Oltre il conservatorismo. Il paese si può riformare

La notizia è la riforma. Se ne potranno discutere in dettaglio i vari aspetti. Si potrà dire – e lo si dirà – che si poteva fare di più, che il governo ha ceduto alla pressione delle parti sociali o dei partiti su questo o quel punto. Ma il dato inequivocabile – che va al di là della stessa riforma del mercato del lavoro – è la dimostrazione che riformare si può: persino sui fondamentali del patto sociale. Il processo era già cominciato. Con la riforma delle pensioni, con le (ancora moderate) liberalizzazioni, ma quello del mercato del lavoro era lo scoglio più duro, e si sapeva, anche per il peso delle parti sociali coinvolte.
Bene, il segnale che ci si aspettava è arrivato: anche in questo Paese drammaticamente ingessato, dove dettano legge le caste e le corporazioni con le relative chiusure, dove il conservatorismo condito di cinica rassegnazione è diventato abito mentale, dove lo schieramento per opposte tifoserie fa ancora aggio sul dibattito sui contenuti, si può proporre e finalmente portare a termine una riforma, anche radicale, dei meccanismi regolatori della vita dei cittadini e dell’economia, troppo spesso considerati qualcosa di immemoriale e dunque di intoccabile. L’autorità dell’eterno ieri, come la chiamava Max Weber, è stata per una volta finalmente sconfitta. Il che ci fa sperare che sia possibile sconfiggerla di nuovo.
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L’idea di città che non si vede

Le vicende dell’auditorium, dell’ospedale, del centro congressi, pongono un interrogativo forte, a chi si interessa ai destini della città. Che non è quale di questi progetti, preso singolarmente, sia migliore o peggiore. Ma in quale idea di città si inseriscono. Si affronta infatti sempre un singolo problema, con i suoi favorevoli e i suoi contrari, in un clima più da tifo calcistico (lo ricordo, una malattia: da typhos, febbre, offuscamento) che da programmazione urbanistica, e raramente ci si confronta sulla città nel suo complesso.
La città non è l’ospedale, non è l’auditorium, non è i ponti e le strade. La città sono gli uomini e le donne che ci abitano, i bisogni che hanno, i problemi che manifestano, i desideri che potrebbero esaudire: le relazioni tra le persone, ciò che le aiuta e ciò che le ostacola. Se di questo parlassimo, forse vedremmo con un occhio diverso l’ospedale, l’auditorium, e anche altro. Penso alla questione della ‘Casa delle genti’. Qualcuno l’ha proposta, qualcun altro non la vuole, e la cosa finisce lì. Ma può una città permettersi il lusso di gettare a mare un investimento nel sociale, con i chiari di luna attuali, per svolgere un servizio che alla città serve? Che idea di città c’è, dietro? Penso alle discussioni che ogni tanto si riaccendono sui giovani: ogni tanto succede qualcosa, si chiude un locale, o si propone di portare i giovani a Foro Boario, per dire (e in entrambi i casi: in nome di quale idea di città?), ma poi tutto finisce lì.
Non credo sia giusto mettere tutti nello stesso calderone. Chi governa ha la responsabilità di governare, e forse perché dedica tutto il tempo a questo, non dedica abbastanza tempo alla comunicazione (ma quella vera, con i cittadini, non il marketing da due soldi): per cui, nella fatica di fare e di progettare, si dimentica di ricordarci (e forse di ricordare a se stesso) perché, sulla base di quali valori, di quale visione della città. Chi fa opposizione, fa opposizione sulle singole scelte, troppo spesso dando l’impressione di voler solo disturbare il manovratore: ma senza dirci in base a quale idea alternativa di città, a quali valori. Visione è parola espunta dal vocabolario politico, eppure dovrebbe essere centrale, per chi si candida a governare la città al posto di qualcun altro. Perché dovremmo votare qualcuno in nome della città (delle singole iniziative) che non vuole, se non sappiamo quale città vuole, dove ci vuole portare?
Ecco, è questo che ci sembra di non vedere, nel dibattito attuale: l’idea di città. E l’idea che si ha delle persone che ci abitano. Troppo spesso ridotte ai soli bisogni e alle sole funzionalità di base (dormire, lavorare, circolare), dimenticando che quello che ci fa umani è anche e soprattutto altro: vedere qualcosa di bello (e non solo di utile: una cosa non esclude l’altra, ma su questo dibattito non ce n’è) mentre si cammina per strada; riposare in un posto ameno; sedersi su una panchina all’ombra di un albero; potere far giocare i bambini, e guardarli; riuscire ad attraversare o a prendere un mezzo pubblico se si è anziani, genitori con bambini, disabili; avere qualche posto dove incontrarsi se si è studenti; godersi in condizioni decenti qualche buon spettacolo,  e così via. Forse è di questo che dovremmo ricominciare a parlare: non per bloccare di nuovo e con un’altra scusa i singoli progetti, ma per aiutarci a collocarli all’interno di qualcosa che dà loro significato. E che darebbe quindi senso ai pro e ai contro. Fatica indispensabile per chi si propone di governare la città. Fatica necessaria per chi già la governa, e a cui non fa male ridomandarsi perché.
Stefano Allievi
Allievi S. (2012), L’idea di città che non si vede, in “Il Mattino”, 7 febbraio 2012, p.14
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Quando l’amico Stefano Allievi, lui milanese sociologo e da qualche tempo osservatore della nostra città, scrive che dietro l’auditorium, il centro congressi o il nuovo ospedale “quello che manca è un’idea di città”, credo voglia in realtà prenderci in giro per l’inconcludenza di tanti interminabili dibattiti.
Gli antichi romani, quelli sì avevano le idee chiare quando fondavano una città: sceglievano il posto giusto, intrecciavano perpendicolarmente il cardo con il decumano come nel nostro Canton del Gallo, predisponevano subito il sistema fognario, mettevano qui il Tempio là il Foro, con tanto di Arena perché gli spettacoli erano già allora il sale della convivenza, et voilà eccoti la città. Anche nel Rinascimento nacquero così, da menti illuminate, città come Sabbioneta o Pienza. Era la fortuna di agire ex novo, in una scala controllabile, sposata a idee chiare e alla univocità del potere politico.
Dopo il fallimento di tante utopie e il disimpegno di tanti intellettuali che per decenni hanno glorificato la programmazione per poi dimenticarla del tutto, per disegnare qualcosa di così complesso intervenendo in corso d’opera in organismi ereditati dalla storia e dallo stratificarsi di volontà, esperienze e fasi spesso contrastanti, oltre ad avere in testa una visione, occorre – piaccia o non piaccia – fare i conti con la realtà data. Attraversare passaggi decisionali (che rispondono a logiche diversissime e spesso condizionate da contrapposizioni politiche che impediscono quella naturale e obbligata collaborazione tra Regione, Provincia – quando sarà abolita? – e Comune) è purtroppo obbligatorio per dare un senso a qualsiasi vera scelta urbanistica. A Padova tutto potrebbe essere forse migliore. Ma Padova, negli ultimi anni, tra compatibilità economiche, eredità e compromessi obbligati, un disegno lo ha dispiegato: lo si è visto con il tram, con le grandi infrastrutture viarie che erano rimaste troppo a lungo nei cassetti, con una diversa attenzione per le periferie, per il verde e per i servizi. Troppo poco? Può darsi, ma a fronte dei tanti conservatorismi, degli interessi corporativi e dell’ostruzionismo fine a se stesso si è trattato, per un padovano di lunga memoria come me, quasi di una rivoluzione copernicana. Invocare i disegni di grande respiro è sempre utile e necessario per non affogare nell’ordinaria amministrazione, ma insieme alla capacità di visione guai al non sapersi misurare con le condizioni oggettive. Non è forse quello che ci ricorda il Calvino delle “Città Invisibili”, quando racconta della città di Perinzia, fondata dagli astronomi all’insegna della massima saggezza e capacità di previsione e, ciò nonostante, rivelatasi più che un luogo rispecchiante l’armonia del firmamento una città di mostri…?
Parliamo pure dell’area ex Boschetti e del cosiddetto PP1, non dimenticando il Gasometro con le sue montagne di nero carbone, sporcizia e vero pericolo nel secolo scorso contro la Cappella degli Scrovegni; area poi divenuta e per decenni provvisoria sede della stazione delle autocorriere. Questo “non luogo” dotrebbe finalmente trovare una sua diversa e nuova dignità, sposando funzioni pubbliche e culturali ad un assetto nuovo più vivo e definitivo dell’abbandono e dello squallore attuali. Ciò con un “disegno” che c’è già dai tempi della Giunta Destro e dove sono già impegnate da anni non lievi risorse economiche private, ormai incancellabili. Continuare a parlare di disegni da rifare avrebbe un’unica conseguenza, quella non di fermare un treno in corsa nella sua parte privata, ma solo quello di colpire il vagone dell’Auditorium, l’unica comprovata urgenza di interesse pubblico. Altro che verde pubblico, cancellato da Galan nel 1999!
Ancora sull’ottuso rifiuto dell’Auditorium, infine, tre cose precise vanno dette. La prima, quella più clamorosa: è che la città continua ad essere davanti al ricatto tutto politico che intende sabotare ad ogni costo qualsiasi proposta dell’Amministrazione in carica indipendentemente dal merito. La seconda: si assiste all’incofessato rifiuto culturale della contemporaneità, che dimentica che le città così come le viviamo sono il frutto di un continuo portato storico, la somma del sedimentarsi di interventi diversi. Si pensi a Palladio in quel di Venezia, niente – quando vi costruì le sue chiese – appariva più stonato rispetto al preesistente. Lo stesso dicasi per la Torre Eiffel a Parigi e, sempre nella capitale dello “charme” urbano, per il Beaubourg di Renzo Piano. Un limite purtroppo tutto italiano, lo stesso che ha ostacolato a Roma il progetto di Richard Meier per L’Ara Pacis o il rifiuto opposto ad Arata Isozaki per l’ingresso posteriore degli Uffizi a Firenze.
La terza: l’altrettanta inconfessata convinzione che le arti, la cultura e la “musica forte” siano un lusso per pochi privilegiati. Una ottusa convinzione che salta a piè pari l’italianissimo volano economico fondato sull’arte e, se pensiamo a Padova, che ignora volutamente i clamorosi successi del Pala Geox, una struttura precaria privata, perché non esiste un’alternativa pubblica, che solo con i concerti leggeri – una parte dei quali potrebbe svolgersi all’Auditorium – sta in piedi, introita tanti denari e paga l’affitto per il suolo pubblico e in un’area non proprio attraente davanti al cimitero.


La risposta di Elio Armano, uscita il 10 febbraio sul ‘Mattino’, con il titolo Città ideale grande scusa per non fare
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La discussione è tanto più vera se fatta di passione, di anima. Lo scontro di opinioni fa emergere le idee, le chiarisce esibendole. Pazienza se ogni tanto ci scappa il disaccordo formale laddove c’è accordo sostanziale. Come nell’articolo di Elio Armano ospitato ieri, che prende spunto da un mio intervento sulla ‘idea di città che non si vede’: in cui si chiedeva alla politica di uscire dal braccio di ferro sulle singole iniziative per raccontarci in nome di quale visione della città si è pro o contro.
Un invito tuttora necessario. Si perde, nella discussione sui singoli progetti, l’idea complessiva di città: o almeno non si vede. Gli amministratori hanno bisogno di ricordarsela e ricordarla a noi, amministrati. Questo convince e spiega molto più delle polemiche tra istituzioni. Avere il coraggio di dire: vogliamo (o meno) l’auditorium qui perché rende viva la città, l’ospedale là perché possiamo davvero migliorare la condizione dei malati, la casa delle genti perché dobbiamo pensare a una popolazione troppo trascurata, dei luoghi dove i giovani si possano incontrare – senza periferizzarli per toglierceli dai piedi – perché in questo incontro maturano i legami sociali e si progetta il futuro, la moschea perché nell’incontro religioso si producono relazioni forti, buone anche per altri usi, i festival perché producono cultura e aggregazione sana, un centro vitale e vissuto, sociale e socializzante anche nelle ore serali e al di là delle attività commerciali, perché in esso si esprime l’anima e la faccia della città. E perché sono un volano economico. E perché una città più vivibile e vissuta è più sicura. E vogliamo tutto questo anche in edifici architettonicamente belli (su questo, dibattito quasi zero), perché l’estetica è la madre dell’etica, e un ambiente gentile fa persone più gentili. Gli oppositori, che si candidano al futuro governo della città, devono inventarla, questa visione: non ce n’è traccia. Non è un caso che le polemiche siano più interne al campo, diciamo così, progressista. E’ assordante il silenzio del centro-destra (che non vuol dire i conservatori: quelli ci sono anche a sinistra), dal quale arrivano solo i no ai singoli progetti, non la visione alternativa di città. Con il rischio di ripetere le ridicole capriole sul tram, da cui sarebbe utile trarre invece una lezione: perché sull’opposizione ad esso, nel breve periodo, ci si è vinta un’elezione, ma sul lungo periodo ci si è persa la faccia.
Il centro dell’intervento di Armano è comunque l’auditorium, che io citavo solo tangenzialmente. E’ certo necessario un contenitore adeguato per musica, danza e altro ancora. La notizia in più è che gli eventi culturali funzionano. Che la gente ne ha bisogno e che le iniziative buone hanno successo, anche economico. Che hanno bisogno di una degna cornice, di per sé attrattiva (per dire, è triste che eventi artistici significativi siano ospitati al Palageox, una struttura esteticamente brutta, dall’acustica opinabile, scomoda, non servita da mezzi pubblici. Meno male che c’è, in mancanza d’altro. Ma, appunto, serve altro). Dopodiché, il luogo non è tutto (San Gaetano docet): occorre anche chi sa cosa farne, inventare una programmazione che crea fiducia e rapporto continuativo con il pubblico, come avviene in altri più modesti luoghi di produzione culturale della città, dall’Mpx a certi circoli musicali. E’ così che un luogo si trasforma in elemento di una cultura sedimentata e condivisa: e un edificio, nello snodo di una rete.
Stefano Allievi
Allievi S. (2012), in “Il Mattino”, 11 febbraio, Fare le cose in funzione di una idea di città, p. 14

Non credo sia giusto mettere tutti nello stesso calderone. Chi governa ha la responsabilità di governare, e forse perché dedica tutto il tempo a questo, non dedica abbastanza tempo alla comunicazione (ma quella vera, con i cittadini, non il marketing da due soldi): per cui, nella fatica di fare e di progettare, si dimentica di ricordarci (e forse di ricordare a se stesso) perché, sulla base di quali valori, di quale visione della città. Chi fa opposizione, fa opposizione sulle singole scelte, troppo spesso dando l’impressione di voler solo disturbare il manovratore: ma senza dirci in base a quale idea alternativa di città, a quali valori. Visione è parola espunta dal vocabolario politico, eppure dovrebbe essere centrale, per chi si candida a governare la città al posto di qualcun altro. Perché dovremmo votare qualcuno in nome della città (delle singole iniziative) che non vuole, se non sappiamo quale città vuole, dove ci vuole portare?
Ecco, è questo che ci sembra di non vedere, nel dibattito attuale: l’idea di città. E l’idea che si ha delle persone che ci abitano. Troppo spesso ridotte ai soli bisogni e alle sole funzionalità di base (dormire, lavorare, circolare), dimenticando che quello che ci fa umani è anche e soprattutto altro: vedere qualcosa di bello (e non solo di utile: una cosa non esclude l’altra, ma su questo dibattito non ce n’è) mentre si cammina per strada; riposare in un posto ameno; sedersi su una panchina all’ombra di un albero; potere far giocare i bambini, e guardarli; riuscire ad attraversare o a prendere un mezzo pubblico se si è anziani, genitori con bambini, disabili; avere qualche posto dove incontrarsi se si è studenti; godersi in condizioni decenti qualche buon spettacolo,  e così via. Forse è di questo che dovremmo ricominciare a parlare: non per bloccare di nuovo e con un’altra scusa i singoli progetti, ma per aiutarci a collocarli all’interno di qualcosa che dà loro significato. E che darebbe quindi senso ai pro e ai contro. Fatica indispensabile per chi si propone di governare la città. Fatica necessaria per chi già la governa, e a cui non fa male ridomandarsi perché.
Stefano Allievi

La politica degli amici degli amici (sul caso Brentan, Lusi ed altro)

La cronaca politica non ci dà tregua, e ci riporta continuamente al rapporto incestuoso del sistema dei partiti con il denaro.
Se i campioni della Padania investono opacamente in Tanzania, il tesoriere della Margherita investiva privatamente in Canada, usando come roba propria i soldi di un partito peraltro morto, il cui rappresentante legale, Rutelli, è transitato nel frattempo in un altro partito (altro rapporto incestuoso che meriterebbe qualche riflessione). Ormai i tesorieri di partito sono diventati una figura idealtipica della convergenza di interessi tra il malaffare e la mala politica. Ma incarnano un problema che viene da lontano. A cominciare dal fatto che, se i partiti hanno tutti quei soldi, è perché hanno aggirato un referendum stravinto che ne aboliva il finanziamento pubblico, chiamando i finanziamenti rimborsi elettorali, anche se ammontano al quintuplo dei soldi che i partiti dichiarano di aver speso, e sono aumentati del 1.110 per cento in dieci anni.
Laddove di mezzo non ci sono le casse dei partiti, c’è comunque il rapporto dei politici con gli enti pubblici o parapubblici che gestiscono denaro non proprio e fuori dalle logiche del mercato, o con l’imprenditoria parassitaria che vive di buone relazioni con la politica anziché di concorrenza. Un senatore del Pdl, Riccardo Conti, ha guadagnato in un sol giorno, senza sborsare un centesimo, la bellezza di 18 milioni di euro, per la semplice transazione di un immobile da un ente all’altro, sfruttando le sue conoscenze nel sottobosco degli enti romani. E a livello locale c’è l’arresto ai domiciliari per corruzione di Lino Brentan, amministratore delegato della Società autostrade Venezia-Padova, esponente del Pci prima e ora del Pd, per aver incassato tangenti dalle imprese cui dava appalti (e a proposito, possibile che in questa regione gli appalti li prendano sempre le stesse poche aziende, dai cognomi noti e dalle relazioni bipartisan? E Confindustria, a tutela degli altri suoi membri, possibile non abbia nulla da dire su questa flagrante violazione del libero mercato?). Del caso Brentan sorprende la cautela di tutto il sistema partitocratico veneto, che sul lucroso consiglio di amministrazione ci ha mangiato, visto che a presiederlo erano seduti Giustina Destro prima e Vittorio Casarin poi, e tanti altri ne ha creati. Al di là del caso singolo, su cui si pronuncerà la magistratura, è il sistema che va posto sotto accusa. Uno dei veri e gravi costi della politica, ben più degli stipendi dei parlamentari, è infatti la proliferazione di enti pubblici e parapubblici, con consigli d’amministrazione elefantiaci e inutilmente strapagati per gestire società spesso inefficienti e con funzione sociale quanto meno dubbia, le cui nomine sono sempre e solo politiche, in cui l’appartenenza è tutto e il merito è nulla.
Bisogna cominciare da lì. La politica, tutta, senza eccezioni, e a tutti i livelli (comune, provincia, regione, ministeri) ha ritenuto fino ad ora suo diritto procedere all’invenzione di società e alla gestione delle relative nomine in maniera del tutto non trasparente: mai che si parli di confrontare curricula, percorsi formativi, risultati di gestione; ovunque si è nominati perché amici del sindaco o dell’assessore, del presidente o del segretario, del ministro o del capo corrente, accontentando le tante fameliche microlobby che stanno all’interno dei partiti, e non solo questi ultimi. Ma non sta scritto da nessuna parte che debba essere così. Occorrerebbero commissioni di valutazione, stop alle scelte discrezionali, ma anche una anagrafe degli enti e delle loro performance, per arrivare a una loro razionalizzazione e soppressione dei doppioni e di quelli inutili, nonché alla diminuzione radicale delle cariche di nomina politica. Così si fa pulizia. Così si uscirebbe da questa specie di feudalesimo partitocratico, e dalla concezione patrimonialista dello stato e delle pubbliche risorse che la politica ha di fatto assunto. Un tema che si incrocia con quello del rinnovamento radicale del ceto politico. Perché non è pensabile che facciano una nuova politica le persone che, anche senza personalmente guadagnarci sopra, hanno praticato quella vecchia fino ad ora. E’ il sistema che è marcio, non suoi singoli membri. Per questo non è dalla vecchia politica che vediamo emergere le nuove regole, né la ferma condanna delle vecchie pratiche, né tanto meno il ricambio delle persone, che hanno carriere politiche o manageriali infinite, accumulando cariche e mandati. Un altro argomento che la nuova politica sottopone a quella vecchia, per ora senza successo.
Stefano Allievi
Allievi S. (2012), La politica degli amici degli amici (sul caso Brentan, Lusi ed altro), in “Il Mattino”, 2 febbraio 2012, pp.1-10 (anche “La Nuova Venezia” e “La Tribuna di Treviso”)

Sicurezza, operazione elettorale (sul sondaggio della provincia)

Leggo sulle pagine del Mattino del sondaggio della Provincia sulla sicurezza a Padova. Non ne commento i risultati. Commento il sondaggio: una operazione politica, metodologicamente opinabile, scientificamente implausibile.
La sicurezza è nel titolo, ma si parla solo di immigrazione. E accoppiare le due cose è già dare la tesi. Dimenticando tutte le altre cause di insicurezza: dalla crisi economica alla criminalità organizzata, dalla mancanza di servizi ai reati finanziari (che minano alla radice la fiducia collettiva), dalla mafia alla corruzione e all’incompetenza della politica, dalla mancanza di prospettive all’aumento del costo della vita, dal precariato diffuso alle catastrofi climatiche e ambientali, dal crollo delle borse alla perdita di fiducia nelle istituzioni (cominciando dalla Provincia, magari: si chieda in giro, con o senza questionario), dalle povertà relazionali che ci rendono più fragili al ruolo dei media che enfatizzano le paure che la politica mette all’ordine del giorno. Tutto questo, chissà perché, con l’insicurezza non c’entra.
Ecco perché si tratta di un’operazione elettorale, niente di più. Per vendere ai cittadini il proprio prodotto, secondo uno sperimentato meccanismo: 1) induciamo paura e insicurezza; 2) diciamo che serve più legge e ordine; 3) diciamo che noi glielo daremmo e gli altri no; 4) chiediamo il voto per noi; 5) per poi non risolvere il problema, perché non è alla nostra portata, avendo offerto la soluzione sbagliata (un capro espiatorio) ma comoda per noi: cosa che peraltro ci conviene perché potremo sempre dire che occorre più legge e ordine di quella che ci hanno dato; 6) finché l’elettore non si accorge di essere stato preso per i fondelli…
E’ così che, nelle domande, i fattori che contribuiscono a creare una percezione di insicurezza sono solo la presenza di immigrati clandestini, i furti nelle abitazioni, lo spaccio e le rapine. E’ così che, alla domanda su cosa dovrebbero fare gli enti locali, si può scegliere solo tra: costruire nuove caserme; pretendere più Forze dell’Ordine; promuovere gruppi di volontari; sostenere l’utilizzo della Forze Armate; armare i corpi di Polizia Municipale; promuovere la realizzazione di un CIE per clandestini – praticamente, il programma elettorale delle forze politiche di centro-destra che governano la Provincia, con cui si può solo essere d’accordo.
Significativa anche la domanda sulle zone della città maggiormente a rischio: nell’ordine la zona della stazione, le piazze, il Portello e l’Arcella, le altre non sono nemmeno nominate, dando già una precisa indicazione e gerarchia di importanza.
Si passa poi alle domande sugli immigrati e sul loro livello di (mancata) integrazione, a causa di: diverse abitudini; problemi linguistici; differenze religiose; mancanza di lavoro; considerazione del ruolo della donna. Mischiando a caso problemi etnici, sociali, religiosi, e dimenticando del tutto l’altra metà del processo di integrazione, che è sempre un rapporto a due: il ruolo e il comportamento della società, delle istituzioni, dei partiti. Per dire, provate voi a integrarvi in un posto dove vi dicono tutti i giorni che non vi vogliono, anche con apposito questionario dove si dice che siete voi il problema…
Infine, un questionario con risposte volontarie non è rappresentativo per definizione, e non ha alcun valore statistico. Basta orchestrare un po’ le risposte, far rispondere agli amici e agli iscritti da parte delle forze politiche che hanno interesse nel sondaggio, per orientarne i risultati. Niente di serio. Niente di utile.
Stefano Allievi
Allievi S. (2012), Sicurezza, operazione elettorale (sul sondaggio della provincia), in “Il Mattino”, 31 gennaio 2012, pp.1-31

Il sistema previdenziale va cambiato (Un pacato ragionamento sulle pensioni)

L’aumento dell’età pensionabile è una scelta dolorosa. La progressiva parificazione tra quella degli uomini e quella delle donne può sembrare punitiva, per chi ha già il carico maggiore del lavoro di cura. Tuttavia sono entrambe inevitabili (mentre non lo è colpire malamente pensioni già basse).
Capiamo la rabbia di chi stava per andare in pensione, nel vedersi allontanare un orizzonte agognato, per il quale ci si era preparati, anche psicologicamente. Ma continuare con il sistema precedente sarebbe stato come dire: vogliamo andare in pensione comunque; non importa se a pagare la nostra pensione saranno trentenni e quarantenni con una vita lavorativa molto più precaria della nostra, già carichi del fardello del debito pubblico che noi abbiamo creato, che godranno di pensioni più basse, e lo sanno come lo sappiamo noi. Una prospettiva non accettabile: che non solo non accettano i più giovani, ma che anche a molti dei più anziani sembra, perché è, profondamente ingiusta. Perché dovrebbero essere i più giovani a pagare con il loro presente e il loro futuro gli errori del nostro passato?
Non solo: l’aspettativa di vita è cresciuta enormemente. Di trent’anni in meno di un secolo, e di quasi due anni solo negli ultimi dieci (e continuerà a crescere grazie ai rapidissimi progressi delle scienze e della medicina). Oltre tutto, fatti salvi i lavori usuranti, per i quali un’eccezione è d’obbligo, oggi si è più giovani e ricchi di risorse, a parità di età anagrafica, rispetto al passato: possiamo fare finta che nulla sia cambiato? E ignorare che altrove si va in pensione più tardi, o in maniera graduale?
Quanto alle donne, vivono in media sette anni più degli uomini. Ha ancora senso ‘difenderle’ per questa via? Con lo scambio umiliante: meno lavoro attivo in cambio di più lavoro di cura? Non sarebbe più degno, più soddisfacente, e anche più economicamente sostenibile, oltre che più civile, offrire, come si fa altrove, ben altro scambio: più lavoro esterno (bene quindi una transitoria defiscalizzazione delle assunzioni al femminile) sostenuto da più servizi pubblici dedicati al lavoro di cura? Più welfare e meno badanti, più asili, più cure domiciliari per anziani, più assistenza sociale per i soggetti deboli? E più flessibilità sul lavoro a richiesta del lavoratore, più part-time, ecc.?
E’ qui che bisogna fare il salto di qualità. Una politica conservatrice non può che cercare di difendere lo status quo, ben sapendo che finirà comunque. Come è stato fatto fino ad ora: colpevolmente, perché le cose sarebbero diverse se a una riforma seria si fosse messa mano venti anni fa, quando le tendenze si sapevano già tutte. Una politica riformatrice deve pensare invece in maniera innovativa. Non solo con le misure individuate, ma immaginando un diverso modo di erogare servizi, con ben altre risorse a disposizione, e in definitiva un diverso modo di immaginare la società.
Conosciamo le obiezioni: prima colpiamo l’evasione, i furbi, i grandi patrimoni. Tutto vero e profondamente giusto. Ma non basta, e per quanto doveroso ciò non esclude un ripensamento profondo del sistema previdenziale. Oggi non è progressista chi difende il sistema attuale; lo è chi promuove un sistema diverso. Ma, certo, chiedendo che una parte delle risorse recuperate vada precisamente a costruire un nuovo patto sociale, e le condizioni (i servizi) per attuarlo. E’ lì che la lotta deve essere più dura. Affinché i giovani e le donne non siano le vittime, ma le risorse del sistema: precisamente ciò che non sono oggi.
Stefano Allievi
Allievi S. (2011), Il sistema previdenziale va cambiato (Un pacato ragionamento sulle pensioni), in “Il Mattino”, 12 dicembre 2011, pp. 1-4

Quarta puntata. La nuova classe dirigente: Non possono essere sempre le stesse facce

La crisi italiana non aspetta: l’intervento chirurgico dovrà essere profondo ed esteso. Pari almeno alla gravità della malattia: alla decomposizione del sistema politico, alla crisi di quello economico, alla senescenza delle istituzioni, al degrado complessivo del sistema paese.
Se è vero che ci troviamo in una sorta di dopoguerra, a ricostruire il Paese dalla sue fondamenta e con le sue macerie, in un clima quasi costituente, dobbiamo innanzitutto essere capaci di trovare le risorse migliori per guidare questo processo, liberando le tante energie inespresse (o compresse) e il desiderio di ricostruzione morale e materiale che nonostante tutto lo attraversa. Ma questo non può farlo una leadership che è già stata condannata dalla storia, e dai suoi risultati. Un problema che è del ceto politico nel suo complesso, non solo di un partito, anche se il disastro economico e la bancarotta civile non sono equamente distribuiti: qualcuno (la coalizione uscente) porta evidentemente una responsabilità maggiore.
Non è immaginabile che a guidare la nuova stagione politica del Paese siano le stesse persone che l’hanno occupato – più che guidato – fino ad ora. Andreste dal medico che ha già sbagliato tante volte nel diagnosticare la vostra malattia, e non ha mai azzeccato la cura? Iscrivereste vostro figlio a una scuola dove l’incompetenza, la superficialità e il pressapochismo sono la norma? Comprereste un’auto da un concessionario che sapete essere un parolaio e un mentitore? Fareste progettare la vostra casa ad architetti dalle parcelle altisonanti, e usi alla percentuale, ma scelti non per capacità e merito, inesperti e per di più arroganti? Vi fidereste di un manager che dice la sua su ogni cosa senza mai chiedere consiglio a chi ne sa di più, incapace di visione, con un orizzonte temporale che non va al di là della prossima chiusura di bilancio (le elezioni), incapace di progettare a lungo termine, di pensare alle prossime generazioni? Ebbene: può, allora, la stessa classe politica che ha portato l’Italia nel baratro, può un ceto politico autocentrato, separato dal resto della società da privilegi che ne hanno fatto una casta, convinto della propria insostituibilità, incapace di lettura della realtà, pretendere di continuare a governare questo Paese? No, evidentemente.
Occorre dunque un ceto politico diverso, attraverso meccanismi nuovi di selezione delle leadership, possibilità di scelta da parte dei cittadini, limiti di mandato per favorire il ricambio, fine dei privilegi che richiamano alla politica i lupi affamati e gli arrivisti senza qualità. Come arrivarci? Con un patto sulle regole. Cambiando sistema elettorale, per cominciare. Consentendo ai cittadini di scegliere, altrimenti non è democrazia. Favorendo la battaglia delle idee e delle persone. Attraverso collegi uninominali, o il doppio turno, o almeno il ritorno delle preferenze.
Ma scegliere tra i peggiori è ancora troppo poco. Occorre favorire l’emergere dei migliori, e la possibilità di conoscerli e di selezionarli. Attraverso forme di partecipazione del corpo elettorale, non solo degli iscritti ai partiti: che sono preziosi ma sono sempre meno (salvo gli usuali miracoli pre-congressuali che chissà come ne decuplicano il numero) e troppo spesso inascoltati, usati solo come megafoni di decisioni calate dall’alto, per promuovere carriere e leadership selezionate in maniera opaca. Le primarie sono un sistema efficiente: perché consentono di svecchiare un ceto dirigente inevitabilmente arroccato sulla propria difesa, favorendo la partecipazione di forze che fanno altrimenti fatica ad emergere. Merito al PD di averle introdotte in Italia con successo, tanto che anche il PDL comincia a pensarci, e altri pensano addirittura di renderle obbligatorie per legge. Non a caso tuttavia molti si adoperano per svuotarle di contenuto, con regolamenti che tendono ad escludere anziché ad includere, o affidando le ‘preselezioni’ alle gerarchie, magari attraverso forme di democrazia interna più o meno controllata.
Un altro mezzo fondamentale è il limite al numero di mandati elettivi nello stesso ruolo: per favorire la mobilità e il ricambio, non solo generazionale, e farla finita con i politici a vita. Le quote di genere possono ulteriormente favorire lo scopo di portare aria e persone nuove, non foss’altro che obbligando una parte dei gerontocrati maschi a farsi da parte.
La fine dei privilegi, dei vitalizi, dei pensionamenti dorati, della distribuzione di prebende attraverso l’occupazione abusiva delle risorse e delle istituzioni pubbliche, gli enti e i consigli di amministrazioni inutili, sono il corollario finale.
Possiamo pensare che chi ha prodotto la situazione attuale voglia davvero cambiarla, e quand’anche lo volesse, lo sappia fare? La risposta è ancora no: per cui dobbiamo cambiare loro. La sfida è cruciale. Si tratta dell’ultimo treno in partenza per la riforma democratica del nostro Paese.
4 – fine
Stefano Allievi
“Appunti dalla crisi italiana” è ora anche un blog sulla home page del “Mattino”:
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Allievi S. (2011), Quarta puntata. La nuova classe dirigente: Non possono essere sempre le stesse facce, in “Il Mattino”, 17 novembre 2011, p. 39

Terza puntata. Il dopo Silvio: Perché per il Pd c’è poco da gongolare

La destra scende, ma la sinistra non sale. E se il Partito Democratico, principale forza di opposizione, appare essere il primo partito (tra i votanti: perché nel corpo elettorale il primo partito è il non voto), ciò accade più per demeriti altrui che per meriti propri: un consenso volatile, quindi. Non l’adesione convinta a una proposta di governo, ma una scelta del meno peggio. Non l’adesione entusiasta a uno schieramento capace di sedurre con le sue ragioni, le sue pratiche politiche e i suoi leader, ma la disillusione per una proposta politica che ha fallito, lasciando il Paese in una situazione drammatica. Un ancoraggio debole, frutto del disancoraggio dalla precedente illusione, non il richiamo forte dell’alternativa.
In questo scenario, pur disastroso per la coalizione uscente, il Partito Democratico non sembra ancora in grado di candidarsi con il consenso necessario al ruolo cui in questa situazione sarebbe naturalmente destinato, quello di perno di una coalizione alternativa: non per le proprie divisioni interne o la debolezza di leadership, su cui c’è fin troppa enfasi mediatica (e del resto altri non stanno meglio), ma per l’incertezza della prospettiva di coalizione, e per la non sufficiente chiarezza della proposta riformatrice. E’ per questo che si cerca un governo tecnico: perché manca la politica. Il governo non c’è più, ma l’opposizione non c’è ancora.
Per capire come mai questo stia accadendo, occorre fare un passo indietro. Il progetto e l’intuizione che è all’origine del Partito Democratico è così riassumibile: unire le principali tradizioni riformiste italiane, aprendosi nel contempo con larghezza, intelligenza e generosità alla parte migliore della società civile, allo scopo di iniziare una stagione di modernizzazione radicale del Paese, attraverso un grande piano di riforme. Se la prima parte del progetto (unire le principali tradizioni politiche riformiste) sembra essere andata in qualche modo in porto, seppure in un amalgama imperfetto, in cui le nostalgie e le inerzie ideologiche e progettuali prevalgono su un autentico confronto, la seconda (aprirsi alla parte più innovatrice della società civile) sembra lontana dal realizzarsi, ed anzi in regresso.
Il PD sembra essersi ripiegato sulle due componenti principali da cui deriva (quella PCI-PDS-DS e quella DC-Popolari-Margherita), sottovalutando la terza, composta da quei militanti, iscritti e personale politico che, senza essere mai stati membri di quei partiti, che magari votavano senza troppa soddisfazione, hanno creduto nel PD come a un soggetto nuovo e riformatore. Sono proprio i rappresentanti di questa terza componente, insieme agli appartenenti alle altre due che si sono davvero messi in gioco per costruire un soggetto politico nuovo (una parte significativa di essi l’ha semplicemente subìto), a costituire la parte più innovativa del PD; ed è la loro perdita, la loro diaspora, la loro emorragia, che si sta rapidamente consumando in questi mesi, a costituire per esso la perdita maggiore, non solo di voti e di iscritti, ma di energia, di motivazione e di capacità progettuale, nonché di connessione con la parte più attiva, moderna e ricca di conoscenze del Paese. Senza di loro, il PD può restare un partito forte, che mantiene un peso significativo negli equilibri politici del Paese, con un ceto dirigente mediamente più preparato di altri e capace di mettersi a servizio delle istituzioni (e non è poco), ma perde centralità propositiva.
Il processo non è aiutato dagli altri attori dello schieramento riformatore, gli alleati dichiarati o potenziali. Tra cui prevalgono i ripiegamenti populistici, la collusione con la rabbia urlata dell’antipolitica – assai fondata ma vacua nella proposta costruttiva – di cui si cercano di cavalcare le sirene, la vaghezza della proposta politica che si tenta di mascherare con la perentorietà dei toni (cose di cui è spesso esempio Italia dei Valori), o il tentativo di lucrare la propria posizione concorrenziale erodendo qualche consenso al soggetto maggioritario dello schieramento, cioè al PD, invece di cercarlo altrove (come spesso ha fatto Sinistra Ecologia e Libertà). Mentre crescono le proposte alternative e ‘contro tutti’ (Movimento 5 Stelle), ed è scomparsa, caso quasi unico in Europa, la componente politica ambientalista, che una dimensione progettuale ce l’avrebbe. E così il discorso sul progetto per il Paese finisce per cedere il posto a quello sulle alleanze per governarlo: per cui diventa più importante interloquire con il Terzo Polo o polemizzare con il Partito Radicale (perdendo, anche qui, una componente progettuale, minoritaria ma non irrilevante) che non dire al Paese dove lo si vuole portare. Solo che non è così che si affascina l’elettorato, e lo si convince: anche a fare scelte costose, ingurgitando medicine amare, come il momento richiederebbe, ma con la prospettiva di un avvenire migliore, di un Paese radicalmente cambiato, in cui davvero voler vivere, e con orgoglio.
Per far questo ci vorrebbe una proposta politica forte, e un cambiamento drastico di classe dirigente. Di cui parleremo nella prossima e ultima puntata di analisi della ‘crisi italiana’.
3 – continua
Allievi S. (2011), Terza puntata. Il dopo Silvio: Perché per il Pd c’è poco da gongolare, In “Il Mattino”, 15 novembre 2011, p. 13

Seconda puntata. La rivoluzione mancata: Il centrodestra e il sogno infranto

Se il governo piange (e il Paese con lui, e a causa sua), l’opposizione non ride. Di fronte al precipitare degli eventi, e a una situazione senza precedenti, con una verticale caduta di credibilità dell’intero ceto politico (la ‘casta’ ormai per tutti, non a caso), più grave ancora di quella seguita alle vicende di Tangentopoli, l’opposizione sembra non saper offrire, così com’è adesso, l’auspicata soluzione di ricambio, il governo alternativo di cui il Paese ha bisogno. Tanto che molti sospettano che il governo tecnico sia la soluzione auspicata da tutti, maggioranza e opposizione: per non dover gestire la crisi con misure inevitabilmente impopolari, ma anche per una presa di coscienza delle proprie rispettive difficoltà interne, della propria inadeguatezza, e per alcuni della propria assoluta incompetenza.
L’elettorato sembra essere consapevole di questa situazione: e i sondaggi ne sono lo specchio. Da un lato indicano in testa, assai di misura, il Partito Democratico sul Popolo delle Libertà (un risultato che sorprende per lo scarso distacco, alla luce del disastro italiano). Dall’altro indicano in crescita i partiti minori del centro-sinistra e altre espressioni del voto di protesta o anti-sistema, ma soprattutto l’astensionismo, il partito del non voto (che ormai rappresenta oltre un terzo dell’elettorato, ed è quindi il primo ‘partito’ d’Italia), e gli indecisi. Cresce anche il centro: l’eterno centro intorno a cui la politica italiana continua nonostante tutto a ruotare, pescando al bisogno, nonostante il tentativo di ingresso del Paese nel mondo del maggioritario e del bipartitismo, risultato assai più imperfetto di quanto si potesse prevedere. Segno di un’offerta politica non soddisfacente.
Cominciamo l’analisi dal centro-destra. Un capitolo che potremmo intitolare: il sogno infranto. Sia che si parli del Popolo delle Libertà che della Lega Nord.
Questo centro-destra, come progetto politico di governo, nasce con la speranza berlusconiana. La famosa discesa in campo del ’94. Uno stile nuovo, un progetto di riforma in senso liberale, una comunicazione dirompente. E la capacità pragmatica di costruire alleanze al di là delle ideologie: sdoganando Fini, e includendo la Lega. Inutile ripercorrerne le disavventure, pur all’interno di un’epopea personale esaltante e di una narrazione per lungo tempo risultata vincente. Limitiamoci alla storia recente, e all’epilogo. Che vede quello stesso centro-destra, dopo 17 anni, in agonia conclamata. Il progetto di riforma liberale non è partito, o non è andato lontano: segnali di rottura ci sono stati, ma la vera rivoluzione liberale non è stata mai nemmeno impostata. La comunicazione è risultata fine a se stessa, e sempre più opaca. Lo stile, all’inizio brillante, si è col tempo inevitabilmente appannato: e, dopo la sequela di scandali personali concernenti il premier, appare parola persino impronunciabile. L’epopea personale è diventata ossessivo presenzialismo e autoreferenzialità. E la narrazione delle magnifiche sorti è oramai sempre più stanca e meno convinta e convincente, data la situazione del Paese, evidente a tutti meno che al suo primo ministro. La speranza della rivoluzione liberale è rinviata a data da destinarsi, e forse nemmeno alla destra prossima ventura, ma ad altri. Il sogno infranto, appunto.
Quanto alla Lega, il suo tessuto appare più solido, la realtà meno limacciosa. Ma la debolezza è evidente. Alla Lega si deve il merito storico di aver sollevato e imposto a tutto il ceto politico, almeno a parole, il tema del federalismo: che avrebbe potuto essere il più sostanziale disegno di modernizzazione riformatrice proposto al Paese – la carta vincente per uscire dalla sua perdurante arretratezza burocratica, istituzionale e politica, dando slancio alle sue realtà economiche e sociali. E infatti l’opinione pubblica l’ha preso sul serio, e l’elettorato ci ha creduto: un elettorato in alcune sue componenti assai più innovativo e riformatore, nelle sue idee come nelle sue pratiche professionali, di come è stato dipinto dai media. Ma a fronte di questo indubbio merito storico, cui si collega coerentemente l’idea di una rappresentanza territoriale anziché sociale o di interessi, sta il demerito altrettanto storicamente decisivo di non essere stata capace di costruire intorno a questo disegno una classe dirigente capace di portarlo avanti con competenza e determinazione. Ciò che appare più una scelta esplicita del suo leader che una mera casualità o incapacità: ed è comunque, in entrambi i casi, una responsabilità politica evidente. Il compiacimento bonapartista del leader maximo ha prodotto per paradosso il partito più centralista d’Italia, in cui il mantra preferito dai dirigenti, quando gli si chiede un’opinione, è il servile “deciderà Bossi”, in assoluta contraddizione di metodo con quanto dichiarato come ideale (e le contraddizioni prima o poi scoppiano…). E, per derivazione, il familismo amorale della risibile investitura al figlio, del cerchio protettivo della moglie, degli scandali a cui si mette il silenziatore, dell’impossibilità di dissenso, sempre stroncato sul nascere con durezza da centralismo togliattiano, a colpi di purghe, di espulsioni e di accuse di tradimento. Come inevitabile conseguenza sono emersi, con poche eccezioni, i mediocri, non in grado di fare ombra al capo, usi obbedir tacendo. Non si crea classe dirigente, in questo modo. Il risultato è il calo di consenso esterno, e l’emergere del dissenso interno (una buona notizia: l’inizio della democrazia…), non più nascosto da uno stile comunicativo ruvido che non diverte più nemmeno i fedelissimi e non fa più notizia sui giornali. Con un altro sogno infranto: il federalismo mancato, il grande risultato salvifico non ottenuto.
Bilancio complessivo: il centro-destra è riuscito a produrre una quantità significativa di delusi, che potrebbero essere un bacino elettorale a disposizione di una nuova seria offerta politica. Ma il centrosinistra non sembra capace di intercettare e di coinvolgere questo elettorato. Insomma, la maggioranza crolla, ma la minoranza non sembra capace di diventare maggioranza vera nel Paese. Di questo parleremo nella prossima puntata.
2 – continua
Allievi S. (2011), Seconda puntata. La rivoluzione mancata: Il centrodestra e il sogno infranto, in “Il Mattino”, 10 novembre 2011, p. 13

La crisi italiana

La crisi italiana non è soltanto una crisi finanziaria, economica, produttiva. Drammatica, certo: ma di cui in fondo conosciamo i costi, le ricette per uscirne, e anche i punti di forza (del sistema bancario e produttivo, ad esempio), non solo quelli di debolezza. E non è nemmeno solo una crisi, colossale, di credibilità internazionale e di immagine: di cui ben prima delle umiliazioni diplomatiche di questi giorni avevano piena consapevolezza gli attori economici, i produttori di cultura, il mondo della ricerca scientifica, e tutti coloro che hanno del confronto internazionale e della concorrenza, di sistemi e personale, esperienza quotidiana. No, la crisi italiana è qualcosa di più e di più profondo: una crisi istituzionale, politica e morale devastante. Che sta minando i fondamenti della stessa coesione sociale del Paese.
Sta saltando il patto sociale, e ciascuno si sente legittimato a non rispettarne gli obblighi perché nessun altro sembra farlo, e nessuno, nemmeno (tanto meno) lo Stato, ha l’autorevolezza per imporsi. E’ già saltato, anche se non se ne ha ancora piena consapevolezza, il patto generazionale: oggi gli interessi delle fasce più mature della popolazione appaiono più che mai in contrapposizione con quelli delle fasce più giovani. E le contrapposizioni di interessi appaiono più rilevanti che mai: tra aree geografiche, tra diversi attori economici e sociali, tra pubblico e privato, tra garantiti e precari, tra giovani e anziani, tra uomini e donne, e così via. Il Paese, insomma, è cresciuto senza crescere, si è sviluppato senza produrre sviluppo, e si è modernizzato senza essere diventato moderno. E oggi paga il prezzo di questa mancanza, prigioniero di ciò che non è riuscito ad essere.
Ci troviamo insomma in una situazione di devastazione, pur non avendo avuto una guerra. E dobbiamo ricostruire il Paese a partire dalle macerie che non i bombardamenti, ma l’inettitudine di un intero ceto politico, gli egoismi e gli interessi di pochi, ma anche la mancanza di immaginazione, di visione di come il Paese avrebbe potuto e dovuto essere, da parte delle sue classi dirigenti, ci hanno lasciato.
C’è oggi bisogno di ricostruire l’Italia dalle fondamenta: nel senso di coesione nazionale, nelle sue istituzioni, nel suo modo di pensarsi, nelle sue pratiche sociali. E quindi, prima di tutto, nella sua politica.
Come nel dopoguerra, c’è dunque bisogno di un ceto politico nuovo, responsabile, capace di immaginare una nuova stagione e di costruirne le fondamenta, facendo tesoro degli errori del passato, ma con una proposta politica e istituzionale moderna, agile, dinamica, adatta ai tempi, capace di valorizzare le risorse degli individui, uomini e donne, delle imprese, delle collettività, delle associazioni, dei territori, anziché imporsi ad esse rendendo loro la vita impossibile.
Siamo, davvero, come in uno strano dopoguerra, o dopo una guerra civile, o una profonda lacerazione sociale e istituzionale, di fronte a un vero e proprio problema di nation building. Centocinquant’anni dopo la sua nascita, l’Italia deve in qualche modo ricominciare da capo. Dopo la rottura innovativa e creatrice (nonostante i suoi costi e i suoi limiti) del Risorgimento, dopo i disastri delle due guerre mondiali, dopo il crollo della dittatura fascista, dopo la caduta meno cruenta e non definitiva della prima repubblica, dopo la fine ignominiosa della seconda, che oggi stiamo vivendo, l’Italia deve ricominciare dall’inizio. E deve farlo avendo il coraggio di ripensarsi all’interno di una nuova fase costituente: e, come ai tempi dell’Assemblea Costituente, dandosi il tempo di farlo, nonostante le urgenze del momento (che non erano del resto minori nel dopoguerra), e selezionando a questo scopo le sue energie migliori, e, senza timore di chiamarle tali, le sue elites.
Questo il compito: ma a chi affidarlo? Chi ne ha la consapevolezza?
Nella situazione di crisi che il Paese sta attraversando, appare chiaro che la coalizione di centro-destra, incapace di governare la situazione economica, di avanzare una seria proposta politica, e soffocata dagli scandali che coinvolgono il suo leader e il suo entourage, è in perdita netta di credibilità e di consenso. Nello scenario da essa prefigurato il problema era solo quello di rimanere al potere fino alla scadenza naturale del 2013, nella speranza di riuscire a recuperare qualche margine di consenso, che non la condannasse all’uscita dalla storia del Paese non solo con una rovinosa sconfitta, ma con ignominia, nel discredito morale e nel fallimento materiale. Ma, come vediamo in questi giorni, questo scenario, fino a ieri il più probabile, non tiene più, complice anche l’ormai irrecuperabile – con questa leadership – discredito internazionale. I mal di pancia della Lega, la sempre possibile escalation degli scandali e di un intervento ulteriore della magistratura, nonché il precipitare della crisi stessa anche a causa della perdita verticale di fiducia nel Paese sia da parte dei mercati che delle istituzioni internazionali, hanno fatto finire – nei fatti – questa legislatura. Il Paese tutto ormai sembrava vedere la scadenza naturale del governo e della legislatura come un traguardo lontanissimo e non auspicabile: troppo lontano per quel colpo di reni di cui l’Italia ha bisogno subito, come ormai dicono chiaramente le associazioni imprenditoriali e la stessa stampa filo-governativa. Il che rende possibili altri scenari: un governo tecnico, di transizione, che faccia le riforme fondamentali, tra cui quella del sistema elettorale, e quindi nuove elezioni; o addirittura elezioni subito, che tuttavia nessuno sembra veramente volere, nemmeno da parte dell’opposizione.
Ma tutto questo non basta. Occorre, oggi, sia guardare al breve termine, alla situazione immediata, sia ‘pensare lungo’, attraverso un salto di qualità impossibile da chiedere all’attuale ceto politico, e tuttavia irrinunciabile e non più rinviabile: pensare il nuovo patto sociale, ripensare il Paese, ricostruirne le fondamenta.
Come, con chi, attraverso cosa, lo vedremo nella prossima puntata.
1 – continua
Allievi S. (2011), Prima puntata. Una nuova costituente: Cosa bisogna fare oltre la crisi di Berlusconi, in “Il Mattino”, 9 novembre 2011, p. 15

Il Pd impari presto ad ascoltare (Le iniziative dal basso nel Pd)

E’ indicativo il riflesso condizionato liquidatorio di una parte della dirigenza del PD di fronte alla voglia di cambiamento che emerge al suo interno.
Sono giovani? In realtà non è vero, sono vecchi dentro. Hanno idee nuove? No, in realtà è roba anni ‘80. Pongono un problema di leadership e di ricambio? Sono presuntuosi e arroganti. Vogliono contare, e per farlo si rivolgono direttamente al pubblico, senza passare per le assemblee di partito, dove peraltro non si decide nulla perché tutto è già deciso? Sono sleali. Hanno idee che piacciono o interessano anche fuori del partito? Allora sono di destra (come se si potesse vincere con i voti e il consenso dei soli duri e puri).
Solo nel mese di ottobre ci sono stati diversi incontri significativi. Quello ‘ortodosso’ organizzato a metà mese da Zingaretti e soci. Quello più ‘movimentista’ organizzato a Bologna la settimana scorsa da Civati e Serracchiani. Quello, molto più mediatizzato, organizzato da Renzi a Firenze questa settimana. E in mezzo un documento ‘liberal’ di trentenni del partito. Tutti lì a impegnarsi per dire la loro, spiegare cosa pensano, in cosa credono e cosa vorrebbero fare: dentro e per il PD. Decine di migliaia di persone che si muovono per l’Italia per incontrarsi e produrre nuove idee, che leggono, scrivono, si documentano, si ritrovano in rete, si scambiano informazioni, cercano di far arrivare la loro voce al vertice del partito e al di fuori dei suoi steccati, che si impegnano. E il ceto dirigente come risponde? Impaurito, incapace di sintonizzarsi, infastidito perché non si rispettano i sacri rituali e il sacro ruolo dei sacerdoti di sempre.
Chiunque avesse un minimo di intelligenza politica correrebbe in giro per l’Italia ad incontrarli e ad ascoltarli, considerandoli risorsa pubblica e bene comune: grato per quel che stanno facendo. Cercherebbe di coinvolgerli, di dar loro uno spazio per elaborare insieme un progetto: perché lì dentro c’è il meglio della cittadinanza attiva, e anche della militanza PD, altrimenti ridotta a semplice cinghia di trasmissione di decisioni prese altrove, a megafono di voci che partono sempre dall’alto verso il basso, mai viceversa.
La vera sfida culturale per il Partito Democratico, e la sola sua possibilità di rilancio politico, sta nella capacità di ascolto, di incontro, di elaborazione, che questa mobilitazione, in tutte le sue espressioni, manifesta. Se c’è questo fiorire di iniziative, è perché ce n’è bisogno, e la gente si crea da sola le risposte ai suoi propri bisogni. Specie se non le trova altrove. Se, per dirne una, nelle sezioni del partito di queste cose non si discute, o comunque si ha la sensazione che sia così. Se quando una proposta non viene dal vertice non ha canali per emergere e non viene ascoltata. Se una richiesta di coinvolgimento e di partecipazione, per farsi udire, deve passare per i giornali o per facebook, e per qualche forma di dissenso, perché altrove è possibile solo il consenso conformista o il silenzio. Gli iscritti diminuiscono, mentre i partecipanti a questi eventi e a questi movimenti aumentano? Forse vuol dire qualcosa. Forse c’è un motivo, o probabilmente più di uno.
Tutto questo è vero a livello nazionale come a livello locale. O il PD ricomincia ad ascoltare coloro che lui stesso aveva scelto come propri referenti e sostenitori, quando ha inventato un nuovo partito e un nuovo modo di fare politica (coinvolgendo davvero il meglio della società civile che gli è vicina, sia nella fase di progettazione che in quella di selezione della leadership: attraverso primarie vere, aperte, in cui il partito non si schiera per default con la classe dirigente in sella). O dovrà rassegnarsi alla gestione dell’esistente, e a un lento declino. E a una sempre più vivace concorrenza.
Stefano Allievi
Allievi S. (2011), Il Pd impari presto ad ascoltare (Le iniziative dal basso nel Pd), in “Il Mattino”, 1 novembre 2011, pp. 1-11