Cattolici e politica, una nuova sfida (la candidatura Bonino)

Allievi S. (2010), Cattolici e politica, una nuova sfida (la candidatura Bonino), in “Il Piccolo”, 13 gennaio 2010, p.1 A PR

La candidatura di Emma Bonino alla Regione Lazio apre una sfida culturale e politica nuova, per molte ragioni. Una di queste è che essa costringe a ripensare, su basi diverse, il rapporto dei cattolici con la politica, e non solo nel Partito Democratico.

La candidatura è di per sé spendibile e plausibile: la Bonino ha una caratura politica, e di persona capace di servire le istituzioni, fuori discussione. Lo ha dimostrato come commissario europeo e come ministro della repubblica. Ed è probabilmente la migliore candidatura possibile, per il centro-sinistra, in questo momento: l’unica in grado di dare del filo da torcere alla candidata del centro-destra, pure una figura anomala, che farebbe della sfida laziale, non solo perché tra due donne, una partita di straordinario interesse.

Tuttavia il nome di Emma Bonino, e quello dei radicali, produce discussione all’interno del mondo cattolico. Qualcuno, nel PD, ha già minacciato di andarsene, se la Bonino fosse la candidata della coalizione. Si pensi alla teodem Binetti, e a qualche altro, come Castagnetti, che ha manifestato fastidio. Ma esponenti popolari di grande prestigio, come Marini, hanno avuto invece parole lusinghiere nei confronti della candidata.

Dunque, qual è lo stato della questione? Innanzitutto, il punto di partenza. Che è la pessima figura fatta dai cattolici in politica alla guida della regione Lazio. Marrazzo cattolico lo era: e, dopo lo scandalo che lo ha giustamente travolto, il fatto che abbia chiesto scusa al Papa ma non ai suoi elettori è la dimostrazione di un senso dello stato e delle istituzioni assai vicino allo zero. Che rende poco credibile la posizione di quei cattolici che si arrogano il diritto di dare patenti di legittimità morale ad altri.

Ma c’è di più. Verissimo che su divorzio, aborto, e ultimamente con il testamento biologico, i radicali hanno ribadito posizioni etiche opposte a quelle della Chiesa cattolica. Ma siamo certi che siano anche posizioni avversate dai cattolici? Il risultato dei referendum di allora testimonia che non è così. Ma anche sul caso Englaro i cattolici, come hanno dimostrato i sondaggi del periodo, si dividevano sostanzialmente a metà, come i laici. Era la Chiesa, e i teodem, che facevano vedere una posizione sola: creando qualche problema non solo di visibilità delle posizione altre, ma di democrazia al loro interno.

E ancora, i teodem davvero rappresentano i cattolici del centrosinistra? La risposta è un secco no. La Binetti è una miracolata del ‘porcellum’ elettorale. Con il sistema delle preferenze non sarebbe mai entrata in Parlamento: non, almeno, nel PD, dove l’elettorato cattolico, pur presente, non si identifica affatto con le sue posizioni. E la sua uscita, per passare magari con Rutelli (egli pure, dopo tutto, un ex leader radicale: segno che le vie del Signore sono davvero infinite), pur non auspicabile, rappresenterebbe in questo senso un elemento di chiarezza. I cattolici del PD sono piuttosto rappresentati da Marino e Franceschini, l’uno ex segretario e l’altro candidato tale, e quindi tutt’altro che invisibili o marginali, che dalle posizioni solitarie della Binetti.

Ma c’è di più. La partita è davvero sul ruolo dei cattolici in politica. La lunga stagione del card. Ruini ha il demerito storico di aver portato la Conferenza Episcopale a diventare essa stessa un attore politico, in prima persona. Questa scelta ha portato alla marginalizzazione dei politici cattolici, ridotti a meri esecutori della volontà della Chiesa. Si è uccisa così la grande stagione del cattolicesimo politico: che, da Sturzo a De Gasperi a Moro, lungi dall’essere marginale, è stata il cuore stesso della fondazione della repubblica, il cui esito più solido, a testimonianza di questo ruolo, è la Costituzione repubblicana (e, a livello europeo, il processo di unificazione: che vede politici cattolici come promotori – da Adenauer a De Gasperi a Schuman – e un loro straordinario peso come leaders dell’unione, da Delors a Prodi).

L’esito di questa politica è stato controproducente su più fronti. Si è umiliato il ruolo e il peso della laicità, e dei laici, in politica e nella Chiesa, consentendo oltre tutto lo svilupparsi di attori cattolici autonominatisi molto sui generis, dagli atei devoti alla Ferrara ai clericali non credenti della Lega e d’altrove: difensori del crocifisso e della simbolica cattolica, ma non del cattolicesimo praticato e dei suoi valori; sostenitori delle ‘radici cristiane’, ma dimentichi che il Vangelo dice che non dalle radici, ma “dai loro frutti li riconoscerete”.

Ecco quindi che la Bonino, anche come simbolo di battaglie sui diritti che, come tali, dovrebbero essere una bandiera della cattolicità praticata – dalla fame nel mondo alla moratoria contro la pena di morte, dai migranti ai carcerati, dalle donne infibulate ai malati di sla – ma anche per il metodo politico scelto (la non violenza, lo sciopero della fame, la testimonianza personale), diventa una pietra d’inciampo e un segno di contraddizione, per usare espressioni evangeliche, con cui non è possibile continuare a non interloquire, accontentandosi di scomuniche e anatemi: essi stessi simboli di una cattolicità che non piace più, nemmeno ai cattolici.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Cattolici e politica, una nuova sfida (la candidatura Bonino), in “Il Piccolo”, 13 gennaio 2010, p.1

I veri nemici dell’occidente

La campagna anti-immigrati che in questo paese si va conducendo va esaminata ormai per quello che è, o che qualcuno l’ha fatta diventare: un’ossessione ideologica e una paranoia sociale. Solo questo può spiegare che si sia potuto pensare di non inserire l’immigrazione clandestina (reato minore, punito con un’ammenda) nella legge sulla ‘prescrizione breve’, insieme ad altri reati gravissimi legati alla mafia e al terrorismo, mentre sono inclusi i reati dei colletti bianchi – o, detto in altro modo, delle classi dirigenti.

Di questa campagna sono ben distinguibili due livelli, che vanno nella medesima direzione: uno legislativo a livello nazionale, e uno politico a livello locale.

A livello nazionale, l’ultimo clamoroso esempio non è figlio di un’esigenza pratica, ma appunto di una lucida follia ideologica. Figlia a sua volta di una sciagurata semina politica e intellettuale, che dalla Lega alla Fallaci, ma contagiando anche altre forze politiche e mezzo mondo dell’informazione, ha fatto dell’immigrato un bersaglio in sé – non per quello che fa, ma per quello che è. Si colpisce una condizione, non un reato. Ormai, per ascoltare parole pacate sull’immigrazione bisogna rivolgersi a questori, prefetti e carabinieri: cioè ai professionisti incaricati di mantenere l’ordine sociale. Mentre il maccartismo etnico-razziale di chi agita il tema dell’ordine, anziché agire per portare un po’ d’ordine, finirà per produrre gravi disordini sociali futuri, oltre ad avere conseguenze devastanti sulla vita di decine di migliaia di persone – ciò che interessa poco, visto che non votano.

A livello locale questa campagna, che ha le sue punte nel Nord e in particolare in alcune realtà del Veneto e della Lombardia (due regioni abituate a farsi vanto della propria superiorità culturale), è fatta di ordinanze comunali e delibere: che vanno dalla negazione dei diritti di libertà religiosa per alcuni – i musulmani, e solo loro – a un variegato assortimento di decisioni riguardo alla scuola, agli asili, al sostegno per portatori di handicap e non autosufficienti, ai bonus bebé e ai buoni libro, che prevedono una precedenza per i residenti da un certo numero di anni, o direttamente l’esclusione dei non cittadini. A queste si aggiungono provvedimenti volutamente vessatori che sono una brutta copia dei provvedimenti sulla mendicità medievali, arrivando a multare persino chi la carità la fa, oltre che chi la chiede per strada. E si va avanti così, tra sindaci che, come a Cittadella, subordinano l’apertura di una partita iva o la concessione della residenza all’attestazione di mezzi sufficienti e di una casa adeguata (che, se fosse praticata sugli autoctoni, li costringerebbe ad espellere molti propri concittadini), ad assessori che, come a Campodarsego, vanno di persona a bussare alle porte degli appartamenti di immigrati, in casarecci safari contro i clandestini, fino ai benemeriti amministratori di Coccaglio che hanno avuto il buon gusto di chiamare una operazione anti-clandestini, che colpirà soprattutto i regolari che hanno perso il lavoro a seguito della crisi, togliendo loro immediatamente la residenza, con il nome di “White Christmas”. Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno; o forse, peggio, perché lo sanno…

E’ attraverso politiche di questo genere che la barbarie giuridica, e prima ancora umana, avanza e si fa strada nelle convinzioni e nelle coscienze della gente, oltre tutto con la scusa di agire in nome della collettività, e quindi del bene comune. Senza capire che così si uccide quel principio universalistico che è la base stessa della civiltà giuridica occidentale.

Diciamolo chiaro: se l’occidente è giuridicamente superiore ad altre realtà, come ripetono volentieri coloro che queste campagne promuovono, è precisamente perché ha imparato che la legge è uguale per tutti, e non discrimina per etnia, colore della pelle e religione. È quindi chi lavora per affossare questi principi che è contro l’occidente e suo nemico. Ed è quindi ora di cominciare a combattere i barbari che abbiamo in casa, non solo quelli che vengono da fuori. Sono loro che stanno facendo di questo paese, culla della civiltà e patria del diritto romano, un’eccezione europea.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), I veri nemici dell’occidente, in “Popoli”, n. 1, gennaio 2010, p. 31

La cultura dell’odio e il ruolo della stampa

“Il Gazzettino” di ieri ha ospitato un articolo, a firma di Ario Gervasutti, in risposta all’editoriale da me scritto per “Il Mattino”, in cui cercavo di spiegare un’ovvietà: e cioè che il clima che ha preceduto e seguito il ferimento di Berlusconi è frutto di una predicazione dell’odio che ci portiamo avanti da anni. E che questo clima non è caduto dal cielo, ma è figlio di una cultura politica e mediatica precisa: quella della demonizzazione dell’avversario – diffusa in molti ambiti, da e contro Berlusconi – e della calunnia faziosa come metodo. E, infine, che questa cultura non è uguale dappertutto, e men che meno che è più diffusa a sinistra, come si sta dicendo in queste ore. Semmai, se è vero che la faziosità e il partito preso sono diffusi da tutte le parti e in certa misura fisiologici, in questa fase storica (in altri momenti è stato il contrario) molti esponenti della destra politica e giornalistica hanno imparato ad usare l’attacco a singole persone o a intere categorie con indubbio successo, non solo praticandolo ma vantandosene e rivendicandolo come metodo vincente (per non citare nomi di politici, citerò solo il caso Feltri-Boffo per gli attacchi personali e l’odiosa e indiscriminata campagna anti-immigrati della Lega: che, è il caso di dirlo, non guardano in faccia nessuno).

Che si sia superato, e da molti mesi, il limite di guardia, non lo dice il sottoscritto, ma il Presidente della repubblica e la terza carica dello Stato, e soprattutto un sacco di gente disgustata, che non ne può più del livello degradante della vita politica italiana.

L’intervento di Gervasutti si inserisce perfettamente in questa linea. Il fatto che, con un gioco di parole non originalissimo, che da mezzo secolo mi sento ripetere, parli delle “lezioni dei cattivi allievi” (con la maiuscola), paragonandomi implicitamente, niente meno, ai “cattivi maestri” alla Toni Negri, la dice lunga proprio sul clima che tentavo di descrivere, di cui sono un eccellente esempio. E il fatto che, per rispondere a una considerazione politica e culturale, si lanci in un attacco personale, avvilente più per chi lo fa che per chi lo riceve, alludendo al fatto che io possa influenzare negativamente i miei studenti dalle aule della Facoltà di Scienze Politiche in cui mi onoro di insegnare, è precisamente un esempio di quanto tentavo di descrivere. Se, davvero, non si può più esprimere un’opinione, senza essere tacciati di faziosità e accusati sul piano personale, è appunto il frutto avvelenato di questi anni.

Da antico obiettore di coscienza, detesto la violenza. Le mie parole sul ferimento a Berlusconi, definito “vile oltre che violento”, e che insistevano anche sull’umiliazione inflitta al premier come “umiliazione e degradazione di tutti”, indicano proprio questo, senza ambiguità. Ma ribadisco con assoluta convinzione, semmai rafforzata, che è una sciagurata sconsideratezza esercitarsi “nel cercare, con nome e cognome, presunti mandanti morali e materiali, offrendo all’ira popolare nuovi nemici da combattere”. Come hanno fatto molti in queste ore, tra cui, si parva licet, l’amico Gervasutti. E che fare paragoni con gli anni di piombo o il terrorismo è semplicemente vergognoso: in quegli anni c’ero, e la violenza, tra opposti estremismi e stragi di stato, si respirava giorno per giorno, ti passava tra i pori. L’altra sera, insieme a milioni di italiani, ho sentito al Tg1 Bossi definire un “atto di terrorismo” il ferimento del premier, e subito dopo è stato detto dell’arresto di Tartaglia, uno psicolabile in cura da dieci anni. Questa semplice sequenza di notizie descrive bene l’insensatezza di certi paragoni e di troppe parole in libertà: di cui, davvero, non ne possiamo più.

Dopo l’editoriale dell’altro giorno ho ricevuto molte telefonate di apprezzamento. La più gradita mi è giunta proprio dal “Gazzettino”, da parte di un giornalista, che non conosco personalmente, che ci ha tenuto a esprimermi parole di condivisione e di incoraggiamento: segno che il rifiuto di un dibattito che non porta da nessuna parte è trasversale, e che in tanti vorremmo uscire da questa logica. Mi fa piacere segnalarlo perché non voglio a mia volta aggiungere faziosità a faziosità. Ad Ario Gervasutti, che si accinge ad assumere l’importante responsabilità di dirigere “il Giornale di Vicenza”, l’augurio di farlo con stile e autorevolezza. E un sentito Buon Natale.

Stefano Allievi

Allievi S. (2009), La cultura dell’odio e il ruolo della stampa, in “Il Mattino”, 18 dicembre 2009, p. 15

La cultura dell’odio e il ruolo della stampa

La cultura dell’odio e il ruolo della stampa

“Il Gazzettino” di ieri ha ospitato un articolo, a firma di Ario Gervasutti, in risposta all’editoriale da me scritto per “Il Mattino”, in cui cercavo di spiegare un’ovvietà: e cioè che il clima che ha preceduto e seguito il ferimento di Berlusconi è frutto di una predicazione dell’odio che ci portiamo avanti da anni. E che questo clima non è caduto dal cielo, ma è figlio di una cultura politica e mediatica precisa: quella della demonizzazione dell’avversario – diffusa in molti ambiti, da e contro Berlusconi – e della calunnia faziosa come metodo. E, infine, che questa cultura non è uguale dappertutto, e men che meno che è più diffusa a sinistra, come si sta dicendo in queste ore. Semmai, se è vero che la faziosità e il partito preso sono diffusi da tutte le parti e in certa misura fisiologici, in questa fase storica (in altri momenti è stato il contrario) molti esponenti della destra politica e giornalistica hanno imparato ad usare l’attacco a singole persone o a intere categorie con indubbio successo, non solo praticandolo ma vantandosene e rivendicandolo come metodo vincente (per non citare nomi di politici, citerò solo il caso Feltri-Boffo per gli attacchi personali e l’odiosa e indiscriminata campagna anti-immigrati della Lega: che, è il caso di dirlo, non guardano in faccia nessuno).

Che si sia superato, e da molti mesi, il limite di guardia, non lo dice il sottoscritto, ma il Presidente della repubblica e la terza carica dello Stato, e soprattutto un sacco di gente disgustata, che non ne può più del livello degradante della vita politica italiana.

L’intervento di Gervasutti si inserisce perfettamente in questa linea. Il fatto che, con un gioco di parole non originalissimo, che da mezzo secolo mi sento ripetere, parli delle “lezioni dei cattivi allievi” (con la maiuscola), paragonandomi implicitamente, niente meno, ai “cattivi maestri” alla Toni Negri, la dice lunga proprio sul clima che tentavo di descrivere, di cui sono un eccellente esempio. E il fatto che, per rispondere a una considerazione politica e culturale, si lanci in un attacco personale, avvilente più per chi lo fa che per chi lo riceve, alludendo al fatto che io possa influenzare negativamente i miei studenti dalle aule della Facoltà di Scienze Politiche in cui mi onoro di insegnare, è precisamente un esempio di quanto tentavo di descrivere. Se, davvero, non si può più esprimere un’opinione, senza essere tacciati di faziosità e accusati sul piano personale, è appunto il frutto avvelenato di questi anni.

Da antico obiettore di coscienza, detesto la violenza. Le mie parole sul ferimento a Berlusconi, definito “vile oltre che violento”, e che insistevano anche sull’umiliazione inflitta al premier come “umiliazione e degradazione di tutti”, indicano proprio questo, senza ambiguità. Ma ribadisco con assoluta convinzione, semmai rafforzata, che è una sciagurata sconsideratezza esercitarsi “nel cercare, con nome e cognome, presunti mandanti morali e materiali, offrendo all’ira popolare nuovi nemici da combattere”. Come hanno fatto molti in queste ore, tra cui, si parva licet, l’amico Gervasutti. E che fare paragoni con gli anni di piombo o il terrorismo è semplicemente vergognoso: in quegli anni c’ero, e la violenza, tra opposti estremismi e stragi di stato, si respirava giorno per giorno, ti passava tra i pori. L’altra sera, insieme a milioni di italiani, ho sentito al Tg1 Bossi definire un “atto di terrorismo” il ferimento del premier, e subito dopo è stato detto dell’arresto di Tartaglia, uno psicolabile in cura da dieci anni. Questa semplice sequenza di notizie descrive bene l’insensatezza di certi paragoni e di troppe parole in libertà: di cui, davvero, non ne possiamo più.

Dopo l’editoriale dell’altro giorno ho ricevuto molte telefonate di apprezzamento. La più gradita mi è giunta proprio dal “Gazzettino”, da parte di un giornalista, che non conosco personalmente, che ci ha tenuto a esprimermi parole di condivisione e di incoraggiamento: segno che il rifiuto di un dibattito che non porta da nessuna parte è trasversale, e che in tanti vorremmo uscire da questa logica. Mi fa piacere segnalarlo perché non voglio a mia volta aggiungere faziosità a faziosità. Ad Ario Gervasutti, che si accinge ad assumere l’importante responsabilità di dirigere “il Giornale di Vicenza”, l’augurio di farlo con stile e autorevolezza. E un sentito Buon Natale.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 18 dicembre 2009, p. 15

Berlusconi, odio seminato a piene mani

Berlusconi, odio seminato a piene mani

E’ una bruttissima Italia, quella che emerge dagli eventi di questi giorni, a partire dal ferimento del premier. Ma è uno specchio fedele dell’Italia che siamo. E che è opportuno guardare in faccia, con onesta inquietudine.

L’insensato attacco a Berlusconi si commenta da solo. Vile, oltre che violento; dannoso certo per i suoi effetti diretti, ma anche per l’umiliazione che sempre la brutalità produce nei confronti di chi la subisce. Giusto e doveroso quindi condannarlo con forza, da parte di tutti. L’aggressione a chi governa l’Italia è davvero, in questo senso, un’aggressione all’Italia: e la sua umiliazione è l’umiliazione e la degradazione di tutti. La solidarietà umana e istituzionale è dunque un dovere di chiunque abbia un minimo di coscienza civica. Virtù che purtroppo non abbonda nel Paese, a cominciare da chi lo rappresenta.

Ma l’oscena gazzarra che ne è seguita è uno spettacolo che ha superato ampiamente i limiti dell’indecenza. Da un lato la becera grettezza di chi inneggia all’aggressione e alla violenza. Chi si esalta, inveisce, e rilancia, con squallido humour, su facebook e nei bar: chi lo grida in pubblico, e chi si limita, sotto sotto, a godersela, perché l’umiliazione del potente è pur sempre uno spettacolo popolare. Dall’altro le reazioni ossessive dei fedelissimi: in politica e nei media.

La rappresentazione è sconcertante. Per la sproporzione degli eventi messi a confronto, tanto per cominciare. Si collega il fatto con l’attentato a Togliatti (a cui, dopo tutto, hanno sparato) o con l’assassinio di Rabin: mancano solo Gandhi e Luther King. E si evocano con leggerezza paragoni con gli anni di piombo e il terrorismo. Dimenticando che si è trattato del gesto isolato di uno psicolabile, e non del complotto organizzato di una qualsiasi opposizione. Ma anche per la sconsideratezza di chi si esercita nel cercare, con nome e cognome, presunti mandanti morali e materiali, offrendo all’ira popolare nuovi nemici da combattere.

Non è strano che nell’Italia di oggi ci siano contrasti, tensioni, opposizione. Fa parte del gioco politico, in cui i partiti sono per l’appunto questo: parti della società, in conflitto tra loro per idee e interessi da difendere. Quello che è desolante è che questo contrasto, di per sé fisiologico, sia così radicato nel ceto politico odierno (in gran parte composto da fedelissimi che devono tutto a chi li ha messi in lista, e non a chi li ha votati: servi sciocchi, quindi, più che statisti e uomini politici) da aver prodotto un’assuefazione verbale a qualsiasi insensatezza – tanto ha più spazio nei tg chi le spara più grosse.

Diciamolo onestamente: oggi si fa politica e si guadagna consenso demonizzando l’avversario e organizzando le rispettive tifoserie politiche, non certo progettando il futuro della società. In questo c’è chi si è mostrato maestro e ne ha guadagnato elettoralmente. Così come, se dovessimo pensare a quali sono i giornali che non solo per i contenuti (a cui, quanto a faziosità, contribuiscono quasi tutti), ma anche per lo stile si dimostrano faziosi, facendosene un vanto e rivendicandolo, oggi non penseremmo al Manifesto e all’Unità, ma piuttosto a Libero e al Giornale.

E allora forse chi grida ‘al lupo’ pensando all’odio degli altri dovrebbe pensare anche a chi lo ha seminato a piene mani in questi anni. Ne troverebbe ovunque. Solo questo potrebbe essere un passo avanti per dare uno sbocco positivo alla gravissima aggressione a Berlusconi: dando un contributo a migliorare il livello della vita politica, anziché contribuire forsennatamente, come sta accadendo in queste ore, ad abbassarlo ulteriormente.

Il “Mattino”, 16 dicembre 2009, p. 1-5

anche

La nuova Venezia e la Tribuna di Treviso

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L’odio senza colore di una brutta Italia, in “Il Piccolo”, 17 dicembre 2009, p. 1

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“Il messaggero” di Udine

Stefano Allievi

Ma per il carroccio il crocifisso è un’arma

Ma per il carroccio il crocifisso è un’arma

Di lotta e di governo. Così si presenta la Lega nei confronti della Chiesa.

Da un lato le polemiche odierne del ministro Calderoli contro il cardinal Tettamanzi, reo di parlare un po’ troppo spesso di immigrati e rom: che si inseriscono in una lunga tradizione leghista, che ha sempre assimilato la Chiesa, in toto, a Roma ladrona. Le polemiche contro i ‘vescovoni’, come li ha chiamati più volte sprezzantemente Bossi, contro la Caritas, o contro le prese di posizione ecclesiali, specie sull’immigrazione ma non solo, non si contano, e fanno parte della storia culturale della Lega. Ne sono, anzi, la matrice, coerentemente reiterata nel tempo, di cui i riferimenti neo-pagani (dal dio Po ai matrimoni celtici) sono una costante platealmente sbandierata.

Anche le polemiche contro la chiesa ambrosiana sono del resto di vecchia data, risalendo ai tempi del cardinal Martini. La curia milanese è stata sempre un obiettivo prediletto: non amata dai leghisti, anche perché essa non ha mai fatto mistero di non amare la Lega, e gli egoismi che rappresenta. Peccato di lesa maestà doppiamente grave, essendo la diocesi ambrosiana anche la culla del leghismo e del suo capo indiscusso. Da qui battaglie politiche che assomigliano molto a tentativi di ingerenza, che a qualcuno hanno fatto ritornare in mente i tempi delle nomine vescovili caldeggiate dall’imperatore di turno: e oggi, non c’è dubbio, nel Nord comanda, sempre più, la Lega.

D’altra parte c’è anche una Lega alla disperata ricerca di benedizioni, se non di benemerenze, ecclesiali. E’ la Lega che difende il crocifisso – seppure considerato simbolo identitario e non religioso, e quindi più facilmente trasformabile in arma contundente – proponendone persino l’apposizione sulla bandiera nazionale (singolarmente proposta dall’ex-ministro Castelli, che di suo ha preferito sposarsi celticamente). Del ministro Zaia che al meeting di Rimini va a proporsi, e a proporre la Lega, come il vero bastione della cristianità e il nuovo interprete dello spirito crociato. Del ministro Calderoli, altro esponente leghista sposato celticamente, e del gran capo Bossi, in visita al patriarca Scola, primo alto esponente ecclesiale a riceverli (9 aprile), per un’ora e mezza di misteriosi colloqui, forse favoriti dalla comune origine lombarda e dalla strategica collocazione nel Nord. O dell’incontro ancora più autorevole con il cardinal Bagnasco (3 settembre): un quarto d’ora forse più simbolico che di contenuto, e probabilmente, almeno nel breve periodo, più utile alla Lega che alla Cei.

Incontri volti a proporre un improbabile volto conciliante e filo-clericale della Lega, ma anche, probabilmente, a tentare di suggellare un patto di egemonia culturale condivisa e non più concorrenziale su un Nord sempre più saldamente in mani leghiste, e il cui elettorato è in parte significativa cattolico.

Difficile intravedere gli scenari che questi tentativi mettono in luce.

Sul lato ecclesiale la Lega si manifesta boccone indigesto. Tanto che Bagnasco, nei mesi successivi all’incontro, non ha mancato di polemizzare duramente con la Lega, sulla questione della moschea genovese come sul caso Tettamanzi; e Scola è portatore di una visione del ‘meticciato delle culture’ molto più complessa e problematica, e certamente più ‘alta’, delle semplificazioni leghiste. La Lega di governo al Nord diventerà tuttavia un fatto compiuto sempre più difficile da ignorare, e si può presumere che questo porterà a una normalizzazione progressiva dei rapporti. Anche se si può ipotizzare che resteranno, nel mondo ecclesiale, tanto alla base quanto al vertice, forti sacche di resistenza culturale all’assalto leghista. Ma si sa: anche Mussolini aveva cominciato la sua carriera politica con infuocati comizi in favore dell’ateismo, intimando a Dio, se esisteva, di incenerirlo all’istante, e ha finito per firmare i Patti Lateranensi. La piroetta leghista dal folklore neo-celtico al bacio dell’anello cardinalizio non è, dopo tutto, più estrema.

Stefano Allievi

“Il Piccolo”, 11 dicembre 2009, p. 1-4

La ‘dottrina Obama’, tra conflitti veri e immaginari

La ‘dottrina Obama’, tra conflitti veri e immaginari

La ‘dottrina Obama’, i conflitti locali, e i rapporti tra islam e occidente

Conflitti veri e conflitti immaginari

Il conflitto tra islam e occidente si manifesta in molti modi diversi. Il più evidente, a livello globale, è ovviamente quello del terrorismo islamico transnazionale, da un lato, e delle guerre condotte sul suolo islamico da potenze occidentali, dall’altro. Ma esso ha anche manifestazioni interne all’Europa, più ordinarie e al contempo più frequenti, spesso basate su conflitti di convivenza: talvolta reali, più spesso con basi empiriche dubbie ma un forte coinvolgimento, sul piano emotivo come su quello culturale (simbolico) e politico. Si pensi a questioni come l’hijab (il cosiddetto velo islamico) o le moschee, ma anche ad altre questioni legate alla visibilità culturale nella scuola e alle questioni di genere.

La presenza dell’islam all’interno dello spazio pubblico europeo non poteva del resto passare né socialmente né culturalmente inosservata. Essa è troppo visibile per non indurre dibattiti e anche tensioni: segno che si tratta effettivamente di un evento che tocca corde sensibili, o che viene percepito come tale. E che il fatto – l’islam come seconda religione in Europa per numero di fedeli (se si vuole, il passaggio dei musulmani dallo statuto di ex-nemici a quello di co-inquilini) – è di quelli che sono legittimamente considerabili come storici.

L’islam è messo in discussione in sé, spesso attraverso interpretazioni essenzialiste e semplicistiche delle modalità di rapporto tra religione e politica che propone. L’islam è poi messo in discussione in alcuni suoi aspetti, per come si manifestano nei paesi musulmani e non solo; di questi aspetti, i più mediatizzati sono certamente la condizione della donna e il fondamentalismo. Infine, esso produce e induce dibattito sui fondamentali della società, sui limiti delle sue possibilità di ‘apertura’, sui suoi confini, su svariate interpretazioni di possibili ‘soglie di tolleranza’. Tutto ciò accade senza che, di solito, si tratti di un confronto/scontro diretto con i musulmani; per lo più si tratta di dibattiti interni alle società di accoglienza, a proposito dei musulmani e dell’islam. Vi sono tuttavia, oltre ai dibattiti sull’islam, anche alcuni concreti esempi di confronto/scontro sociale e culturale (tra sub-società e tra culture, dunque, o per meglio dire tra esponenti e rappresentanti delle medesime) manifestatisi sul suolo europeo, che hanno coinvolto direttamente degli attori sociali musulmani, e che hanno provocato tensioni, discussioni, manifestazioni di ostilità, forme di rifuto o di ripensamento. Tra questi, anche delle controversie che, più che nello spazio pubblico, sono controversie sullo spazio pubblico. Un punto, questo, che ci pare ancora più cruciale, implicando la percezione del controllo sul territorio, il suo imprinting simbolico. Un aspetto che, seppure con le doverose cautele, potrebbe essere studiato non solo con gli strumenti della sociologia della cultura, ma anche con le categorie proprie dell’etologia e della sociobiologia. Il controllo del e sul territorio non è dopo tutto solo un fatto culturale e simbolico; è anche (rimane, nonostante tutto) un segno assai concreto e materiale di dominio, di potere. Pensiamo in particolare alla costruzione di moschee o la concessione di spazi cimiteriali specifici.

La questione è importante per vari motivi. Da un lato infatti la presenza di comunità straniere sembrerebbe presupporre come conseguenza banale e del tutto ovvia che esse desiderino anche avere propri luoghi di incontro in base alla religione di appartenenza, come li hanno del resto anche le minoranze ‘interne’, ovvero cittadine. D’altro canto intorno a questa questione sono nati conflitti persino sorprendenti: segno di un disagio e di un rifiuto più profondo del suo bersaglio occasionale. Conflitti che fanno pensare che in questione non sia il fatto in sé (quasi nessuno tra coloro che vi si oppongono direbbe che vuole impedire a qualcuno di pregare: la ragione evocata è sempre altra), ma qualcosa di più profondo, legato all’appropriazione simbolica del territorio, che ha a che fare anche con la storia e la sua ri-costruzione, ma anche con dinamiche sociali profonde.

Su questo tema, nell’ambito delle attività svolte presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Padova, sono state svolte negli ultimi due anni, coordinate da chi scrive, diverse ricerche. La prima e più importante è riassunta oggi in un report, frutto di una ricerca finanziata dal Network of European Foundations, con il supporto di Ethnobarometer, con analisi empiriche svolte in 11 paesi europei, che sarà presentato a Vienna il 7 di ottobre, nel corso di una conferenza internazionale, alla presenza delle più alte autorità politiche e religiose, dal Presidente della Repubblica al Cardinale di Vienna, e di una folta rappresentanza di operatori dei media. Il titolo, Conflicts on Mosques in Europe, rende già conto del fatto che si è voluta esaminare non solo il fatto in sé – il diffondersi delle moschee – ma precisamente la dimensione conflittuale che è implicata e le sue dinamiche. Nello stesso ambito è stata condotta anche una ricerca sulle moschee in Italia, nel Veneto e a Padova (il cui testo sarà pubblicato in italiano in ottobre: S. Allievi, a cura di, L’ospite inatteso, Milano, Franco Angeli), e prodotto il documentario di F. Dal Lago e C. Dall’Osto, Fuori dal ghetto. Storia controversa della moschea di Padova, presentato al Bo il 27 maggio 2009. Questi ultimi lavori sono stati svolti coinvolgendo gli studenti dei corsi specialistici di Sociologia e di Comunicazione, attraverso una sperimentazione anche didattica svolta nell’ambito del corso di Globalizzazione e pluralismo culturale.

Una delle risultanze di queste ricerche, che non è possibile qui riassumere nemmeno per grandi linee, è che anche quando si sollevano casi empirici circoscritti e limitati, molto presto il dibattito scivola su meta-temi che finiscono per evocare categorie astratte e globalizzanti, come islam/occidente, islam/cristianesimo, islam/Europa. L’empirico e il sociale, insomma, lasciano il posto molto rapidamente al politico e al culturale, spesso attraverso forme di mediatizzazione e di strumentalizzazione politica che si incaricano precisamente di connettere i due livelli: quello strettamente locale, e quello globale, da cui si prendono in prestito, per così dire, le chiavi di lettura di tipo conflittuale.

La ‘dottrina Obama’

Il paradigma base di queste riflessioni è infatti ordinariamente, esplicitamente o implicitamente, quello del clash of civilizations, attraverso una sorta di ‘huntingtonizzazione’ dei conflitti anche locali. Proprio per questo diventa interessante analizzare i segnali che vanno in direzione opposta: verso l’abbandono del paradigma del clash, che è stato il più formidabile meccanismo legittimante dei conflitti, sia su scala globale che micro e locale. Il più recente, il più importante, il più ‘globale’ e il più esplicito tra questi segnali l’ha dato il presidente americano Obama, con il suo ‘discorso all’islam’ del 4 giugno 2009 dall’Università del Cairo. Vale la pena quindi tentarne un’esegesi, perché i suoi effetti si riverbereranno anche sulla percezione e sull’uso dei conflitti a livello locale e micro.

L’annuncio della svolta c’era già stato nel discorso di Chicago, al momento della sua elezione, e poi nell’intervista ad Al-Arabiya di gennaio, nel discorso della mano tesa all’Iran, e ancora nell’intervento al parlamento turco in aprile.

Con l’intervento del Cairo – il grande discorso da una capitale islamica annunciato entro i primi cento giorni di mandato, e arrivato un po’ in ritardo sulla tabella di marcia, ma con un grado di consapevolezza inaspettato – la svolta si è compiuta. La ‘dottrina Obama’, come già oggi è lecito chiamarla, viene declinata in tutti i suoi aspetti, in un’ora di discorso densissimo di riferimenti: che, non è un’esagerazione, segnerà le relazioni tra Stati Uniti e mondo islamico, e più in generale tra islam e occidente, negli anni a venire.

Non si tratta solo di una grande offensiva mediatica, volta a cambiare l’immaginario e la simbolica delle relazioni tra Stati Uniti e mondo islamico: che già sarebbe importante. La svolta, anche di stile, rispetto alla precedente amministrazione Bush e più in generale alla politica estera americana, non potrebbe essere più netta: davvero “a new beginning”.

Obama ha capito che non si trattava solo di fare un gesto di buona volontà: una nuova visione dei rapporti con l’islam è anche chiaramente vantaggiosa per gli Usa, tanto quanto la precedente politica è stata controproducente. E Obama non solo lo pensa: questa visione la incarna nel proprio nome e la vive sulla propria pelle, letteralmente. E consapevolmente li gioca in questa chiave.

Le linee guida di questa politica non sono cambiate dalla sua elezione: fine dell’unilateralismo e dell’isolazionismo, apertura di credito al mondo islamico (ferma sui principi, ma attenta ai problemi interni e amichevole nello stile), fine del collateralismo compiacente con Israele. Testimoniato dalle parole ferme sugli insediamenti, che non si sentivano da anni da parte della leadership americana; ma senza nulla concedere al pregiudizio antiebraico così fortemente presente nel mondo islamico.

Vediamone in dettaglio i contenuti.

“Thank you, shukhran, assalamu aleikum”. Comincia così, tra gli applausi e i ringraziamenti, il discorso del ‘new beginning’, in cui la ‘dottrina Obama’ sull’islam è stata per la prima volta compiutamente articolata.

Una visione che si rivolge ad altri attori riconoscendoli come interlocutori, innanzitutto: ed è già un cambiamento significativo rispetto a una politica in passato basata essenzialmente su convenienze ‘di potenza’ solo pudicamente velate, ma non celate, da discorsi di più ampio respiro e da una visione pur esistente, ma essenzialmente autocentrata. Con l’inevitabile dimensione retorica che da una visione ci si aspetta: che, del resto, era fortemente presente anche all’interno del paradigma interpretativo precedente.

A cominciare dalla prima applaudita citazione coranica: “Be conscious of God and speak always the Truth (Sii cosciente di Dio e dì sempre la verità)”. Con assoluta tranquillità applicata da Obama innanzitutto a se stesso, e al suo ruolo, alle vesti assunte al Cairo: che qualcosa di profetico l’avevano effettivamente, e volutamente.

I richiami storici avevano la stessa funzione: di captatio benevolentiae, ma non solo. Dal riconoscimento del ruolo della civilizzazione islamica nell’aprire la strada al Rinascimento europeo, all’aver voluto ricordare che il primo paese ad aver riconosciuto gli Stati Uniti è stato un paese islamico, il Marocco. Dal tributo alla tolleranza islamica medioevale a quello, personale e più ‘americano’, all’eguaglianza razziale nell’islam.

La rivendicazione orgogliosa del mito americano è stata l’altra faccia di questa visione: a cominciare dal fatto che oggi “un uomo che si chiama Barack Hussein Obama sia presidente degli Stati Uniti”. Ma le citazioni sono state anche più dense. Il richiamo alla libertà religiosa, al fatto che non c’è un solo Stato negli Usa dove non ci sia una moschea (e ve ne siano 1200 in totale), alla libertà delle donne musulmane di portare l’hijab garantita dal governo Usa fin nelle corti (due riferimenti che varrebbe la pena di meditare in Europa), fino all’episodio toccante del primo musulmano-americano eletto al Congresso nell’ultima tornata elettorale che ha giurato sul Corano che faceva parte della biblioteca personale di Thomas Jefferson. Corde giuste, per rivolgersi ai musulmani. Che hanno tuttavia mostrato di applaudire anche temi più delicati e problematici: dai riferimenti alla libertà di vestiario e di istruzione delle donne, all’applauso venuto dopo i riferimenti alle vittime della discriminazione religiosa in Bosnia e Darfur.

Sulla questione israelo-palestinese, l’equidistanza, ferma nel difendere i diritti degli uni e degli altri, e altrettanto nel definire l’amicizia con Israele ‘unbreakable’ e quindi fuori discussione, ha dato la linea. Con fermezza, tuttavia, sui punti delicati del riconoscimento reciproco, del no alla violenza, dell’orizzonte dei due stati che possano vivere entrambi in pace e sicurezza.

Nessun tentennamento sulla violenza religiosa. Quella di Al-Qaeda, innanzitutto, di cui ha avuto l’intelligenza di ricordare che le sue prime vittime, non solo sul piano politico ma anche concretamente su quello dei numeri della morte, sono stati i musulmani. Ma più in generale del fanatismo e del fondamentalismo: in quel contesto, proprio per come l’ha costruito, Obama ha potuto permettersi il lusso di stigmatizzare il fatto che “alcuni musulmani hanno la fastidiosa tendenza (disturbing tendency) di misurare la propria fede sulla base del rifiuto di quella altrui”.

“A new beginning”, quindi, quello prospettato. La fine, davvero, del paradigma del “clash of civilizations” – di fabbricazione americana ma di utilizzo globale – che ha dominato l’ultimo quindicennio, e che Obama ha esplicitamente contestato: per il suo essere, chiosiamo, più una profezia che si autorealizza che una constatazione empirica. Un nuovo inizio in cui si dica basta agli stereotipi reciproci: quelli occidentali sull’islam e quelli musulmani sull’America e l’occidente. In cui si metta da parte la paura e la sfiducia costruita per anni. Fino allo slancio finale: profetico, davvero. “E’ più facile iniziare delle guerre che finirle. E’ più facile parlare male degli altri che guardare dentro di sé; guardare quello che ci differenzia rispetto alle cose che abbiamo in comune. C’è una sola regola che sta nel cuore di ogni religione – che facciamo agli altri quello che vorremmo fosse fatto a noi”: che, per lo stupore di molti, è anche una citazione coranica, oltre che biblica, accolta da applausi convinti.

In crescendo, Obama ha anche proposto una parafrasi del suo fortunato slogan, “Yes, we can”: “Abbiamo il potere di costruire il mondo che vogliamo”. Fino alle tre citazioni finali dal Corano, dal Talmud e dalla Bibbia; quest’ultima, forse con qualche accento autobiografico, era “Beati i costruttori di pace…”. Fino al saluto islamico del cristiano ‘laico’ Obama: “Thank you. And may God’s peace be upon you”

Le conseguenze in Europa.

In sintesi, non è stato un gesto di debolezza, questo di Obama: al contrario, è una posizione di forza, che non potrà non piacere ad un mondo arabo che culturalmente ha ancora il mito della nobiltà del gesto e della forza d’animo del capo, anche se lo pratica assai poco, e a cui piace farsi sedurre dal carisma politico del leader.

La definizione della ‘dottrina Obama’ nei confronti dell’islam procede quindi senza incertezze.

C’è solo da auspicare che, come in passato per altre ‘dottrine’, si sostanzi di una politica di lungo termine e, quindi, di atti concreti. I primi segni si sono già visti: la chiusura di Guantanamo è già avviata, il ritiro dall’Iraq pianificato, seppure non così a breve termine come qualcuno si aspettava, l’impegno per la soluzione del conflitto israelo-palestinese attivato, e persino un diverso atteggiamento nei confronti dell’Iran ha cominciato a manifestarsi (l’incognita, semmai, è se sarà raccolto).

Le questioni spinose le ha nominate tutte, e questo è un buon punto di partenza. Quelle spinose per gli Stati Uniti: le reticenze maggiori si sono registrate sull’Iraq, che non ha avuto il coraggio di chiamare almeno un errore, come ha fatto prima di essere presidente, se non una tragedia. E quelle spinose per i musulmani: diritto all’esistenza e alla sicurezza di Israele, democrazia, libertà religiosa, diritti della donna. Ma ha avuto l’intelligenza di rivolgersi, con un doppio livello di intervento, sia ai governi che ai popoli: e almeno con i secondi il successo di Obama appare garantito.

Intanto c’è da registrare almeno che il clima è cambiato. Negli Stati Uniti, nei confronti dei paesi islamici e dei musulmani. E, prima ancora, nei confronti delle opinioni divergenti, dato che, dal Dipartimento di Stato alle università (dove per un certo periodo ha dominato un’isterica caccia alle streghe, non troppo diversa da quella maccartista, fatta anch’essa di liste di proscrizione dei docenti scomodi, di siti di denuncia e diffamazione come ‘campus watch’, di finanziamenti pilotati ai soli amici fidati), non dominano più i falchi dell’islamofobia occidentalista che avevano reso irrespirabile l’aria culturale su questi temi negli anni di Bush. Ma soprattutto tra i musulmani: l’applauso da popstar che ha concluso il suo discorso, seppure tributato da un pubblico particolare, lo sancisce.

Intanto, c’è da domandarsi se anche l’Europa sarà capace di farsi sentire. Qui gli Obama – capaci di vantare come un onore il fatto che vi siano oltre 1200 moschee negli Stati Uniti, e il fatto che il governo abbia difeso persino in tribunale il diritto delle ragazze musulmane di portare l’hijab – scarseggiano. E anche alle elezioni europee del giugno 2009 hanno guadagnato altro terreno gli imprenditori politici dell’islamofobia: dall’Olanda all’Ungheria, dalla Gran Bretagna all’Italia. C’è, dunque, materiale di riflessione anche per noi. In Italia, in particolare.

Stefano Allievi

“Il Bo”, n.2, dicembre 2009, pp. 2-6

Processo breve e i barbari di casa nostra

Processo breve e i barbari di casa nostra

Perché l’immigrazione clandestina (reato minore, punito con un’ammenda) non è stata inserita nella legge sulla ‘prescrizione breve’, insieme ad altri reati gravissimi legati alla mafia e al terrorismo, mentre sono inclusi i reati dei colletti bianchi – o, detto in altro modo, delle classi dirigenti?

Già oggi abbiamo una giustizia a due velocità: processi per direttissima per gli immigrati e i tossicodipendenti, e processi infiniti (e quindi passibili di prescrizione, o futuri beneficiari del processo breve) per tutti gli altri. Basta guardare i dati sulle presenze nelle carceri.

Questo nuovo capitolo della lotta anti-immigrati non è figlio di un’esigenza pratica, ma di un’ossessione ideologica e di una paranoia sociale. Figlie a loro volta di una sciagurata semina politica e anche intellettuale, che dalla Lega alla Fallaci, ma capace di contagiare anche altre forze politiche e mezzo mondo dell’informazione, ha fatto dell’immigrato un bersaglio in sé – non per quello che fa, ma per quello che è. Si colpisce una condizione, non un reato. Ormai, per ascoltare parole pacate sull’immigrazione bisogna rivolgersi a questori, prefetti e carabinieri: cioè ai professionisti incaricati di mantenere l’ordine sociale. Mentre il maccartismo etnico-razziale di chi agita il tema dell’ordine, anziché agire per portare un po’ d’ordine, è la precondizione di gravi disordini sociali futuri, oltre ad avere conseguenze devastanti sulla vita di decine di migliaia di persone – ciò che interessa poco, visto che non votano.

A livello locale questa campagna, che ha le sue punte in alcune realtà del Veneto e della Lombardia, è fatta di ordinanze comunali e delibere, che vanno dalla negazione dei diritti di libertà religiosa per alcuni – i musulmani, e solo loro – a un variegato assortimento di decisioni che prevedono una precedenza per i residenti da un certo numero di anni o l’esclusione dei non cittadini. Riguardano casa, scuola, asili, sostegno per portatori di handicap e non autosufficienti, bonus bebé; fino a provvedimenti volutamente vessatori che sono una brutta copia dei provvedimenti sulla mendicità medievali, arrivando a multare persino chi la carità la fa, oltre che chi la chiede per strada. E così, tra sindaci che subordinano l’apertura di una partita iva o la concessione della residenza all’attestazione di mezzi sufficienti e di una casa adeguata (che, se fosse applicata agli autoctoni, li costringerebbe ad espellere molti propri concittadini), ad assessori che vanno di persona a bussare alle porte degli appartamenti di immigrati, in casarecci safari contro i clandestini, la barbarie giuridica, e prima ancora umana, avanza e si fa strada, nelle convinzioni e nelle coscienze della gente. Senza capire che così si uccide quel principio universalistico che è la base stessa della civiltà giuridica occidentale.

Se l’occidente è giuridicamente superiore ad altre realtà, come dicono alcuni, è precisamente perché ha imparato che la legge è uguale per tutti, e non discrimina per etnia, colore della pelle e religione. È chi lavora per affossare questi principi che è contro l’occidente e suo nemico. E’ quindi ora di cominciare a combattere i barbari che abbiamo in casa, non solo quelli che vengono da fuori. Sono loro che stanno facendo di questo paese, culla della civiltà e patria del diritto romano, un’eccezione europea.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 25 novembre 2009, p. 1-13

Ossessioni ideologiche che negano il diritto

Ossessioni ideologiche che negano il diritto

La campagna anti-immigrati che in questo paese si va conducendo va esaminata ormai per quello che è, o che qualcuno l’ha fatta diventare: un’ossessione ideologica e una paranoia sociale. Che stanno facendo di questo paese, culla della civiltà e patria del diritto romano, un’eccezione europea.

Sono ben distinguibili due livelli, che vanno nella medesima direzione: uno legislativo a livello nazionale, e uno politico a livello locale.

L’ultimo clamoroso esempio, a livello nazionale, è l’inserimento degli immigrati nella lista dei reati esclusi dal decreto sul processo breve, insieme ad altri reati gravissimi, legati alla mafia e al terrorismo, e ad esclusione invece di quelli che beneficeranno della nuova normativa, in quanto reati dei colletti bianchi – o, detto in altro modo, delle classi dirigenti. Esclusione degli immigrati, non dell’immigrazione clandestina. Perché di fatto non sono dei reati (peraltro puniti con una contravvenzione, e quindi inspiegabilmente considerati gravi), ma un’intera categoria di persone, ad essere esclusi dai benefici di legge. Già oggi abbiamo una giustizia a due velocità: processi per direttissima soprattutto per gli immigrati e per i tossicodipendenti, e processi infiniti (e quindi passibili di prescrizione, o futuri beneficiari del processo breve) per tutti gli altri. Basterebbe guardare i dati sulle presenze nelle carceri per accorgersene; o entrarci almeno una volta nella vita, che non farebbe male, visto che quella di visitare i carcerati è la meno praticata delle opere di misericordia.

Il nuovo tassello è clamoroso. E non è figlio di un’esigenza pratica, ma di un’ossessione ideologica. Figlia a sua volta di una sciagurata semina politica e anche intellettuale, che dalla Lega alla Fallaci, ma capace di contagiare anche altre forze politiche e mezzo mondo dell’informazione, ha fatto dell’immigrato un bersaglio in sé – non per quello che fa, ma per quello che è. Ormai, per ascoltare parole pacate su questo tema, bisogna rivolgersi ai questori e ai prefetti, ai carabinieri e ai servizi di intelligence: cioè ai professionisti incaricati di mantenerlo sul serio, l’ordine sociale. Mentre il maccartismo etnico-razziale di chi agita il tema dell’ordine, anziché agire per portare un po’ d’ordine, è prodromo a gravi disordini sociali futuri, oltre ad avere conseguenze devastanti sulla vita individuale e familiare di decine di migliaia di persone – ciò che interessa assai poco, visto che non votano.

A livello locale questa campagna, che ha le sue punte nel Nord e in particolare in alcune realtà del Veneto e della Lombardia (non solo leghiste e non solo di centro-destra), è fatta di ordinanze comunali e delibere che vanno dalla negazione dei diritti di libertà religiosa per alcuni – i musulmani, e solo loro – a un variegato assortimento di decisioni che prevedono una precedenza per i residenti da un certo numero di anni o l’esclusione dei non cittadini, riguardo alla scuola, agli asili, al sostegno per portatori di handicap e non autosufficienti, ai bonus bebé; fino a provvedimenti volutamente vessatori che sono una brutta copia dei provvedimenti sulla mendicità medievali, arrivando a multare persino chi la carità la fa, oltre che chi la chiede per strada. E così, tra sindaci che subordinano l’apertura di una partita iva o la concessione della residenza all’attestazione di mezzi sufficienti e di una casa adeguata (che, se fosse praticata sugli autoctoni, li costringerebbe ad espellere molti propri concittadini), ad assessori che vanno di persona a bussare alle porte degli appartamenti di immigrati, in casarecci safari contro i clandestini, la barbarie giuridica, e prima ancora umana, avanza e si fa strada nelle convinzioni e nelle coscienze della gente. Senza capire che così si uccide quel principio universalistico che è la base stessa della civiltà giuridica occidentale: della sua superiorità, come molti dicono.

Bene. Se l’occidente è giuridicamente superiore è precisamente perché ha imparato che la legge è uguale per tutti, e non discrimina per etnia, colore della pelle e religione. È chi lavora per affossare questi principi che è quindi contro l’occidente e suo nemico.

Stefano Allievi

“Il Piccolo”, 14 novembre 2009, p. 1-5

anche

La paranoia nazionale, in “Messaggero Veneto”

Troppi mandati: in regione non è democrazia (Galaneide)

Troppi mandati: in regione non è democrazia (Galaneide)

In un significativo articolo pubblicato domenica, il direttore di questo giornale ha analizzato ragioni e sragioni politiche della campagna per “salvare il soldato Galan”.

Già il riferimento cinematografico dà l’idea di una campagna assurda e inutile: nel caso del film di Spielberg si trattava di salvare il soldato Ryan, a cui erano già morti tre fratelli, e che lo stato maggiore aveva dato ordine di rispedire a casa. Nella campagna per salvare quel soldato coraggioso, testardo e un po’ ottuso, moriranno molti altri uomini, anche migliori di lui: al punto che alla fine del film Ryan si domanda se abbia davvero meritato di essere sopravvissuto.

La metafora è troppo intrigante per non applicarla anche al caso politico riferito al soldato Galan. Davvero merita di sopravvivere a tutto e a tutti, a dispetto e contro tutti? Basta continuare a ripetere come un mantra che ha governato bene per convincersene?

Ma, al di là di questo, la domanda che qui ci facciamo precede il giudizio politico e di merito. E’ legata alle forme e ai metodi della democrazia. Nella convinzione che spesso la forma è il contenuto. E se il metodo è difettoso anche il risultato lo sarà.

La domanda vera che dobbiamo porci è infatti: ma ha senso, è giusto, è coerente con il principio democratico, che qualcuno resti incistato al potere, avvitato sulla medesima poltrona per quattro mandati? Vale per Galan come per Dürnwalder, ricordava giustamente Monestier. Ci aggiungeremmo Formigoni, di cui si dice con assoluta impudenza che debba essere “presidente a vita”, come se la Lombardia fosse roba sua.

Ricordiamo che la stessa critica, a giusto titolo, il Pdl la faceva, nella recente campagna elettorale, a Zanonato: ed era in effetti il punto più debole del sindaco. Che, peraltro, almeno i mandati non li ha fatti consecutivamente.

Ricordiamo al Pdl che unanimemente ricandida Galan che la stessa critica, a giusto titolo, il Pdl la faceva, nella recente campagna elettorale, a Zanonato: ed era in effetti il punto più debole del sindaco. Che, peraltro, almeno i mandati non li ha fatti consecutivamente.

Il problema, lo ricordiamo, è di principio e di metodo. E proprio per questo è sembrato inquietante l’unanimismo con cui i dirigenti del Popolo della Libertà riuniti a Cortina si sono stretti intorno a Galan per reincoronarlo patriarca, più che governatore, del Veneto. Dà l’idea di un distacco siderale tra un’élite politica che si autoriproduce e i principi a cui dovrebbe ispirarsi.

La democrazia è un dettaglio? E il principio di alternanza, che ne è alla base, un ammennicolo? La questione della lunghezza della permanenza al potere e del numero dei mandati è all’origine stessa della democrazia: perché ci si accorse ben presto che un potere conquistato democraticamente poteva trasformarsi nel suo opposto, in una forma di paternalismo totalitario o peggio, se lasciato troppo tempo nelle stesse mani. Ecco perché tutte le democrazie mature hanno adottato vincoli inderogabili, che per le cariche più importanti sono normalmente di due mandati.

La decisione di chi mandare al potere la prende il popolo sovrano attraverso le elezioni. Ma, anche se vuole legittimamente rimandarci le stesse forze politiche (e quindi l’alternanza non si produce fra schieramenti diversi), il vincolo dei due mandati costringe a un rinnovamento almeno della classe dirigente. Uno strumento indispensabile affinché non si creino centri di potere autoreferenti e autocentrati, composti da amici degli amici disposti in cerchi concentrici intorno al potente di turno, inevitabilmente proni e disincentivati al dissenso. E’ ciò che consente di mantenere un principio di freschezza e di possibilità di ringiovanimento alla democrazia, destinata altrimenti all’immobilismo e alla senescenza.

Vero, non c’è un vincolo a farlo. Per qualche incomprensibile motivo il vincolo in Italia esiste ad altri livelli (dai sindaci ai presidenti della repubblica) ma non per i governatori, che non hanno ovviamente interesse ad introdurlo in proprio. Ma nondimeno si tratta di un principio fondamentale di coerenza con il principio democratico stesso. E, dopo tutto, è curioso che la difesa inerziale della posizione opposta venga da uno schieramento ideologicamente contrario al posto fisso e, ultimamente, assai critico, almeno a parole, con le élite…

Poi, naturalmente, i princìpi sono una cosa e la pratica un’altra. E anche su questo, come sempre, si deciderà una sera a cena, ad Arcore, alla faccia di quell’altro principio che è il federalismo. Ma questo fa parte delle storture della democrazia e della partitocrazia, non dei suoi princìpi. I mezzi, anche in questo caso, produrranno il fine: che non è il governo del popolo, ma la spartizione del potere.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 24 settembre 2009, p. 1-9