Il nuovo PD e la genetica dei partiti

Oggi, per capire come funzionano i partiti, in particolare come nascono e come si riproducono, occorre rifarsi più alla biologia che alla politica: è lì che si trovano le metafore più pertinenti.

Il centrodestra, come certi organismi monocellulari, si riproduce per scissione: da una singola cellula, nascono due nuovi organismi. E’ il caso del PDL: da cui sono nati oggi Forza Italia e il Nuovo Centro-Destra. Risultato? In natura, due cellule con il medesimo apparato genetico, con identico DNA. In politica, due nuovi partiti. Anche per loro il DNA è lo stesso: solo che uno starà in maggioranza e l’altro all’opposizione, salvo poi rimettersi insieme alle elezioni, probabilmente. Un’astuzia della natura, e una furbizia della politica.

Il centro si riproduce invece per frammentazione. Come sempre nella storia repubblicana. E’ il caso, oggi, di Scelta Civica. Si unisce, va in frantumi, talvolta si decompone in pulviscoli inaggregabili, poi si riunisce (che non è sinonimo di rinnovarsi), si spezza di nuovo. In questo caso i frammenti non hanno lo stesso patrimonio genetico. Alcuni sono laici, altri cattolici (e tra questi, alcuni appartengono a una chiesa nella chiesa: la comune storia ciellina – il che può far pensare a qualche forma di unificazione con qualche cellula del centrodestra di medesima provenienza). Alcuni sono in politica da decenni, altri sono neo-arrivati. Questa specie di caleidoscopio in continuo movimento ha, come tutti i caleidoscopi, un destino segnato: i frammenti al suo interno disegnano forme incessantemente nuove, ma nessuna di essa ha una qualche stabilità, né l’avrà in futuro. Continuerà a decomporsi e a ricomporsi. Centrifugo e centripeto allo stesso tempo.

Il centrosinistra, oggi rappresentato dal PD, ha scelto una forma diversa, inusuale rispetto alla propria storia, e anche alla natura propria dei partiti. Consultando la propria base per decidere la propria leadership. Chiedendolo in prima battuta ai propri iscritti (la cui consultazione è appena terminata), e in seconda battuta al proprio elettorato (con le primarie vere e proprie, che si svolgeranno l’8 dicembre). Ottenendo forme di fecondazione e di ricomposizione genetica significative, e più rapide. Al di là del balletto sulle cifre, infatti, è emerso con chiarezza, anche solo dalla consultazione degli iscritti, che il partito è spaccato: tra una parte che vorrebbe riprodursi geneticamente identica a se stessa (o più propriamente, all’organismo cui apparteneva prima di fecondarsi con altri all’interno del PD), e una parte che vorrebbe rinnovarsi, dando luogo a un organismo geneticamente modificato, ma per via naturale, interna, anziché per innesto. Ed è questo che mostrano i primi risultati. Di fatto, coloro che vogliono cambiare pelle, pur con progetti non identici e non sovrapponibili, costituiscono una larga maggioranza. Mentre coloro che vogliono riprodursi come prima, secondo le medesime filiere genetiche, sono risultati in minoranza. E forse la notizia sta proprio qui: che il PD, in quanto organismo diverso da quello composto dai principali apporti che gli hanno dato i natali (la tradizione PCI-PDS-DS e quella DC-Popolari-Margherita), è nato davvero solo ora. Riconoscendo, o almeno accorgendosi, che fin dall’inizio, in realtà, era presente un’altra componente, con un diverso patrimonio genetico (che pesava per un terzo, all’incirca, anche se è stata fortemente sottovalutata), cui solo oggi si da’ veramente voce e si riconosce un ruolo: quella di chi, non venendo da quelle tradizioni – o venendoci, ma con la voglia di voltare pagina – credeva fin da allora che avrebbe fatto nascere qualcosa di diverso.

Il pargolo, frutto di apporti genetici complessi – in sintonia con quanto accade nei modelli familiari e nelle tecniche di fecondazione, oggi in una fase di cambiamento turbolenta – si trova, apparentemente in buona salute, al reparto maternità. Diverso, e autonomo, rispetto ai suoi vari genitori. Si tratta adesso di vedere quale sarà la sua evoluzione.

Il nuovo PD e la genetica dei partiti, in “Piccolo” Trieste, 19 novembre 2013, p.1, “Gazzetta di Reggio”, 20 novembre 2013, p.1, Genetica e crescita dei partiti in “Mattino” Padova, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere delle Alpi”, 20 novembre 2013, p.1

Partiti che non sanno ascoltare

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Una società malata, non cura e fa ammalare

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Il narcisismo, psicopatologia della politica

La politica italiana ha fatto della contemplazione della propria immagine una religione, e del narcisismo una mistica. L’ossessione di se stessa è precisamente quello che le impedisce di guardare agli altri, al paese: e che ne fa un dato patologico, una malattia della psiche in senso proprio, per molti aspetti una devianza. Continua a leggere

Renzi, Berlusconi e la sfida al governo

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Il carcere, oltre l'indulto

Il dibattito sull’indulto (ancora presente nella società ma già finito nel ceto politico: che, come ha lanciato il tema, l’ha anche frettolosamente dimenticato) ha almeno un merito: quello di farci riflettere sul carcere, e su come esso risponde alla sua funzione. Continua a leggere

Indulto, sì: ma dopo…

Ieri, su queste pagine, il collega Giuseppe Mosconi mi ha mosso, senza nominarmi, alcune dure rampogne, per essermi espresso contro l’indulto, così come se ne parla attualmente. L’occasione mi è propizia per chiarire il mio pensiero. Continua a leggere

Il falso dibattito su amnistia e indulto

Come sempre, in Italia non si parla del merito, ma di dietrologie, di alleanze, di schieramenti.

Ci riferiamo alla proposta di amnistia e indulto. Ventilata dal presidente Napolitano come soluzione al problema del disumano sovraffollamento delle carceri. E a cui oggi, improvvisamente, sembrano tutti – o almeno tutti i sostenitori del governo – assolutamente favorevoli. Il PDL, che è sempre stato contro ogni forma di amnistia anche quando ha votato a favore, perché non si sa mai che ci si riesca a far rientrare anche qualche reato da colletti bianchi, o almeno a metterlo nel calderone di altre riforme della giustizia che gli stanno più a cuore. E il PD perché l’ha detto Napolitano, che è il garante della stabilità del governo.

Tuttavia crediamo che su questa proposta abbia ragione chi è contrario. E non sia reato di lesa maestà dirlo, anche se la fonte è il presidente della repubblica. Ecco perché appaiono oblique, e fondate più su logiche di schieramento interne al dibattito congressuale del PD che sul merito, le critiche a Matteo Renzi e ad altri, che si sono pronunciati contro tale provvedimento. Perché vengono da chi non ha fatto nulla, in passato, e non propone nulla, ora, per risolvere davvero il problema delle carceri.

L’amnistia e l’indulto non sono necessari in sé: questo lo dicono tutti. Ma lo diventano – nell’opinione di chi li propone – per risolvere il problema del sovraffollamento e la conseguente inumanità della condizione carceraria: che è un dato di lungo periodo inaccettabile, insostenibile, e che oltre tutto ci costa caro in termini di richiami e di sanzioni europee, oltre che in inciviltà diffusa.

Amnistia e indulto, inoltre, sono sempre un insulto alle vittime dei reati. La logica è la stessa dei condoni: un regalo ai furbi, che hanno violato la legge, e un insulto agli onesti, che non l’hanno fatto, e anzi al contrario sono stati vittime di chi ha compiuto dei reati, per i quali alla fine non si paga, o si paga meno. Per i condoni si è sempre detto che l’ultimo sarebbe stato l’ultimo, e così non è mai stato. Per l’amnistia lo stesso: ogni volta si dice che sarà un provvedimento ad hoc per risolvere l’emergenza, che poi non ce ne saranno più. E ogni volta ci si ricasca: e condoni e amnistie diventano alla fine un’abitudine, un abito mentale. Senza accorgersi che tali provvedimenti minano il patto sociale, e la fiducia reciproca su cui si fonda, in maniera radicale. Invece di risolvere i problemi, come al solito, si adottano provvedimenti tampone, sull’onda dell’emergenza o dell’emotività. Perché è più facile, agire così: e pazienza se è un male per la società. E se la società, così facendo, non la si riforma, ma al contrario la si fa sprofondare ulteriormente nei suoi vizi peggiori.

Se si vuole davvero risolvere il problema, invece, è più intelligente andare alla fonte, alla radice: chiudere il rubinetto che riempie le carceri, agire a monte, anziché aprire il tappo che le svuota, agendo a valle.

Vogliamo fare qualcosa di utile e rapido per ridurre la popolazione carceraria? Depenalizziamo il reato di clandestinità. Cambiamo la logica delle leggi anti-droga. Insomma, cambiamo con un articolo la Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi. E qui in contraddizione ci va chi, favorevole all’amnistia e all’indulto, con Giovanardi ci governa, rendendo difficile ogni riforma in materia.

Non solo: il 40% dei detenuti si trova in carcere in attesa di giudizio. Vogliamo ragionare anche su questo? E, per esempio, sull’obbligatorietà dell’azione penale: in generale, e in particolare applicata alle leggi di cui sopra?

Ecco, se adottassimo questi provvedimenti, e poi ci dessimo seriamente da fare per riformare una giustizia ingiusta, lunghissima, incivile, che ci rende il fanalino di coda dell’Europa e, da sola, ci costa due punti di PIL, allora sì che svuoteremmo rapidamente le carceri e faremmo qualcosa di utile per la società. Migliorando ampiamente la qualità della vita sociale, anziché peggiorarla. E magari, per festeggiare, un anno di indulto, non di più, ci potrebbe anche stare, per ridurre rapidamente la popolazione carceraria. Ma se tutto questo non si fa, è indecente e controproducente parlarne.

Le leggi per detenuti e giustizia, in “Mattino” Padova, “Tribuna” Treviso, “Nuova” Venezia, “Corriere delle Alpi”, 15 ottobre 2013, p.11

Anche Amnistia e indulto, un falso dibattito, in “Messaggero Veneto”, 16 ottobre 2013, p.1