La crisi italiana

La crisi italiana non è soltanto una crisi finanziaria, economica, produttiva. Drammatica, certo: ma di cui in fondo conosciamo i costi, le ricette per uscirne, e anche i punti di forza (del sistema bancario e produttivo, ad esempio), non solo quelli di debolezza. E non è nemmeno solo una crisi, colossale, di credibilità internazionale e di immagine: di cui ben prima delle umiliazioni diplomatiche di questi giorni avevano piena consapevolezza gli attori economici, i produttori di cultura, il mondo della ricerca scientifica, e tutti coloro che hanno del confronto internazionale e della concorrenza, di sistemi e personale, esperienza quotidiana. No, la crisi italiana è qualcosa di più e di più profondo: una crisi istituzionale, politica e morale devastante. Che sta minando i fondamenti della stessa coesione sociale del Paese.
Sta saltando il patto sociale, e ciascuno si sente legittimato a non rispettarne gli obblighi perché nessun altro sembra farlo, e nessuno, nemmeno (tanto meno) lo Stato, ha l’autorevolezza per imporsi. E’ già saltato, anche se non se ne ha ancora piena consapevolezza, il patto generazionale: oggi gli interessi delle fasce più mature della popolazione appaiono più che mai in contrapposizione con quelli delle fasce più giovani. E le contrapposizioni di interessi appaiono più rilevanti che mai: tra aree geografiche, tra diversi attori economici e sociali, tra pubblico e privato, tra garantiti e precari, tra giovani e anziani, tra uomini e donne, e così via. Il Paese, insomma, è cresciuto senza crescere, si è sviluppato senza produrre sviluppo, e si è modernizzato senza essere diventato moderno. E oggi paga il prezzo di questa mancanza, prigioniero di ciò che non è riuscito ad essere.
Ci troviamo insomma in una situazione di devastazione, pur non avendo avuto una guerra. E dobbiamo ricostruire il Paese a partire dalle macerie che non i bombardamenti, ma l’inettitudine di un intero ceto politico, gli egoismi e gli interessi di pochi, ma anche la mancanza di immaginazione, di visione di come il Paese avrebbe potuto e dovuto essere, da parte delle sue classi dirigenti, ci hanno lasciato.
C’è oggi bisogno di ricostruire l’Italia dalle fondamenta: nel senso di coesione nazionale, nelle sue istituzioni, nel suo modo di pensarsi, nelle sue pratiche sociali. E quindi, prima di tutto, nella sua politica.
Come nel dopoguerra, c’è dunque bisogno di un ceto politico nuovo, responsabile, capace di immaginare una nuova stagione e di costruirne le fondamenta, facendo tesoro degli errori del passato, ma con una proposta politica e istituzionale moderna, agile, dinamica, adatta ai tempi, capace di valorizzare le risorse degli individui, uomini e donne, delle imprese, delle collettività, delle associazioni, dei territori, anziché imporsi ad esse rendendo loro la vita impossibile.
Siamo, davvero, come in uno strano dopoguerra, o dopo una guerra civile, o una profonda lacerazione sociale e istituzionale, di fronte a un vero e proprio problema di nation building. Centocinquant’anni dopo la sua nascita, l’Italia deve in qualche modo ricominciare da capo. Dopo la rottura innovativa e creatrice (nonostante i suoi costi e i suoi limiti) del Risorgimento, dopo i disastri delle due guerre mondiali, dopo il crollo della dittatura fascista, dopo la caduta meno cruenta e non definitiva della prima repubblica, dopo la fine ignominiosa della seconda, che oggi stiamo vivendo, l’Italia deve ricominciare dall’inizio. E deve farlo avendo il coraggio di ripensarsi all’interno di una nuova fase costituente: e, come ai tempi dell’Assemblea Costituente, dandosi il tempo di farlo, nonostante le urgenze del momento (che non erano del resto minori nel dopoguerra), e selezionando a questo scopo le sue energie migliori, e, senza timore di chiamarle tali, le sue elites.
Questo il compito: ma a chi affidarlo? Chi ne ha la consapevolezza?
Nella situazione di crisi che il Paese sta attraversando, appare chiaro che la coalizione di centro-destra, incapace di governare la situazione economica, di avanzare una seria proposta politica, e soffocata dagli scandali che coinvolgono il suo leader e il suo entourage, è in perdita netta di credibilità e di consenso. Nello scenario da essa prefigurato il problema era solo quello di rimanere al potere fino alla scadenza naturale del 2013, nella speranza di riuscire a recuperare qualche margine di consenso, che non la condannasse all’uscita dalla storia del Paese non solo con una rovinosa sconfitta, ma con ignominia, nel discredito morale e nel fallimento materiale. Ma, come vediamo in questi giorni, questo scenario, fino a ieri il più probabile, non tiene più, complice anche l’ormai irrecuperabile – con questa leadership – discredito internazionale. I mal di pancia della Lega, la sempre possibile escalation degli scandali e di un intervento ulteriore della magistratura, nonché il precipitare della crisi stessa anche a causa della perdita verticale di fiducia nel Paese sia da parte dei mercati che delle istituzioni internazionali, hanno fatto finire – nei fatti – questa legislatura. Il Paese tutto ormai sembrava vedere la scadenza naturale del governo e della legislatura come un traguardo lontanissimo e non auspicabile: troppo lontano per quel colpo di reni di cui l’Italia ha bisogno subito, come ormai dicono chiaramente le associazioni imprenditoriali e la stessa stampa filo-governativa. Il che rende possibili altri scenari: un governo tecnico, di transizione, che faccia le riforme fondamentali, tra cui quella del sistema elettorale, e quindi nuove elezioni; o addirittura elezioni subito, che tuttavia nessuno sembra veramente volere, nemmeno da parte dell’opposizione.
Ma tutto questo non basta. Occorre, oggi, sia guardare al breve termine, alla situazione immediata, sia ‘pensare lungo’, attraverso un salto di qualità impossibile da chiedere all’attuale ceto politico, e tuttavia irrinunciabile e non più rinviabile: pensare il nuovo patto sociale, ripensare il Paese, ricostruirne le fondamenta.
Come, con chi, attraverso cosa, lo vedremo nella prossima puntata.
1 – continua
Allievi S. (2011), Prima puntata. Una nuova costituente: Cosa bisogna fare oltre la crisi di Berlusconi, in “Il Mattino”, 9 novembre 2011, p. 15

Ma il movimento pacifico è più forte di quello violento (Indignados e black bloc)

Due movimenti si contendono l’opposizione al nuovo disordine mondiale: quel disordine che la crisi finanziaria degli ultimi anni ha mostrato in tutta la sua fragilità intrinseca, ma anche nella sua ferocia nei confronti dei più deboli.
Un movimento è pacifico. Vuole superare questo ‘ordine’ puntando l’indice sui suoi guasti, e sulle sue sanguisughe, su coloro che ci speculano e ingrassano sulle macerie della vita degli altri: raiders finanziari globali, ma anche satrapi locali. E’ questo che lega la primavera araba agli indignados di Wall Street, passando per le piazze spagnole (e chi mai, negli anni scorsi, avrebbe potuto immaginare un tale spettacolare avvicinamento tra sponde e interessi apparentemente opposti!). Sono coloro che occupano le piazze di tutti i paesi, con obiettivi non direttamente politici, mossi più spesso mossi da una spinta etica e da una volontà di riappropriazione collettiva del proprio futuro. Ma che proprio attraverso la mobilitazione collettiva riescono a dare un orizzonte di possibilità e quindi un obiettivo concreto alla mera indignazione, che è una categoria più morale che politica, e spesso più individuale che sociale, ottenendo risultati anche spettacolari: la cacciata dei dittatori mediorientali ne è l’esempio più clamoroso e riuscito, ma sta trovando imitatori e percorsi paralleli in Europa e negli Stati Uniti, obbligando i poteri forti a manifestare un interesse verso questo dissenso che in proprio non avrebbero affatto.
Un movimento è invece violento. E’ fatto più di rivendicazione dell’atto puro di opposizione, del nichilismo della violenza gratuita, che diventa senso puro di esistere in mancanza di altri sensi da dare alla vita, e fine in se stesso. Questo movimento ha due forme: una impolitica, ed è quella che abbiamo visto nelle rivolte ‘consumeriste’ inglesi, in cui lo scopo era appropriarsi di qualche genere di consumo che non si aveva la possibilità di procurarsi in proprio; una invece, politicizzata, è quella dei cosiddetti black bloc. Entrambe queste forme di violenza sembrano molto più ‘interne al sistema’, per motivi diversi. La prima perché il suo scopo è adeguarsi ai miti ma non ai riti del consumismo: si aderisce ai fini proposti (consumare) ma si trovano mezzi non socialmente approvati per raggiungere l’obiettivo (saccheggiare i negozi). La seconda perché ha un obiettivo primitivo e feroce, ma tutto interno alla logica politica tradizionale: i poliziotti e i carabinieri, le auto incendiate, i negozi distrutti, la devastazione pratica e simbolica, senza alcun progetto strategico reale volto a cambiare le cose. Il problema non è rovesciare il sistema, perché si è coscienti dei rapporti di forza: è solo di dargli fastidio – una violenza ‘consumerista’ anche questa, che si consuma nell’atto di svolgersi. Il nemico è per costoro ragione stessa di esistere; e loro sono ragione per scatenare la repressione da parte del potere: funzionali ad esso fino in fondo, dunque (come funzionale al sistema è confermarne i miti, dopo tutto; loro invece ne confermano l’autorità).
E’ per questo che solo il movimento pacifico fa veramente paura. Proprio perché non vuole scardinare l’ordine sociale tanto per farlo, senza proporre alternative, è l’unico in grado di farlo realmente. Non a caso si preoccupa di ricreare un ordine dal basso, e quando occupa le piazze si preoccupa anche di fare pulizia (il contrario di distruggere e bruciare), ma anche di creare motivazione, consenso, cultura, progetti alternativi, e non ultimo piacere di essere insieme, gioia di vivere, un orizzonte in cui sperare, dunque. Proprio per questo, nonostante le sue sconfitte (la dis-occupazione delle piazze occupate), si proietta sulla lunga durata, e può diventare opposizione reale, e proposta non del tutto ingenua di un nuovo ordine mondiale. Il movimento violento invece, come sempre, serve agli scopi del potere, dando ad esso la legittimazione necessaria per tutelarsi, scatenando una repressione che rischia di non distinguere, di non essere mirata ai soli violenti, e dunque non disinteressata.
C’è da sperare che la pubblica opinione sia in grado di distinguere tra i due movimenti: uno sta dalla sua parte, e prova a interpretarne le istanze, l’altro no.
Stefano Allievi
Allievi S. (2011), Ma il movimento pacifico è più forte di quello violento (Indignados e black bloc), in “Il Piccolo”, 17 ottobre 2011, pp. 1-8 (anche “il Mattino”, 18 ottobre)

Convivere con l’incertezza, banco di prova per tutti noi

La recessione economica in agguato, la crisi politica apparentemente senza via d’uscita, la disgregazione sociale che si manifesta in mille modi, perfino il baratro etico in cui sembriamo sprofondare, sono altrettanti segni di un qualcosa di più grande, che oscuramente ci minaccia: il ritorno dell’incertezza. Da qui anche l’emergere delle paure, delle fobie dell’altro, del diverso, del nuovo, come manifestazione sociale, come visibilità mediatica, e come strumento politico di ricerca del consenso.
Non tutto sta accadendo realmente a tutti: le difficoltà economiche colpiscono solo una parte del Paese, il vuoto politico è solo transitoriamente tale (e in politica non esiste quasi per legge fisica: la crisi di un potere è allo stesso tempo l‘incubatore di un altro), il sociale ha molte facce e mostra molte forme nuove di aggregazione, e la crisi morale è solo di alcuni, mentre altre parti della società fanno emergere riserve etiche insospettate. Tuttavia, qualcosa è accaduto davvero. L’incertezza, la mancanza di garanzie, l’instabilità, la perdita di scudi protettivi (tutto questo era, culturalmente prima ancora che socialmente, il welfare state), sono tornati nel novero del possibile: sono rientrati prepotentemente nella vita di ciascuno di noi, dopo che per un secolo – questo ha significato il progresso, nelle democrazie occidentali – erano stati progressivamente espulsi dall’orizzonte sociale. Quasi un ritorno alla natura, dopo tutto: è solo da qualche decennio, e solo in una minoranza di nazioni del globo, che si era cominciato a pensare che la vita dovesse essere garantita, protetta, o almeno assicurata, dalla culla alla tomba – in passato, non lo è mai stata.
Il mutamento, il movimento (di denaro, merci, conoscenze, persone), la novità (di mode, prodotti e proposte), l’evoluzione continua (pensiamo alle tecnologie), costituiscono la cifra interpretativa della condizione umana di oggi, e anche un valore sociale. Provate a vendere un prodotto dicendo che è uguale a prima, che è ‘old’ invece che ‘new’; o provate a vendere voi stessi, in un curriculum, dicendo che avete abitato sempre nello stesso posto, e lavorato nella stessa azienda – varrete meno, sul mercato. A essere premiato è il cambiamento – di mode, di look, di prodotti, di occasioni – e la capacità di saper cogliere le opportunità. Tutto questo non è senza conseguenze. Solo che lo misuriamo diversamente. Per quelli di mezza età è una novità e quindi un trauma; per i giovani, è già oggi vita quotidiana, a livello personale e professionale. Noi eravamo garantiti e rischiamo di non esserlo più; loro, non lo sono mai stati. L’idea dell’intermittenza, della non linearità dei percorsi (formazione, lavoro, pensione; figlio, coniuge, genitore), del cambiamento frequente del posto di lavoro e delle reti di relazione, la maggiore mobilità, la diminuzione delle garanzie, per noi sono un problema, per loro sono un dato. Noi siamo immigrati di questa condizione; loro ne sono nativi.
In questo c’è una lezione da trarre: la società, di fronte al cambiamento e all’incertezza, non reagisce in maniera omogenea, è divisa. C’è un conflitto intergenerazionale in corso, e la posta in gioco è la competizione per le risorse, che riscopriamo essere scarse. La diatriba sulle pensioni ne è un esempio e un banco di prova. I garantiti cercano di tenere strette le proprie garanzie; i non garantiti provano almeno ad essere meno appesantiti dalla zavorra che altri impongono loro.
L’incertezza è aggravata dall’immobilismo di una società corporativa e gerontocratica, ostile alla qualità e al merito individuale in nome della garanzia di casta e del familismo amorale, e dall’ingiustizia evidente di una forbice (dei redditi, ma anche dei privilegi, delle rendite di posizione) platealmente in crescita. Insieme, questi fattori mostrano una società drammaticamente bloccata, incapace di reagire agli stimoli del cambiamento. Ed è a causa di questo che l’incertezza – che vista da un’altra prospettiva è chance, opportunità, occasione di crescita e di rinnovamento, qualità ricercata della vita e non condanna dovuta alla rigidezza delle barriere sociali e delle condizioni di partenza, possibilità di costruire il proprio percorso, meritocrazia, sviluppo delle proprie potenzialità – diventa un problema. Di fronte al quale, e a chi lo produce, l’unica possibilità è far saltare i fermi, il tappo, gli equilibri: prendersi le occasioni, combattere per le risorse e per gli spazi – in termini psicoanalitici, uccidere il padre.
Laddove non c’è fluidità, laddove l’accesso è bloccato, l’unica chance di sopravvivenza è il combattimento aperto e la conquista; laddove non c’è collaborazione, e prevalgono gli egoismi, la sola possibilità rimasta è il conflitto, che lascia sul campo vincitori e vinti. In questo senso il caso Italia mostra una patologia che altrove, in altre democrazie più fluide, in altre società non bloccate, non si riscontra. Del resto, se questa è l’unica possibilità di aprire al dinamismo, ben venga. È un conflitto positivo, che non potrà che fare bene a una società che altrimenti non può che decadere, marcire nella propria putrescenza, nell’asfissia da mancanza di orizzonti e di idee nuove. E che si farà: perché il talento – e sapersi muovere, saper trasformare l’incertezza in opportunità, ne è un aspetto fondamentale – non può rimanere immobile. Per ora ha quasi solo la scelta tra la repressione delle proprie potenzialità e l’espatrio. Me è un lusso che non ci possiamo più permettere.
Stefano Allievi
Allievi S. (2011), Convivere con l’incertezza, banco di prova per tutti noi, in “Il Piccolo”, 27 settembre 2011, pp. 1-7 (anche “Messaggero Veneto”);

Città video sorvegliata o città aperta? (versione integrale)

In un precedente articolo sul Mattino, abbiamo affrontato il tema della socialità giovanile e della politica degli orari della città, prendendo lo spunto dall’arrivo dei vigili alla festa del PD, andati a fare quello che fanno ovunque, su incarico del Comune, allo scadere della mezzanotte: spegnere la musica. Il numero di risposte e di consensi che l’intervento ha avuto, e di discussioni online che ha generato, è stato significativo: come se qualcuno avesse involontariamente dato voce a una tensione che covava sotto la cenere da anni, a una ferita aperta e a un problema irrisolto. Proviamo qui ad approfondire la questione.
La polis – concetto da cui deriva tanto la nostra idea di città quanto la nostra idea di politica – presuppone l’incontro nell’agorà, nella piazza, e la riflessione comune sul suo destino. E’ quindi innanzitutto un luogo di socialità e di discussione. Incidentalmente, parte importante dell’attività e dell’identità della polis erano anche i templi, dove si svolgevano le cerimonie religiose, i gymnasion, dove si coltivava il corpo e lo spirito, e i teatri, con dei veri e propri festival, i Dionysia, che servivano a cementare l’unità culturale della polis e dei cittadini.
La socialità è dunque fondamentale: perché è buona in sé, perché costruisce legami sociali (non a caso si parla di tessuto sociale, fatto di una trama fitta di relazioni), perché è un piacere, e infine perché consente la comunicazione e la discussione sulla res publica, la cosa pubblica. E’ insomma una precondizione della vita stessa della città (se vuole essere viva, naturalmente). Ma per manifestarsi ha bisogno di luoghi e di occasioni, a tutti i livelli. Luoghi polisenso e multifunzione, utilizzabili a più livelli e da popolazioni diverse, come le piazze, i parchi, i cortili; luoghi per il culto e l’adorazione degli dei; luoghi dedicati alle forme moderne di gymnasion e di teatro, di aggregazione e di divertimento; luoghi di consumo e di scambio, come i mercati (e naturalmente i luoghi della produzione e quelli di incontro delle corporazioni di arti e mestieri); luoghi di istruzione e formazione (che la mentalità odierna identifica con la scuola e l’università, ma lo sono anche i teatri e i gymnasion, i luoghi di culto e i mercati); fino ai luoghi di discussione politica, dall’agorà al municipio. E occasioni come le feste private e pubbliche, religiose e laiche, le celebrazioni, gli eventi culturali e sportivi, le fiere e i mercati, e quant’altro.
La città non è fatta solo di muri, è fatta di persone: “Sono le case a fare un borgo, ma sono gli uomini a fare una città”, diceva Rousseau. Bene, chi sono gli uomini e le donne che abitano questa città? I residenti al 31 agosto 2011 sono 214.046, di cui 32.008 stranieri, grazie ai quali si produce anche un tasso di natalità e di nuzialità in aumento (senza di loro sarebbe negativo). Ai residenti bisogna aggiungere gli studenti dell’università, 60.812, di cui solo un terzo circa è padovano, e quindi conteggiato tra i residenti: una buona metà viene da altre zone del Veneto, e in parte passa almeno qualche giorno (e notte) alla settimana a Padova, mentre oltre il dieci per cento viene da altre zone d’Italia e dall’estero, e a Padova spesso ci si è temporaneamente trasferito. A costoro bisogna aggiungere oltre 5.000 studenti post-laurea, in gran numero non padovani, e oltre 2.000 docenti, in parte anch’essi foresti e bisognosi di socialità e di cultura. Poi ci sono le varie ondate di pendolari (per lavoro e studio, al mattino presto; per gli acquisti nella parte centrale della giornata e il sabato; per i consumi culturali e il divertimento la sera, in gran parte giovani), e infine quasi un milione di turisti, per quasi la metà stranieri, che passano almeno qualche giorno da noi. I giovani insomma, sono assai di più di quelli contabilizzati tra i residenti. E le persone con bisogni di socialità più accentuati di quelli legati alla cerchia familiare ancora di più, dato che delle 101.267 famiglie ‘anagrafiche’ censite, ben il 40% (in aumento) sono composte da un solo elemento, e quasi il 27% (pure in aumento) da due, con un incremento delle coppie senza figli, pure esse in aumento, che già oggi rappresentano il 40% delle coppie. Anche se, va ricordato, la popolazione con più di 65 anni è di ben 51.427 unità, e l’età media dei padovani, 45,36 anni, è tre anni più alta della media regionale e nazionale.
In pratica, gli indicatori demografici fanno di Padova una città tendenzialmente anziana; ma quelli sulle presenze, che includono gli studenti, la ringiovaniscono significativamente. Tuttavia Padova – a sentire i diretti interessati – non sembra essere una città per giovani, non ne ha l’immagine. E questo non dipende dalla demografia. Dipende dalle politiche per i giovani. O dalla mancanza delle medesime. E’ da anni, infatti, anzi da decenni, che la popolazione giovanile è scarsamente considerata. E’ da anni che i giovani sono sballottati qui e là. Ed è sconcertante, peraltro, che quando le associazioni sono state convocate per discutere di socialità giovanile – che non è, riduttivamente, solo divertimento, che peraltro non dovrebbe essere una parolaccia nemmeno nel Veneto produttivo – sia stato sull’onda della cosiddetta ‘emergenza spritz’, come se i giovani fossero un problema di ordine pubblico (un’emergenza, addirittura!), e il luogo di discussione sia stato la prefettura anziché il comune.
A mancare non sono solo le occasioni e i luoghi per gli incontri di gruppi affini, per età e interessi. Mancano pure gli spazi di comunicazione, anche solo di vicinanza fisica, tra generazioni. E troppi immaginano la città a compartimenti stagni: le famiglie da una parte, i giovani dall’altra, i bambini dove non ci sono gli anziani, gli italiani dove non ci sono gli stranieri, e così via. Ma questa non è una città e non è civiltà. È una forma blanda e suicida di apartheid, che rende la separazione tra generazioni e tra con-cittadini ancora più grave di quanto già non sia. La risposta allora non è: ognuno da una parte, in modo che nessuno rompa le scatole a nessun altro, ma più spazi comuni, condivisi, in cui anche le generazioni si mischino senza darsi fastidio. Come, grosso modo, accade in ogni parco di ogni città del mondo. Ma come potrebbe accadere con iniziative culturali ad hoc, e proprio nelle piazze della città, che sono il luogo deputato ad ospitarle. Se no l’alternativa secca è tra un divertimento a porte chiuse e a pagamento, e rigorosamente ghettizzato per categorie anche di reddito (e magari anche deviante, comunque troppo alcolico – cose su cui, peraltro, una parte di operatori commerciali guadagna assai bene), da una parte, e dall’altra lo stare tappati in casa per chi altro non si può permettere, e in ogni caso altro non c’è perché altrimenti la cittadinanza protesta. L’abbiamo già detto altrove: una città vissuta, frequentata, è una città migliore e più sicura. Per tutti. E’ nel vuoto, nel silenzio, nell’oscurità, che trova spazio e si manifesta più spesso il lato deviante e maleodorante della società, il degrado. E’ dove la gente, le famiglie, gli anziani, e anche i giovani, non vanno più, che restano i pochi votati al peggio. Non è questo che le famiglie, e gli anziani, dovrebbero volere, anche se hanno tutti i diritti di dormire la notte. E forse, nel loro interesse, dovrebbero avere la pazienza di sopportare un po’ di jazz, di teatro di strada, di animazione ogni tanto, per evitare di avere lo spaccio, gli ubriachi che fanno i loro bisogni sui muri, i tossici, sempre: la socialità buona scaccia quella cattiva – è dove non c’è quella buona che domina, e spadroneggia, quella cattiva. Forse qualcuno potrebbe perfino scoprire che la socialità e la cultura non sono solo per gli altri, per i giovani; e che potrebbe essere un piacere anche per loro.
Quasi ogni città ha le sue belle attività di strada e popolari, e le sue belle deroghe almeno estive agli orari di apertura, di somministrazione di cibo e bevande, di produzione di cultura (e non solo per il capodanno e le vittorie ai mondiali – deroghe queste che la cittadinanza si prende anche senza permesso). Non c’è bisogno di guardare solo all’estero. Basta guardarsi in casa: andare a vedere le esperienze di altre città universitarie, e compararle con la situazione padovana. Analizzarne anche i problemi, certo, e le risposte che ai problemi sono state date: ma non guardare solo a questi, pensando che la socialità sia, in sé, un problema. Perché la socialità non è un problema: è una soluzione. Questo modo di vedere le cose, di pensare alla socialità come un disturbo, e alle sue occasioni come rumore, è di per sé un dato culturale su cui riflettere: e abbiamo la sensazione che sia questo il problema. Come abbiamo potuto ridurci così?
Forse dovremmo ricominciare a capire che la città va pensata insieme ai suoi abitanti, non a prescindere da essi. A Torino, per dire, ma anche altrove, l’assessore all’urbanistica e all’edilizia privata è anche l’assessore alla qualità della vita e all’integrazione dei ‘nuovi cittadini’. Insomma, chi si occupa delle case è chi si occupa anche delle persone che ci abitano dentro, dei loro bisogni, delle loro aspirazioni. E si affida lo sviluppo di strade e muri a chi si occupa di socialità e culture, anche nuove e diverse. Non quindi un presunto ‘tecnico’ – un architetto, un ingegnere, nei piccoli paesi un geometra – ma al contrario un politico esperto in culture (parola che deriva dal latino colere, coltivare, e include anche il culto, e la coltivazione delle relazioni). Una scelta significativa. Perché nei consigli comunali, nelle giunte, l’attività principale non dovrebbe essere quella di occuparsi di varianti urbanistiche, ponti e strade, ma del loro perché, del loro senso, delle loro conseguenze sulla vita delle persone. Non solo in funzione del traffico, della mobilità, della spesa, del consumo: ma in funzione di una vita piena, ricca di senso e non solo di risorse (per alcuni). Altrimenti rischiamo di avere città funzionali – quando va bene – ma vuote, come in quel quadro meraviglioso che è ‘La città ideale’, alla Galleria Nazionale di Urbino: una bellissima visione rinascimentale, proporzionata, perfetta (e già è qualcosa, laddove la parola bellezza non viene quasi mai pronunciata, nella politica cittadina), ma vuota, senza persone, senza umanità.
La socialità, le attività culturali (e la musica, il teatro, l’happening, le manifestazioni artistiche, ne sono alcune espressioni), sono movimento, invenzione, un’idea del mondo, la voglia di sperimentarlo e di rappresentarlo: precisamente ciò che riempie la città e le dà senso. Proprio ciò di cui abbiamo bisogno come il pane, o almeno subito dopo il pane. Certo, ci può essere qualche inciampo con altre attività della città. Se ne parli, si trovino soluzioni. Se ci sono idee le si propongano, si condividano con gli operatori culturali. Se non ci sono, con umiltà, si lanci un concorso per riceverle, aperto ai giovani, ai gruppi, all’attivismo di chi, tra mille difficoltà e ostacoli, per l’appunto, si attiva affinché la città sia viva e non morta, piena anche di contenuto e non solo di cose. E’ questo che tentano di fare, bene o male, i giovani che si ritrovano per un evento, foss’anche solo con lo scopo di non stare da soli. Perché non è che non ci siano attività culturali: ci sono. E non è che non ci siano altre modalità di aggregazione: l’associazionismo, per esempio. Ma la socialità, soprattutto giovanile, non è solo questo, e non può ridursi a questo. E si coinvolga l’università, la ricchezza meno utilizzata di Padova: che è piena di talenti e di esperienze che non chiedono altro che di essere utilizzate anche dalla città, e per risolvere i suoi problemi. Sapendo, certo, che per riempire la società di contenuto e le giornate di relazioni, bisogna anche spendere: magari spiegando ai padovani che è un guadagno. Economico, persino. E sapendo che non si tratterebbe che di restituire un briciolo di ciò che i giovani producono (sì, producono) e spendono. Sarebbe utile una ricerca sull’indotto economico prodotto da giovani e studenti su questa città. Ma prima di vederne i risultati siamo già certi che la percentuale di spesa a loro favore è certamente inferiore alla loro percentuale di presenza nel territorio.
A partire da qui, forse, si può cominciare a pensare a una città aperta a tutti davvero, non privatizzata: nemmeno dai giovani, naturalmente. Una città che non escluda nessuno. Ma che accolga anche, attivamente, i suoi abitanti. Tutti i suoi abitanti. Con la consapevolezza che la città è molto più di uno spazio: è un luogo, con una sua vita, una sua memoria e un suo genio – genius loci, appunto. E’ molto più di un insieme di strutture (non solo architettoniche): è un complesso di funzioni, che giocano un ruolo cruciale nei meccanismi della comunicazione tra le persone. E’ molto più di un fatto urbanistico: è un fatto urbano – un aggettivo che definisce una civiltà, un modo di essere e di pensare. Ed è molto più anche di un luogo di potere: è un luogo politico, potenzialmente disponibile ai più diversi apporti – perché la politica vera, la politica sana, va nei due sensi: parla, ma sa ascoltare; agisce, ma prima pensa e coinvolge. E’ infine, soprattutto, un luogo abitato: forse privo in sé di anima ma abitato da persone che ne posseggono una, e che vorrebbero poterla manifestare in tutte le sue ricchezze, non solo nella produzione e nel consumo.
Sui cartelli di ingresso della città di Padova sta una scritta significativa: “Territorio urbano telesorvegliato”. Come se questa fosse la sua caratteristica principale, il dato più rilevante della sua carta d’identità, quello da mostrare a chi varca i confini del suo territorio. E’ un segno culturale forte, e inquietante: che ci parla di tempi bui, oscuri, gretti, richiusi in se stessi. Noi vorremmo ci fosse scritto: “Città aperta”, “Città viva”. Forse proprio i giovani possono aiutarci a ritrovare il significato di queste parole.
Stefano Allievi
Da questo articolo è scaturito un dibattito cospicuo: con una prima risposta dell’assessore Zampieri, l’apertura di una discussione nel blog del direttore del Mattino, Omar Monestier, molti interventi con i relativi commenti on line, spesso assai vivaci. Riportiamo di seguito l’intero dibattito, dai miei primi articoli (per come sono stati pubblicati sul giornale) ai principali interventi pervenuti e pubblicati sul quotidiano o sul sito del Mattino: tutto, insomma, tranne i post di commento ai vari articoli, pure anch’essi assai interessanti.
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Che cosa sognamo di fare di questa città?

Siamo contenti che la polizia sia andata alla festa del PD: così scoppiano le contraddizioni. Non equivocate: siamo del tutto favorevoli alla festa del Partito Democratico (e a tutto ciò che produce socialità), e del tutto favorevoli alle iniziative musicali dei giovani al suo interno. Ma il PD è anche il partito che esprime l’amministrazione e il sindaco, cioè chi governa. E chi governa, fosse di destra o di sinistra, ha ascoltato troppo, in questi decenni, la Padova dormiente, chiusa in casa, diffidente: anche perché è quella che protesta di più. Senza ascoltare abbastanza l’altra Padova: quella che si incontra, che produce socialità e cultura, e anche, ma non solo, più giovane. Che, pure, vive al suo interno, e produce ricchezza su cui altri guadagnano: si pensi alla folla di studenti su cui campano più maturi commercianti e proprietari di case, e quindi famiglie, ma che hanno il diritto di esistere solo di giorno, poi, mi raccomando, che vadano a letto presto. Ora, queste due città hanno entrambe i loro bisogni e i loro diritti: ma la sensazione di qualunque studente fuori sede, come degli operatori culturali indigeni, per non parlare dei turisti di passaggio, e l’immagine di sé che la città rischia di dare, è quella di ascoltare, primariamente, una sola delle due. Qui basta la telefonata di uno, non sempre a ragione, per impedire la socialità di cento, e far intervenire vigili e polizia: che, se non è ancora mezzanotte, ascoltano, nemmeno misurano se c’è davvero uno sforamento di decibel perché non hanno le attrezzature adatte, e chiedono di abbassare il volume; e, a mezzanotte e un minuto, cominciano a comminare multe, senza deroghe.

Ora, chiariamoci: la vivibilità e il sonno dei cittadini devono essere tutelati. Ma non è ammissibile che una città chiuda sempre e comunque a mezzanotte, come se ci fosse il coprifuoco. Basta andare una volta sola in una qualunque città europea, ancor più se è città universitaria, ma anche in Italia, diciamo a sud del Po (e un po’ più a ovest), per vedere in piena notte, e almeno d’estate, una città viva, gente che si muove (e non solo giovani), e iniziative musicali e artistiche per strada. Qui no.

Ma stiamo attenti. La socialità produce vivibilità, ma pure sicurezza. Le zone più frequentate sono anche più frequentabili: sono i passi che rimbombano nel vuoto dietro di noi a mettere più paura. E soprattutto, l’alternativa è che i giovani (e meno giovani) se ne stiano ben sigillati nelle discoteche, nei pub, nei bowling e nei locali di slot machines, nell’interesse di chi li gestisce. E’ questo che vogliamo? Sicuri, e lo diciamo ai genitori, che questo produca una città e dei giovani migliori?

Allora forse, nell’interesse di tutti, è necessario aprire una franca discussione – magari una vera e propria convention, aperta a tutti – cercando di sentire il polso vero della città, non solo le lobbies che la rappresentano: residenti e commercianti, operatori culturali, associazionismo, studenti, istituzioni e università, parrocchie, organizzatori di sagre, musicisti e teatranti, ma anche giovani e famiglie, e magari qualche esperto che sappia cosa succede altrove, e come risolvono i problemi, che ci sono. E provare a immaginare una città diversa, ripensando i suoi luoghi di socialità e i suoi orari. Nell’interesse e a tutela di tutti: ma tutti davvero. Non è solo questa o quella iniziativa in gioco: c’è in ballo l’idea di città che abbiamo. Ne vogliamo parlare?

Stefano Allievi

Allievi S. (2011),Che cosa sognamo di fare di questa città? , in “Il Mattino”, 6 settembre 2011, p. 19

Conflitto sociale tra generazioni

La politica contro i giovani

E’ significativo che sia proprio la Lega, il partito che passa per essere quello con il maggior sostegno giovanile, a farsi paladino della battaglia contro l’innalzamento dell’età pensionabile (accettando piuttosto un taglio ulteriore ai già stremati enti locali, in contraddizione lacerante con la sua stessa ragion d’essere, il federalismo). E se le modalità d’azione – tra parolacce, pernacchie e dita medie alzate – possono sembrare giovanilistiche, il contenuto è un furto con scasso ulteriore al futuro e alla speranza dei giovani di questo paese.

E’ la tragica conferma di come la classe politica, vecchia d’età e di metodi, sia anche la rappresentante ufficiale della parte più anziana della società e dei suoi interessi, e solo di essa. E’ evidente che, tra tante cose dolorose da fare in tempi di crisi, quella di innalzare l’età pensionabile (tranne che per i lavori usuranti) e di parificare quella tra uomo e donna, è una di quelle da mettere in cantiere. Per una semplice ragione demografica: in un secolo la speranza di vita si è alzata di quasi trent’anni (e di quasi due anni per gli uomini e 1,3 per le donne solo nell’ultimo decennio, con veloce tendenza all’aumento), e le donne vivono mediamente sei anni più degli uomini. E per un’ovvia ragione di equità: chi manterrà questo esercito di pensionati poveri ma longevi saranno le nuove generazioni più povere di loro, su cui già abbiamo rovesciato l’onere pesantissimo del debito pubblico, e che vivono in un mondo del lavoro molto più duro, precario e concorrenziale dei loro genitori.

Preferire addirittura di tagliare ulteriormente i trasferimenti agli enti locali, che già hanno tagliato tutte le politiche sociali e culturali, e ovviamente in primis quelle rivolte ai giovani, è semplicemente criminale, in un paese che spende (dati Censis) il 60% della sua spesa sociale in pensioni (contro il 45% della media europea, e di paesi con un livello di protezione sociale molto superiore al nostro, come la Francia e la Germania), e solo un’infima parte per iniziative in favore dell’infanzia, dell’adolescenza, dei giovani e delle famiglie.

Naturalmente la Lega non è sola in questa difesa a oltranza dell’età pensionabile. Ha in buona compagnia la Cgil e i sindacati in genere (che non a caso vedono nei pensionati, ormai, la maggioranza dei loro iscritti), ma anche un ampio fronte dell’opposizione di sinistra. Quella parte, almeno, che non ha il coraggio di dire al suo elettorato delle scomode verità.

Giusto non considerare l’età pensionabile un modo “per chiudere il buco del giorno”, come dice Bersani. Inevitabile tuttavia parlarne, in una logica non di semplice riduzione dei costi, come fa attualmente la manovra del governo, ma di sviluppo e di ripresa, che fin qui non si è vista. In questa logica sarebbe normale investire piuttosto in ricerca e sviluppo (una spesa nello stesso tempo a favore dei giovani, della conoscenza e dell’impresa) un 3-4% in più di Pil, come fanno da anni gli altri paesi europei, mentre noi siamo fermi a mezzo punto percentuale (e i privati investono altrettanto poco). Alla lunga ne beneficerebbero anche i futuri pensionati, potendo contare su qualche certezza in più e un paese in ripresa anziché in declino.

Non farlo è la dimostrazione di un durissimo, anche se taciuto, conflitto sociale in atto: non più tra classi, ma tra generazioni.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Conflitto sociale tra generazioni, in “Il Mattino”, 25 agosto 2011, pp. 1-7 (Anche “La Tribuna di Treviso”)

On the road again. Brevi cenni su un universo in rapida mutazione

«Oltre ogni crisi, per un nuovo patto generazionale»: quello proposto per il cinquantesimo Convegno di CEM è un tema difficile, tra l’inquietante e lo spavaldo, o il coraggioso al limite dell’inconsapevolezza. Perché proporre, nel buio della crisi, la luce della ri-costruzione, del nuovo patto, presuppone un ottimismo della volontà di cui è difficile discernere i segni e fondare la ragionevolezza. Nondimeno, questa ricerca è necessaria: esperienzialmente urgente, moralmente inaggirabile. La cifra interpretativa di questo periodo è la transizione: ma verso dove? Cercheremo di decifrarne alcuni segnali, e proporre qualche chiave interpretativa, ricorrendo ad alcune metafore.
La prima è quella delle isole nella corrente, che descrive la nostra condizione umana  globale oggi, come individui e come gruppi. Ne analizzeremo alcune declinazioni, in ambiti molto diversificati, dalla famiglia alle religioni.
La seconda è quella del rapporto tra immigrati digitali e nativi digitali. La applicheremo anche ad altri ambiti, per delineare la portata della rottura generazionale odierna.
La terza è quella delle «seconde generazioni»: che riguarda gli immigrati, ma da cui cercheremo di trarre qualche benefico insegnamento, estendendone il significato.
La quarta la lasciamo in bianco, per ora. È quella che ci porta a capire se siamo davvero «oltre», e in che misura siamo «per». Ma, come lascia capire il titolo, è La strada. Quella dello scrittore Cormac McCarthy. Ma più in generale le strade da percorrere.
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L’era digitale e il libro del mondo

Un Festival della Comunicazione è occasione per riflettere su molte cose. A cominciare dai mezzi attraverso cui ci rapportiamo con il mondo.

Per la mia generazione, quelli di mezzo secolo o più, la lettura è stata un dato di scoperta e di apertura al mondo indispensabile. Certo, siamo stati anche la generazione che ha scoperto o ritrovato la soggettività individuale e collettiva, il diritto ai diritti, l’importanza delle relazioni costruite nell’impegno politico e sociale. Ma poi, alla fine, era la lettura che sostanziava anche queste esperienze, e ne costituiva il tramite. Più o meno come chi, salito sul treno, fa l’esperienza del viaggio, e guarda dal finestrino; poi, apre un libro, si immerge nella sua lettura, aprendo una diversa finestra sul mondo, facendo un altro viaggio.

Per chi oggi ha meno di vent’anni, per i nativi digitali, la lettura è competenza accessoria, nella sua modalità tradizionale. La modalità standard per accedere ad altri mondi non è aprire un libro; è accendere il computer, navigare su google e collegarsi ai social network. Da qui si passa a leggere (i messaggi altrui, i link a cui ci rimandano), ma anche vedere e sentire (magari via you tube), attraverso un’esperienza sensorialmente più avvincente, coinvolgente e convincente. Talvolta il rinvio è a un libro, o a una sua citazione, incrociata tangenzialmente, attraverso i meccanismi dell’ipertesto e dei link. Detto questo, si leggono anche libri, anche se meno di noi che non avevamo questi altri media a disposizione.

Le forme digitali di accesso al mondo della conoscenza hanno tuttavia qualcosa in comune con la forma letteraria del romanzo: il recupero della dimensione narrativa della vita, la scoperta del bisogno di raccontare e raccontarsi. Nei media digitali e nei social networks ci si apre maggiormente all’esperienza e all’interazione. Che diventa, per l’appunto, un diverso modo di leggere il mondo.

Come noto, l’invenzione di ogni nuovo medium e di ogni nuova tecnica conoscitiva, che per gli apocalittici è sempre stato il preludio alla scomparsa delle precedenti, nella maggior parte dei casi ha portato alla loro somma e quindi a un pluralismo sempre maggiore dei media, non alla loro sostituzione. Il giornale non ha ucciso il libro, la radio non ha ucciso il giornale, la televisione non ha ucciso la radio, il computer non ha sostituito nessuno dei precedenti, cominciando semmai a incorporarli. Libro incluso. L’ultima invenzione è infatti quella che ci consente di leggere i libri in formato elettronico, ma in maniera portatile, proprio come un libro: stoccandone in tasca, con un ingombro minimo, quanti vogliamo, e a un costo ridotto. E oltre tutto ogni sottolineatura elettronica o commento a margine rimane in memoria per sempre. Questo non fa di noi dei sapienti, se questo sapere non è introiettato e ruminato a lungo, ma degli utilizzatori più leggeri e felici sì.

Non ha senso quindi piangere, peraltro prematuramente, la scomparsa del leggere come noi l’abbiamo conosciuto. Ci sono altri modi di leggere il libro del mondo. Che possono aiutarci, oltre tutto, a leggere meglio i libri sul mondo.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), L’era digitale e il libro del mondo, in “Il Mattino”, 3 giugno 2011, pp. 1-21

Quando il pesce sa di immigrato

Nei giorni scorsi, alla notizia dell’ennesimo barcone di disperati affondato nel Mediterraneo, mi è purtroppo capitato di sentire, anche da parte di quindicenni all’uscita dalla scuola (ma sicuramente è comune sentire assai più diffuso), cori di giubilo che inneggiavano alla tragedia. Come fosse una vittoria. Come fosse umano… Ormai è uno stile culturale, o sottoculturale, diffuso. Ho pensato che fosse necessario provare a dire qualcosa, senza toni scandalizzati o di denuncia, che non servirebbero a nulla. Ma prendendone atto e cercando di rispondere, di far capire qualcosa, con attitudine didattica, e ricominciando dall’abc. Ci ho provato con l’editoriale che segue, che ho mandato ai quotidiani del Nordest con cui abitualmente collaboro. Ma – che strano… – non me l’ha pubblicato nessuno.

Mettiamola in maniera sgradevole ma chiara. Quest’estate rischiamo di mangiare dell’ottimo pesce del Mediterraneo che potrebbe essersi nutrito di carne umana: quella di qualche disperato alla ricerca di un destino migliore. Vogliamo arrivare a questo? Se la risposta è no, dobbiamo ricominciare a farci qualche elementare domanda.

Non ci sono risposte semplici a problemi complessi, e le migrazioni sono uno di questi. Né il foera di ball e la caccia armata al clandestino né le braccia indiscriminatamente aperte sono soluzioni praticabili. Anche se è necessario ricordare che ormai, nel nostro paese, la prima opinione sta prendendo sempre più corpo, e in questi giorni ci è toccato ascoltare inquietanti battute da stadio alla notizia dell’affondamento dell’ennesimo barcone. Come se, davvero, per noi fossero diventati mera carne – o men che quello: cibo per i pesci – e non fossero più uomini, donne, bambini, destini spezzati. Vent’anni di propaganda rozza e di lepidezze volgari sparate da troppi opinion makers hanno prodotto anche questo: una insensibilizzazione progressiva al dolore altrui che ha invelenito il clima e imbarbarito nell’animo i civilizzati di una volta.

Ma allora, che fare? Lasciamo da parte, per ora, le politiche di integrazione all’interno del nostro paese. Limitiamoci all’altra faccia della medaglia: quella delle politiche transnazionali. L’analisi è assai semplice: o facciamo qualcosa, o gruppi sempre più ampi di persone cercheranno un destino migliore in Europa, anche a costo del naufragio. Possiamo fermarli? In parte. E in parte continueremo ad accoglierli, non per amore ma per rispondere ai bisogni reali del nostro mercato del lavoro e ai nostri desideri di consumo senza lavoro, o di maggiore benessere al minor prezzo possibile (questo – se vogliamo chiamare le cose con il loro nome – è il pretendere manodopera a basso costo, in agricoltura, in edilizia, nell’industria, nei servizi alla persona o in casa nostra, come colf e badanti). Si può discutere sulla sostenibilità nel lungo periodo, oltre che sulla saggezza e sulla giustizia di un modello come questo, che in effetti va messo in discussione. Ma prima ancora, una semplice domanda.

Come si può evitare che partano? Evitarlo del tutto non si potrà. Ma diminuire i flussi sì. Come? Con opportunità di sviluppo e maggiore giustizia sociale e civile nei paesi d’origine. Si può fare? Si potrebbe: con maggiore cooperazione allo sviluppo (e a uno sviluppo sostenibile), e sostegno alle democrazie invece che alle dittature. Lo facciamo? Sempre meno. La conseguenza è d’obbligo: meno faremo in questo senso, più migrazioni avremo.

Ecco, se c’è qualcosa che ci insegna l’ennesima tragedia nel Mediterraneo, è che i problemi non si possono continuare a nascondere sotto il tappeto. Prima o poi esplodono. Bisogna quindi fare qualcosa. E prima ancora bisogna pensare a cosa si fa. Saperlo progettare. E pagarne i costi, perché nessuna politica è gratis. Persino la Lega, per contrastare l’immigrazione, ha sempre detto “aiutiamoli a casa loro”. Peccato che in vent’anni non abbia prodotto una sola proposta di legge in questa direzione, o stanziato un solo euro, o fatto un minimo sforzo di riflessione in materia: troppo ossessionata dal locale, non ha tempo di pensare al globale, da cui il locale tuttavia dipende. Fare qualcosa vuol dire destinare, poniamo, il 3% o più delle nostre risorse ad aiutare altri a casa loro. Non ne moriremmo: vorrebbe dire il 3% in meno di pane, di carne, di vestiti, di aggeggi elettronici. Ma ne vivrebbero altri invece di rischiare di morire per venire da noi. E’ il caso di cominciare a rifletterci. O di cominciare a guardare con occhio diverso la frittura mista che ci serviranno al ristorante, quest’estate.

Stefano Allievi

Allievi S. (2011), Quando il pesce sa di immigrato, in “Confronti”, n. 11, maggio 2011, p. 5

The War over Mosques

seminar

MANCA INDICE

Introduction

The method of comparison is among the most fruitful when we want to analyze the evolutions of a society, trying to understand which are the more important and really significant variables to take into account.

Nevertheless, when we compare the presence of Muslim minorities in Europe, and the different models of multiculturalism, all considered to be part of a common frame of liberal states, we face serious problems of interpretation.

First of all, because Europe is undoubtedly composed of liberal states: but this common frame of founding principles and references is interpreted very differently in each country (from the constitutional foundations to the politics and policies on immigration and religious pluralism), producing many multiculturalist models, and specific ways of treating, in particular, Muslim communities, also because Muslim minorities are very different in each country (ethnically, socially, culturally, etc.) and between countries.

We will not focus here specifically on the different models of multiculturalism, but it is very clear and evident, when doing empirical research, that there are not only differences depending from one country to another; to complicate further the analysis, differences are also internal to countries, following regional specificities, and also city by city. And, on the contrary, there are often many similarities in the policies of different cities, despite the fact that they belong to different countries, and consequently to different frames of interpretation, to different legislative systems (included different ideas and practices of citizenship), to different traditions of dealing with migrations, with religious minorities, etc.

To quote but an example, it is no more true what is still often repeated: that there is a French republican assimilationist model based on individual integration, a British multiculturalist model based on collective and communitarian recognition, a German model based on refusal of citizenship and the logic of ‘gastarbeiter’, etc. Most models have changed enormously, in some cases accentuating differences, in others commonalities. The laws on citizenship has changed several times in different countries, going towards a more common direction, the influence of European normative frames particularly on rights shows its strength in the same way; on the other hand the politics of several countries has changed dramatically their direction (it is enough to think to the spectacular change in Dutch politics towards migrations and Islam specifically). All these changes show that, given the specific problems in each countries, all of them facing peculiar difficulties and failures, there is an attempt to find new solutions and new directions, mostly searching an answer day by day, without a clear path or model to follow, also due to the rapid changes in the political landscape.

Muslim minorities themselves need to be understood in the plural. There are significant differences in terms of country of origin, in terms of level of integration, in terms of level of institutionalisation, in terms of gender ratio, in terms of previous knowledge of the country (former colonies, common language, knowledge of history and cultural symbols), in terms of passage of generations (most countries are not facing anymore the first generation of migrants, and are already witnessing the second, the third, the fourth…). They represent in any case a new significant presence, also in statistical terms: close to 15 millions Muslims in Western Europe, more than 8 million Muslims in the Balkans and Eastern Europe, for a total of more than 23 millions Muslims who we could call Europeans. To these, to have a really complete picture, we might add the 76.000.000 of Turkey, a country that has applied to join the EU (or at least the over 6.000,000 of its European part) and the 20-25.000.000 of Russia. Clearly a serious change in the European religious landscape.

Liberalism in question. Exceptionalism and the case of mosques in Europe

The liberal thought and practices of Europe are questioned from many points of view, through the Muslims’ presence in Europe. Sometimes, as a consequences of problematic issues posed by Muslims themselves; more often because of affirmations of principles and practices towards Muslims decided by institutions, or debated in the public space by part of the European public opinion. In many countries of Europe the emerging presence of Islam as an internal actor (in religious, social, cultural and political terms), and its entrance and increasing visibility in the public sphere (through collective activism and politics of recognition, but also through mediatization, institutionalization and incorporation), is raising new problems concerning the presence of religion in the public space. To these problems, in many cases, political parties, media, public institutions, governments – at the local, regional and national level – and parliaments tend to give specific and contextual answers, finding specific solutions, even when the issues raised, if correctly interpreted, could be compared and comparable to the issues raised by other religious (and even non religious) groups. We might define this tendency as exceptionalism, that is to say a tendency to see Islam and Muslims as an exceptional rather than standard case, one that does not fall within the cases relating to religious pluralism, and therefore requiring specific bodies, actions and specific targeted reactions, unlike those used for other groups and other religious minorities. Examples of exceptionalism include the forms of representation of Islam in various European countries, which vary from case to case but also differ with respect to the recognized practices of relations between States and religious denominations in general. Other cases concern the approval of laws banning specific dresses (such as various forms of hijab, niqab and burqa: even if often such laws are masked in a way that they do not seem specifically related only to Muslims, even when they are applied only or mainly to them) or buildings (minarets in some regions of Austria – Carinthia and Vorarlberg – and Switzerland), or the introduction of specific questions or conditions when applying for citizenship or other kind of permits.

Forms of exceptionalism from a legal, political and social perspective, are, however, present in many other fields, following a pervasive trend, affecting countries with the widest range of State structures, and that appears to be in a phase of further growth: they even include, in some countries, the language used about Islam and Muslims (and the existence and success of a specific literature), and the creation and increasing impact of political parties for which the presence of Islam and Muslims in Europe is becoming a central point of their agenda.

Sometimes exceptionalism has a ‘positive’ and inclusive instead than a negative and exclusive form (even though theoretically it is equally problematic): allowing specific dress codes or behaviors (for example, in swimming pools for Muslim women), or other similar cases, particularly in the judicial field, concerning family laws.

These politics and policies concerning Islam and Muslims often contradict the principles of non-interference in the internal affairs of religious communities proclaimed and enshrined for other denominations and religious minorities. And their base and conceptual foundation is not equality of treatment or freedom, included religious freedom: exceptionalism seems to be constructed in these cases as a (problematic) third way between a universalistic application of principles and norms and the cultural rejection of a specific actor.

The example of mosques and mosque related conflicts is very clear from this point of view.

Symbolism and territory: mosques as a visible dimension

Mosques represent a way for Islam to leave the private sphere and to officially enter the public sphere. Conflicts about them can rely on ‘real’ or supposedly real reasons, such as a fall in the value of property, fear of increased traffic, parking problems, fear of invasion of public spaces (courtyards, parks, playgrounds), or supposed other social priorities in the area; but more often they are connected to ‘cultural’ reasons such as foreignness of Islam to ‘our’ culture, defence of women’s rights, reciprocity, ‘non-integrability’ and/or incompatibility of Islam with Western/ European/Christian values, etc. While reasons of the first kind may be (but often are not) empirically based, and as such may be constructed discursively, those of the second kind serve to justify a Kulturkampf whose objective is no longer the mosque as such – which becomes a symbol to be targeted – but Islam itself, as a different and foreign religion, ‘alien’ and incompatible with democracy, the West, Liberalism, Christianity or ‘our traditions’, according to the context. Of course, the two sets of reasons often overlap and reinforce each other. Some forms of conflict could actually be interpreted using the tools of ethology and sociobiology, rather than those of anthropology and sociology, still less those of urban planning. Examples include forms of imprinting on an area, such as the spreading of pig urine, or the placing of pigs’ heads or spilling of blood, using primitive proprietary dynamics of privatization, passing through the logics of sacralization and desacralization of space.

As a more general question of mosques, one should also note the spread of a vocabulary that refers to contamination, pollution and precautionary measures (used explicitly, with reference to mosques, by various anti-Islamic groups), as well as the return of the categories of purity and contagion in the cultural and political debate. Further reflection is needed here, recalling the historical precedents of the use of this kind of language and interpretation, and the risk that tragic ghosts of the past may re-appear.

Most conflicts over mosques in Europe include, either primarily or marginally, the question of the minaret, its height, or its very existence. The minaret appears to have become a symbol par excellence of the conflict surrounding Islam, or rather of its visibility in the public space. The case of the Swiss referendum against minarets (November 2009) has been a sensational demonstration of this. This issue was not however only an internal Swiss question, as most observers have preferred to imagine. It is in fact probable that in other areas of Europe, similar referendum would have produced similar results, as many polls have showed.

Having said this, the Swiss referendum made a significant and paradoxical element emerge, which merits further reflection. Few people have noticed the fact, only apparently contradictory, that in three of the four cities where minarets, and their corresponding mosques, really exist, and have existed for a long time, and where the Islamic presence is greatest, the referendum was unsuccessful. While the highest percentage of votes favourable to the referendum was obtained in internal Appenzell, were the Muslim presence is insignificant if not inexistent. Translating into minimal terms and deliberately stating this double tendency in extreme terms, we can synthesize as follows: where there are no minarets, and possibly not even Muslims, fear forces people to banish the first and fear the others; where they exist and are even visible, there is much less fear. This does not mean obviously that the more you know Muslims the more you must like them, or at least not fear them; but it does mean that in these same places where there are natural dynamics of encounter and confrontation, long-term trends of integration are activated, as well as concrete intercultural policies, which have their effects. A fact that is a good indicator of the dynamics of the presence (which is less of a problem) and the processes of visibilization (which are the real problem) of Islam in the European public space.

Rejection of Islam and Islamophobia

The conflicts over mosques and minarets are obviously the result of the more general climate around Islam and attitudes towards Muslims in Europe. They immediately reveal if we are in a situation of normality and so inside a relatively linear process of integration, or on the contrary if there are important signs at least of suspicion and distrust, if not of real Islamophobia. If Islamophobia is the fever, the conflicts over mosques become an excellent thermometer to measure its level.

Now, the fever is not the illness, but a symptom of it, which leads us to inquire into its origins. Explanations can be found at various levels of complexity. A first level is the simple application to mosques of the classic ‘Nimby’ (Not in my back yard) syndrome, which we can summarise as a theoretical acceptance of the principle but not of the place. This level explains a part, but only one part, of the conflicts over mosques: and pertains more to the reasons declared than to the real motivations. More subtle, more problematic to reflect over a more complex mechanism of ‘reactive identities’: identities that are created in reaction and in opposition to another identity – whether this other identity is real or, more often, only an imaginary, culturally constructed one. Characteristic of such identities – which involve both autochthonous populations and immigrant communities – are, among others, the over-determination or over-semanticization of cultural elements.

Minarets, mosques, but also veils and burqas, all begin to seem when we analyse them more in depth, false problems. The real problem is the relationship of Europe with Islam, on one hand; and the relationship that the Muslims have with Europe and the West, on the other (that which they have, and that which we imagine they have).

Mosques and minarets end up by looking more like a discoursive substitute: a transitional object, to say it in psychoanalytic terms. Mosques are the symptom: the illness is Islam, or rather the West’s imaginary of Islam: which, like the Islamic imaginary of the West, appears more and more conflictual. But the phenomenon is more complicate, and does not follow a single direction.

On one side we can observe long-term trends that go in the direction of integration and inclusion: constitutions, the system of jurisdictional safeguards, but also consolidated institutions like schools have a stability and a strength greater than the changing trends of politics. If policies and politics change rapidly, institutions are a guarantee of coherence and duration, or at least slower and more meditated change than the one pushed by public opinions. And despite everything, they work in the direction of integration, the extension of rights, and their consolidation, not in the direction of cultural opposition and social conflict. This process is also taking place on the religious plane. There are strong oppositions between religious communities (even though we have the sensation that those inside the various religions are even stronger, in respect to the way of approaching religious alterity and practising inter-religious relations). But there is also a common religious grammar that ends up by comprehending and recognizing the religious needs of others and their meaning: praying, also in the community, fasting, having clothing codes, an idea of modesty, roles also sexual and gender of reference, the sense of pure and impure…). In this there is the possibility of obtaining recognition and building alliances, and constructing relations of trust and confidence.

On the other hand there is the cultural conflict about Islam, and the debates in the public sphere, and their political instrumentalisation, that often goes in the direction of exclusion, separation, differentiation, selective application of law, targeting Islam in policies but also – what is more problematic – in normative terms. An example that is particularly problematic in terms of principle is the request, often advanced in the case of conflicts about mosques, to involve the local population in a referendum. Like the Swiss national referendum we already mentioned, these requests raise important and problematic issues.

There are two ways of thinking about democracy: one that emphasizes the role of the popular will (traditionally was more the left, but today it is more the right wing that sustain this vision), the other that while recognizing the role of the popular will (as if it could be ignored) remembers that it has to express itself within limits and guarantees that are precise and insuperable.

Any referendum is democratic precisely if and only if it is founded on, and does not place itself against, the democratic principles guaranteed by constitutions. Otherwise it becomes the most illiberal and anti-democratic weapon that exists. Not by chance in many countries there exists a control of constitutional legitimacy before considering if a referendum issue is admissible. On the basis of those principles, referendums to ask citizens if they agree to the building of a mosque are unconstitutional. And to let citizens believe that they have the right to decide on the fundamental rights of other citizens means instilling a very dangerous poison into society as a whole. It is not possible in democracies for the majority to decide on the rights of the minority, because it is precisely on the protection of these rights that democracies are founded. In this sense the agitation of the political entrepreneurs of Islamophobia is purely instrumental; but the problem is that this instrumentalization works.

Conclusions

We described previously mosques and minarets as transitional objects, symbolical of a principal object, which is Islam. This is only the first half of the argument, the most immediate. The second is that Islam is in its turn a transitional object: which represents and signifies the pluralisation of society, and in particular, religious pluralism. Islam has become the discoursive substitute for important changes in society, which are not tied generically to religious pluralism as such: in concrete terms they are called gender roles, clothing codes, family models, parental authority, ideas of modesty, purity, sacredness, as far as the relationship between religion and politics, religion and democracy, religion and state. Subjects that in secularised societies it has become more difficult to discuss (also) in religious terms: and that cultural and religious pluralism are bringing into the limelight.

Islam – rightly or wrongly (other diversities are often much more ‘other’) – has thus become the most extreme example of alterity and the changes that alterity brings to our societies. Islam, because of its symbolic overload and the problematic history that joins it to Europe, because of the striking and formidable aspect of some of its contemporary manifestations (among which obviously the emergence of transnational Islamic fundamentalism and terrorism), but also because of the significant statistical dimension of its presence, is inevitably at the centre of the political and social debate in Europe. And it will be there for a long time.

Some reflections on the Islamic presence in Europe, multiculturalism and cultural conflict, that constitute the starting point of the reflections presented in this article, has been proposed in some of my previous essays, among which Conflicts, Cultures and Religions: Islam in Europe as a Sign and Symbol of Change in European Societies, in “Yearbook on Sociology of Islam”, n.3, pp.18-27, 2006 and Multiculturalism in Italy: The missing model, in A. Silj (ed.), “European Multiculturalism Revisited”, London, Zed Books, 2009, pp. 147-180. On Islam in Europe see Maréchal B., Allievi S., Dassetto F. and Nielsen J.S. (eds.), Muslims in the Enlarged Europe. Religion and Society, Leiden, Brill, 2003; Allievi S. and Nielsen J.S. (eds.), Muslim Networks and Transnational Communities in and across Europe, Leiden, Brill; and more recently Van Bruinessen M. and Allievi S. (eds.), Producing Islamic Knowledge. Transmission and dissemination in Western Europe, London, Routledge, 2010. Specifically on mosques and mosque related issues see Conflicts over Mosques in Europe. Policy issues and trends, 2009, and Allievi S. (ed.), Mosques of Europe. Why a solution has become a problem, 2010, both London, Alliance Publishing Trust / Network of European Foundations.

Allievi S. (2011), The War over Mosques, in “Seminar”, n. 621, maggio 2011, pp. 23-27 www.india-seminar.com