La strage di Natale in Nigeria è solo un fatto tra tanti. Più simbolico di altri, certo: morire perché cristiani nel giorno in cui si ricorda la nascita di Cristo. Ma un episodio insieme a molti altri: che dal Pakistan alla Somalia, dall’Iraq alla Cina, dalla Colombia alle Filippine, dalla Corea al Sudan, dall’Arabia Saudita all’Honduras, dal Congo alla Turchia, dal Brasile alla Palestina, dove Cristo è vissuto e si è annunciato al mondo, testimoniano di come essere cristiano oggi possa ancora essere un segno di contraddizione e, incidentalmente, un mestiere pericoloso.
Ce ne accorgiamo poco, e prestiamo a questi episodi una attenzione distratta. Dopotutto non ci riguardano: qui da noi essere cristiano, per molti, è troppo spesso una comoda identità, qualche volta persino un business o una rendita politico-culturale. E per quelli per cui è un costo, una scelta scomoda, c’e più spesso il silenzio. O le luci del martirio quando ormai è troppo tardi. Del resto da noi la Chiesa, nella sua parte più visibile, è istituzione, potere, denaro persino; è in quella invisibile, quella che non fa notizia, che bisogna cercare più spesso il lievito del pane, il sale della terra: chi si occupa degli ultimi, chi è vicino a chi soffre, o a chi ha fame e sete di giustizia.
Ecco, i massacri di cristiani qualunque in paesi qualunque ci ricordano che essere cristiani è, dovrebbe essere, potrebbe essere, una scelta radicale, una testimonianza esplicita, un richiamo forte. Non un dichiararsi tiepido, un ricordarsi appena appena, nei giorni comandati. O, come in certa politica nostrana, che in questo è specchio fedele della nostra società, baciare un anello cardinalizio, ossequiare una porpora, mendicare la stretta di mano di una qualche autorità ecclesiastica. Non per caso nel nostro Parlamento e nel nostro Governo il tasso di clericalismo è spesso inversamente proporzionale alla fede, e quelli che più ci tengono a dichiararsi cristiani sono quelli che meno bazzicano le opere pie, del resto assai scomode: non solo c’è da dare da mangiare all’affamato e da bere all’assetato (che si può risolvere in maniera moderna e pulita con un obolo a un qualche ente assistenziale), ma anche da visitare l’ammalato e il carcerato e peggio ancora ospitare il forestiero, come meno volentieri si ricorda.
Altrove è diverso. Altrove, per il semplice fatto di essere cristiani, si può morire. Come vittime innocenti, o come testimoni attivi di fronte all’ingiustizia: vittime di poteri economici, di potentati politici, di squadroni della morte, ma anche solo di invidie di vicinato, di gelosie strumentalizzate e sobillate ad arte. Con targa religiosa, islamica spesso (anche se quelle che scambiamo per guerre di religione sono più spesso guerre tra poveri), o semplicemente al soldo del potere. Gli episodi di persecuzione che ricordavamo non sono solo testimonianze che la Chiesa perseguitata esiste, che il martirio è d’attualità oggi come duemila anni fa. Ci ricordano anche che essere cristiani, se lo si vuole, significa davvero qualcosa. E qualcosa di importante, se il suo valore – non il suo prezzo – è ancora quello della vita.
Stefano Allievi
Allievi S. (2010), Il coraggio dei cristiani, in “Il Piccolo”, 29 dicembre 2010, pp. 1-2 E ANCHE
Allievi S. (2011), Essere cristiani, un mestiere pericoloso, in “Il Mattino”, 4 gennaio 2011, p. 39 (anche “La Nuova di Venezia” p. 34 e “La Tribuna di Treviso” p. 39)
1 Allievi S. (2010), Il coraggio dei cristiani, in “Il Piccolo”, 29 dicembre 2010, pp. 1-2 E ANCHE
Allievi S. (2011), Essere cristiani, un mestiere pericoloso, in “Il Mattino”, 4 gennaio 2011, p. 39 (anche “La Nuova di Venezia” p. 34 e “La Tribuna di Treviso” p. 39) A R
Essere cristiani, un mestiere pericoloso,
La strage di Natale in Nigeria è solo un fatto tra tanti. Più simbolico di altri, certo: morire perché cristiani nel giorno in cui si ricorda la nascita di Cristo. Ma un episodio insieme a molti altri: che dal Pakistan alla Somalia, dall’Iraq alla Cina, dalla Colombia alle Filippine, dalla Corea al Sudan, dall’Arabia Saudita all’Honduras, dal Congo alla Turchia, dal Brasile alla Palestina, dove Cristo è vissuto e si è annunciato al mondo, testimoniano di come essere cristiano oggi possa ancora essere un segno di contraddizione e, incidentalmente, un mestiere pericoloso.
Ce ne accorgiamo poco, e prestiamo a questi episodi una attenzione distratta. Dopotutto non ci riguardano: qui da noi essere cristiano, per molti, è troppo spesso una comoda identità, qualche volta persino un business o una rendita politico-culturale. E per quelli per cui è un costo, una scelta scomoda, c’e più spesso il silenzio. O le luci del martirio quando ormai è troppo tardi. Del resto da noi la Chiesa, nella sua parte più visibile, è istituzione, potere, denaro persino; è in quella invisibile, quella che non fa notizia, che bisogna cercare più spesso il lievito del pane, il sale della terra: chi si occupa degli ultimi, chi è vicino a chi soffre, o a chi ha fame e sete di giustizia.
Ecco, i massacri di cristiani qualunque in paesi qualunque ci ricordano che essere cristiani è, dovrebbe essere, potrebbe essere, una scelta radicale, una testimonianza esplicita, un richiamo forte. Non un dichiararsi tiepido, un ricordarsi appena appena, nei giorni comandati. O, come in certa politica nostrana, che in questo è specchio fedele della nostra società, baciare un anello cardinalizio, ossequiare una porpora, mendicare la stretta di mano di una qualche autorità ecclesiastica. Non per caso nel nostro Parlamento e nel nostro Governo il tasso di clericalismo è spesso inversamente proporzionale alla fede, e quelli che più ci tengono a dichiararsi cristiani sono quelli che meno bazzicano le opere pie, del resto assai scomode: non solo c’è da dare da mangiare all’affamato e da bere all’assetato (che si può risolvere in maniera moderna e pulita con un obolo a un qualche ente assistenziale), ma anche da visitare l’ammalato e il carcerato e peggio ancora ospitare il forestiero, come meno volentieri si ricorda.
Altrove è diverso. Altrove, per il semplice fatto di essere cristiani, si può morire. Come vittime innocenti, o come testimoni attivi di fronte all’ingiustizia: vittime di poteri economici, di potentati politici, di squadroni della morte, ma anche solo di invidie di vicinato, di gelosie strumentalizzate e sobillate ad arte. Con targa religiosa, islamica spesso (anche se quelle che scambiamo per guerre di religione sono più spesso guerre tra poveri), o semplicemente al soldo del potere. Gli episodi di persecuzione che ricordavamo non sono solo testimonianze che la Chiesa perseguitata esiste, che il martirio è d’attualità oggi come duemila anni fa. Ci ricordano anche che essere cristiani, se lo si vuole, significa davvero qualcosa. E qualcosa di importante, se il suo valore – non il suo prezzo – è ancora quello della vita.
Stefano Allievi
Moschee in Europa? Nascondetele!
/in 2011, Islam, Recensioni / Book Reviews /da StefanoClicca sull’immagine per leggere l’articolo
Giorgio De Simone, Moschee in Europa? Nascondetele!, in “Avvenire”, 11 gennaio 2011
Le primarie sono fedeltà ai princìpi
/in 2011, Articoli / Articles, Articoli di Politica / Politics Articles, Politica / Politics /da StefanoIn difesa delle primarie
In un editoriale pubblicato ieri l’amico Gilberto Muraro definisce le primarie uno “strumento per scegliere il perdente”. E si domanda se “vale la pena di farsi del male per fedeltà ai princìpi”. Ora, una delle cose di cui hanno sofferto i partiti italiani è proprio quella di essere stati così poco fedeli ai loro princìpi, cambiando continuamente idee e linea politica (molto meno le leadership), da produrre un crollo della fiducia e un forte aumento dell’astensionismo. Le primarie sono un principio costitutivo del Pd, che ha molto contribuito a caratterizzarne l’originalità, e uno strumento fondamentale per il suo rinnovamento: due buone ragioni per tenersele strette.
Esse servono per selezionare i vincenti, o almeno i migliori, non i perdenti. Matteo Renzi è diventato sindaco di Firenze grazie alle primarie del Pd. E oggi è uno dei suoi uomini nuovi più promettenti nonché, dicono i sondaggi, il sindaco più popolare d’Italia. Senza le primarie, semplicemente non sarebbe esistito. Nichi Vendola ha già vinto due volte le primarie di coalizione e il governo della sua regione, la Puglia. Se il Pd ha perso con i suoi candidati ufficiali forse deve fare una riflessione sulla bontà delle sue scelte e sulla sua distanza dall’elettorato: e magari sugli eterni sponsor dei perdenti (nel caso pugliese Massimo D’Alema), che collezionano sconfitte ma restano sempre a galla.
Piacciano o meno i personaggi citati, sono esempi di rapporto vero con il proprio elettorato e con la società che li esprime. Se altrove (come a Milano) i candidati ufficiali del Pd perdono, forse è perché sono quelli sbagliati, o forse è perché è sbagliato che il partito ne sponsorizzi uno solo, invece di lasciare la scelta alla base, accettando il suo responso e sostenendo il vincitore, chiunque sia. L’errore dunque non è fare le primarie, ma crederci solo a metà, e quindi farle male.
Le primarie sono state momenti di grande partecipazione, anche di non iscritti: merito del Pd è stato quello di attivarla, e suo demerito è stato semmai di non valorizzarla. La prima vittima della cancellazione delle primarie sarebbero proprio questi elettori: simpatizzanti del Pd, non dei vecchi partiti che gli hanno dato origine (a cui le primarie non sono mai andate giù, perché preferiscono la cooptazione, assai più controllabile). Inoltre non dividono il partito, ma ne consentono la partecipazione, rispecchiando gli umori della base. La prova è che come segretario del Pd ha vinto Bersani perché aveva più consenso, ma i perdenti collaborano fedelmente con il vincitore. L’errore è semmai che a livello locale si sono votate liste legate ai segretari nazionali, anziché persone davvero in competizione con le loro rispettive qualità, privilegiando l’obbedienza di corrente rispetto alla capacità di creazione di consenso.
Inoltre solo le primarie consentono di svecchiare un ceto dirigente arroccato sulla propria difesa, evitando di ripresentare alle elezioni i soliti noti, in calo di consensi, e favorendo la partecipazione di forze che fanno altrimenti fatica ad emergere. E’ per questo che, lungi dal cancellarle, vanno generalizzate: per scegliere i candidati al Parlamento come i sindaci e i segretari.
Quale è l’alternativa? Che, come avvenuto troppo spesso, i capicorrente si riuniscano in sedi non formali per decidere in una logica di spartizione: io mando il tuo a fare il segretario, se tu dai ai nostri un posto in parlamento, e a quegli altri il sindaco – e poi si fa un bel congresso per ratificare l’accordo. Le primarie sono il solo modo di spazzare via questo modo di fare politica: che riproduce le leadership senza produrre consenso (e anzi facendone perdere). Per questo dire addio alle primarie sarebbe dire addio al Pd.
Stefano Allievi
Allievi S. (2011), Le primarie sono fedeltà ai princìpi, in “Il Mattino”, 11 gennaio 2011, pp. 1-4
Foto
/in Foto / Photos /da StefanoClicca sulle anteprime per vedere le immagini a dimensione reale.






















2005. Confronto dibattito: il confine interno con Kossi Komla-Ebri, Annamaria Rivera, Davide Zoletto
2006. confronto ‘Vittime Collaterali’ con Zygmunt Bauman
2006. Presentazione del libro di Stefano Allievi ‘Niente di personale Signora Fallaci’
2007. Confronto ‘In nome di chi?’ con Franco Cardini, Tariq Ramadan
2007. Presentazione del libro di Stefano Allievi ‘Le trappole dell’immaginario’
2008. Confronto ‘Muri fisici e muri metafisici’ con Yossi Bar, Paolo Branca
2009. ‘Paura. Il male oscuro dell’occidente’ con Didier Bigo, Joanna Bourke, Gad Lerner
2009. I musulmani e la società italiana con Gianpaolo Carbonetto
2009. Porto il velo, adoro i queen con Sumaya Abdel Qader
2010. Il Dio dell’europa: ma quale? con Silvio Ferrari e Antonella Lanfrit
2011. Vuoto Italiano con Carlo Carboni, Guido Crainz, Massimiliano Panarari
Audio
/in Audio /da StefanoSu Rai.it
UNA MORATORIA DELLA SHARIA, LE PROPOSTE DI TARIQ RAMADAN, NE PARLIAMO CON STEFANO ALLIEVI, DOCENTE DI SOCIOLOGIA ALL’UNIVERSITÀ DI PADOVA, ULTIMO LIBRO RAGIONI SENZA FORZA, FORZE SENZA RAGIONE.
I KAMIKAZE, FIGLI DELLA SOCIETÀ MULTIETNICA? NE PARLIAMO CON STEFANO ALLIEVI, DOCENTE DI SOCIOLOGIA DELLA RELIGIONE ALL’UNIVERSITÀ DI PADOVA E FERRUCCIO SANSA, GIORNALISTA DI REPUBBLICA
ERRORE GIUDIZIARIO A BREMBATE, RILASCIATO MOHAMED FIKRI: E LE ACCUSE RAZZISTE?
LIBERTA’ DI ESPRESSIONE
MUSULMANI IN ITALIA FRA ACCOGLIENZA E CONOSCENZA. NE PARLIAMO CON DON LUCIANO, PARROCO CHE HA ACCOLTO UN GRUPPO DI IMMIGRATI SENZA CASA NELLA CHIESA S.CRISTINA DI PARMA E CON STEFANO ALLIEVI, DOCENTE.
TEST AGLI IMMIGRATI
QUANDO LA RELIGIONE DIVIDE I CORPI
PRO E CONTRO LA FALLACI
IL CASO VAN GOGH
BAOBAB PUNTATA 11 FEBBRAIO
Su Istituto Religioso di Scienze Superiori
SUL TEMA “ISLAM E CRISTIANESIMO”
Da RSI
MOSCHEE E ISLAM IN EUROPA
Da Radio Cooperativa
FERMIAMO LA NOTIZIA – DON ALBINO BIZZOTTO (Puntata del 29/02/2012)
Video
/in Video /da StefanoDal mio canale YouTube
Da LA1 – RSI
Da Vicino/Lontano
Vuoto Italiano from vicino/lontano on Vimeo.
Materiali didattici
/in Materiale didattico /da StefanoMateriale corso vittime globalizzazione
Materiale corso religioni
Materiale corso morte
Materiale corso coppie miste
Materiale corso città
Essere cristiani, un mestiere pericoloso
/in 2011, Articoli / Articles, Articoli di Religione / Religion Articles, Religione / Religion /da StefanoLa strage di Natale in Nigeria è solo un fatto tra tanti. Più simbolico di altri, certo: morire perché cristiani nel giorno in cui si ricorda la nascita di Cristo. Ma un episodio insieme a molti altri: che dal Pakistan alla Somalia, dall’Iraq alla Cina, dalla Colombia alle Filippine, dalla Corea al Sudan, dall’Arabia Saudita all’Honduras, dal Congo alla Turchia, dal Brasile alla Palestina, dove Cristo è vissuto e si è annunciato al mondo, testimoniano di come essere cristiano oggi possa ancora essere un segno di contraddizione e, incidentalmente, un mestiere pericoloso.
Ce ne accorgiamo poco, e prestiamo a questi episodi una attenzione distratta. Dopotutto non ci riguardano: qui da noi essere cristiano, per molti, è troppo spesso una comoda identità, qualche volta persino un business o una rendita politico-culturale. E per quelli per cui è un costo, una scelta scomoda, c’e più spesso il silenzio. O le luci del martirio quando ormai è troppo tardi. Del resto da noi la Chiesa, nella sua parte più visibile, è istituzione, potere, denaro persino; è in quella invisibile, quella che non fa notizia, che bisogna cercare più spesso il lievito del pane, il sale della terra: chi si occupa degli ultimi, chi è vicino a chi soffre, o a chi ha fame e sete di giustizia.
Ecco, i massacri di cristiani qualunque in paesi qualunque ci ricordano che essere cristiani è, dovrebbe essere, potrebbe essere, una scelta radicale, una testimonianza esplicita, un richiamo forte. Non un dichiararsi tiepido, un ricordarsi appena appena, nei giorni comandati. O, come in certa politica nostrana, che in questo è specchio fedele della nostra società, baciare un anello cardinalizio, ossequiare una porpora, mendicare la stretta di mano di una qualche autorità ecclesiastica. Non per caso nel nostro Parlamento e nel nostro Governo il tasso di clericalismo è spesso inversamente proporzionale alla fede, e quelli che più ci tengono a dichiararsi cristiani sono quelli che meno bazzicano le opere pie, del resto assai scomode: non solo c’è da dare da mangiare all’affamato e da bere all’assetato (che si può risolvere in maniera moderna e pulita con un obolo a un qualche ente assistenziale), ma anche da visitare l’ammalato e il carcerato e peggio ancora ospitare il forestiero, come meno volentieri si ricorda.
Altrove è diverso. Altrove, per il semplice fatto di essere cristiani, si può morire. Come vittime innocenti, o come testimoni attivi di fronte all’ingiustizia: vittime di poteri economici, di potentati politici, di squadroni della morte, ma anche solo di invidie di vicinato, di gelosie strumentalizzate e sobillate ad arte. Con targa religiosa, islamica spesso (anche se quelle che scambiamo per guerre di religione sono più spesso guerre tra poveri), o semplicemente al soldo del potere. Gli episodi di persecuzione che ricordavamo non sono solo testimonianze che la Chiesa perseguitata esiste, che il martirio è d’attualità oggi come duemila anni fa. Ci ricordano anche che essere cristiani, se lo si vuole, significa davvero qualcosa. E qualcosa di importante, se il suo valore – non il suo prezzo – è ancora quello della vita.
Stefano Allievi
Allievi S. (2010), Il coraggio dei cristiani, in “Il Piccolo”, 29 dicembre 2010, pp. 1-2 E ANCHE
Allievi S. (2011), Essere cristiani, un mestiere pericoloso, in “Il Mattino”, 4 gennaio 2011, p. 39 (anche “La Nuova di Venezia” p. 34 e “La Tribuna di Treviso” p. 39)
1 Allievi S. (2010), Il coraggio dei cristiani, in “Il Piccolo”, 29 dicembre 2010, pp. 1-2 E ANCHE
Allievi S. (2011), Essere cristiani, un mestiere pericoloso, in “Il Mattino”, 4 gennaio 2011, p. 39 (anche “La Nuova di Venezia” p. 34 e “La Tribuna di Treviso” p. 39) A R
Essere cristiani, un mestiere pericoloso,
La strage di Natale in Nigeria è solo un fatto tra tanti. Più simbolico di altri, certo: morire perché cristiani nel giorno in cui si ricorda la nascita di Cristo. Ma un episodio insieme a molti altri: che dal Pakistan alla Somalia, dall’Iraq alla Cina, dalla Colombia alle Filippine, dalla Corea al Sudan, dall’Arabia Saudita all’Honduras, dal Congo alla Turchia, dal Brasile alla Palestina, dove Cristo è vissuto e si è annunciato al mondo, testimoniano di come essere cristiano oggi possa ancora essere un segno di contraddizione e, incidentalmente, un mestiere pericoloso.
Ce ne accorgiamo poco, e prestiamo a questi episodi una attenzione distratta. Dopotutto non ci riguardano: qui da noi essere cristiano, per molti, è troppo spesso una comoda identità, qualche volta persino un business o una rendita politico-culturale. E per quelli per cui è un costo, una scelta scomoda, c’e più spesso il silenzio. O le luci del martirio quando ormai è troppo tardi. Del resto da noi la Chiesa, nella sua parte più visibile, è istituzione, potere, denaro persino; è in quella invisibile, quella che non fa notizia, che bisogna cercare più spesso il lievito del pane, il sale della terra: chi si occupa degli ultimi, chi è vicino a chi soffre, o a chi ha fame e sete di giustizia.
Ecco, i massacri di cristiani qualunque in paesi qualunque ci ricordano che essere cristiani è, dovrebbe essere, potrebbe essere, una scelta radicale, una testimonianza esplicita, un richiamo forte. Non un dichiararsi tiepido, un ricordarsi appena appena, nei giorni comandati. O, come in certa politica nostrana, che in questo è specchio fedele della nostra società, baciare un anello cardinalizio, ossequiare una porpora, mendicare la stretta di mano di una qualche autorità ecclesiastica. Non per caso nel nostro Parlamento e nel nostro Governo il tasso di clericalismo è spesso inversamente proporzionale alla fede, e quelli che più ci tengono a dichiararsi cristiani sono quelli che meno bazzicano le opere pie, del resto assai scomode: non solo c’è da dare da mangiare all’affamato e da bere all’assetato (che si può risolvere in maniera moderna e pulita con un obolo a un qualche ente assistenziale), ma anche da visitare l’ammalato e il carcerato e peggio ancora ospitare il forestiero, come meno volentieri si ricorda.
Altrove è diverso. Altrove, per il semplice fatto di essere cristiani, si può morire. Come vittime innocenti, o come testimoni attivi di fronte all’ingiustizia: vittime di poteri economici, di potentati politici, di squadroni della morte, ma anche solo di invidie di vicinato, di gelosie strumentalizzate e sobillate ad arte. Con targa religiosa, islamica spesso (anche se quelle che scambiamo per guerre di religione sono più spesso guerre tra poveri), o semplicemente al soldo del potere. Gli episodi di persecuzione che ricordavamo non sono solo testimonianze che la Chiesa perseguitata esiste, che il martirio è d’attualità oggi come duemila anni fa. Ci ricordano anche che essere cristiani, se lo si vuole, significa davvero qualcosa. E qualcosa di importante, se il suo valore – non il suo prezzo – è ancora quello della vita.
Stefano Allievi
Il coraggio dei cristiani
/in 2010, Articoli / Articles, Articoli di Religione / Religion Articles, Religione / Religion /da StefanoLa strage di Natale in Nigeria è solo un fatto tra tanti. Più simbolico di altri, certo: morire perché cristiani nel giorno in cui si ricorda la nascita di Cristo. Ma un episodio insieme a molti altri: che dal Pakistan alla Somalia, dall’Iraq alla Cina, dalla Colombia alle Filippine, dalla Corea al Sudan, dall’Arabia Saudita all’Honduras, dal Congo alla Turchia, dal Brasile alla Palestina, dove Cristo è vissuto e si è annunciato al mondo, testimoniano di come essere cristiano oggi possa ancora essere un segno di contraddizione e, incidentalmente, un mestiere pericoloso.
Ce ne accorgiamo poco, e prestiamo a questi episodi una attenzione distratta. Dopotutto non ci riguardano: qui da noi essere cristiano, per molti, è troppo spesso una comoda identità, qualche volta persino un business o una rendita politico-culturale. E per quelli per cui è un costo, una scelta scomoda, c’e più spesso il silenzio. O le luci del martirio quando ormai è troppo tardi. Del resto da noi la Chiesa, nella sua parte più visibile, è istituzione, potere, denaro persino; è in quella invisibile, quella che non fa notizia, che bisogna cercare più spesso il lievito del pane, il sale della terra: chi si occupa degli ultimi, chi è vicino a chi soffre, o a chi ha fame e sete di giustizia.
Ecco, i massacri di cristiani qualunque in paesi qualunque ci ricordano che essere cristiani è, dovrebbe essere, potrebbe essere, una scelta radicale, una testimonianza esplicita, un richiamo forte. Non un dichiararsi tiepido, un ricordarsi appena appena, nei giorni comandati. O, come in certa politica nostrana, che in questo è specchio fedele della nostra società, baciare un anello cardinalizio, ossequiare una porpora, mendicare la stretta di mano di una qualche autorità ecclesiastica. Non per caso nel nostro Parlamento e nel nostro Governo il tasso di clericalismo è spesso inversamente proporzionale alla fede, e quelli che più ci tengono a dichiararsi cristiani sono quelli che meno bazzicano le opere pie, del resto assai scomode: non solo c’è da dare da mangiare all’affamato e da bere all’assetato (che si può risolvere in maniera moderna e pulita con un obolo a un qualche ente assistenziale), ma anche da visitare l’ammalato e il carcerato e peggio ancora ospitare il forestiero, come meno volentieri si ricorda.
Altrove è diverso. Altrove, per il semplice fatto di essere cristiani, si può morire. Come vittime innocenti, o come testimoni attivi di fronte all’ingiustizia: vittime di poteri economici, di potentati politici, di squadroni della morte, ma anche solo di invidie di vicinato, di gelosie strumentalizzate e sobillate ad arte. Con targa religiosa, islamica spesso (anche se quelle che scambiamo per guerre di religione sono più spesso guerre tra poveri), o semplicemente al soldo del potere. Gli episodi di persecuzione che ricordavamo non sono solo testimonianze che la Chiesa perseguitata esiste, che il martirio è d’attualità oggi come duemila anni fa. Ci ricordano anche che essere cristiani, se lo si vuole, significa davvero qualcosa. E qualcosa di importante, se il suo valore – non il suo prezzo – è ancora quello della vita.
Stefano Allievi
Allievi S. (2010), Il coraggio dei cristiani, in “Il Piccolo”, 29 dicembre 2010, pp. 1-2
anche come Allievi S. (2011), Essere cristiani, un mestiere pericoloso, in “Il Mattino”, 4 gennaio 2011, p. 39 (anche “La Nuova di Venezia” p. 34 e “La Tribuna di Treviso” p. 39)
Berlusconi, i paradossi della fiducia
/in 2010, Articoli / Articles, Articoli di Politica / Politics Articles, Politica / Politics /da StefanoIl paradosso è, etimologicamente, una asserzione “in contrasto con la comune opinione” (doxa). Il voto di fiducia incassato dal governo Berlusconi ne contiene almeno tre, che potremmo sintetizzare così: chi vince perde, chi perde vince, e chi non c’è continuerà a non esserci.
Il primo riguarda la maggioranza. Essa ha incassato, a metà del suo percorso legislativo, una attestazione di fiducia non necessaria, perché avrebbe dovuto proseguire il suo cammino naturale senza di essa, e non prevista, perché chi ha presentato la mozione di sfiducia era convinto di ottenerla, e non l’avrebbe fatto altrimenti. Ma quella che sembra una continuità (il governo prosegue) è in realtà una rottura radicale. Perché la maggioranza, dall’essere la più ampia della storia repubblicana, è diventata una delle più risicate e deboli, e il governo sarà d’ora in poi in balìa, oltre che dei comprati e venduti dell’ultima ora, di un qualsiasi raffreddore. E degli interessi dell’alleato leghista.
Il secondo paradosso riguarda chi la mozione di sfiducia ha presentato, il cosiddetto terzo polo. Perdente sul piano dei numeri, con diversi membri dei partiti che lo compongono che sono passati a sostenere il governo, dando uno schiaffo clamoroso alle aspettative dei rispettivi strateghi. E che tutti davano quindi allo sbando, e a rischio di ulteriori emorragie e cambi di casacche: che sempre vanno in direzione del potere. Ma che invece sembra rafforzarsi a seguito di un imprevisto colpo di scena: la sua unificazione, su cui pochi in questi giorni avrebbero scommesso. La promessa di un atteggiamento di responsabilità consentirà di far proseguire il governo tenendolo tuttavia sotto ricatto costante, conferendo ai terzopolisti un’aura di serietà che il Pdl non potrà mostrare, dovendo sostenere le leggi ad personam di Berlusconi che il terzo polo avrà buon gioco ad affossare, salvando invece quelle nell’interesse del Paese.
Il terzo paradosso riguarda il Partito Democratico. In teoria l’attore principale dell’opposizione, in pratica il più irrilevante. Ha giocato una partita non sua e non decisa da lui. Facendo le mosse giuste, e muovendosi compattamente e con serietà, a differenza di altri. Ma come attore, appunto, per quanto indispensabile, non come regista. Non solo: ogni volta che il governo, nella votazione di un articolo sgradito, verrà battuto in parlamento – cosa che accadrà spesso da ora in poi – chi ne otterrà visibilità e farà notizia sarà il terzo polo, non il Pd, nonostante sia esso a sobbarcarsi il grosso del lavoro e del peso dell’opposizione. La tentazione già emersa di immaginare il terzo polo come l’alleato moderato, lasciando la rappresentanza dei moderati ai centristi e implicitamente accettando che il Pd non rappresenti questa componente, è infine una rinuncia di fatto al suo progetto originario, che su questa commistione si fonda, e apre una questione politica interna non da poco.
Il risultato finale è che chi finirà per volere davvero le elezioni, con la possibilità di vincerle, e decidendone la data sulla base dei propri interessi, saranno i due attori minori sia della maggioranza che dell’opposizione: la Lega e il terzo polo. Mentre Pdl e Pd finiranno per subire le loro scelte. La rivincita dei piccoli.
Una nota a margine: l’ennesima mossa falsa della Chiesa come attore politico. Non solo il cardinal Bagnasco, come più alto rappresentante della chiesa italiana, dà il suo sostegno (e ci domandiamo in quanti altri Paesi europei tali esternazioni siano concepibili) al suo sempre più debole – e sempre più indifendibile, dal punto di vista cattolico – alleato berlusconiano, negando esistenza ed appoggio ai cattolici che stanno altrove. Ma risulta essere l’unica a non accorgersi di aver scelto come partner non il vincente di oggi, ma il perdente di domani. Una scelta che pagherà con una ulteriore perdita di credibilità, di influenza, e di potere.
Stefano Allievi
Allievi S. (2010), Berlusconi, i paradossi della fiducia, in “Il Mattino”, 17 dicembre 2010, pp. 1-5 (anche “La Nuova di Venezia” e “La Tribuna si Treviso”, e “Il piccolo” 19 dicembre “Lega Nord e terzo polo, la rivincita dei piccoli”)
Conflitto distante che crea disinteresse
/in 2010, Interviste / Interviews, Politica / Politics, Società / Society /da StefanoClicca sull’immagine per leggere l’articolo
Allievi S. (2010), “Conflitto distante che crea disinteresse” (Afghanistan: per due su tre l’esercito deve andar via), in “Il Gazzettino”, 14 dicembre 2010, intervista di Annamaria Bacchin