Una mutazione che, incidentalmente, produce una modificazione economica di non minore importanza: il fatto che la propensione al risparmio, nonostante l’aumentata ricchezza individuale e sociale complessiva, sia in costante diminuzione sia in Europa sia, in misura molto maggiore, negli Stati Uniti, ne è la prova.

Il denaro però, dice ancora Simmel, ha anche delle qualità di sublimazione, essendo divenuto “l’esempio più puro di strumento”. E come lo spirito, come le qualità estetiche, persino come le virtù, si accorge davvero del loro valore qualitativo, non solo di quello quantitativo solo chi ne possiede in quantità significativa, in maniera eminente. E’ in questa condizione che meglio se ne sperimenta la qualità di strumento ‘potente’ e spesso invincibile. “L’oro ha un potere proprio, incommensurabile”, ha scritto un testimone del secolo come Ernst Jünger; e, a causa di questo, sue proprie leggi.

L’antiquata e in definitiva falsa antinomia tra avere e essere, su cui hanno costruito le proprie fortune intellettuali in molti, ultimo Erich Fromm, e che Simmel non avrebbe mai accettato né condiviso, non ha più ragione …d’essere: perché l’essere dà un senso all’avere, e nello stesso tempo l’avere è una qualità e un’estensione dell’essere, e in certa misura persino una sua pre-condizione, da cui non ci si può nemmeno, per così dire, dimettere. Diceva Cesbron a questo proposito: “Credo sinceramente che non si possa naturalizzarsi poveri quando si è ricchi di nascita. Non è tanto del denaro che parlo ma di tutto ciò che rompe l’uguaglianza profonda degli uomini: ricco di relazioni, di cultura, di sicurezza”. E ancora: è “più facile anche essere santi, e riconosciuti per tali, se ricchi. Si può lasciare il denaro: da ricco che era, ma il resto…”. Anche rispetto al denaro, è più facile essere elegantemente indifferenti se non si è costretti a essere ‘differenti’. E in certe situazioni avere è la pre-condizione dell’essere, o almeno dell’essere decentemente. Almeno qui sulla terra. Della Gerusalemme celeste, che rientra nell’orizzonte delle nostre speranze ma è fuori dalla nostra portata, anche cognitivamente, non sappiamo quale sia la banca centrale né quale sia la moneta corrente.

Ecco perché è ancora di importanza decisiva, nella prospettiva dell’emancipazione umana, sostenere i diritti all’acquisizione e anche al consumo delle classi che hanno meno potere di farlo, degli esclusi. Senza fare dell’acquisizione e del consumo un nuovo feticismo, naturalmente. Questo lo fa già, e con successo, l’economia di mercato…

I lussi dei ricchi

Appena un anno prima del libro di Simmel faceva la sua comparsa sull’altra sponda dell’Atlantico un caustico pamphlet: La teoria della classe agiata di Thorstein Veblen.

In esso si sostiene che la classe agiata svolge un “ufficio quasi sacerdotale”: “Tocca a questa classe stabilire in sintesi generale quale schema di vita la comunità deve accettare come conveniente e onorifico; ed è suo ufficio mostrare col precetto e l’esempio questo schema di salvezza sociale nella sua forma più alta, ideale”. Solo che la classe agiata della civiltà finanziaria (che per Veblen viene subito dopo la civiltà predatoria e ne è in certo modo una forma più raffinata) ha come legge fondamentale non quella della produzione, e nemmeno quella di svolgere un’attività comunque produttiva ma, contrariamente al mito corrente, quella dello sciupio vistoso, dell’improduttività esibita ed esibizionistica come stile di vita.

Veblen dimostra la sua tesi, che non ha perso di originalità e di forza dirompente, rileggendo in questa chiave ostentatoria spezzoni vari di storia sociale: la storia dei costumi femminili, dell’utilizzazione della servitù, come anche dei costumi ecclesiali, in quello che viene definito ‘consumo devoto’. “Fatta ogni riserva, appare pur sempre chiaro che direttamente o indirettamente i canoni della rispettabilità finanziaria influenzano materialmente le nozioni che noi abbiamo degli attributi divini, come pure le nostre nozioni di quelle che sono le circostanze e la maniera giuste e convenienti di comunicare col divino”: basti pensare alle innumerevoli immagini sacre dell’arte gotica e rinascimentale, con le loro ricche vesti e l’ambientazione nobiliare.

Veblen va anche oltre, introducendo un ironico ma sottile parallelo tra il significato dei costumi femminili e di quelli clericali. “L’abbigliamento delle donne va anche più lontano di quello degli uomini nel dimostrare l’astensione da ogni occupazione produttiva” (cappellini, busto, tacco alto, ecc.). Ma questa caratteristica l’hanno in maniera evidente anche le livree e, incidentalmente, i lunghi e scomodi abiti sacerdotali, palesemente e volutamente inadatti al lavoro profano. Questo ragionare solleva un interrogativo interessante, perché la Chiesa ha sempre vissuto in materia una certa ambivalenza. Da un lato il gusto della pompa, del fasto sacerdotale, ereditato da altre tradizioni religiose ma portato a vertici di perfezione, anche artistica, e perché no spirituale, inarrivabili (si pensi all’architettura, all’arte, alla musica sacra); dall’altro una ricerca di autenticità e di sobrietà, di semplicità e di povertà (si pensi al ruolo degli ordini mendicanti), forse più consone alla figura del fondatore, in ogni caso al suo esempio direttamente ispirate, che percorre come un fiume carsico tutta la storia della Chiesa, alternando momenti di dimenticanza completa ad altri di consapevolezza profetica forte. E questa ambivalenza sussiste ancora, per lo più inconsapevole, in ogni caso non risolta: nelle polemiche sulle pantofole e sugli ermellini papali, nelle frequentazioni salottiere di certi alti prelati, e magari in una difesa un po’ gretta e acritica dell’otto per mille, da un lato, e nel dovere-bisogno di costituire fondi per sostenere le famiglie più colpite dalla crisi, e nella vicinanza ai più deboli e nella condivisione del loro destino, nell’opzione preferenziale per i poveri, di molti altri testimoni della fede, dall’altro.

C’è un legame tra lusso e capitalismo?

Pochi anni dopo, nel 1913, con maggiore perspicuità storica e non minore verve, Werner Sombart affronta il medesimo nucleo tematico da una diversa angolazione. In un suo testo minore e dimenticato, in chiave antiweberiana (in sostanziale implicita polemica con l’immagine di sobrietà e per certi tratti di ascesi che il capitalismo assume nella più parafrasata delle opere sociologiche, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo di Max Weber, pubblicata per la prima volta nel 1905) Sombart dimostra, o per lo meno mostra, quanto Lusso e capitalismo – questo il titolo del libro – siano inestricabilmente legati, e negli aspetti più ‘deleteri’ in maniera più visibile e chiara.

Sombart parte da considerazioni storiche sulla vita di corte e in particolare sulle sue regine, le cortigiane appunto, dames de moyenne vertu, cocottes, le varie Pompadour, che hanno giocato un ruolo decisivo nello sviluppo di consumi e costumi di ostentazione e di spreco. Una delle conseguenze dell’ascesa sociale e persino politica di queste dame, alla corte francese e altrove, e delle mode sociali conseguenti, sarebbe stata, per imitazione, e attraverso i consumi, una paradossale ascesa del ruolo delle donne in genere, ma più in generale una ricerca del lusso sempre più spasmodica che avrebbe portato a casi non rari di nobili e ricchi che, nel XVII secolo, spendevano un terzo e financo metà delle loro rendite in vestiti e carrozze: “nei secoli successivi al Medioevo, ha dominato un lusso grandioso che crebbe a dismisura verso la fine del XVIII secolo”.

Per Sombart il lusso diventa così un moltiplicatore del consumo e degli investimenti. Al di là di una diffusa retorica, egli individua un fondamentale e fondativo carattere irrazionale del capitalismo, e una sua sudditanza a logiche che con il calcolo razionale di costi e benefici hanno poco a che fare. Ma più ancora che un moltiplicatore, il lusso è all’origine, è la genesi stessa del capitalismo: Sombart sottolinea “l’influenza che la formazione di un forte consumo di lusso esercita sull’organizzazione della produzione industriale”, e arriva a dire che con esso “in numerosi casi (non in tutti!), [si] apre la porta al capitalismo”. L’economia del lusso di oggi, il suo ruolo culturale e il suo peso economico, sembrerebbero esserne la continuazione.

Conclusioni

La riflessione fin qui evocata ci dice qualcosa sul rapporto tra denaro e potere, e sul ruolo di coloro che li posseggono, di cui solitamente si parla assai poco. Per lo più nel dibattito sociale ci si limita da un lato alla rivendicazione di un diritto o di un merito sostanzialmente inesistente, avanzata dalla élites le rare volte in cui i loro privilegi e i loro costumi sono messi in questione; e dall’altro alla critica, motivata politicamente o religiosamente, dei privilegi stessi. Una critica volta, se in chiave politica, a rivendicare in qualche misura il godimento dei medesimi diritti e magari privilegi a più grandi masse di individui (la rivendicazione di giustizia ed equità redistributiva è in fondo questo); e, se motivata religiosamente, a leggere tale realtà in chiave spirituale, traendone motivo di consolazione per gli uni, che non hanno, e di insegnamento morale e occasionalmente di minaccia di un castigo per gli altri, che hanno troppo. Entrambe comunque, in molti casi, spinte a cercare sul piano della realtà storica di lenire in qualche misura i mali del mondo e le sue ingiustizie.

Il problema non è di per sé il denaro. “Ciò che va messo in discussione è il dominio del denaro al di fuori della sua sfera”, come ha scritto Walzer. Solo che, alla luce di Simmel, oggi non c’è più una sua sfera, perché la sua sfera, grazie anche al processo di ‘spiritualizzazione’ di cui si è parlato, è tutte le sfere. Il che pone dei problemi di ‘tracimazione’, di pervasività eccessiva, invadente. Ora, “tutto ciò che ha un prezzo, ha poco valore”, come ha scritto Nietzsche nello Zarathustra. L’effetto di questa confusione delle sfere è che quasi non ci accorgiamo di vivere in una società che tende a dare un prezzo a tutto: anche ai valori. Persino a ciò che rientra nella sfera dell’intimità: le relazioni personali e sociali, il lavoro domestico e di cura, il volontariato, la bontà premiata con una mancia, ma anche, in campo sociale, le giustificazioni puramente economiche, diciamo così funzionaliste, dell’accoglienza agli immigrati, e persino dell’etica negli affari, della lotta alla corruzione o dell’onestà nella pubblica amministrazione – perseguite non come beni in sé, ma perché danneggerebbero il mercato e i princìpi di libera concorrenza…

E’ vero, c’è qualcosa di antico in questo, e di sapiente. Prendiamo il caso del ‘prezzo del sangue’ nelle società primitive, una riparazione economica che riusciva a metter fine alla catena insanguinata delle vendette; ma pensiamo anche all’ammenda per una trasgressione o un reato commessi. E’ leggibile qui la funzione educativa, e anche la finalizzazione sociale, in termini di salvaguardia di un ordine prezioso e altrimenti minacciato. Il problema è di cogliere il limite della possibilità di monetizzazione. L’amore mercenario, per dirne uno, non è un’invenzione odierna, trattandosi come noto del mestiere più antico del mondo; ma c’è un limite oltre il quale l’incremento quantitativo della tendenza alla mercenarizzazione (dell’amore – praticato o solo visto al cinema o in televisione, o trasformato in pubblicità, o magari telefonico – come di qualsiasi altra cosa) si trasforma in soglia qualitativa.

C’è dunque forse un cambiamento quanti-qualitativo in atto. Che comporta il rischio di dover ammettere che, sul denaro, lo spirito (in senso forte) del capitalismo potrebbe vincere su tutta la linea: al punto che l’idolatria del capitale investe anche chi il capitale non ce l’ha. Lo dimostra forse il fenomeno Berlusconi in quanto mito popolare, ma più in generale il successo della retorica dell’“uno su mille ce la fa” e la speranza nelle lotterie.

Il rischio, che è sociale oltre che morale, è che si perda in parte la sensibilità: che, come per le droghe, si abbia un effetto di progressiva desensibilizzazione, e dunque di assuefazione. “Non ce l’ho coi miei simili per i loro privilegi, ma per il fatto che li trovano naturali”, ha scritto Gilbert Cesbron. E questa tendenza, come quella correlata a considerare normale la trasmissione ereditaria non solo delle ricchezze ma anche dei ruoli di potere in tutti gli ambiti (economia, politica, giornalismo, cinema…), ce ne pare una prova. Così come l’aumento spropositato dei tassi di disuguaglianza sociale che ha coinvolto e travolto le società non solo occidentali negli ultimi due decenni (e l’Italia, tra i paesi dell’Ocse, è tra quelli che ha visto aumentare in percentuali maggiori le disuguaglianze interne), e ancor più il fatto che ciò sia accettato persino dalle vittime del meccanismo.

Una delle conseguenze possibili di questi processi è che si perda il senso della differenza tra il possedere del denaro e l’esserne posseduti; che non ci si accorga che in mancanza di distanza critica il denaro può comprare chi lo maneggia più di quanto questi compri col denaro qualcosa. Sono i casi in cui il denaro da mezzo diviene fine. E sono anche ciò che spiega perché, di norma, le religioni insegnino il distacco dal denaro, pur arrivando raramente a condannarlo in sé; e propongano modelli di ascesi individuale che prevedono una progressiva spogliazione dalle sue logiche (“usatene come se non ne usaste”), se non dalla sua proprietà.

Una prima diagnosi l’aveva già proposta uno dei pochi grandi economisti che non ha mai dimenticato la riflessione a partire da presupposti altri da quelli della propria disciplina, John M. Keynes – ridiventato di moda dopo decenni di oblio e irrisione da parte degli stessi che oggi chiedono aiuti per le banche e le industrie dicendo di ispirarsi, a torto o a ragione, alle sue idee – che nelle sue Prospettive economiche per i nostri nipoti scriveva: “L’amore per il denaro come possesso – da distinguere dall’amore per il denaro come mezzo per ottenere le gioie e sperimentare la realtà della vita – sarà riconosciuto per ciò che è: un fatto morboso leggermente ripugnante, una di quelle propensioni per metà criminali, per metà patologiche di cui si affida la cura agli specialisti di malattie mentali”. Ma una diagnosi non è ancora una terapia; che, in quanto tale, e tanto più nella sua forma sociale, è ancora tutta da inventare.

Stefano Allievi

“Servitium”, n.184, luglio-agosto 2009, pp. 45-53

La democrazia dello struzzo

La democrazia dello struzzo

L’immigrazione, prima di essere un problema, è un dato. Che ha le sue conseguenze positive: su una demografia pericolosamente squilibrata, sul mercato del lavoro (non solo svolgendo lavori di cui c’è richiesta, ma sostenendo con i contributi il pagamento delle nostre pensioni e badando ai nostri vecchi che le percepiscono), sul prodotto interno lordo. E ha i suoi costi: culturali e sociali. Pagati dagli immigrati, in termini di sfruttamento, di difficoltà di inserimento, qualche volta di discriminazione e razzismo. E pagati dalla società: in termini di danni oggettivi (aumento dei reati, nuovi bisogni da soddisfare, o meglio vecchi bisogni di persone nuove), di paure soggettive, di trasformazioni sociali e di mentalità, che sono anch’esse difficili e costose. Costi che si traducono in conflitti e incomprensioni. Spesso transitorie, peraltro, e già vissute all’inverso ai tempi della nostra emigrazione: ma accorgersene presuppone una capacità di distanza critica che non appartiene all’emotività del presente.

L’immigrazione ha i suoi costi, dicevamo. Ma qualcuno ci guadagna. Gli immigrati che ce la fanno. Coloro che beneficiano del loro lavoro. Quelli che li sfruttano, speculando sul loro bisogno di casa o lavoro, o comprandone il corpo. E quelli che lucrano sulle paure che inducono. Tra questi, gli imprenditori politici della paura. Che, non a caso, sotto elezioni hanno alzato la voce e moltiplicato le iniziative ‘esemplari’, tra ronde e delazioni. Il pacchetto sicurezza appena approvato ne è la manifestazione più evidente, da offrire in pasto ad un elettorato ossessionato dalla sicurezza, ad opera degli stessi che poi gli offrono risposte pronte all’uso: inefficaci – ma che importa – ma facilmente spendibili ed incassabili come rendita elettorale immediata. Non a caso la Lega e Berlusconi fanno a gara ad assumersene la paternità. Con un errore di calcolo, per una volta, da parte di Berlusconi: l’elettorato d’ordine sa benissimo, in questo caso, chi dover ringraziare.

Il travestimento ‘culturale’ di questo coacervo di barbarie legislativa è quanto meno concettualmente zoppicante: come quel “sì alla società multirazziale, no alla società multietnica” che molti esponenti del centro-destra stanno tentando di spiegarci in questi giorni. Che, tradotto, vuol dire: pazienza se l’immigrato è negro o cinese – in ogni caso, purtroppo, non possiamo farci niente. L’importante è che non pretenda di essere alcunché che non sia culturalmente omologato – a chi, tra degli autoctoni tra loro molto diversi, è già un problema ulteriore e non così facilmente risolvibile. Come negli spot del governo di qualche mese fa, del resto: in cui alcuni garruli pizzaioli immigrati lavoravano felicemente cantando ‘O mia bela madunina’ e ‘Funiculì, funiculà’. Canzoni che peraltro pochi di noi conoscono ancora, al di là dell’incipit o del ritornello, ma che importa.

Tra le tante norme discutibili prodotte nell’ultimo periodo, ultima quella sul respingimento degli immigrati che cercano di sbarcare illegalmente sulle coste italiane. Problema annoso. Che improvvisamente, sotto elezioni, diventa merce da mettere in pasto ai cittadini impauriti: opportunamente impauriti dagli stessi che poi offrono facili e illusorie soluzioni, travestite da sano pragmatismo.

L’immigrazione clandestina è un problema oggettivamente grave e non facilmente risolvibile. Lasciamo in sospeso, per il momento, fastidiosi interrogativi etici. Che tuttavia un paese che si vuole civile non può dimenticarsi di affrontare: a cominciare da quel diritto d’asilo già presente nelle pagine della Bibbia, libro a cui tanti si richiamano senza porsi l’incomodo di leggerla davvero, e sancito dalla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e da convenzioni firmate anche dal nostro paese.

Limitiamoci alla gestione del problema. In Italia la percentuale di clandestini è più alta perché è più facile vivere clandestinamente, grazie al peso maggiore dell’economia in nero. Il primo problema è lì: e precede l’immigrazione, non la segue. Troppo facile, anche se elettoralmente comodo, scaricarlo sull’ultimo anello della catena.

Detto questo, c’è un evidente problema pratico. Che fare dei clandestini? Lasciarli sbarcare, si dice, non si può più. Ammesso per realpolitik e non concesso in termini di principio. Dietro di loro c’è del resto un ignobile traffico, che è giusto voler stroncare, alla pari del traffico di droga e di armi. Qualcosa, quindi, bisogna fare. Ma siamo sicuri che l’unico modo per risolvere il problema sia il respingimento al limite delle acque territoriali?

Immaginiamo si trattasse di casa nostra: saremmo noi a doverci mettere col fucile in spalla a cacciare gli intrusi dal nostro pianerottolo. O ad assoldare delle guardie per farlo in nome nostro. Ci accorgeremmo allora, forse, che cominciare dalla fine non è per nulla il metodo migliore. E che ha delle conseguenze su di noi, prima ancora che sugli altri. Ci cambia, ci sporca, prima ancora di cambiare loro.

Proviamo a fare un passo in avanti, allora: non farli salpare, con la collaborazione dei paesi di transito? Già più ragionevole e meno drammatico. Ma può la nostra coscienza individuale e la nostra civiltà giuridica accontentarsi di lasciarli in balia delle sevizie, dei ladrocini e degli stupri delle guardie di frontiera libiche o d’altrove? Possiamo far finta di non vedere? No, non possiamo. E’ come nascondere la sporcizia sotto il tappeto, in modo da non vederla. Puzza comunque, prima o poi. E prima o poi qualche telecamera arriverà da quelle parti, a raccontarci che siamo stati noi, a darci un pezzo di specchio in mano per riflettere.

Potremmo allora fare un altro passo in avanti: andare a gestire noi, magari con uno sforzo internazionale ed europeo, come giustamente richiede anche il governo, quei campi, visto che la nostra è anche una frontiera europea, di cui non possiamo farci carico da soli. Sarebbe già meglio: garantirebbe più efficacia, migliori condizioni e maggior rispetto dei diritti minimi delle persone. Certo, costerebbe: ma lavorare sulle cause, nel lungo periodo, è sempre più efficace e meno costoso che gestirsi le conseguenze senza poter fare null’altro che parare i colpi.

Ma questo ci costringerebbe a comprendere che dovremmo fare un ulteriore passo in avanti, ed andarci ad occupare di quei paesi e di quei problemi, in modo da non farli partire. La soluzione del problema non sta nella chiusura, delle frontiere e delle coscienze, ma in una loro maggiore apertura: solo, in altro modo.

In fondo, a parole, persino la Lega e la falsa coscienza di molti di noi l’ha detto spesso: aiutiamoli a casa loro. Peccato non si sia mai visto nessuno avanzare una proposta di legge per destinare anche un solo miserrimo euro a questo scopo. E ancor meno sforzi per capire i fenomeni, e azioni per rispondervi. Elettoralmente non paga.

E allora prepariamoci a mettere altri sacchi di sabbia alla porta, e a predisporre i nostri fucili, rimpinguando nel frattempo le nostre scorte. Non l’arrivo dei barbari, ma il nostro imbarbarimento, è già cominciato.

Stefano Allievi

Confronti”, n. 6, giugno 2009, pp. 7-8

Invasione di campo. Università, la politica ci vuol mettere le mani

“Confido nel nuovo rettore”. Sottinteso: per i nostri progetti. Parole del ministro Sacconi, in tournée elettorale a Padova a sostegno dei candidati del centro-destra.

Questo nuovo, sconcertante segno di invadenza della politica sulle libere scelte del corpo docente e non docente, chiamato ad eleggere il nuovo rettore, stupisce nella forma e nella sostanza.

Nella forma, in primo luogo. Tante chiacchiere sull’auspicata autonomia delle università, con nuovi progetti di legge in tal senso (benvenuti, se fossero coerenti con le premesse), e poi, alla prima occasione, viene fuori il significato vero di queste affermazioni, del tutto opposto. Che ha un nome: intromissione e invadenza centralistica. Un po’ come quando si parla di federalismo: tutti d’accordo, nel governo a parole più federalista della storia d’Italia; ma poi, al dunque, quando si tratta di legiferare, tutte le competenze al centro, dalle imposte locali alle leggi edilizie, che tanto l’elettore non si accorge.

Nel contenuto. Perché mostra di voler creare una omogeneità politico-ideologica tra strutture di governo a livello nazionale e regionale (illuminante il riferimento al “progetto che io e Galan abbiamo in mente” a proposito del nuovo polo ospedaliero), con l’auspicio di estenderlo a livello locale (da qui il sostegno alle candidature di Barbara Degani e Marco Marin), e financo all’Università, con la nomina di un rettore gradito (da qui la pesante interferenza). Che poi l’ansia di raggiungere il risultato arrivi a spingere implicitamente per la candidatura di un proprio consulente è solo un ultimo tassello, dopo tutto minore: questione più di buon gusto che di merito, a questo punto.

C’è probabilmente anche un obiettivo politico generale dietro a questa presa di posizione: una resa dei conti, attuata con modi spicci, tesa alla riconquista di egemonia politica e ideologica sull’università, per interessi che sono quelli della politica, non quelli della ricerca scientifica e della didattica. E che ricorda vagamente una certa predisposizione, ben presente in certa attuale destra di governo, e più volte esplicitata, nei confronti del ‘culturame’, come lo si chiamava nel ventennio che fu – considerato più di sinistra, e comunque all’opposizione del governo nella riforma dell’università anche quando di destra, e quindi da riequilibrare. Mentre l’obiettivo locale è più trasparente: la gestione del nuovo polo ospedaliero di Padova, in cui si intrecciano interessi giganteschi, che è meglio affidare a mani politicamente omogenee. Sempre nell’interesse dell’università, naturalmente.

Non vorremmo avere la memoria troppo corta, ma ci pare che sia la prima volta, nella storia dell’Italia repubblicana, che si assiste ad un’ingerenza così pesante, arrogante e impudente, sull’autonomia di gestione di questa Università. Non vogliamo fare i finti ingenui: è ovvio che la politica c’è sempre entrata, e c’entra ancora. Ma i modi hanno la loro importanza. La forma, qualche volta, è il contenuto.

Speriamo quindi che la sortita venga giudicata, dagli stessi candidati rettori, come controproducente: un assist intempestivo, un boomerang comunicativo. E che da qui in avanti non si ripetano intromissioni improprie, consentendo all’università di discutere sulla sostanza, serenamente, decidendo in autonomia chi e perché vuole come rettore.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 19 maggio 2009, p. 1-12

Immigrati, è barbarie

L’immigrazione clandestina è un problema oggettivamente grave e non facilmente risolvibile. Lasciamo in sospeso, per il momento, fastidiosi interrogativi etici. Che tuttavia un paese che si vuole civile non può dimenticarsi di affrontare: a cominciare da quel diritto d’asilo già presente nelle pagine della Bibbia, libro a cui tanti si richiamano senza porsi l’incomodo di leggerla davvero, e sancito dalla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e da convenzioni firmate anche dal nostro paese.

Limitiamoci alla gestione del problema. In Italia la percentuale di clandestini è più alta perché è più facile vivere clandestinamente, grazie al peso maggiore dell’economia in nero. Il primo problema è lì: e precede l’immigrazione, non la segue. Troppo facile, anche se elettoralmente comodo, scaricarlo sull’ultimo anello della catena.

Detto questo, c’è un evidente problema pratico. Che fare dei clandestini? Lasciarli sbarcare, si dice, non si può più. Ammesso per realpolitik e non concesso in termini di principio. Dietro di loro c’è del resto un ignobile traffico, che è giusto voler stroncare, alla pari del traffico di droga e di armi. Qualcosa, quindi, bisogna fare. Ma siamo sicuri che l’unico modo per risolvere il problema sia il respingimento al limite delle acque territoriali?

Immaginiamo si trattasse di casa nostra: saremmo noi a doverci mettere col fucile in spalla a cacciare gli intrusi dal nostro pianerottolo. O ad assoldare delle guardie per farlo in nome nostro. Ci accorgeremmo allora, forse, che cominciare dalla fine non è per nulla il metodo migliore. E che ha delle conseguenze su di noi, prima ancora che sugli altri. Ci cambia, ci sporca, prima ancora di cambiare loro.

Proviamo a fare un passo in avanti, allora: non farli salpare, con la collaborazione dei paesi di transito? Già più ragionevole e meno drammatico. Ma può la nostra coscienza individuale e la nostra civiltà giuridica accontentarsi di lasciarli in balia delle sevizie, dei ladrocini e degli stupri delle guardie di frontiera libiche o d’altrove? Possiamo far finta di non vedere? No, non possiamo. E’ come nascondere la sporcizia sotto il tappeto, in modo da non vederla. Puzza comunque, prima o poi. E prima o poi qualche telecamera arriverà da quelle parti, a raccontarci che siamo stati noi, a darci un pezzo di specchio in mano per riflettere.

Potremmo allora fare un altro passo in avanti: andare a gestire noi, magari con uno sforzo internazionale ed europeo, quei campi, visto che la nostra è anche una frontiera europea, di cui non possiamo farci carico da soli. Sarebbe già meglio: garantirebbe più efficacia, migliori condizioni e maggior rispetto dei diritti minimi delle persone. Certo, costerebbe: ma lavorare sulle cause, nel lungo periodo, è sempre più efficace e meno costoso che gestirsi le conseguenze senza poter fare null’altro che parare i colpi.

Ma questo ci costringerebbe a comprendere che dovremmo fare un ulteriore passo in avanti, ed andarci ad occupare di quei paesi e di quei problemi, in modo da non farli partire. La soluzione del problema non sta nella chiusura, delle frontiere e delle coscienze, ma in una loro maggiore apertura: solo, in altro modo.

In fondo, a parole, persino la Lega e la falsa coscienza di molti di noi l’ha detto spesso: aiutiamoli a casa loro. Peccato non si sia mai visto nessuno avanzare una proposta di legge per destinare anche un solo miserrimo euro a questo scopo. E ancor meno sforzi per capire i fenomeni, e azioni per rispondervi. Elettoralmente non paga.

E allora prepariamoci a mettere altri sacchi di sabbia alla porta, e a predisporre i nostri fucili, rimpinguando nel frattempo le nostre scorte. Non l’arrivo dei barbari, ma il nostro imbarbarimento, è già cominciato.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 14 maggio 2009, p. 1-5

Vincitori&sconfitti. Cosa resta del Fisichella day all’università

MOLTO RUMORE PER NULLA? Sconfitti e vincitori del “Fisichella day” (sic…)

Adesso, dopo la relazione di mons. Fisichella, quello che era considerato da alcuni il sospetto malevolo di un gruppo di docenti prevenuti, è diventato una conferma. Una smilza paginetta, su quattordici, dedicata ai trapianti; le cellule staminali nemmeno nominate. Lo stesso per l’intervento dell’on. Lupi, che ha ignorato gli uni e le altre. Lo stesso per la sterminata serie di saluti, capace di tramortire chiunque, di cui forse solo uno o due era incentrato sui trapianti. Qualcuno ha ancora il coraggio di venirci a raccontare che si è trattato di un convegno accademico su “Etica nella medicina dei trapianti e delle cellule staminali”? Che il vero scopo non era fare una forzatura identitaria all’interno di una operazione schiettamente politica?

Ma l’averlo verificato di persona è una amara conferma. E l’aver avuto ragione nel denunciare ciò che stava accadendo è una triste vittoria, all’interno di una più complessiva sconfitta.

Non credo, quando con i colleghi Curi e Zatti abbiamo denunciato quanto stava accadendo, che avremmo immaginato davvero una tale conclusione: la città blindata pur in assenza di uno scontro sociale reale, e un tale sgomitare di potenti intorno a un alto esponente ecclesiale provvisoriamente assurto al ruolo di icona della libertà di pensiero.

Cominciamo dalla fine. Sarà reato di lesa maestà dire con franchezza che la relazione di mons. Fisichella era, sul piano dei contenuti, una delusione? Qualcuno, forse, avrà potuto trovarci spessore umano e spirituale. E certamente vi erano affermazioni condivisibili e altre meno. Ma, diciamolo con franchezza, lo spessore scientifico era alquanto inconsistente. Non solo perché non ha parlato del tema che gli era stato affidato. Ma perché anche le considerazioni sul rapporto tra scienza e fede sono apparse banali e datate. Per non parlare di alcuni piccoli incidenti, a modo loro illuminanti (non si dice che Dio sta nei dettagli?), come il pronunciare la sola parola difficile del testo, polimero, con l’accento sulla ‘e’ come Calimero: gli sguardi smarriti di alcuni tra il pubblico non hanno osato trasformarsi in sorriso, ma si capiva che avrebbero voluto. E’ stato un degno finale, quindi, da parte di chi officiava la cerimonia, chiamarla ‘lectio magistris’, dimenticando che siamo all’Università.

Detto questo, chi sono gli sconfitti di questa giornata, che qualcuno ha ribattezzato “Fisichella day”? Molti, purtroppo.

Sconfitta la città, inutilmente militarizzata per un pericolo inesistente, a pagare il prezzo di una paranoia senza serio fondamento, assolutamente sproporzionata al rischio reale. Un costo economico, un costo sociale e un costo di immagine assurdo, opportunamente strumentalizzato da qualche potente di turno. Ma che sembra essere diventato parte di un meccanismo comunicativo complesso, su cui varrebbe la pena riflettere – è, questa stessa esibizione di forza, e ancor più questa privatizzazione dello spazio pubblico, un messaggio, e assai significativo.

Sconfitti gli studenti. E su questo qualche considerazione va spesa. Il caso l’abbiamo sollevato noi docenti. Ma il clamore, un certo clamore, l’hanno aggiunto gli studenti. Meglio: alcuni studenti. Meglio ancora: uno solo, coccolato dai media proprio per questo suo ruolo, nemmeno più studente di questa Università, afflitto da un’ansia di protagonismo che si traduce in un linguaggio pirotecnico il cui solo risultato è stato di ritorcersi contro gli studenti tutti. I quali, per lo più, hanno intelligentemente criticato e isolato i pochi piccoli moschettieri del boicottaggio. Ma tanto, chi ne parla, chi ne scrive, chi lo sa? L’opinione che passa è che gli studenti sono facinorosi. Poco importa che da soli abbiano programmato una serie di iniziative di approfondimento su questi temi il cui spessore scientifico è largamente più elevato di quello cui abbiamo assistito il 6 marzo, pur con zero finanziamenti, il supporto di nessuno, e nessuna eco sulla stampa. Ma se l’espressione ‘intelligenza politica’ ha un senso, e la sua mancanza un significato, forse qualcuno dovrebbe riflettere sul risultato che ha ottenuto: sul fatto che quella che avrebbe potuto essere una vittoria – sollevare un problema anche di principio non irrilevante, e discuterne di fronte ad un’arena assai vasta – si sia trasformata in una cocente sconfitta. Va detto, a questo proposito, che una parte del gruppo contestatore, piccola ma reale, ha manifestato intolleranza concettuale nel voler espellere dall’Università una posizione etica religiosamente ispirata: e questo è inaccettabile di principio, moralmente censurabile, e politicamente stupido, perché ha consentito poi ad alcuni, come gli studenti co-organizzatori del ‘convegno’ in cui era ospite Fisichella, di farsi passare per vittime, mentre erano gli artefici iniziali di una modalità di porsi arrogante e prevaricatrice, appoggiata da una fetta consistente di potere cittadino e accademico. L’arroganza e la prevaricazione speculare e, va pur detto, più rozza nel linguaggio e nei metodi di chi ha voluto rispondere con grida sconsiderate ha fatto passare inevitabilmente in secondo piano tutto ciò. Faccio modestamente notare, a contrario, quanto siano state più efficaci ed astute le modalità di contestazione attuate in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico, a cominciare dall’acquisizione della complicità della Hack, che ha potuto far sentire la voce degli studenti dove molti non l’avrebbero voluta sentire, e dove meno di tutti il rappresentante degli studenti aveva parlato a nome loro: quella sì una meritata vittoria comunicativa.

Sconfitta l’Università. Che ha abdicato in questa occasione alla sua missione più alta, cedendo alla protervia egemonica di alcuni, tutti amici degli amici. Non i cattolici. Guai a far passare questo messaggio: cattolici ve ne erano anche tra chi ha criticato le modalità del convegno. Ma una specifica componente cattolica organizzata, che ha un nome e un cognome. Che si è costruita la sua piattaforma di visibilità, presumibilmente anche in vista delle elezioni rettorali, in cui giocherà un ruolo importante, e si è capito per chi. Si può leggere in questa chiave la piccola gaffe del preside della facoltà di medicina, probabilmente il vero vincitore occulto della giornata, che ha chiamato l’onorevole Lupi ‘monsignore’: qualcosa di più di un lapsus. L’Università ha perso perché alcuni, al suo interno, hanno voluto fare una arrogante furbata, e gli è stato permesso, anzi, si è collaborato a realizzarla; ha perso, perché ha perso il controllo della situazione, perché come un apprendista stregone ha messo in moto un meccanismo che non è stata più in grado di controllare; ha perso, perché è stata espropriata di una sua stessa iniziativa, privatizzata dai promotori a proprio uso e consumo, e utilizzata come passerella da tutto ciò che non avrebbe dovuto essere lì dentro; ha perso perché è stata soltanto la sede di un evento e il suo megafono, ma è stata, di fondo, tragicamente assente.

Sconfitti noi, i docenti che hanno sollevato il caso. Che volevano solamente innescare una discussione civile, ma che nel vedersela presa in mano dagli interlocutori più disparati, per i motivi più disparati, in un impressionante gioco di strumentalizzazioni reciproche, hanno scoperto di aver creato loro malgrado un gigantesco spot pubblicitario non solo e non tanto per monsignor Fisichella, quanto per interessi altri e più alti, che poco avevano a che fare con il caso in questione. E non mi riferisco alla Fondazione che ha organizzato il convegno, che di suo fa un onesto mestiere, certo corresponsabile, ma forse strumentalizzata anch’essa da interessi che passavano largamente sopra la sua testa. Paghiamo, evidentemente, un peccato di ingenuità: non pensavamo si sarebbe arrivati a tanto, e non avevamo valutato nel giusto modo le conseguenze del nostro gesto. Paghiamo, probabilmente, un peccato di presunzione intellettuale: il pensare che una libera discussione tra liberi cittadini, gettata nello spazio pubblico, possa rimanere tale, senza rischiare di venire cannibalizzata da altri. Paghiamo, anche, un banale peccato di libertà individuale: voler dire quello che si pensa, da persone che non hanno ruoli di potere e non aspirano ad averne, per motivi che con il potere non hanno nulla a che fare. E’ triste, quindi, pensare di avere avuto ragione ma, alla luce di quanto è successo, dover credere che sarebbe stato forse meglio non sollevare il caso, lasciare che gli interessi di alcuni continuassero a spadroneggiare con la solita protervia, tanto non c’è niente da fare. Non voglio pensarlo e non voglio crederlo. Ma, in questo momento, prevale l’amarezza: la vittoria, apparentemente, è ‘loro’. Una lezione utile, tuttavia, una piccola vittoria, c’è anche per noi: ci siamo accorti che è bastato poco per disturbare il manovratore, molto al di là delle nostre intenzioni. Segno che avevamo colpito nel segno… E che discutere, dopo tutto, può davvero servire a qualcosa.

Sconfitti, in parte, i media. Che sono stati, va pur detto, il mezzo attraverso il quale la discussione si è sviluppata, e in questo senso un formidabile strumento di democrazia. Che hanno svolto un ruolo di trasparenza e di pubblicizzazione fondamentale, mettendo in luce, in alcuni casi, ciò che avrebbe preferito rimanere in un assai più pratico cono d’ombra. E che hanno informato come doveroso degli sviluppi della situazione, mettendosi in ascolto delle diverse voci della città: e di questo va dato loro atto – questa, se vogliamo, è la loro vittoria. Ma che hanno commesso alcuni peccati abituali, che hanno avuto un ruolo nel caso specifico. Perché hanno titillato, per far fermentare la notizia, i malsani desideri di visibilità di alcuni, andandoli a cercare prima ancora che questi cercassero loro. Perché hanno usato talvolta un linguaggio roboante che si è trasformato, come spesso accade, in una profezia che si autorealizza. Perché non hanno informato, con le dovute eccezioni, su alcuni dati di base che sono pur rilevanti (chi rappresenta chi, quanto conta, al di là di quanto forte abbaia). Perché, quando si è arrivati al punto, si sono accontentati dei messaggi provenienti dal ‘centro’ senza cercare contraltari tra le voci di ‘periferia’, che avevano invece ascoltato fino a quel momento. Perché molti giornalisti – e lo sappiamo per esperienza personale, visto che ce lo chiedevano – sapevano che c’erano in ballo importanti questioni elettorali interne all’università, e forse anche alleanze e interessi trasversali, che riguardano la città nel suo complesso e il suo futuro, con grandi interessi economici in gioco, e che sarebbe stato interessante indagare. Ma non uno che ne abbia scritto. Mentre altri, ed è più grave, non se ne sono resi conto. E solo pochi, avendolo avvertito, sono stati tacitati in anticipo dalle reazioni degli interessati.

Sconfitta, mi pare, la Chiesa: silente, probabilmente con buone ragioni, anche perché di fatto essa stessa esautorata, a livello locale, e rappresentata quindi dai suoi principi papalini. Una Chiesa la cui immagine ancora una volta viene associata al potere e ai suoi rappresentanti: che, non a caso, hanno fatto a gara – anche quelli non credenti, come ci stiamo abituando a vedere in questo tempo e in questo paese in cui il tasso di clericalismo è spesso inversamente proporzionale alla fede – a fingere di omaggiarla, stringendosi intorno a monsignore (ah, quella sigla che precedeva il suo nome, quel SER – Sua Eminenza Reverendissima – che non usa nemmeno più altrove, e che in Università, con tristo servilismo, spiccava incongrua ma significativa). Certo, questa strumentalizzazione reciproca giova al suo potere, ed è per questo che viene con successo praticata da entrambe le parti, ma specularmene si trasforma in una controtestimonianza che non fa onore al messaggio che vorrebbe e dovrebbe trasmettere.

Sconfitta, certamente, la politica, quella che si occupa di problemi reali, che cerca di affrontarli e risolverli. Ma vincenti, totalmente vincenti, i politici, invitati e no (e vale anche per i piccoli politici in sedicesimo oppositori dell’iniziativa, che anche loro si sono guadagnati il loro quarto d’ora di celebrità a spese della città): astutamente preoccupati di gestirsi un’immagine di cui poi i giornali parlano, accuratamente lontana dagli interessi che poi maneggiano, dei quali invece cercano di far parlare meno. Non è un caso che in questa vicenda, molti media e tutta la politica d’accordo, il tema sia diventato, alla fine, la libertà di parola di uno, mentre era il suo esatto opposto: il suo monopolio, il suo uso prevaricatore, da parte di pochi.

Un considerazione finale. Raramente abbiamo visto, a livello locale, una così consistente parata trasversale di potenti stringersi intorno a un alto prelato: e mai, credo, in questa Università. Un segno dei tempi, certo. Ma anche qualcosa di più. Guardando quella impressionante sfilata di facce, tutte maschili (non me ne voglia la presidentessa della Fondazione organizzatrice, se non l’annovero tra coloro che in quella sede contavano davvero), mi sono venute alla mente certe grottesche caricature di George Grosz. C’erano tutti: il potere politico – nelle sue varie sfaccettature, purtroppo indistinguibili nonostante la diversità di schieramento – il potere ecclesiastico, il potere baronale. Anche il potere economico, assente nei suoi rappresentanti, ma corposamente rappresentato nei suoi interessi. E una tale potenza di fuoco, un tale unanimismo, una tale volontà di cantare all’unisono, al cittadino comune, che non è uomo di potere e che non spera di diventarlo, non può che suscitare un’amara inquietudine, e produrre un brivido freddo alla schiena.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 21 marzo 2009, p. 29

Convegno con monsignor Fisichella. Era necessario avviare il dibattito

Di questa vicenda si è parlato persino troppo. Ma è un segno, evidentemente, che di discutere c’era bisogno. Vorremmo evitare, tuttavia, almeno la logica degli schieramenti, il richiamo alla censura, il facile gioco dell’anatema reciproco, l’ideologizzazione esasperata.

La lettera aperta che io e i colleghi Curi e Zatti abbiamo scritto voleva essere un segnale e un richiamo. Un richiamo di opportunità e di metodo, e un segnale che all’università non si può e non si deve applicare la logica dell’occupazione del territorio e delle bandiere identitarie.

Da questo punto di vista l’iniziativa del 6 marzo non era impostata, a nostro parere, nella maniera ideale e più consona alla sede. Le stesse motivazioni ribadite dagli organizzatori, che pure di mestiere fanno un encomiabile lavoro, sono risultate assai deboli, nel motivare una scelta blindata e a senso unico. Di più: tale modo di procedere si ritorce contro le ragioni di cui gli stessi relatori sono portatori, che meritano ascolto e rispetto, e che è giusto vengano prese in considerazione e dibattute, anche in università.

Tuttavia, siamo stati chiari fin da subito: “Non intendiamo contestare il diritto di parola di alcuno. L’Università non è un luogo dove esso si nega. Al contrario, è semmai, ed eminentemente, un luogo in cui la parola si analizza, si approfondisce, si discute, dove non si fugge il confronto, ma lo si ricerca programmaticamente”. Quindi, nessuna censura. Nemmeno la richiesta di cambiare programma.

Evocare lo scontro tra laici e cattolici, o addirittura il bavaglio ai cristiani e alla Chiesa, è quindi una impostazione ideologica fuorviante e risibile, una vittimizzazione che nulla ha a che fare con quanto è in gioco in questo momento. Lo scontro non è tra laici e cattolici, ma tra chi vuole il confronto e chi vuole soltanto dire la sua.

Credo sia arduo, nell’unico paese al mondo in cui il giornalista esperto di questioni religiose si chiama vaticanista, e la presenza della Chiesa cattolica nello spazio pubblico, anche sui temi qui evocati, evidentissima, parlare con qualche senso logico e onestà intellettuale di crociate anticattoliche. Semmai, è probabile che l’attitudine alla privatizzazione della verità, visibile da varie sponde, esacerbi gli animi. Ma questa difficoltà attraversa tutte le identità e appartenenze, non solo la Chiesa. Non è un caso che i sondaggi intorno al caso Englaro, per citare l’ultimo e più clamoroso esempio di discussione pubblica sulla bioetica, abbiano concordemente mostrato una forte divaricazione tra le prese di posizione ufficiali della Chiesa cattolica e il pensiero di coloro che avrebbero dovuto da essa sentirsi rappresentati. Così come interventi anche di scienziati di campo laico e di impostazione assolutamente non religiosa abbiano mostrato dubbi, lacerazioni, ed esplicite posizioni in sintonia con quelle rappresentate anche, non solo, dalla Chiesa.

Dunque, nessuno scontro: nemmeno tra accademici e chierici. Su questo, due parole per evitare equivoci interessati: non abbiamo rifiutato alcun confronto. Semplicemente, non avevamo mai chiesto di partecipare a quel dibattito. E’ stato mons. Fisichella, per sua dichiarazione a questo giornale e a me telefonicamente, con un gesto apprezzato, a dichiararsi stupito delle modalità organizzative dell’incontro, mostrandosi disponibile a un dialogo che altri, più realisti del re, temevano. Proprio per questo, cogliendo questa disponibilità, e non praticando logiche di schieramento, i miei colleghi, in una iniziativa in corso di organizzazione, hanno rilanciato: invitando mons. Fisichella, ma in un contesto dialogico vero. Mi pare una lezione di stile: in sintonia con lo spirito e la lettera del nostro appello.

Ancora più arduo e in mala fede evocare un inesistente scontro tra destra e sinistra. Per molti motivi, uno dei quali è che chi scrive ha troppo rispetto per la Chiesa per volerla ascrivere alla destra, che pure vorrebbe anche oggi strumentalizzarla ai propri fini.

Detto questo, siamo in Università, di cui ho una concezione alta: un luogo in cui la discussione critica, il confronto aperto e la ricerca senza pregiudiziali sono la linfa vitale e la stessa ragion d’essere. E in cui la censura è fuori questione. Per questo, a titolo personale, parteciperò, tra il pubblico, all’iniziativa del 6 marzo, ascoltando le voci che lì si esprimeranno. E poi, con maggiore entusiasmo, parteciperò alle iniziative di confronto e di approfondimento che si stanno organizzando: e che altri (studenti, cittadini, associazioni) vorranno organizzare. Credo che l’Università, e la città, avranno tutto da guadagnare da una discussione pubblica e matura. Che siamo lieti sia iniziata.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 3 marzo 2009, pp. 1-12

anche in

“Ecco perché sarò in aula ad ascoltare monsignor Fisichella”, in “Corriere Veneto”, 3 marzo 2009, p. 7

Sull’etica-staminali nessuna esclusiva

Il giorno 6 marzo si svolgerà all’Università di Padova, nella Sala dei Giganti di Palazzo Liviano, un convegno su “Etica nella medicina dei trapianti e delle cellule staminali”. Tema di grande attualità, controverso, sul quale è aperto uno scontro sia nel mondo scientifico che nel paese, e di cui è certamente opportuno informare e discutere.

Sorprende tuttavia l’articolazione dell’incontro: che prevede, dopo i saluti d’uso, solo un’introduzione del Vicepresidente della Camera dei Deputati, on. Maurizio Lupi, esponente di Comunione e Liberazione, e un’unica relazione di Mons. Rino Fisichella, Presidente della Pontificia Accademia Pro Vita. Nessuna discussione è prevista.
Questa scelta chiusa al dibattito e di parte, del tutto legittima in qualunque altro contesto, in sede universitaria, luogo per eccellenza dell’educazione al pensiero critico, dispiace e sconcerta; perché su temi così importanti, che coinvolgono ragione ed emozione, fede e scienza, e producono un intenso dibattito sociale, si preferisce la ricerca dell’egemonia alla discussione critica.
Non intendiamo contestare il diritto di parola di alcuno. L’Università non è un luogo dove esso si nega. Al contrario, è semmai, ed eminentemente, un luogo in cui la parola si analizza, si approfondisce, si discute, dove non si fugge il confronto, ma lo si ricerca programmaticamente; non è invece il luogo per promuovere l’aggregazione per bandiere identitarie, oggi fin troppo praticata nella società italiana.
Chiediamo quindi che l’Università si faccia promotrice di una discussione franca e aperta su queste tematiche, che tenga conto di tutte le opinioni in campo, senza dare ad alcuno il diritto di definirne in esclusiva i temi e i limiti. Tanto più in questi tempi, in cui su tematiche analoghe e correlate si è acceso un vivo dibattito nella società, e in cui ogni idea di possesso esclusivo della verità, da qualunque parte provenga, divide drammaticamente le coscienze, anche all’interno degli stessi settori da cui proviene.

Prof. Stefano Allievi, sociologo

Prof. Umberto Curi, filosofo

Prof. Paolo Zatti, giurista

Qualche giorno dopo…


Riguardo alla prevista ‘Lettura’  di Mons. Fisichella abbiamo sollevato  una questione  che non riguarda le persone né le opinioni,  ma solo il metodo propagandistico, programmaticamente chiuso al confronto, estraneo allo spirito del dibattito universitario e particolarmente inopportuno nel momento in cui la questione bioetica vede in atto uno scontro aspro e condotte aggressive  sul piano istituzionale e su quello mediatico, senza risparmiare le persone coinvolte.

Si levano ora all’interno del mondo studentesco voci e  proposte che si caratterizzano per un atteggiamento eguale e contrario, e abbandonando il piano della critica e della discussione mirano ad espellere dall’ambito universitario una posizione etica, negando la base stessa di ogni confronto: il diritto di parola. Esprimiamo il nostro totale dissenso da queste posizioni  e confidiamo che gli studenti sapranno isolarle.  L’Università deve restare lo spazio della libertà di esprimersi e confrontarsi per tutte le opinioni che accettino le basi costituzionali della convivenza; solo l’intolleranza non può e non deve abitarvi”

Stefano Allievi, Umberto Curi, Paolo Zatti

“il Mattino”, 24 febbraio 2009, pag. 1-20

Due pesi e due misure

Il fatto: pregano in piazza, i primi; pregano in piazza, i secondi. Il luogo: davanti al Duomo di Milano, i primi; davanti alla clinica La Quiete di Udine, i secondi. Il motivo: in solidarietà con i loro correligionari di luoghi più sfortunati, i primi; in solidarietà con una ex-ragazza più sfortunata di loro, i secondi. Per che cosa: perché oltre 1300 di essi, di cui un terzo bambini, sono stati massacrati in pochi giorni in una guerra profondamente asimmetrica, i primi; perché una di loro potrebbe passare da una vita dubbia a una morte certa, i secondi. Contro che cosa: la violazione reiterata della legalità internazionale, i primi; l’applicazione di una pur approssimativa legalità nazionale, i secondi. Il giudizio: sono considerati estremisti e fondamentalisti, i primi; sono considerati difensori della vita, i secondi. Le reazioni: una campagna di stampa durissima nei confronti dei primi; la mera registrazione della notizia nei confronti dei secondi.

Si battono contro una morte certa, già avvenuta e di massa, i primi; si battono contro una morte opinabile, forse a venire, forse già avvenuta, i secondi. Sono solo una piccola parte della pubblica opinione che dicono di rappresentare, i primi; sono solo una piccola parte della pubblica opinione che dicono di rappresentare, i secondi. Chiamano assassini coloro contro cui si battono (uno stato potente e in questo momento aggressivo), i primi; chiamano assassini coloro contro cui si battono (un padre, un giudice, coloro che li sostengono), i secondi. C’è chi si è scusato pubblicamente per le azioni e le parole dei propri correligionari, tra i primi; non c’è chi abbia fatto altrettanto, tra i secondi. Sono una minoranza rumorosa, i primi; sono una minoranza rumorosa, i secondi. Non rappresentano la propria pubblica opinione, i primi; non rappresentano la propria pubblica opinione, stando ad autorevoli sondaggi, nemmeno i secondi. Eppure credono di avere la verità in tasca, i primi; eppure credono di avere la verità in tasca, i secondi. Godono in genere di pessima stampa, i primi; godono in genere di larga e ottima stampa, i secondi. Sono quindi condannati dalla pubblica opinione, i primi; non sono quindi condannati dalla pubblica opinione, i secondi. Si dice che strumentalizzano la preghiera in pubblico, i primi; non si dice che strumentalizzano la preghiera in pubblico, i secondi. Per cui ci si scandalizza e si vuole impedire che la ripetano, i primi; per cui non ci si scandalizza e non si vuole impedire che la ripetano, i secondi. Dimenticavo: sono musulmani, i primi; sono cattolici, i secondi.

Per quel che vale, non condivido metodo, toni e messaggio tanto dei primi quanto dei secondi, anche se posso comprendere alcune ragioni di entrambi. Non mi schiero quindi né con gli uni né con gli altri.

Come nei giochi della Settimana Enigmistica: trovate le somiglianze e le differenze tra le due figure. E poi datevene la spiegazione che preferite.

Stefano Allievi

Due pesi e due misure, in “Il Manifesto”, 7 febbraio 2009, p. 3

Il diavolo e l’acquavite

Volgere il male in bene, il diavolo in acqua santa (o magari in acqua della vita, ovvero in acquavite), è prerogativa del sacro. Possiamo dimostrarlo con un breve apologo enoico.

Per un qualche errore di dosaggio nei fermenti, accadeva che alcune bottiglie del vino bianco di una certa regione della Francia si stappassero all’improvviso: questo vino, chiamato “diable”, perché indiavolato, ‘saltatappo’, a causa di questo errore di fermentazione doveva essere buttato.

Ma un monaco benedettino (appartenente cioè a quell’ordine a cui dobbiamo, insieme ai cistercensi, se la viticoltura è sopravvissuta alla caduta dell’Impero Romano e alle invasioni barbariche, grazie alla tradizione vitivinicola che custodirono e tennero viva all’interno dei conventi) ebbe l’illuminazione di lasciare fermentare appositamente una seconda volta, ma in bottiglie ben spesse e con i tappi di sughero accuratamente legati, quel vino destinato usualmente a più tranquilli approdi.

Dobbiamo a quell’oscuro e per molti santo monaco, tale Dom Pérignon, il cui nome è ora giustamente giunto a fama imperitura, la geniale creazione di quello che è oggi il vino più famoso del mondo: lo Champagne, dal nome di quella regione di Francia le cui vigne, secondo alcuni paleontologi sicuramente francesi e sciovinisti, sarebbero le più antiche al mondo.

Grazie agli sforzi certamente illuminati (è banale dirlo: dallo spirito…) di quest’uomo di preghiera, il “diable”, pur conservando la sua energia e il suo gas, è vinto e sottoposto all’ordine del mondo e al dominio dell’uomo, per la sua gioia e la letizia dei suoi commensali.

A proteggerne il prezioso frutto aiuterà anche San Vincenzo, diacono spagnolo martirizzato nel 304, divenuto in Francia il patrono dei vignaioli (e dei bevitori, immaginiamo), pare, a causa del gioco di parole cui si presta il suo nome, che sarebbe piaciuto a un cabalista: Vincent, cioè vin-sans-eau.

Allievi S., (2008), Il diavolo e l’acquavite, in “Servitium”, n.177, pp.105-106

Del vino e dell’islam

Il vino, le bevande inebrianti, per estensione tutto ciò che altera la coscienza, e quindi anche le droghe, è come noto vietato da un precetto coranico.

Ma, come altrettanto noto ai frequentatori del mondo musulmano, così come dei musulmani immigrati, si tratta del meno rispettato dei divieti alimentari. Vive, più o meno, la stessa sorte del divieto dei rapporti prematrimoniali nel mondo cattolico. Ma si tratta di un peccato evidentemente più frequente e ripetuto…

Il problema, in realtà, è innanzitutto nelle origini, ovvero nel precetto. Che, incessantemente ripetuto dai guardiani dell’ortodossia, e perciò considerato una sunna, ovvero una tradizione inderogabile, è in realtà assai più ambiguo anche nella sua genesi, nella sua origine e nelle sue successive modificazioni.

Il vino viene presentato in alcune pagine del Corano come frutto buono e inebriante che diventa addirittura segno per chi sa ragionare e riconoscere il divino sulla terra. La sua prima menzione, nell’ordine della rivelazione (come noto, il testo del Corano è riportato non in ordine cronologico, ma con un criterio di lunghezza, dalla sura più lunga alla più breve – come le lettere di Paolo, per capirci; seguiamo qui la classificazione cronologica classica della vulgata di re Fu’ad, come riportata nella traduzione del Bausani, e ne riportiamo l’ordine): “Pure dai frutti dei palmeti e delle vigne ricavate bevanda inebriante e cibo eccellente. Ecco un segno per coloro che capiscono” (sura 16,67; abbiamo scelto qui la traduzione dell’Ucoii: probabilmente non la più filologica, ma certamente la più diffusa tra i musulmani in Italia, e quindi anche, dal nostro punto di vista, la più inattacabile). Le successive sure meccane che parlano di vino, lo descrivono come uno dei premi di cui godranno i giusti in paradiso: “Provvederemo loro i frutti e le carni che desidereranno. Si scambieranno un calice immune da vanità o peccato” (52,22-23; più esplicito Bausani: “E si passeranno a vicenda dei calici d’un vino che non farà nascer discorsi sciocchi, o eccitazion di peccato”). E ancora: “I giusti saranno nella delizia, [appoggiati] su alti divani guarderanno. Sui loro volti vedrai il riflesso della Delizia. Berranno un nettare puro, suggellato con suggello di muschio – che vi aspirino coloro che ne sono degni” (83,22-26; anche qui più esplicito Bausani, che al v. 25 traduce: “saranno abbeverati di vino squisito”). Fin qui, le sure meccane, rivelate quando Muhammad era la guida di una comunità minoritaria e anche mal vista, una religione tra tante in quella città politeista e plurale sul piano religioso che era La Mecca al tempo del Profeta.

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