Il mio Natale

Eppure non è detto che tutto vada per il peggio. E può persino darsi che un po’ del male riesca non solo a non nuocere, ma a fare (a farci) del bene.

Lo dico guardando al Natale dimezzato, mio e di molti. Come sto vivendo questo periodo?

Sul lato pubblico della faccenda, con irritazione crescente per le continue contraddittorie ordinanze, con rabbia per il pressapochismo dominante, con indignazione per l’incompetenza, l’impreparazione e gli inaccettabili ritardi con cui paiono tuttora prese (o non prese) le decisioni fondamentali, con enorme preoccupazione per la sopravvivenza del tessuto economico-sociale del Paese, e più concretamente con partecipazione dolente per i drammi personali di individui, famiglie e imprese che hanno un nome e un cognome, e sanno che la loro vita andrà peggio, che a breve – mesi, settimane – non avranno più un lavoro, un’attività, un reddito, o comunque dovranno fare i conti con disponibilità ridotte, progetti e aspettative sensibilmente ridimensionati.

Sul lato privato, invece, pur nella condivisione, in parte, dei problemi di tutti (ridimensionamento delle entrate, pur con la garanzia di almeno un lavoro, licenziamenti e disoccupazione dei figli, prospettive incerte), con il sollievo, in un periodo cupo, di non essere costretto a sottopormi al rituale degli incontri, dei saluti, degli auguri, dei regali. Una scusa buona, ottima, per sfuggire al nulla che riesce a riempire così tanto del nostro tempo, delle nostre energie e del nostro denaro in anni normali.

Questa cosa credo abbia fatto piacere – e comodo – a molti. Sarà perché si invecchia, sarà perché la finta allegria, di fronte alla vera sofferenza (innanzitutto, di chi è ammalato o vede in faccia la morte, e di chi a queste persone è personalmente o professionalmente vicino), decisamente stona, ma troppe cose non sono – o non sono sentite – più come prima, danno a noia, e la pandemia, le misure di chiusura, vincoli e divieti, ci hanno regalato un alibi incontrovertibile, e un sacco di tempo in più.

Non è necessario darsi toni di artefatto misticismo: ma, certo, fare un po’ di vuoto dentro di sé è la precondizione per riempirlo poi con cose di qualità, scelte e non imposte, selezionate con maggiore attenzione, a cui è dato lo spazio adeguato, e maggiore dignità. È quello che è accaduto a molti, e tra i molti, a me. Che forse non avrei avuto il coraggio di scelte più radicali senza ottime scuse sociali e istituzionali come quelle che mi sono state fornite. E così, relazioni ridotte alla famiglia ristretta, per quel che si è potuto (con un’eccezione, condivisa da molti: un figlio all’estero che da cinque anni non passava il Natale in famiglia, pronto a tornare grazie al regalo di un volo A/R, è stato respinto all’aeroporto, in quel di Londra, a pochi minuti dall’inizio delle operazioni di imbarco – con il dispiacere, il rimpianto e il concretissimo pianto, suo e nostro, e dunque un po’ di dolore a dare maggiore significato e spessore alle gioie rimaste). Quasi niente regali: meno del solito, meno dispendiosi, e scelti, per i familiari – e quindi niente tempo e denaro sbattuti via in occupazioni senza convinzione e senza senso, come la corsa agli acquisti prenatalizi. Nessun viaggio o vacanza in montagna. La possibilità e la decisione di un regalo più grosso e significativo – condiviso con la famiglia – per chi invece a questo Natale ci arriva senza poter soddisfare i bisogni essenziali. Nessun incontro, nessuna cena con amici, nessuna pizzata con i genitori di scuola o i colleghi di lavoro, nessun augurio, quasi nessun pacchetto da incartare, nastro da tagliare o bigliettino da comporre. E l’impegno a non sprecare nemmeno telefonate inutili. Poche parole, scritte o dette, per qualche amico vero della cui amicizia recuperare il significato. Un po’ di raccoglimento in più, celebrazioni o meno. E per il resto, maggiore tempo condiviso, giochi in famiglia da rispolverare, parole più pesate, significato diverso ai gesti soliti, compiuti peraltro con maggiore consapevolezza, letture rinviate troppo tempo ad attenderci, qualche film, musica da ascoltare per il piacere di farlo e non come sottofondo.

Meno cose, vissute meglio. No, non è detto che tutto il male venga per nuocere.

 

Natale pubblico e privato, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 24 dicembre 2020, editoriale, p.1

Generazione Covid. La scuola senza scuola: un bilancio della didattica a distanza

Nessun Paese ha chiusa tanto a lungo la scuola come l’Italia. Segnale chiaro di una tradizionale sottovalutazione della formazione: che spiega perché abbiamo la metà dei laureati e il doppio degli analfabeti funzionali d’Europa. Un terremoto, la cui scossa principale è stata la didattica a distanza.

Le premesse erano pessime. Nessuna preparazione, dovendo rispondere a un’emergenza. Un’età media degli insegnanti molto elevata: oltre cinquant’anni nelle scuole di ogni ordine e grado. Strutture scolastiche per lo più vecchie e inadatte. E la mancanza di infrastrutture digitali adeguate. Eppure si sono manifestate anche capacità di recupero insospettate, che cambieranno per sempre la scuola. Per capire cosa è successo, occorre distinguere i diversi livelli di scolarità.

Nei nidi e materne la relazione è tutto, in proporzione i contenuti contano meno, e in assenza della prima c’era poco da fare. Non a caso in altri Paesi non hanno mai chiuso. Per consentire ai genitori di andare a lavorare, ma soprattutto perché considerati, giustamente, valore in sé: è dimostrato quanto cruciale sia la loro frequenza per le successive capacità di apprendimento, e per lo sviluppo complessivo della personalità e della capacità relazionale.

Elementari e medie – il nucleo della scuola dell’obbligo – hanno potuto fare un po’ di più. Molto diversamente, in relazione all’età e alla capacità già acquisita di usare gli strumenti informatici nel tempo libero. Era l’occasione di usare anche mezzi straordinari, come la televisione pubblica, da altri Paesi impiegata come canale di istruzione alternativo, e in Italia rimasta a comunicare il suo niente. Un salto di qualità non c’è stato. Non per mancanza di volontà o disponibilità dei docenti, ma per totale mancanza di un coordinamento, di un progetto, di un investimento anche formativo nei loro confronti. E soprattutto per i momenti di passaggio, come la terza media, è stato per molti un anno sprecato, di cui si pagheranno i prezzi negli anni successivi: per chi è passato alle superiori senza la preparazione di base necessaria, senza aver maturato una diversa capacità e modalità di apprendimento, senza un bilancio e una valutazione della propria preparazione. Misureremo il danno negli abbandoni scolastici prossimi venturi, e nei buchi formativi irrecuperati.

Le scuole superiori hanno retto meglio, per la maggiore maturità dei ragazzi, e la maggiore abitudine al mezzo. Più problematico il discorso per gli ITS, che prevedono laboratori ed esercitazione pratiche, in parte in alternanza scuola lavoro. Qui si è perso di più, e si dovrebbero immaginare modalità di formazione aggiuntiva brevi, concentrate, localizzate e tailor made, prima o accanto all’ingresso in azienda. È stato invece un grave errore anticipare la promozione per tutti alla maturità, e l’aumento di ‘centini’ con esame solo orale: un regalo avvelenato rispetto alle fasi successive.

Per l’università invece è stato diverso, grazie anche a una più accentuata autonomia statutaria ed economica. La didattica on line ha funzionato al di là delle aspettative, con effetti controdeduttivi. Si temeva il crollo delle iscrizioni, ed è stata invece l’occasione per fare un salto evolutivo: che ha prodotto un inaspettato e significativo aumento delle iscrizioni negli atenei meglio attrezzati.

Per tutti sono state invece una tragedia le debolezze strutturali, che incideranno pesantemente su una struttura delle diseguaglianze già troppo accentuata. Il prezzo maggiore, a tutte le età, lo pagheranno gli esclusi: molti – forse un terzo degli studenti e famiglie. Quelli che stavano in scuole o avevano docenti che non si sono attrezzati e non erano capaci di fare didattica a distanza, i moltissimi che non avevano i mezzi materiali (computer personale, banda sufficiente) o culturali (famiglie che sostenevano e aiutavano i figli) per seguire i programmi. Un dramma che lascerà cicatrici pesanti sul prosieguo degli studi di soggetti già deboli.

Quanto accaduto agevolerà necessariamente il percorso verso le flipped classroom (la didattica capovolta in cui, grazie a contenuti multimediali efficaci, lo studente studia per conto suo e in classe si svolgono discussioni ed esercitazioni), e una didattica riformata. Che presuppongono però massicci investimenti in formazione obbligatoria dei docenti stessi (su cui non si è visto ancora nulla) e una iniezione significativa di personale giovane. Altrimenti conteremo una massiccia ulteriore perdita di capitale umano, sociale, e culturale. Che non ci possiamo permettere.

 

 

Il salto evolutivo e la perdita sociale che non ci possiamo proprio permettere, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, 14 dicembre 2020, editoriale, p.1

Il virus: parole, opere e omissioni

Virologi ed epidemiologi fanno il loro mestiere: ricerca di risposte puntuali, analisi, calcoli, scenari. Medici e apparati ospedalieri ne fanno un altro: contrasto all’emergenza e messa a disposizione di terapie. I politici dovrebbero fare il loro: che, a seconda che sia fatto bene o male, comporta il prendere delle decisioni, possibilmente giuste ma spesso inevitabilmente sbagliate (e quali siano le une o le altre è difficile dire, poiché dipendono dalle variabili di volta in volta prese in conto, e dalle esigenze da contemperare), o il non prenderne, il non attivarsi, il non agire. Ci si dimentica spesso che, oltre che in parole ed opere, si può peccare in omissioni, e queste sono di gran lunga in numero maggiore, e talvolta peccati più gravi, anche se meno presi in considerazione.

I cittadini stanno in mezzo a tutto questo, combattuti tra il timore – crescente nella misura in cui crescono contagi, terapie intensive e decessi – e la rabbia: per le cose che non funzionano, per quelle che non si capiscono, per quelle a causa delle quali pagano o pagheranno prezzi sempre più elevati. A loro non spettano calcoli difficili: si accontentano di tirare conclusioni semplici, magari semplicistiche, ma che ai loro occhi hanno una logica – più lineare di tante altre.

Per esempio, se si parte da una situazione incoraggiante, in cui dopo il primo doloroso lockdown, i dati epidemiologici migliorano, e poi dopo l’estate le cose vanno peggio, il comune cittadino accetta anche di prendersi le sue responsabilità, di essere ammonito e magari punito per le troppe libertà che si è preso, pronuncia un doveroso mea culpa e si rimette a fare sacrifici. Anche se qualche domanda se la fa, sulle prime omissioni che nota da parte di quelli che dovrebbero agire e reagire: per esempio si accorge che le scuole hanno lavorato per riaprire in sicurezza, mentre chi doveva occuparsi dei trasporti non ha fatto nulla, salvo sorprendersi che i ragazzi prendano il bus per recarvisi, nelle scuole – e non comprende la logica per cui, per risolvere il problema, invece di potenziare e rimodulare i trasporti, si richiudano le scuole. Ma tira avanti, ancora fiducioso anche se un po’ più malfermo nelle sue certezze. E accetta nuove disposizioni restrittive senza protestare.

Poi però parte la seconda ondata di chiusure, e il cittadino, nella sua popolaresca pochezza, così lontana dalla raffinata capacità di ragionamento dell’empireo dei decisori, si accorge che più fa sacrifici e accetta restrizioni, più i dati epidemiologici si aggravano, e finisce per farsi delle domande sul rapporto causa-effetto tra le cose, e ancora di più sulla capacità decisionale di chi doverosamente assume le decisioni. Che il problema ci sia, ne è convinto, non lo sottovaluta e tanto meno lo nega: che i suoi sacrifici servano, è più che disposto a concederlo, anche perché così dà loro un senso. Ma sempre più ha la percezione, seppure vaga, che manchi qualcosa, se, pur essendo il Paese d’Europa che ha chiuso più a lungo di tutti le scuole, e numerose altre attività, siamo anche quello con più contagiati e più morti, mentre quelli che compiangevamo guardandoli dall’alto in basso stanno tutti meglio di noi. Con meno restrizioni: ma probabilmente con molte maggiori decisioni prese. E si fa quindi delle domande sull’equilibrio tra parole (tantissime, anche se fastidiosamente generiche, retoriche, ripetitive e autoassolutorie), opere (molte meno: e quasi solo chiusure, limitazioni, divieti; continuano a scarseggiare le capacità organizzative, e soprattutto le proposte pratiche non di contrastare scenari negativi, ma di inventarne altri, positivi, anticiclici – che dovrebbe essere il mestiere alto della politica, al di là del piccolo cabotaggio della ordinaria manutenzione condominiale), e soprattutto omissioni (più numerose delle parole, come emerge ogni giorno di più: quello che non si fa, che si continua a non fare). E magari il nostro bravo cittadino, come un inerme passeggero sull’autobus, comincia a farsi qualche domanda sulla competenza del conducente: se abbia davvero la patente, se conosca la meta e la strada per arrivarci, se disponga di una mappa. Se sappia di cosa parla, anche, visto che mentre guida continua ad addossare la colpa del fatto di essersi perso e non saper dove andare ai comportamenti scriteriati di pochissimi passeggeri o ad eventi di tre mesi fa. Non stupisce che crolli la fiducia in chi guida: a prescindere dalle schermaglie politiciste e dai minuetti sottogovernativi che dominano in questi giorni il chiacchiericcio dei telegiornali, e che pure non sono un bello spettacolo.

 

Parole, opere, omissioni, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 15 dicembre 2020, editoriale, p.1

Redistribuire il lavoro

Non è stato il progresso, come molti immaginavano pochi decenni fa (e sembra un’era geologica), che ha messo in crisi il rapporto tra lavoro e denaro, tra la fatica fatta e le risorse ottenute. È stata la crisi…

L’innovazione tecnologica rende obsoleti molti lavori, sostituendo la manodopera con le macchine. Tutto dovuto ad una banale equazione: P=xT, dove P è ovviamente la produzione, T è il tempo di lavoro e x il coefficiente di produttività. Se il coefficiente di produttività – grazie alle macchine – aumenta, il tempo di lavoro diminuisce, e i posti di lavoro di cui c’è bisogno, di conseguenza, anche. D’altro canto, fin dalla prima rivoluzione industriale – quella delle macchine a vapore contro cui combattevano i luddisti – ci siamo accorti che nel lungo periodo il lavoro non è diminuito, ma aumentato, man mano che la complessità sociale apriva nuovi settori e diventavano rilevanti funzioni che hanno bisogno di capitale umano, di conoscenza e di beni relazionali (dalla knowledge economy al lavoro di cura).

Nel pieno della “produzione di merci a mezzo di merci” (Sraffa), ci si poteva illudere che il lavoro sarebbe sì diminuito, ma l’abbondanza di merci sarebbe aumentata, migliorando la qualità della vita di tutti e aprendo a splendide utopie di reddito di base e salario universale garantito anche in assenza di corrispettivo lavorativo. Poi, appunto, è arrivata la crisi, anzi una rapida sequenza di crisi inanellate l’una nell’altra (di cui l’ultima, quella provocata dal Covid, è stata il colpo di grazia), e ci siamo risvegliati. Con risposte molto diverse agli interrogativi emersi. Sì, le macchine producono e produrranno sempre più beni (ma c’è un limite, anche ambientale, alla loro produzione come al loro stoccaggio e consumo). No, il lavoro non è stato redistribuito, e la ricchezza ancora meno. Le diseguaglianze di reddito sono in crescita: il pavimento si sta sollevando per molti (facendo uscire ampie fasce di popolazione dalla sussistenza o dalla fame), ma il soffitto per alcuni è semplicemente sparito. Se parametrassimo le diseguaglianze all’altezza media degli umani, scopriremmo che a una frequenza diffusa di persone alte un metro e settanta, corrispondono fasce di popolazione alte pochi centimetri, e una minoranza di happy fews alti parecchi chilometri. Il lavoro è ugualmente mal distribuito: da un lato abbiamo workaholic e stakhanovisti, dall’altro disoccupati e nullafacenti, volontari e – più spesso – involontari, tra cui i NEET (Not in education, employment and training). Oltre a questo, per molti lavori è completamente sfumato il rapporto tra impegno profuso e risorse ottenute: lavori pagatissimi in sé e lavori sottopagati in sé, a prescindere da capacità e persino a parità di ruolo e ‘credenziali’. Un laureato in lettere guadagna mediamente meno di uno in ingegneria, e uno in ingegneria meno di uno in economia: senza merito specifico. Per non parlare di chi, con una canzone di pochi minuti, o una forma di visibilità televisiva occasionale, può vincere la lotteria della ricchezza.

Si amplia la forbice tra chi ha e chi non ha, tra chi conta e chi può essere solo contato, tra chi sa come impiegare il proprio tempo e chi no. Dove bisogna soprattutto lavorare è dunque nella (re-)distribuzione – a valle, delle risorse, e a monte, del lavoro stesso – nel diverso e più egualitario apprezzamento dei diversi tipi di lavoro, e infine nell’ingegneria sociale, che può consentire non solo forme di ripensamento del lavoro (part-time orizzontale e verticale, job sharing, re-engineering della settimana lavorativa, lavoro intermittente, discontinuo, intervallato da momenti di lifelong learning, ecc.). Ma non è cosa che si risolva nel mercato del lavoro: occorre lavorare sulla stessa organizzazione sociale, reintroducendo principi comunitari, anche di proprietà, e beni relazionali nel vivere comune, cominciando da modalità di urbanizzazione che favoriscano questi scambi. Lavorare meno, lavorare tutti, consentirsi di chiamare lavoro quello creativo e sociale – il piacere, non l’obbligo – e retribuire quello non salariato (domestico e di cura, in primo luogo). Lord Keynes, nel suo saggio sulle Prospettive economiche per i nostri nipoti, già negli anni ’30 sosteneva che “tre ore di lavoro al giorno sono più che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi”. Il resto è tutto da riempire: possibilmente non di vuoto, o di solo consumo.

 

Senza lavoro, in “Confronti”, n. 12, 2020, rubrica “Il mondo se…”, p. 35

Islam in Europa. Tra violenza e pregiudizio: il dialogo possibile

Prima l’uccisione orribile dell’insegnante Samuel Paty, nella regione di Parigi. Poi l’attentato a Vienna, con la sua scia di vittime innocenti. Nel giro di due settimane, lo spettro della violenza di matrice islamica ha ripreso ad agitare un’Europa che credeva di essersela lasciata alle spalle con la sconfitta sul terreno dell’ISIS. Non è così: l’ISIS è stato (ed è ancora) solo una delle forme – la più violenta, la più esplicita, la più organizzata – di un problema più ampio, con cui dobbiamo fare i conti. Devono farli le società europee. E devono farli i musulmani che le abitano.

Cominciamo da questi ultimi. Che, in quanto tali, non sono – e non possono essere considerati – corresponsabili di questi orrori. Come non potevano esserlo i socialisti europei del terrorismo delle BR, i cattolici o i protestanti irlandesi delle bombe dell’IRA e degli orangisti, la popolazione basca di quelle dell’ETA. Ma, come in tutti i casi che abbiamo citato, il terrorismo è stato sconfitto, più che con la repressione, che certo è stata importante, con una grande battaglia culturale interna, condotta dalle persone di quei mondi contrarie invece all’ideologia della violenza, e conclusasi con la loro vittoria. Per limitarci al primo esempio, ma è vero per tutti, il terrore brigatista è stato sconfitto quando – nei mondi limitrofi, di quelli che avevano ideali in parte comuni – si è smesso di dire che si trattava di provocatori o infiltrati al soldo di altri interessi (cioè non erano dei ‘nostri’), poi che non erano ‘veri’ comunisti perché questi non agiscono così, poi che erano compagni che sbagliavano nel metodo ma comunque avevano le loro buone e giustificabili ragioni, poi condannando esplicitamente qualunque ricerca di legittimazione da parte dei violenti, infine isolandoli, denunciandoli e combattendoli come nemici dichiarati, pagando anche il prezzo della marginalizzazione (e in qualche caso della morte – pensiamo a Guido Rossa) per averlo fatto. È su tutti questi terreni che va condotta la battaglia. Ed è quello che sta avvenendo anche nel mondo islamico europeo, dove queste idee circolano tutte, ma per fortuna con percentuali molto diverse di sostegno: e un benefico conflitto interno è già in atto. Bisogna ricordarlo, perché solo la chiarezza di visione e l’onestà dello sguardo dei molti possono aprire delle crepe nell’oscurantismo di alcuni. E farci accorgere delle piccole e grandi collaborazioni a questa violenza. Pensiamo al caso Paty: i genitori che hanno protestato contro l’insegnante senza conoscere il merito, i leader associativi e gli imam in cerca di visibilità che hanno indicato la via della stigmatizzazione personale, chi sui social ha condiviso la gogna, gli indignati in servizio permanente effettivo del vittimismo e dell’islamofobia, chi ha amplificato il nemico per interessi di parte o di nazione (anche dall’estero), fino agli studenti che hanno indicato l’insegnante all’attentatore, e a chi di fronte a tutto questo è stato zitto. In questo senso non si può parlare di attentatore isolato, anche se la responsabilità è solo sua: sarebbe un’offesa alla verità.

Ma poi c’è l’Europa. Che non è innocente anche quando è inconsapevole: e per le stesse ragioni. Pure lei ha le sue colpe rimosse e i pregiudizi inconfessati: non accettando che i musulmani in Europa siano ciò che sono, ovvero come tutti gli altri residenti e cittadini, con gli stessi diritti e doveri e garanzie costituzionali; che non possono dunque essere stigmatizzati in quanto tali, e devono anzi essere arruolati come partner in una battaglia che è comune, di reciproco interesse e basata sui medesimi valori, che vede dalla stessa parte le società europee e la stragrande maggioranza dei musulmani che in esse vivono, e che peraltro pagano per primi il prezzo della reazione al terrore. Questa collaborazione deve essere aperta, esplicita e dichiarata. Perché anche una parte dell’Europa ha mostrato il volto della stigmatizzazione a senso unico, delle campagne d’odio nei confronti dei musulmani, della discriminazione istituzionale, del doppiopesismo, dell’offesa gratuita e generalizzata, dell’esclusione, di un diffuso e inaccettabile pregiudizio anti-islamico (molto meno, va detto, del terrore). E anche qui ci sono molti complici silenzi.

C’è bisogno di fiducia, di collaborazione nel concreto, di gesti coraggiosi – anche pubblici e  istituzionali – di apertura reciproca, di dialogo onesto. Solo così si sconfiggerà un nemico che è comune.

 

Lo spettro del terrorismo che ancora aleggia sull’Europa, in “Confronti”, n. 12, 2020, editoriale, p.7

Femminicidi: un dramma per le donne, un problema degli uomini

La natura simbolica del reale sa trovare coincidenze devastanti. Come i due femminicidi che hanno segnato la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, celebrata ieri. Tragica postilla a un atto dovuto. Il graffio offensivo della cronaca al tentativo di modificare la storia. Che rende questo tentativo ancora più necessario: e urgente.

Che troppe donne subiscano violenza, è un’evidenza che non avrebbe bisogno di essere sottolineata. Che la subiscano perché e in quanto donne, e dagli uomini perché e in quanto tali, va invece ribadito. Le donne lo denunciano, i dati lo confermano. Non si può più fare finta che il femminicidio non esista. E che non sia un problema. Non un’invenzione della modernità: c’era anche prima, ha una storia lunga quanto la storia. Ma, certamente, un suo limite: alla capacità di cambiamento della storia. Così come non si può non ricordare che gran parte dei femminicidi avviene per mano di un partner o di un familiare: marito assassino o padre padrone, il più delle volte, ma anche da parte di fratelli e di figli, che sanciscono con la violenza l’ordine maschile delle cose, e della famiglia in particolare.

Difficile non notare che questo dramma sociale è figlio di un problema culturale. Che c’entra con la definizione del ruolo del maschio (non dell’uomo: del maschio) nelle società contemporanee. La modernità ha messo in crisi la sua centralità: ha liberato le donne dal giogo del dominio maschile, dando loro – grazie alle loro lotte e alle loro conquiste: l’emancipazione non è stata un regalo – un potere che prima era loro negato. Di scelta, di autodeterminazione, di appropriazione di spazi e ruoli, di creazione di nuovi mondi e modi di relazionarsi. Con gli uomini, ma anche a prescindere da essi. Una parte degli uomini ha saputo cogliere le opportunità di questa trasformazione, da cui ha tutto da guadagnare. Una parte invece – e non importa se moderni o progressisti, o al contrario tradizionalisti e in cerca di motivazioni religiose – proprio non ci riesce. La vera molla è ancora quella dell’ordine patriarcale considerato come un dato, inamovibile: trasversalmente rispetto a opinioni, credenze, livello di istruzione, classe sociale. Il mondo è diventato copernicano. Troppi uomini sono rimasti tolemaici: non riescono a vedere al centro nient’altro che se stessi. Ed è la scoperta che possa non essere così che li trasforma – talvolta – in assassini senza alcuna attenuante né giustificazione. L’inconsapevolezza è un’aggravante, semmai.

Stupisce che i maschi non ci arrivino. Che non capiscano che sarebbe anche un loro vantaggio e una loro vittoria superare l’idea di donna che ancora passa negli spogliatoi e nelle chiacchiere da intervallo scolastico o da pausa caffè, che pochi sanno rintuzzare e respingere. Che non sappiano superare un’idea di proprietà individuale, di possesso esclusivo, di gelosia ossessiva, che non ha nulla a che fare con la gratificazione e men che meno con l’amore, che si trova solo nella condivisione e nella relazione autenticamente paritaria. Che il problema sia ancora l’esercizio di un potere, per quanto risibile. Stupisce infine che alcuni non vogliano e dunque non sappiano rendersi conto del fatto che il problema sta soprattutto nel non riconoscerlo, il problema, al punto di non accettare la sua esistenza. E quindi nell’incapacità di chiedere aiuto: alla donna, magari.

Se il correlativo al maschile del femminicidio non esiste, qualcosa deve pur significare. C’è un problema di maggiore tutela delle donne, quindi: specie quando si tratta di aiutarle a denunciare le violenze e a proteggerle una volta fattolo. E troppe volte la società non è stata capace di fare nemmeno questo. Ma i femminicidi sono questione degli uomini. Perché sono loro a compierli. E su di loro bisogna dunque lavorare. Con un lavoro di prevenzione che è eminentemente culturale. È la cultura buona a sconfiggere quella cattiva. È l’educazione ai sentimenti e alla condivisione che sconfigge l’ineducazione del possesso egoistico. Sarà un lavoro lungo. Ma necessario. E persino entusiasmante. Che deve cominciare onorando le vittime. E chiedendo scusa.

 

 

Femminicidi. L’oltraggio dell’uomo tolemaico, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 26 novembre 2020, editoriale, p.1

Perché la scuola non interessa a nessuno

Perché, a differenza che negli altri paesi europei, in caso di lockdown, la scuola è sempre la prima a chiudere e l’ultima a riaprire? Perché, apparentemente, agli italiani – o, almeno, ai governi di ogni livello territoriale – la cosa sembra non interessare? Le risposte sono molte. E sono istruttive su come funziona, o disfunziona, il paese.

Intanto, chiudere le scuole è la risposta semplice e immediata a un problema più complesso ma non irrisolvibile: la gestione dei trasporti. L’abbiamo già visto: le scuole sono in sé piuttosto sicure (perché hanno lavorato per esserlo), i viaggi da e verso di esse per nulla. Chiudere le scuole ha consentito di continuare a non approntare un piano trasporti che non c’era alla riapertura e continua a non esserci adesso. Perché lavorare, prepararsi, gestire, organizzare? Fatica sprecata: si fa prima a chiudere… Come se fosse una catastrofe naturale, invece che una responsabilità politica che travolge ogni livello di governo: nazionale, regionale, locale.

Dietro questa abdicazione, di cui sorprendentemente nessuno chiede conto, ci sono ragioni profonde, che portano a responsabilità culturali e sociali, non solo politiche, diffuse.

Una società poco meritocratica, e per questo ingiusta, per definizione investe poco sull’istruzione, che è il meccanismo più democratico per aumentare la mobilità sociale: da noi drammaticamente scarsa, in un paese in cui tuttora la metà degli architetti, dei medici, dei notai, e d’altro canto degli operai, è figlia di genitori con lo stesso mestiere. Ma non c’è nemmeno la percezione della sua utilità economica. Non si spiega altrimenti come mai l’istruzione non sia la priorità principale, in un paese che ha la metà dei laureati e il doppio degli analfabeti funzionali (ben il 30%, un cittadino su tre!) della media europea: dove gli investimenti in ricerca e sviluppo sono scarsi, e gli interventi strategici sulla knowledge economy (quella più ricca, che paga salari più alti, con ricadute maggiori sul futuro delle città e della società) lasciati alle imprese anziché accompagnati dalla mano pubblica e da una visione d’insieme.

C’è poi un problema culturale di lungo periodo. Una società paternalista e culturalmente maschilista, in cui i decisori pubblici sono ancora in maggioranza uomini, si pone malvolentieri un problema che li riguarda poco: conciliare i tempi dell’accudimento della prole e quelli del lavoro. Con il risultato che il prezzo maggiore della chiusura delle scuole, in termini di perdita di occupazione, di difficoltà familiari e di aumento del carico lavorativo domestico, lo hanno pagato e continuano a pagarlo le donne: facendo fare passi indietro non solo all’occupazione femminile, ma anche al sistema di diritti conquistato in questi decenni.

Arriviamo così alla fine del ragionamento. Le scuole sono state lasciate sole. Si è investito un po’ di denaro (non abbastanza, in confronto a quello buttato in politiche meramente assistenzialistiche: la sola Alitalia ha ricevuto molto di più di tutta la scuola italiana), qualche cosa gli istituti scolastici sono riusciti a fare in termini di adeguamento delle strutture, molto meno in termini di formazione dei docenti, che hanno fatto in gran parte da soli, e si è fatto zero a valle, a sostegno dei diritti delle famiglie e degli studenti più poveri e fragili, lasciati senza supporti informatici, senza banda gratuita, senza luoghi e momenti di accompagnamento scolastico, senza doposcuola, senza niente di niente (altro settore in cui le responsabilità coinvolgono anche regioni ed enti locali, ciò che spiega il silenzio delle istituzioni: il poco che si è fatto è soprattutto merito del volontariato e del terzo settore). E ancora non c’è traccia di un qualche piano B, almeno per l’immediato futuro: accorciare le vacanze natalizie in arrivo e organizzare corsi di recupero per quelli che hanno potuto seguire la didattica a distanza poco e male, attivare aiuti alle famiglie cospicui (non solo denaro e strumenti, ma formazione), formare vecchi e nuovi docenti alle nuove metodologie d’insegnamento (e non solo alle nuove tecnologie), ecc. E lavorare per organizzare il futuro, non solo tamponare il presente in attesa di un vaccino che, se tutto va bene, arriverà a tutta la popolazione ad anno scolastico terminato, quando il danno alle generazioni più giovani – irreversibile – sarà ormai fatto.

 

 

Scuola, colpevoli impuniti, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 24 novembre 2020, editoriale, p. 1

Le aporie dell’integrazione. Immigrazione e società

Il processo di integrazione è come un matrimonio: funziona solo se lo si vuole in due, se i due potenziali contraenti sono d’accordo, e ci mettono volontà, risorse e, naturalmente, desiderio. Se tali presupposti non sussistono, o coinvolgono solo uno dei due, è evidente che avrà meno possibilità e probabilità di successo, o sarà una potenzialità inespressa, quando non la malriuscita caricatura di un modello ideale.

Il problema è visibile da entrambi i lati. Chi arriva da un altrove qualsiasi in un nuovo contesto si suppone che l’abbia desiderato: tanto più, quanto più alti sono i sacrifici sostenuti per raggiungere l’obiettivo. È ciò che spiegava, nello studio delle migrazioni del passato, quella che si chiamava socializzazione anticipatoria: il prepararsi e l’adattarsi in anticipo, prima ancora della partenza, alla nuova realtà, alla sua cultura (almeno per come la si era immaginata, fondata o meno che fosse l’immagine), adottandone le forme esteriori, studiandone la lingua. Questa propensione viene spesso data per scontata, ma non lo è necessariamente: perché spesso i push factors, i fattori di espulsione, hanno una tale carica di forza drammatica che prevalgono sui pull factors, i fattori di attrazione; perché può capitare di voler tentare la fortuna purchessia, in un altrove qualsiasi (capita anche tra i nostri emigranti); perché oggi, dopo tutto, lo stesso peso statistico degli immigrati, il consolidarsi di comunità che consentono meccanismi di riproduzione culturale (una volta si parlava di soglia etnica, ma anche linguistica, religiosa…), e la crescente apertura anche legislativa alla pluralità (nonostante l’esistenza di visibili dinamiche in senso contrario), offrono maggiori possibilità di non cambiare, e di ridurre le necessità di relazione con la società circostante; perché, infine, si può cercare di voler minimizzare i costi già alti dell’emigrazione rimanendo (illusoriamente) il più possibile uguali a se stessi, cercando di trapiantare nella nuova realtà il proprio mondo culturale di origine (come fanno parte delle prime generazioni, vivendo per così dire con la testa voltata all’indietro), cercando di tramandarlo tale e quale (anche qui illusoriamente) alle nuove generazioni: investendo poco nella nuova realtà anche nella convinzione di un rapido ritorno, che raramente poi avviene (il mito del ritorno, non a caso). Detto questo, da parte degli immigrati, prevalgono forti dinamiche di integrazione, e si attivano strategie per raggiungerla, per quanto talvolta ingenue e precarie: non foss’altro perché ne va della riuscita del progetto migratorio, e spesso della stessa sopravvivenza di individui e famiglie.

E da parte della società di arrivo, invece? Perché anche questa gioca un ruolo decisivo. Non si può chiedere, e talvolta pretendere, una piena integrazione, se poi non si attivano politiche per raggiungerla: che presuppongono la convinzione di volerlo fare, se non per amore almeno per interesse (una componente che – a dispetto del silenzio che avvolge questa dimensione – è tuttora legittimamente presente anche nei matrimoni), e quindi il dispiegamento delle risorse necessarie per raggiungere l’obiettivo. Tanto meno si può pensare di ottenere l’integrazione facendo di tutto (a cominciare dalla diffusione di un linguaggio alterizzante che la rifiuta per principio) per ostacolarla: una tendenza fortemente presente e talvolta prevalente nei discorsi veicolati nello spazio pubblico, dalla politica che maggiormente si concentra su questo tema, e dai media che si attivano anche in proprio (come ho provato a mostrare in S. Allievi, Immigrazione. Cambiare tutto, Laterza, 2018).

L’integrazione è multidimensionale, riguarda ambiti diversi (dalla scuola al lavoro, dalla famiglia alla cultura o allo sport), e si pratica a differenti livelli: ha una dimensione individuale (in negativo e in positivo: non subire discriminazioni, attivare azioni di empowerment), e una collettiva, anch’essa in chiave sia negativa che positiva. Presuppone riconoscimento delle specificità, ma al contempo una normativa di riferimento universalistica.

L’elemento socio-economico dell’integrazione non è meno importante di quello culturale (quello su cui maggiormente si attiva il conflitto esplicito: si pensi alle discussioni intorno all’islam, spesso diventato tout court un sostituto discorsivo dell’alterità culturale), ma non lo è necessariamente di più, anche se è quello più facilmente individuabile perché comune a tutti i soggetti deboli (non solo immigrati). Motivo per cui l’integrazione socio-economica dovrebbe essere anche la più facile da rivendicare, dato che si applica a un numero molto più ampio di soggetti: include gli immigrati (non tutti, naturalmente), ma non si limita ad essi. Ma la capacità di affrontare questi temi presuppone competenze più larghe, non sempre disponibili ai soggetti interessati e nemmeno all’associazionismo di supporto. Incidentalmente, è il motivo per cui, nel mio ultimo lavoro – La spirale del sottosviluppo. Perché (così) l’Italia non ce la può fare, Laterza, 2020 – ho voluto affrontare il tema dell’immigrazione insieme a quello della demografia, dell’emigrazione, dell’istruzione e del lavoro, insistendo sulle connessioni tra questi temi più che sulle loro specificità. Se vogliamo parlare seriamente di integrazione, e ottenere risultati migliori, dobbiamo allargare lo sguardo, non focalizzarlo e per così dire specificizzarlo, fisiologizzarlo in un più ampio discorso sulle diseguaglianze (di questo, in definitiva, si tratta) per evitare che venga da altri patologizzato.

Va tuttavia osservato che l’integrazione è un processo sociale lungo, dotato di logiche proprie, abbastanza forti anche se non inesorabili (niente, del resto, lo è). Va quindi avanti anche a dispetto di un clima e dinamiche non favorevoli, o addirittura volte a ostacolarlo: sarebbe meglio aiutarlo e accelerarlo grazie a (iniziative pensate per favorirla), ma funziona pure nonostante (iniziative in senso contrario). Pensiamo – oltre al mondo del lavoro, naturalmente – anche al ruolo straordinario, nella sua normalità, che ha la scuola, grazie a una tradizione di inclusione che è dopo tutto parte del suo DNA, del suo corredo di base, per come è stato inteso fin dagli albori della scuola pubblica e dell’istruzione universale. Ma pensiamo anche all’integrazione che passa attraverso l’aspetto che potremmo chiamare ‘giurisprudenziale’: nasce sempre da conflitti specifici (è il motivo per cui si va in giudizio), ma in qualche modo, assorbendoli, li risolve; e anche quando la legge va nel senso opposto della discriminazione, è capace di intervenire vincolandola ai suoi limiti costituzionali, dopo tutto molto ‘larghi’ relativamente alle dinamiche di inclusione. O, infine, pensiamo alle logiche sociali di mixité, non solo matrimoniali, e più genericamente socio-culturali: potentissime nell’innescare dinamiche di integrazione per così dire reciproca. Cambiano gli immigrati, infatti; ma cambia anche, a seguito della loro presenza, la società.

 

 

Ho scritto questo testo come Editoriale per la sezione su “Integrazione e pari diritti” del Dossier Statistico Immigrazione 2020 a cura del Centro Studi e Ricerche IDOS, in collaborazione con il Centro Studi Confronti. La versione che precede è lievemente più lunga di quella pubblicata nel Dossier.

“Le aporie dell’integrazione”, in Dossier Statistico Immigrazione 2020, IDOS, p. 179-180

“Come si cambia, per non morire…”. Il paradigma evolutivo e l’economia.

L’evoluzione è il prodotto dei caratteri che si trasmettono ereditariamente alle generazioni successive. Nella società, nell’economia, e quindi nell’impresa, la interpretiamo come la dinamica all’incrocio tra continuità e mutamento. Dove quest’ultimo è cruciale: quasi fosse anch’esso parte del patrimonio genetico, inscritto da qualche parte nella doppia elica del vivere sociale.

L’immutabilità della specie non solo non esiste – e non è mai esistita, anche se l’hanno postulata tanto le religioni che la filosofia greca classica – ma sarebbe controproducente. Nella società, nell’economia, e nell’impresa, è ancora più evidente: non ci sarebbe sviluppo, progresso, o anche solo innovazione, senza un mutamento che non è solo dovuto all’interazione con l’ambiente circostante, ma ha anche caratteri che in qualche modo potremmo chiamare genetici, perché incidono sui suoi elementi costitutivi trasmissibili.

Non è un caso che si sia tentato spesso di applicare all’economia il paradigma evoluzionista. La lotta per la vita, il vantaggio riproduttivo (il maggiore successo di alcuni nei processi di filiazione e diffusione), la capacità di adattamento, la selezione naturale, con la sopravvivenza del più forte (o, più correttamente, del più adatto, del più resiliente, del più innovativo). Certo, bisogna distinguere tra caratteri acquisiti ed ereditari: e in economia e nell’impresa è più difficile che in natura. Il mutamento è spesso solo una reazione alle modificazioni nell’ambiente. Ma ci sono periodi – quelli delle varie rivoluzioni industriali, ad esempio – in cui assistiamo a delle vere e proprie mutazioni genetiche (non di rado frutto di un qualche tipo di incroci, storicamente più spesso benefici che negativi) che inducono una modificazione stabile ed ereditabile di quello che potremmo chiamare il patrimonio genetico dell’impresa. Sono i periodi in cui compaiono anche nuove specie, che magari all’inizio sembrano uno scherzo dell’evoluzione, come nell’esempio paradigmatico dell’ornitorinco, una collezione di stranezze che va dal becco d’anatra su un corpo di lontra, alla condizione di unico mammifero che depone le uova e poi allatta i suoi cuccioli (oggi sono forse ornitorinchi i grandi monopoli tecnologici che sono emersi dallo sviluppo estremo dell’economia di mercato). Sono i periodi in cui si determina un vero e proprio salto evolutivo: tanto che mancano anelli di congiunzione con la specie precedente a spiegarlo. Accade, semplicemente: e, dopo, niente è più come prima, e una nuova specie occupa un habitat dove prima era assente, e si diffonde. Un po’ come lo spillover che abbiamo imparato a conoscere a seguito del Covid: il salto improvviso da una specie all’altra di un virus – ma con conseguenze non necessariamente distruttive (del resto, per il virus, non lo sono: al contrario, costituiscono un successo evolutivo, che determina appunto la sua maggiore diffusione). O il salto quantico (salto in quanto repentino, senza stadi intermedi): quando un elettrone in orbita intorno a un atomo, colpito da un fotone (dalla luce), ‘salta’ improvvisamente in un’orbita diversa, con un diverso livello di energia. È interessante che per la fisica classica, basata su grandezze continue, questo fenomeno non sia prevedibile. Alla luce di queste scoperte, forse anche l’economia classica ha bisogno di qualche aggiornamento.

Non sappiamo dove ci porterà il salto evolutivo che probabilmente è in corso, né quale sia il nuovo mondo in cui potremmo essere proiettati, anche se ne intravediamo le probabili maggiori implicazioni in settori che vanno dall’intelligenza artificiale alle biotecnologie, dalla creazione di mondi artificiali all’esplorazione di mondi lontani, fino – nella direzione opposta – allo sviluppo di nuove consapevolezze interiori, e dunque differenti modalità anche di relazione sociale.

Quello che vagamente percepiamo, al contempo con terrore e curiosità, consapevoli dei rischi ma anche curiosi di conoscerne le implicazioni, è che sta per cambiare – di nuovo – tutto. E in ogni ambito, anche nel lavoro e nell’impresa, forse la vera nuova consapevolezza starà nell’essere il cambiamento, e non solo nell’osservarlo o nel produrlo. Più facile a dirsi, naturalmente…

 

Un’evoluzione che ci chiede di essere il cambiamento, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, 9 novembre 2020, rubrica “Le parole del Nordest”, p. 3

Vivere senza carcere: si può?

Può una società vivere senza carcere? È interessante che questa sia una delle tipiche domande che non ci poniamo. Le diamo per scontate. Come facciamo spesso, in questa società analgesica, che il male e il dolore non li vuole vedere, ci siamo limitati a spostarlo fuori città, come tutte le funzioni infette: occhio non vede, cuore non duole. Ma, ovviamente, non è la soluzione, né la risposta a domande scomode come: quanto è efficace, rispetto alla funzione che gli si attribuisce? e quale è veramente la sua funzione?

Ufficialmente, le funzioni dichiarate sono quella preventiva e di deterrenza (ribadire la norma e la sua sacralità a fronte della sua violazione), la somministrazione della pena (da cui penitenziario), e la riabilitazione. Ma poi scopri che chi va in carcere, troppo spesso ci torna, da recidivo non pentito: cioè vìola nuovamente la norma. Che tra chi va in comunità e affronta pene alternative alla detenzione, che costano infinitamente meno delle carceri, la recidiva è molto più bassa. Che troppa gente ci va in attesa di giudizio anziché per scontarlo. E, infine, che il carcere è sempre più abitato, ma solo per alcune categorie di persone. I prigionieri (da prehensus: preso), i reclusi, i ‘chiusi dentro’ (questo del resto significa carcere: recinto) sono sempre quelli. Come diceva Goffman, c’è “un solo tipo di uomo che non deve mai arrossire”, e che può sperare, nel corso della sua vita, di non finire in galera, e costui “è il giovane, sposato, bianco, abitante nei centri urbani, proveniente dagli Stati del Nord [da noi, senza modifiche geografiche, le Regioni], eterosessuale, protestante [da noi, ovviamente, cattolico], padre, con istruzione universitaria, un buon impiego, una bella carnagione, giusto peso e altezza e dedito a vari sport”. Una società ingiusta in radice: perché si riproduce così, oltre tutto, di generazione in generazione.

In origine erano case di lavoro, ‘lavori forzati’ (mentre oggi, paradossalmente, le occasioni di lavoro sono un raro miraggio), di cui si supponeva una funzione educativa, o quanto meno socialmente utile, correttiva (non a caso quelli per minori si chiamavano anche correzionali, o riformatori, perché dovevano dare nuova forma alle persone). Nel corso della sua storia, dopo tutto relativamente recente, si è posto l’accento, oltre che sulla sua funzione punitiva e repressiva, e su quella preventiva e di deterrenza, anche su quella rieducativa, riabilitativa (negli anni, con pietosa menzogna sociale, l’accento è stato sempre più messo sulle ultime, anche se continuavano a prevalere le prime). Ma ora che prevale la funzione immobilizzativa, priva di qualsiasi utilità individuale e di risvolto sociale, un mero parcheggio umano, a che cosa serve?

Per alcuni svolge un ruolo o quanto meno consente una funzione di re-interrogazione su di sé, un comprendere che c’è o dovrebbe esserci un ordine sociale, che chi l’ha sconvolto deve essere punito, che “chi sbaglia paga”. Per altri è il luogo dell’incontro con le istituzioni: in cui per la prima volta (ma il problema è per l’appunto lì), lo stato, le istituzioni, si fanno presenti in forma – nonostante il fatto fisico della costrizione – positiva: come accade soprattutto al minorile, attraverso educatori, corsi di recupero, di alfabetizzazione, magari uno psicologo, una visita medica più attenta anche al benessere generale dell’individuo e non solo al sintomo, la riflessione sulla parola ‘progetto’ e sulla parola ‘responsabilità’. E la domanda diventa: non poteva accadere prima?

È per questo che, insieme a nuove riflessioni e pratiche sulle forme di mediazione, di riconoscimento della colpa, di incontro guidato tra colpevole e vittima (che nel processo tradizionale non avviene e non rileva), si ricomincia, sempre troppo flebilemente, a riflettere sull’utilità del carcere. Consapevoli che “chiuderli dentro e buttare via la chiave” è una forma di populismo penale che non risolve alcun problema. Anzi, ne crea di nuovi. E si può immaginare allora che il carcere sia altra cosa, extrema ratio, per pochi. E per i molti si inventi un altro tipo di normalità punitiva e davvero riabilitativa. Perché le alternative esistono, come sanno bene le famiglie. Così com’è è soltanto una ferita. E sanguina. E non è sano per un corpo, nemmeno per un corpo sociale, portare con sé la propria malattia senza curarla, lasciando che si aggravi senza prestarle soccorso. Come sappiamo, alla lunga infetta. E a risentirne è tutto il corpo.

 

 

Senza carcere, in “Confronti”, n. 11, 2020, p.35