La società civile e i candidati

LE OPINIONI / La società civile e i candidati
La politica ha bisogno di professionalità e di ricambio e li attinge a serbatoi diversi. Ma occorrono persone con motivazioni e impegno diversi
di Stefano Allievi
La politica ha bisogno di professionalità. E, quindi, di professionisti. Su questo tema i politici di lungo corso hanno goduto per troppi anni di una rendita di posizione formidabile: «Non andreste mai da un medico che si vanta di non essere un medico di professione», era l’argomento principe, apparentemente di buon senso, di uno di essi, D’Alema. E molti altri lo praticavano senza teorizzarlo. Continua a leggere

Non c'è più un solo modello familiare

«Basta a un unico modello familiare»
03 gennaio 2013 — “Il Mattino” pagina 02 sezione: Nazionale
PADOVA «La strada intrapresa dalla cultura occidentale è segnata da tempo: ci stiamo dirigendo verso il riconoscimento della diversità, verso l’universalizzazione dei diritti». Continua a leggere

La protesta europea. E i suoi perché

Quel rumore sordo a cui dobbiamo abituarci, in “Il Piccolo Trieste”, 15 novembre 2012, p. 1 (anche La protesta e la possibile via d’uscita, in “Messaggero Veneto”, p.1, e Protesta con solide ragioni, in “Mattino Padova”, “Nuova Venezia”, “Tribuna Treviso”, “Corriere delle Alpi”, p.1)
Torna la mobilitazione. Torna la protesta. Torna la piazza. In vari paesi d’Europa, e con maggiore incisività in quella che sta pagando il prezzo più alto della crisi, l’Europa mediterranea. Ma non sono le masse. Non è il popolo. E non è la rivolta. Non da noi, almeno. Sono alcune categorie, alcuni sindacati, alcuni studenti. Ed è solo una manifestazione.
Questo, un po’, sorprende. Continua a leggere

La cultura dello scambio (e il mancato ricambio…)

La cultura dello scambio, in “Mattino Padova”, “Tribuna Treviso”, “Nuova Venezia”, “Corriere delle Alpi” (anche “Messaggero Veneto”, Il repulisti unica terapia per l’Italia, e “Piccolo Trieste”, 15 ottobre, p.1, Un reset delle facce contro gli scandali), 16 ottobre 2012, p. 1
L’impressionante serie di scandali che sta coinvolgendo, e a poco a poco travolgendo, le regioni italiane, da nord a sud, con equanime imparzialità, ci mostra quanto il comportamento dei ceti dirigenti italiani sia radicato in una solida cultura. E non si tratta solo di politica: deve ancora cominciare una pulizia vera negli enti, nell’associazionismo anche imprenditoriale, nelle camere di commercio, negli ordini professionali, nelle fondazioni bancarie, nella dirigenza della pubblica amministrazione, nelle municipalizzate, e via disboscando.
Di quale cultura si tratta? La cultura dello scambio, del favore, della raccomandazione, della protezione: un dato tradizionale dell’antropologia italica. Che però, almeno dagli anni ’80 a livello di massa, ma da molto prima a livello di élite, si è incrociata con la cultura dei soldi facili, della scorciatoia, della furbata, del vivere alle spalle degli altri, e in particolare del denaro pubblico e delle pubbliche istituzioni. Che ha finito per far assomigliare la politica e la pubblica amministrazione, ma anche molti altri ruoli associativi, né più né meno che allo spaccio di droga, al concorso o all’appalto truccato, alla corruzione: un modo rapido per fare soldi senza lavorare, per guadagnare senza impegnarsi. Come diceva Balzac: “Un uomo politico è un uomo che è entrato negli affari, o sta per entrarvi, o ne è uscito e vuole rientrarvi”. Laddove affari significa soltanto gli affari propri, naturalmente: anzi, i propri sporchi, loschi, lerci affari. E laddove uomo politico sarebbe categoria allargabile all’uomo pubblico in generale, delle associazioni e delle corporazioni, e non solo delle istituzioni. Continua a leggere

Alle radici d'una ferocia banale. Sul delitto di Lignano

Oggi è persino facile ragionare sul profilo degli assassini dei coniugi Burgato. Sull’unica rea confessa, per ora, la cubana Lisandra Aguila Rico, e sul complice, il fratello Reiver. E c’entra poco la provenienza etnica, o il fatto di essere immigrati.
C’entra soprattutto altro, che non è l’immigrazione, e che assomiglia dannatamente alla nostra vita quotidiana. Basta dare un’occhiata non superficiale al profilo facebook di Lisandra. Che fa persino tenerezza, nella lunga serie di stereotipi che riesce a collezionare. Il corpo formoso e il seno prorompente bene in vista. I ‘mi piace’ dedicati a due marchi del lusso più glamour: Gucci e Roberto Cavalli, maestro in eccessi. Le fotografie di machos in locali notturni, o davanti a un Hummer giallo posteggiato da chissà chi, i body leopardati, gli occhiali scuri da diva, cantanti, attori, auto e moto da corsa, scarpe di lusso e altri oggetti del desiderio. I caricamenti dal cellulare: locali, bibite, bottiglie di liquore, feste, coppe di gelato. Gli autoscatti davanti allo specchio, con tanto di flash, da adolescente, con mossette, pose sexy, vestiti provocanti, tatuaggi. L’immaginario televisivo o da rivista voyeuristica sui vip. E il gioco innocuo su facebook, che tanti provano a fare: “A quale celebrità assomigli?” Con l’esito delle foto affiancate e il risultato del tutto implausibile: l’attrice spagnola Blanca Suarez, al 75%, le cui foto senza veli rinviano invece a una inequivocabile e impietosa dissomiglianza. Continua a leggere

Quelle domande a cui non riusciamo a rispondere. In morte di una dodicenne

Trieste, primo giorno di scuola. Una ragazzina di dodici anni, appena alzatasi, ha lasciato un messaggio sul suo cellulare: “Odio la scuola”, e “Odio la famiglia”. Poi ha accostato una sedia vicino alla finestra, ha messo a posto le sue ciabatte, l’ha aperta, e si è buttata dal quinto piano, uccidendosi. Mi hanno chiesto di ragionarci sopra. E’ uno degli articoli più difficili che abbia mai dovuto scrivere
Non si può, non si può proprio, commentare – e ragionare meno ancora – di una ragazzina che a soli dodici anni decide di darsi la morte, invece di darsi la vita, il futuro, nell’età in cui il futuro è ancora tutto da inventare. Non c’è nulla da ragionare, perché non c’è ragione al mondo per accettare che ci si possa sentire così male da uccidersi, quando la vita è appena ai suoi albori, e dovrebbe essere ancora leggera: non così pesante da pensare di doverla lasciare.
Di fronte alla tragicità di un ineluttabile con cui ci è così difficile immedesimarci, possiamo solo lasciarci prendere dalla commozione: com-muoverci, cioè muoverci con, emozionarci insieme; quell’umano sentimento che ci fa sentire ancora, almeno nel dolore, comunità, che con-divide il peso del vivere. E, con infinito rispetto, possiamo farci delle domande. Noi, adulti. Noi, genitori. Noi, grandi: così ci chiamano, a quell’età, senza sapere quanto ci sentiamo piccoli anche noi di fronte a eventi, questi sì, davvero grandi. Continua a leggere

La lezione di Zanardi all’Italia

La fotografia – bellissima – di Alex Zanardi che solleva la sua handbike in segno di vittoria, resterà tra le icone più significative di questi anni. E uno dei pochi segni di speranza di questo momento di crisi economica e di depressione sociale e civile.
Non sto esagerando. Noi, anche sulla stampa, tendiamo a prestare attenzione soprattutto alle lotte di potere tra leader politici, alle questioni economiche, alle guerre: ma questo è ciò che emerge alla superficie. Paragonandola al mare, lo storico Braudel chiamava la storia delle battaglie, e delle dinastie in lotta, la schiuma dei giorni; mentre i cambiamenti più importanti avvengono nelle correnti più profonde (la storia dei prodotti agricoli, delle migrazioni, o dei cambiamenti climatici, secondo il livello di profondità). Bene: nella nostra società, certo, c’è la crisi economica, le elezioni in arrivo, le beghe di potere; ma ci sono anche cambiamenti lunghi, in corso, che percepiamo meno. Le paralimpiadi ce ne mostrano uno, assai significativo, e per una volta positivo.
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Il caso Dalla e le coppie senza diritti

Il caso Dalla e le coppie senza diritti, in “Mattino Padova”, 6 luglio 2012
Il caso di Lucio Dalla e del suo convivente Marco Alemanno – che, non riconosciuto come erede legittimo, resterà privo di qualunque tutela – è solo l’ultimo della serie: quello riguardante persone note che ci consente di parlare delle assai più numerose persone ignote nella stessa situazione, il fatto di cronaca che ci consente di parlare della storia. E la storia è semplice: i modelli familiari si sono pluralizzati, né sono del resto mai stati univoci. Non esiste più, e da tempo, un solo modello di famiglia. E il modello ufficialmente dominante è cambiato radicalmente.
La famiglia in passato era luogo di produzione oltre che di riproduzione; negli ultimi decenni – salvo per poche famiglie contadine e artigiane – non era rimasta che questa seconda funzione: oggi nemmeno più questa può essere considerata funzione irrinunciabile ed esclusiva della famiglia. Si è spezzato infatti il legame ineluttabile tra matrimonio e procreazione: si può procreare – e lo si fa sempre più spesso – al di fuori del matrimonio, anche in forme inusuali oggi consentite dalle tecnologie legate alla fecondazione, e si può fare famiglia senza procreare, come testimonia il crescere del numero di coppie infeconde per scelta, anche regolarmente sposate. Ma c’è molto di più.
La maggior parte dei matrimoni finisce già oggi, nei paesi occidentali, per separazione o divorzio, anziché per morte di uno dei contraenti, come in passato. E i secondi matrimoni durano meno dei primi. L’età del matrimonio si alza di continuo, separandosi sempre più dall’età del primo rapporto sessuale, e aumenta il numero di partner e di esperienze tra l’uno e l’altro. L’età del primo figlio si eleva, mentre diminuisce il numero di figli per coppia, di cui l’Italia, paese cattolico (e questo la dice lunga sul significato di etichette usate con troppa leggerezza), detiene il record negativo mondiale. Il numero di coppie dette irregolari, eterosessuali o omosessuali che siano, è in crescita costante, e giustamente la legge oggi equipara i diritti dei figli nati fuori dal matrimonio – anch’essi sempre più numerosi – a quelli nati al loro interno, rompendo con l’iniqua discriminazione del passato. Rischiamo di diventare una società di figli unici, e i single (pre- o post-matrimonio, tra un matrimonio e l’altro, o per scelta) sono già oggi la maggioranza della popolazione delle grandi città. Insomma, il discorso pubblico sulla famiglia parla ancora di modello familiare, al singolare, mentre la maggior parte di noi lo vive al plurale, sperimentando, nelle esperienze altrui o nelle proprie, modelli diversi: figli di una coppia regolarmente sposata, che poi divorzia, riformandosi altrove con altri figli e nuovi legami, poi in età adulta single, poi conviventi, anche più di una volta, poi sposati, con o senza figli, poi separati, di nuovo single, risposati…
Di fronte a un tale mutamento, che al contrario di quel che molti credono non è affatto recente, viene da lontano, ed è una tendenza lunga e irreversibile di società a loro volta plurali, è cieco e sordo – o, per stare in metafore familiari, sterile e infecondo – il silenzio e il ritardo della politica nell’estendere, come si è fatto con i figli, i diritti degli uomini e delle donne, qualche volta anche padri e madri, che vivono al di fuori del matrimonio. Non si tratta di mettere tutto sullo stesso piano, di relativizzare alcunché, tanto meno di demolire la famiglia detta tradizionale. Si tratta di garantire dei diritti fondamentali di dignità alla libera scelta di sempre più persone; e nello stesso tempo – questa sarebbe la scommessa che dovrebbero giocare i sostenitori del modello familiare classico – di sostenere davvero, con politiche attive, la famiglia come risorsa sociale irrinunciabile di creazione di società, come strumento fondamentale della sua riproduzione.
Se in questo Paese la famiglia, invece di essere lo strumento retorico di un repertorio ideologico da agitare senza affrontarne davvero i problemi, fosse considerata sul serio una risorsa, diremmo sì ai diritti delle coppie di fatto e sì a politiche attive a sostegno delle famiglie. E su questi temi troveremmo un’inedita unità tra sostenitori dei diritti di tutti – la maggioranza, anche in campo cattolico, a dispetto delle posizioni ecclesiali e della politica che in esse si riconosce senza crederci – e sostenitori della famiglia come bene comune.

Auditorium e il futuro di Padova

Il mio intervento all’iniziativa “Oltreauditorium. Quale città?” organizzato dal gruppo Prossima Padova.

Il disgusto non ci dà una politica

La politica può dare il disgusto; ma il disgusto, da solo, non può dare una politica. Sta tutto qui il paradosso di quella che oggi si chiama antipolitica, ma che tale non è: dovremmo chiamarla antipartitica, antioligarchica, semmai.
L’indignazione, la protesta, il rifiuto di andare avanti come prima, non sono un vicolo cieco. Sono, al contrario, un eccellente punto di partenza: nel privato, nel sociale, come in politica. Il problema è come proseguire, come andare oltre.
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