Ancora sul bilinguismo in Veneto: la lettera di un sindaco, la mia risposta

A seguito di un mio editoriale sulla proposta di legge sul bilinguismo (che si trova qui), ho ricevuto la lettera di uno dei promotori del progetto, il sindaco di Santa Maria di Piave Riccardo Szumski. Di seguito, il testo della lettera e la risposta che il giornale mi ha chiesto.
Gentilissimo signor Allievi,
nessuna presunzione da parte di Santa Lucia di Piave ne mia di dettere L’ agenda a chicchessia. Il sostegno al PdL 116 con il numero di abitanti minimo previsto dalla legge e invece un tentativo previsto dalla legge,l’ennesimo , di portare al centro del dibattito la questione del Veneto. Continua a leggere

Veneto: La follia del bilinguismo per legge

Premessa. Il veneto, inteso come lingua, lo si tramanda di padre in figlio, e anche da padre non veneto a figlio nato in Veneto: a testimonianza del fatto che è una lingua forte, come ci insegnano glottologi e linguisti – il dialetto percentualmente più diffuso in Italia. Già questo dovrebbe insegnarci qualcosa: se si tramanda anche ai nuovi venuti, e a differenza di altri è parlato non solo dai ceti popolari ma anche dalle classi colte, pur senza essere insegnato a scuola, è perché non ne ha bisogno. A che serve allora un patentino veneto e una legge sul bilinguismo? Passi per il doppio nome sui cartelli dei comuni (che già non serve a molto, ma a volte è sufficiente a spostare qualche voto). Ma se si dovesse mettere in questione insegnamento, pubblica amministrazione, lingua veneta negli atti pubblici, riserva di posti di lavoro nel pubblico impiego, telegiornali e quant’altro, oltre a coprirci di ridicolo ci creeremmo problemi a non finire. E, incidentalmente, introdurremmo una discriminazione nei confronti dei non venetizzati (non solo gli immigrati, pure il dieci per cento della popolazione, ma i moltissimi residenti provenienti da altre regioni, e persino i veneti che il veneto non lo parlano e non lo vogliono parlare, che esistono, sono molti, e rischierebbero di diventare a loro volta una minoranza da tutelare). Continua a leggere

Trasformazione, innovazione, competizione: come cambia il loro significato

“Siamo in un’età di transizione. Come sempre”. Lo scriveva Ennio Flaiano, ironizzando sulla pretesa di essere sempre in tempi nuovi. E tuttavia chi opera nei mercati, chi ha a che fare con le tecnologie (e i cambiamenti che implicano: non solo in termini di processi di produzione e di novità di prodotto, ma di organizzazione del lavoro e della vita, e persino di mentalità), e pure chi si limita a osservare il mondo da semplice spettatore e consumatore, non può accontentarsi di questa constatazione. L’accelerazione del cambiamento è tale da avere ormai valore qualitativo, non solo quantitativo: non determina solo il plus di alcuni indicatori (e il minus di altri); ci mostra un altro mondo, una diversa realtà. La trasformazione, parola interpretativa chiave dell’oggi, è davvero in atto. Ed è bidirezionale nelle sue conseguenze. Gli uomini trasformano i processi di produzione, il mondo intorno a sé, e da questo sono trasformati. In senso letterale: dando nuova forma – alle cose, e alle persone. Continua a leggere

In memoriam Leonard Cohen

When a poet dies, the world discovers itself poorer, not understanding why, but perfectly feeling how…
And worse, there is a crack in everything that you can put together, physical objects, mental objects, constructions of any kind. But that’s where the light gets in, and that’s where the resurrection is and that’s where the return, that’s where the repentance is. It is with the confrontation, with the brokenness of things.
In the song “Anthem” this phrase became a simple, beautiful verse:
There is a crack in everything. That’s how the light gets in.
Thanks, Mr. Cohen

Lezioni da Goro: cosa imparare, cosa dimenticare

Quanto accaduto a Goro ci offre un insieme di segnali che vanno interpretati.
Certo, c’è l’elemento che è stato più sottolineato: quello del rifiuto degli immigrati, cui ormai ci stiamo abituando – e anche il rifiuto delle decisioni paracadutate dall’alto, che ha molte ragioni. Per qualcuno è anche rifiuto dell’odiato centralismo, magari. Forse si può parlare anche di ribellione, o più propriamente di pulsioni ribelliste: contro quelle che consideriamo ingiustizie. Ma che possono prenderci quando ci troviamo a gestire un problema più grande di noi, che non capiamo, di cui ci viene catapultato a casa solo l’ultimo anello della catena, senza spiegazione delle concatenazioni precedenti, e non sappiamo cosa fare. Ma non è tutto qui: ci sono altri segnali da cui è utile trarre qualche lezione. Continua a leggere

La Lega, le donne sindaco, i gay: come ti cambio una cultura

Con i matrimoni omosessuali celebrati, rispettando la legge ma disobbedendo alle posizioni ufficiali della Lega, da due sindache leghiste, Sara Susanna di Musile e Maria Scardellato di Oderzo, non si è aperto solo uno scontro politico interno, ma una vera battaglia culturale, che tocca il nucleo profondo dell’etica leghista. Grazie a questa presa di posizione forte e dissonante, infatti, si aprono non una ma due questioni tra loro collegate. Non solo la Lega scopre le donne attraverso i gay. Ma scopre i gay attraverso le donne. Entrambe – donne e gay – minoranze culturali, oltre che numeriche, nel partito. Entrambe novità nel panorama culturale leghista. Ed entrambe potenzialmente foriere di conseguenze significative e di lungo periodo, al di là della cronaca politica locale. Continua a leggere

Genere e lavoro: uscire dalla cultura dello spreco

Una o due generazioni fa eravamo ancora al “che la piasa, che la tasa e che la staga a casa”: forse non nella realtà (le donne hanno cominciato a entrare massicciamente nel mercato del lavoro mentre gli uomini erano occupati a fare la guerra; e per quanto riguarda il nordest hanno continuato nel periodo delle emigrazioni interne), ma nella percezione media del maschio nordestino. Oggi la presenza femminile nel mondo dell’istruzione ha rovesciato le proporzioni, con le donne che hanno superato gli uomini (si laureano molto di più, più velocemente, e con voti migliori), e quella nel mondo del lavoro è in costante crescita, anche se drammaticamente indietro rispetto ai paesi sviluppati a noi culturalmente vicini. Quella che non è cambiata abbastanza, probabilmente, è la mentalità (la donna fa comunque più fatica a farsi strada, a parità di merito); e soprattutto il sistema sociale che ne è l’espressione (il welfare, la scuola, l’organizzazione degli orari nei luoghi di lavoro e nelle città), ancora “nemico” del lavoro delle donne, nella sua organizzazione e nei suoi valori di fondo. Continua a leggere

La nuova emigrazione, tra fuga e opportunità

Sono più di centomila quelli certificati. Ma sono molti di più, gli italiani andati a vivere all’estero lo scorso anno: perché di solito ci si iscrive all’Aire (l’anagrafe degli italiani residenti all’estero) solo dopo anni, quando la partenza non è più un’avventura appena iniziata ma una fase nuova della propria vita. Oltre diecimila dal Veneto (seconda regione in cifra assoluta, dopo la Lombardia), oltre quattromila dal Friuli, quasi tremila dal Trentino. Continua a leggere

La laurea e la sua percezione: problemi e ritardi del Nordest

Abbiamo meno laureati di tutti i nostri diretti concorrenti europei: il venti per cento circa dei nostri giovani (il 13,9% della popolazione complessiva), contro percentuali che in Germania e altrove si avvicinano alla metà. Non solo: in questi paesi, dove già i laureati sono molti di più – dalla Francia alla Germania – il tasso di crescita è doppio che da noi. E abbiamo pure il tasso di abbandoni universitari più alto d’Europa: il 45%. Praticamente una persona su due che si iscrive all’università abbandona gli studi. In compenso i nostri laureati sono molto bravi, segno che gli studi da noi non sono poi pessimi: tanto che si sistemano benissimo – ma altrove. I dipartimenti universitari di altri paesi nostri concorrenti sono pieni di dottorandi, ricercatori e professori italiani; ha fatto rumore, pochi mesi fa, che la nazionalità più presente tra coloro che avevano ottenuto dei finanziamenti alla ricerca dell’ERC (European Research Council) fosse quella italiana, ma nella maggior parte dei casi per progetti di ricerca di università straniere. E il tasso di laureati tra chi abbandona il nostro paese – inclusa la nostra area di riferimento, il Nordest – è superiore alla media nazionale: almeno un quarto di coloro che stanno lasciando l’Italia in questi anni ha un titolo di studio universitario. Continua a leggere

"il Giornale" mi ama: un esempio di giornalismo etico…

All’inizio non ho diffuso questo post sui miei account: il suo oggetto non lo merita. Mi sono limitato a inserirlo sul sito a futura memoria, nascondendolo discretamente, con una data di un mese precedente al fatto per non dargli pubblicità sulla home page. Oggi lo ricolloco al suo posto, in ordine cronologico. Aggiungendo una postilla.
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