Allievi: “I garantiti si sono tenuti stretti i privilegi, gli altri ne hanno pagato il prezzo”

Un’intervista a Venezie Post – 6 marzo 2021

ANALISI & COMMENTI

Allievi: “I garantiti si sono tenuti stretti i privilegi, gli altri ne hanno pagato il prezzo” – VeneziePost

Il suicidio di Omar Rizzato è il disperato grido di una intera categoria di lavoratori dimenticati. Citando Durkheim, anche l’atto individuale per eccellenza ha determinanti sociali: e la totale mancanza di solidarietà e attenzione rispetto al prossimo a cui abbiamo assistito in questi ultimi mesi ne è la dimostrazione. Parla Stefano Allievi, professore di sociologia all’Università di Padova e acuto osservatore delle trasformazioni economico, sociali e culturali del Paese

 

Prof. Allievi, martedì scorso è uscito sul Corriere del Veneto un suo articolo su “I dimenticati della cultura”. Da cosa è scaturito il bisogno di scriverne?

“Mi sento molto vicino alle persone che sono state direttamente colpite dalle situazioni di forte ingiustizia causate non tanto dalla pandemia in sé, ma piuttosto dalle misure che sono state messe in atto per contrastarla. Il suicidio di Omar Rizzato, imprenditore dello spettacolo che si è tolto la vita all’interno della sua azienda ferma da un anno, è il disperato grido di una intera categoria di lavoratori, appunto, dimenticati. Citando Durkheim, anche l’atto individuale per eccellenza ha determinanti sociali: e la totale mancanza di solidarietà e attenzione rispetto al prossimo a cui abbiamo assistito in questi ultimi mesi ne è la dimostrazione. Le categorie più garantite si sono tenute strette i propri privilegi, e tutti gli altri ne hanno pagato un caro prezzo. Ad Omar Rizzato, così come a tutti i lavoratori della cultura e dello spettacolo, è stato tolto persino il diritto di affogare i propri dispiaceri nel lavoro. E così, come molti altri prima di lui, non ha avuto alcuna valvola di sfogo per i propri dispiaceri.”

Ritiene che i lavoratori della cultura siano stati abbandonati a sé stessi?

“In questi mesi si è parlato molto di alcune categorie lavorative, come quelle della ristorazione e del turismo, ma quella della cultura sembra non interessare nessuno. Tutto ciò che questa categoria di lavoratori ha ricevuto, in un anno di silenzio, sono stati dei ristori a dir poco ridicoli. Ma si tratta di persone che per anni hanno pagato un prezzo di precariato già molto alto: chi fa questi lavori spesso lo fa per passione e senza alcuna garanzia di successo, ma da un anno a questa parte non è permesso fare nemmeno questo. E le conseguenze di questo disinteressamento si vedono: nella città in cui io lavoro, Padova, c’è un potenziale di creatività straordinario dovuto alla presenza di moltissimi giovani studenti; ma l’apertura è poca e l’immobilità si fa sentire. Questo è uno dei motivi che portano al tanto discusso fenomeno della fuga dei cervelli.”

Crede che il disinteressamento sistematico rispetto alla categoria dei lavoratori dello spettacolo possa essere un sintomo della tendenza, tutta italiana, a sminuire il valore della cultura?

“Non ho dubbi su questo. Il nostro è il Paese con il più alto tasso di patrimonio storico e culturale del mondo, eppure non lo tuteliamo. La cultura è il petrolio della nostra economia, ma non la valorizziamo. Allo stesso modo, invece di dare valore ai nostri giovani laureati, mettiamo loro i bastoni tra le ruote e li costringiamo a prendere la decisione di emigrare all’estero. In testa alle classiche sull’emigrazione non ci sono le regioni del sud, ma quelle del nord produttivo: l’Emilia-Romagna costituisce una felice eccezione, in quanto è riuscita a ridurre la cosiddetta emigrazione intellettuale grazie a degli investimenti ad hoc nei settori produttivi e nei distretti. La Lombardia, pur prima regione come emigrazione, ha comunque un saldo positivo. La situazione del Veneto, invece, è agghiacciante: esportiamo verso l’estero e le regioni connanti più laureati di quanti ne importiamo dall’estero o dal sud, e siamo così l’unica grande regione del nord ad avere un saldo negativo. Nonostante la tragicità di tutto ciò, però, l’unico fenomeno che sembra interessare il dibattito politico è quello dell’immigrazione, che per inciso, se confrontiamo gli sbarchi con gli emigranti, riguarda numeri di circa venti volte più piccoli rispetto a quelli dell’emigrazione. Il nostro è un Paese che disprezza l’istruzione: l’analfabetismo funzionale colpisce quasi un italiano su tre, il doppio della media europea, e abbiamo la metà dei laureati, ma il dibattito pubblico non sembra considerarlo un problema. Da un tessuto sociale di questo tipo, che non comprende l’importanza di un investimento massivo in cultura, istruzione, ricerca, non ci si può aspettare che la politica comprenda i benefici collettivi che questo potrebbe apportare all’intera società.”

La crisi dell’ultimo anno non ha colpito tutte le categorie demografiche allo stesso modo. Ha fatto scalpore il dato Istat di dicembre 2020: 101 mila posti di lavoro persi in un solo mese, 99 mila dei quali occupati da donne. Cosa pensa rispetto al divario di genere e alla sua relazione con quello generazionale?

“Le discriminazioni di quelle che io chiamo le “3 G” si intersecano in continuazione: i divari di genere e generazionali si incrociano con quello tra garantiti e non garantiti. E così il discorso sul divario di genere non può prescindere da quello del conitto generazionale, né tantomeno da quello del lavoro precario o invisibile. Soprattutto in un momento di profonda crisi come quello attuale. La nostra è una società a misura di anziani: i pensionati rappresentano la metà degli iscritti a sindacati e parte preponderante degli iscritti e della constituency dei partiti, per cui non sorprende che si facciano sempre più leggi a favore di categorie che già possiedono molte garanzie. Giovani e donne dovranno anche fare i conti con l’immobilismo e la mancanza di meritocrazia, le piaghe moderne che afiggono la nostra società. La lotta per la meritocrazia da parte di tutte le categorie svantaggiate non può che giovare all’intero sistema Paese, ma credo sarebbe salubre anche una maggiore dose di conitto intergenerazionale e di genere rispetto all’attuale allocazione delle risorse.”

 

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I dimenticati della cultura. In morte di Omar Rizzato.

Ognuno è infelice a modo suo. E non c’è mai una sola causa, una sola variabile, che possa spiegare la decisione di dare l’addio al mondo, di uccidersi, di spararsi: come ha fatto Omar Rizzato, appena quarantunenne, imprenditore dello spettacolo. Uno di quelli che il mondo della cultura lo aiuta concretamente ad andare avanti, non solo con le idee, ma a supporto di chi le ha: impianti audio, video e luci, palchi, che umilmente si chiamano “service” ma sono molto di più – la concretezza delle tecniche che le idee le fanno diventare realtà, e che sono esse stesse apporto creativo.

Il suicidio è la prova che ci sono cose peggiori della morte: tra queste il vuoto, la mancanza di senso, la perdita di ogni prospettiva. Che non sono mai solo problemi individuali, drammi personali, sofferenze sepolte nell’inconscio. Anche l’atto individuale per eccellenza, infatti, ha delle cause sociali. Durkheim, oltre un secolo fa, ci ha costruito sopra la ricerca fondativa di una disciplina, la sociologia: dimostrando che il suicidio non è mai “casuale”, ma che ci sono tante determinanti sociali possibili, che aiutano a spiegarlo, legate al genere, alla classe sociale, al livello di istruzione, all’età, alla religione, al tasso di urbanizzazione, alla professione…

Di fronte alla morte di Omar – non lo conoscevo, eppure mi viene da chiamarlo per nome – non possiamo non pensare anche a questo: a ciò che lo ha spinto. E che non sono solo difficoltà personali. C’entra la società. C’entriamo noi.

Tutti quelli tra noi che hanno vissuto una separazione lacerante, un lutto doloroso, sanno cosa vuol dire trovare una via d’uscita: e spesso, l’abbiamo sperimentato in tanti, la via d’uscita è potersi buttare sul lavoro, per dimenticare, e dimenticarsi. Quanti, nei momenti difficili, tragici, si sono salvati così… Questo, Omar, e tanti lavoratori della cultura, non l’hanno potuto fare. Gli è stato tolto. Non dalla pandemia, ma dalle misure che abbiamo preso per contrastarla. Profondamente ingiuste, che hanno creato squilibri enormi: tra garantiti e non garantiti, in primo luogo. Tra professioni, tra categorie, tra settori. Ma anche in tanti altri modi.

Senza dimenticare che i lavoratori della cultura sono tali, quasi sempre, perché amano il loro lavoro: non gli è capitato, non lo fanno per caso. Non sono gli unici, certo. Ma spesso fanno grandi sacrifici per seguire le loro passioni, rinunciando a lavori più sicuri, e meglio pagati, o semplicemente più stabili e garantiti, per inseguire – precariamente: sono pochi i divi e le star – i loro sogni, il loro bisogno di trasmettere, di comunicare, di essere. Quindi per loro non lavorare è come non amare, non poter manifestare concretamente il loro essere nel mondo. Non solo non guadagnare, che pure è importante, in certi momenti preponderante: ma non sapere più che fare, non avere ragioni per andare avanti.

Ma se questo è accaduto, è una cosa che ci riguarda tutti. Anche perché il mondo della cultura è percepito da troppi come lontano, in fondo inutile, superfluo: al massimo, quelli che “ci fanno tanto divertire”, come in un indimenticato, terribile lapsus del precedente presidente del consiglio. È uno dei paradossi di questo settore: e di come lo percepiamo. Mai, come durante i lockdown, ci siamo nutriti tutti così tanto di cultura (non foss’altro che ascoltando musica, ingozzandoci di serie Netflix e pay tv, consultando compulsivamente le fonti di informazione più disparate). Ma mai come in questo periodo, nella totale inconsapevolezza e colpevole distrazione: tanto che, se richiesti – come dimostrato da tanti sondaggi di questi mesi – classificavamo il settore tra quelli inutili, o meno importanti. Di fatto, dunque, i lavoratori di questo settore, che spesso dichiariamo retoricamente come indispensabile, il vero petrolio (e lo è) della knowledge society, li abbiamo dimenticati: e sono stati tra le categorie che hanno pagato il prezzo più alto in assoluto – non solo economicamente – e che hanno ricevuto le compensazioni più basse.

Facile, adesso, dare addosso al Ministro della Cultura, per non aver difeso per nulla o quasi il comparto della produzione culturale: cosa che è possibile e giusto fare, con molte buone ragioni. Ma la cosa riguarda tutti noi. I garantiti, gli stabilizzati, i meno o per nulla colpiti, hanno mostrato poca attenzione a chi lo era, invece, maggiormente: poca solidarietà personale, nessuna protesta pubblica. Come se non fossero, anche gli operatori della cultura e dello spettacolo, imprenditori “veri”: peraltro con un tasso di autoimprenditoria, e un numero di partite IVA, più elevato che in altri settori. Eppure anche Omar Rizzato si è ucciso negli uffici della sua azienda a Cinto Euganeo: come altri, che avevano fatto più rumore, durante crisi precedenti. Mandandoci, con questo ultimo suo gesto, un segnale. E una richiesta d’aiuto: che forse – se ascoltata – potrà almeno salvare qualcun altro.

 

Omar, e i troppi dimenticati, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 23 febbraio 2021, editoriale, p.1

Il governo Draghi: discontinuità e zavorre. Il ruolo del Nord.

I cittadini, e in particolare i mondi produttivi (nel Nord dove si concentra il grosso della capacità produttiva del Paese, più che altrove), avevano e hanno aspettative molto alte, sul governo Draghi; e una gran voglia di uscire dalla fase di stallo determinata da un governo indeciso a tutto, bloccato da veti reciproci, complessivamente poco efficiente e competente proprio sui dossier principali, e in particolare nella scrittura di quello più importante di tutti, il Recovery Plan (e anche nella gestione del piano vaccinale). Proprio per questo motivo, è probabile che parte di queste aspettative siano state deluse, all’annuncio della lista dei ministri. Le novità ci sono, molte, e positive. Il problema di percezione sta nelle continuità, non nelle discontinuità; nelle zavorre del passato, non nelle proiezioni sul futuro.

In molti speravano in un governo più tecnico. Così non è stato: 15 ministri su 23 sono politici, e troppi tra essi sono volti noti della politica politicante che ci ha portato nella situazione che ha reso necessario Draghi. Con esempi di capacità di galleggiamento clamorosi: come l’unico che è riuscito ad avere ruoli cruciali sia nel Conte 1 che nel Conte 2 che nel Draghi punto zero, cioè Di Maio (depotenziato tuttavia dal fatto che la vera politica estera sarà il nome, la faccia e la reputazione del presidente del consiglio). Tre ministri per partito, tra quelli importanti (addirittura quattro per il meno apprezzato di tutti nel Nord, il Movimento 5 Stelle), sono sembrati troppi da mandare giù: anche perché, incapaci di innovazione al loro interno, quasi tutti hanno mandato i notabili di sempre. Ma sono anche la polizza assicurativa della lealtà delle forze politiche, ben centellinate anche nelle rispettive correnti interne (vale per tutti, dal Partito Democratico a Forza Italia alla Lega). E proprio perché i partiti ci sono tutti, sono tutti ugualmente impossibilitati ad esercitare un potere di ricatto reciproco – nessuno, infatti, è indispensabile: la maggioranza ci sarebbe comunque, e solidissima. I ministeri più importanti, in particolare i portafogli economici, sono tutti in mano a tecnici capaci di collaborare tra loro e con il presidente del consiglio, e al più moderato dei politici, a garanzia di rappresentanza di un’area politico-territoriale (è il caso di Giorgetti).

Il Nord non potrà più lamentarsi di una sottorappresentazione territoriale: con 18 ministri su 23, di cui 9 ministri lombardi e 4 veneti, le aree produttive del Nord sono quelle che fanno la parte del leone. Al Sud sono stati dati solo 4 ministeri, e al centro 1 più il presidente del consiglio (che ha peraltro anche radici venete): l’opposto esatto del Conte 2, che era quello con la maggiore presenza del Sud, 12 ministri su 22. Vuol dire che sono rovesciati completamente i rapporti di forza territoriali: un’opportunità e una responsabilità, per il Nord, che non potrà più dare la colpa al meridione in caso di fallimento.

Dispiace invece la sottorappresentazione femminile: solo un terzo, invece della metà auspicata, 8 su 23, e mediamente con dicasteri non troppo pesanti, spesso senza portafoglio. Né la politica né la tecnica hanno mostrato coraggio sufficiente, nonostante circolassero nomi di economiste autorevolissime che avrebbero potuto giocare un ruolo importante. La politica poi è significativamente squilibrata: come sta succedendo da tempo, è la destra a dare maggiore spazio e visibilità alle donne (tra i partiti maggiori, Forza Italia è l’unica ad esprimere una delegazione maggiormente al femminile, ma ci sono donne anche nella Lega, nel M5S, e solo femminile è la rappresentanza di Italia Viva), ed è invece la sinistra a proporre e sostenere un personale politico rigorosamente ed esclusivamente maschile, come quello del PD e di LEU. Poiché si tratta dei partiti che sostengono di essere stati i promotori e difensori dei diritti delle donne, si spera che questa plateale contraddizione possa aprire qualche discussione interna.

Più elevata del governo precedente è l’età media: 54 anni – del resto Draghi stesso ne ha 73. Ma bisogna ammettere che il Conte 2, sensibilmente più giovane, non ha brillato per aver messo in mostra le capacità dei suoi membri junior.

Infine, ci sono alcuni sensibili salti di qualità in luoghi cruciali per il funzionamento del Paese, come la giustizia e la scuola, dove sarà difficile dover rimpiangere qualcosa, e possibile avviare gli investimenti necessari. Così come è cruciale che si ristabilisca il ministero del turismo, con un proprio portafoglio, in un settore tanto importante quanto colpito dalle misure anti-pandemia, ma che sarà fondamentale nella ricostruzione.

 

La chance (e gli oneri) del Nord, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, “Corriere di Bologna”, “Corriere di Verona”, 14 febbraio 2021, editoriale, p. 1

Che cosa significa “ripresa”: in economia e altrove

Ri-prendere: prendere di nuovo, un’altra volta. Ri-occupare o ri-conquistare: un luogo, una città. Ricominciare, dopo un periodo di pausa, un rallentamento. Dare nuova vita, riproducendo il reale in altro modo: come in una ripresa cinematografica, capace di mantenere nella durata, nel tempo, e ripetere, ciò che per sua caratteristica sarebbe effimero, evanescente, irripetibile. Poi c’è il riprendersi da: una malattia (che a sua volta può riprendere, ricominciare), una dipendenza, un dolore, uno scoramento, una difficoltà, un lutto, un abbandono, una situazione negativa, una crisi, non solo economica. E naturalmente la ripresa come la intendiamo oggi nel linguaggio d’impresa: del mercato, finanziaria, occupazionale, con l’economia che ricomincia a girare veloce, a produrre, a consumare, dopo un periodo di stagnazione, o di regresso, come avvenuto – drammaticamente, in proporzioni che hanno impressionato, oltre che per la loro entità, per la loro imprevedibilità – a seguito della pandemia, e delle misure prese per contrastarla.

La parola “ripresa” ha dunque tanti significati: e quelli con cui la utilizziamo normalmente in economia sono forse i meno interessanti – anche per l’economia. Oggi, dopo la crisi che abbiamo attraversato, e anche in previsione di quelle future, che per gli stessi motivi o per ragioni analoghe – ci avvertono gli scienziati – già si manifestano sul nostro orizzonte, ci è utile fare tesoro anche di altre sfumature della ripresa.

Quando eravamo meno ricchi e consumisti si riprendeva un abito per farlo durare di più, aggiustando un orlo, ricucendo uno strappo, una slabbratura, modificandolo quanto necessario per farlo stare decentemente su un corpo diverso: quando passavano di padre in figlio o da un fratello all’altro e da una sorella all’altra. E lo si faceva a più riprese… Una ripresa, a teatro, è una messa in scena ulteriore: una riproposizione in altro tempo di ciò che quando è stato prodotto non è stato magari còlto nella sua importanza. Nello sport, nel calcio ad esempio, la ripresa è il secondo tempo, quello decisivo, in cui davvero si vede come andrà a finire; e nel pugilato ogni tempo, perché – con una similitudine molto pertinente per descrivere il mondo e le economie d’oggi – ogni tempo è decisivo, e può far finire l’incontro, anche drammaticamente, per KO.

Riprendere fiato, animo, coraggio, forza: è una qualità – oggi diremmo resiliente – che dobbiamo avere per non arrenderci alle difficoltà e ai fallimenti. Vuol dire anche ritornare a una situazione precedente, di normalità: si riprende un figlio dopo la scuola, dopo un’interruzione vacanziera, un periodo altrove, anche solo un pomeriggio a casa di amici. Si riprende una conversazione, o una trattativa: che ricomincia dopo una pausa che può essere un utile, necessario, talvolta indispensabile momento di riflessione e sedimentazione.

Riprendere è anche compiere un atto forte, assertivo, in caso di bisogno: riprendere il comando, ad esempio (come è successo anche a più di un capitano d’industria – ne abbiamo anche in Veneto degli esempi illustri – se dopo un abbandono meditato e la transizione prevista le cose non andavano come sperato). E più in generale è l’atto forte, non di rado generoso, e come tale ancora più forte, di tornare su una decisione passata, revocandola: riprendere una persona in famiglia, dopo un litigio o una separazione che l’ha esclusa, o un collaboratore o un dipendente al lavoro, dopo un licenziamento o un dissapore professionale. Alle volte è giusto, utile, opportuno, chiarificatore, anche simbolicamente, riprendere nel senso di prendere indietro: riprendersi ciò che è stato dato, prestato, un regalo non piaciuto o non meditato, la fiducia concessa alla persona sbagliata – non a caso in passato capitava di dire che ci si riprendeva (si toglieva) il saluto a chi non lo meritava più…

Ma è anche la capacità di un nuovo scatto, di cui oggi c’è bisogno: non a caso di un’auto si dice che ha una buona ripresa se accelera velocemente. E, infine, riprendere è anche ammonire, castigare, o meglio spiegare (nel processo educativo, a un bambino; sul lavoro, a un collaboratore o a un sottoposto), dove ha sbagliato, di modo che gli sia di monito per il futuro.

Quante cose nascoste in una parola così piccola…

 

Quante riprese ci attendono. E più di tutto ci serve lo scatto, in “Corriere della sera – Corriere Imprese Nordest”, rubrica ‘La parola chiave’, 8 febbraio 2021, pp. 1-3

Scuole chiuse, socialità mancata: le ferite dei giovani che dureranno nel tempo

La scuola, per fortuna, è ripartita: e c’è solo da sperare che duri… È un pezzo, il primo, del lento recupero di normalità che dobbiamo ai giovani. Gli effetti della chiusura sono stati infatti, per alcune fasce di ragazzi, devastanti: e, nella maggioranza dei casi, dobbiamo ancora accorgerci della loro gravità. Le conseguenze sul livello di istruzione si vedranno infatti solo negli anni a venire: i drop-out scolastici (gli espulsi o autoespulsi dalla scuola superiore che non rientreranno, o quelli che dopo una lunga lontananza dai banchi, abbandonati malamente con una promozione regalata in terza media, faticheranno a proseguire); i ‘buchi’ in materie importanti che difficilmente saranno recuperati, o a caro prezzo; i passaggi problematici all’università dopo un biennio finale delle superiori passato più a casa che a scuola; e pure gli abbandoni per attività per così dire più lucrative, in direzione del lavoro precoce se va bene – a cui vanno aggiunti gli effetti dell’impoverimento delle famiglie, l’aumento della frattura che separa chi ha e chi non ha (incluso l’accesso alla e la dimestichezza con la tecnologia che ha supportato la didattica a distanza), che diventa tra chi sa e chi non sa.

Ma ci sono altri effetti della pandemia, anche loro di lungo termine, che in parte vediamo già oggi, che sono stati una conseguenza della chiusura delle scuole e della perdita di socialità conseguente, amplificata dalla chiusura di altri spazi di interazione sociale, come quelli dello sport, del divertimento, della cultura.

Gli psicologi lo sanno per esperienza. Le loro agende sono strapiene, e si allargano a occupare i fine settimana, per tamponare una richiesta crescente: mostrata da atti più gravi, come l’aumento diffuso di atti di autolesionismo e di tentati suicidi tra i giovani e giovanissimi, o meno gravi e quindi meno visibili, come un aumento delle tendenze solipsistiche, della chiusura in se stessi, delle timidezze che diventano croniche per mancanza di occasioni di incontro, della socialità spostata tutta sul web, che li e ci trasforma tutti, progressivamente, in hikikomori appena meno gravi (gli adolescenti giapponesi che si chiudono nelle loro stanze senza più uscirne, limitando la loro interazione con il mondo a uno schermo e una tastiera). Una solitudine diversa da quella ricercata da monaci e spiriti solitari: perché “beata solitudo, sola beatitudo” è vero solo in riferimento a una “moltitudo” da cui si può andare e venire – solo se l’hai scelta, non se ti ci sei ritrovato, o se l’hai subìta.

Si sta elaborando nell’inconsapevolezza, senza un progetto, senza averla veramente scelta, una nuova prossemica, fatta di incontri a distanza, o in presenza ma senza contatto, senza trasmettere le emozioni attraverso i volti, senza il calore che passa anche solo tra una mano e l’altra, dove una spalla su cui appoggiarti o piangere è privilegio riservato ai rapporti più stretti. Un adolescente mi diceva qualche giorno fa, senza alcuna autocommiserazione, che piange quasi ogni sera, prima di dormire: ma non per un motivo specifico. Quasi come se fosse il corpo stesso a piangere, come per un’attitudine spontanea delle membra, una pulsione, una memoria che non è riuscito ad elaborare in altro modo, nell’incontro e nella relazione che aiutano ad esprimere le emozioni. Ed è commovente che oggi gli atti della nuova trasgressione diventino l’abbracciarsi di nascosto dagli adulti: come cominciano a fare anche i bambini, magari nascondendosi nei bagni della scuola.

Ne usciremo, certo. Recupereremo una nuova normalità. Anche per questo, oltre che per ovvi motivi di salute, è urgente arrivare a una vaccinazione rapida che ci aiuti in questo processo. Ma è bene avere consapevolezza delle ferite del corpo sociale. In modo da aiutarlo a rimarginarle prima, e a superarle. Creando quanto prima le occasione per farlo.

 

Scuola, le ferite dei giovani, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 4 febbraio 2021, editoriale, p.1

Senza stranieri, tutti stranieri

Sembra paradossale dirlo, in una fase storica in cui la paura degli “altri” fa moltiplicare le richieste di barriere, di muri, fisici e simbolici, e apparentemente i gruppi umani, le società, tendono a separarsi, a frazionarsi in isole identitarie – nelle bolle dei social come in politica, nelle religioni come nei micronazionalismi e in geopolitica, nelle tribù sociali come nei quartieri urbani – alla ricerca di un’impossibile omogeneità o nel vano desiderio di rimarcare l’inesistente purezza di un indefinibile e ineffabile “noi”: ma ci avviamo verso una condizione in cui ci saranno sempre meno stranieri – o, meglio, lo saremo tutti, in qualche modo, per qualcuno, in qualche momento della nostra vita, ma con sempre meno drammatiche conseguenze.

I due processi sono del resto direttamente correlati: ricerchiamo identificazioni forti, ed è aumentata la domanda sociale in tal senso, proprio perché esse sono in realtà indebolite dalla possibilità che abbiamo di rifiutarle. Desideriamo confini più evidenti, proprio perché abbiamo la possibilità di attraversarli sempre più spesso. Vogliamo che ci dicano con certezza chi siamo, proprio perché abbiamo la possibilità di essere altro.

Viviamo nel segno di Hermes, il veloce dai calzari alati, dio degli incroci, delle porte della città, messaggero degli dei, tra il mondo e l’oltremondo, protettore dei mercanti (che per definizione scambiano e uniscono attraverso il commercio), ma significativamente anche dei ladri e dei bugiardi, capace di decifrare i significati (l’ermeneutica) superando la barriera delle lingue, della cui scrittura è l’inventore, e di interpretare i sogni, altro modo di mettere in comunicazione sfere diverse del vivere, e forse altri mondi. Mai come oggi, inoltre, la cifra interpretativa delle culture non è la loro manutenzione ordinaria affinché rimangano illusoriamente uguali a sé stesse, ma molto più radicalmente la loro trasformazione continua, anche grazie al meticciamento, alle forme di mixité personali, alla creolizzazione, a quella che a proposito di mode, cibi, stili e prodotti chiamiamo fusion. Ci si mischia nelle carni, perché ci si mischia nelle scuole, al lavoro, nei quartieri, nell’attività sportiva, nelle affinità elettive che spesso si manifestano maggiormente attraverso le diversità: anche perché abbiamo una scelta sempre maggiore tra opzioni differenti a disposizione, accompagnata dalla libertà stessa di scegliere. Mai come oggi tradizione, secondo una notissima frase di Mahler, significa custodire il fuoco (che è trasformazione continua e impetuosa), non adorare le ceneri (ormai morte e quindi sterili). E del resto il costruzionismo ci insegna da tempo che le tradizioni sono più spesso inventate che tramandate (The Invention of Tradition è il titolo di un libro seminale curato da Hobsbawm e Ranger) e le comunità più spesso immaginate che osservate (Imagined Communities è quello di un altrettanto famoso testo di Anderson).

Le tendenze a una mobilità sempre maggiore sono evidenti, e neanche la pandemia prossima ventura riuscirà ad arrestarle: del denaro, delle informazioni e delle merci, ma anche delle persone, dato che viviamo in un mondo in cui appena un anno fa il solo turismo – che è un pezzo soltanto della mobilità globale, che include le migrazioni – produceva oltre il dieci per cento della ricchezza e dell’occupazione mondiale. Sempre più persone vivono in maniera intermittente, o in periodi diversi della loro vita, in città in cui non sono residenti o in Paesi di cui non sono cittadini, cambiando progressivamente la nozione stessa di estraneità e alterità, di out-group, ma anche quella di in-group (che, tuttavia, se ne accorge meno), dimettendosi da identità e acquisendone di nuove. Un numero sempre maggiore di diritti viene attribuito anche a quelli che vengono “da fuori”: dai diritti civili a quelli sociali fino a quelli politici (in molte realtà il diritto di voto amministrativo viene attribuito anche ai non cittadini, purché residenti da un certo tempo, e di converso molti cittadini non lo esercitano). Gli stranieri dunque saranno tecnicamente sempre di più, ma grazie anche alle tecnologie e ai cambiamenti nella sfera dei diritti, si sentiranno (ci sentiremo) sempre meno tali. Tutti un po’ stranieri perché cittadini solo fino a un certo punto e anche cittadini di qualcos’altro – e al contempo meno estranei perché in fondo lo saremo tutti, nella misura in cui aumenta il senso di estraneità a un mondo complesso e in continua trasformazione, a prescindere dal luogo in cui ci si trova.

 

Senza stranieri, in “Confronti”, n.2, febbraio 2021, p.37

Chiusura scuole: una società che ha dimenticato i giovani

Nessuno ha la verità in mano: né quella scientifica né quella politica, ammesso e non concesso che una cosa del genere possa esistere (anche quella scientifica, del resto, non si pretende tale: siamo noi che la interpretiamo così). Possiamo solo valutare le decisioni: nelle loro conseguenze, ma anche nelle loro premesse. E sulla base di queste ragionare ad alta voce sulla decisione presa dalla Regione Veneto di tenere chiuse le scuole superiori fino al 31 gennaio (e poi chissà…).

Intanto, con un minimo di onestà intellettuale: lo si capiva da dicembre, che non avrebbe riaperto. Troppe forze tiravano in quella direzione. Parte degli insegnanti (una parte minoritaria, va detto: e dispiace che sia quella che fa notizia), timorosi delle conseguenze sulla (loro) salute: ma ci domandiamo cosa dovrebbe dire, allora, il personale ospedaliero, anch’esso giustamente obbligato a tenere in funzione un servizio pubblico essenziale, peraltro in prima linea, correndo naturalmente dei rischi. Parte delle famiglie, preoccupate della salute dei loro figli: ma, forse, solo di quella fisica, e proprio di nient’altro. Buona parte della politica, consapevole del fallimento di fronte all’opinione pubblica cui sarebbe andata incontro: perché i contagi sarebbero aumentati, anche se non per colpa della scuola in sé, che la sua parte l’ha pur fatta, ma per il contorno, a partire dal sistema dei trasporti, che ci avrebbe comunque mostrato fotografie di treni e bus sovraffollati – perché non sono stati implementati, o non abbastanza, i piani straordinari che erano necessari in tempi straordinari. Tutti questi soggetti hanno spinto perché si trovasse la solita soluzione semplice a un problema complesso: il rinvio, nella speranza che le cose in futuro vadano meglio. Ma senza agire con sufficiente forza (non c’è nemmeno protesta, in giro) perché questo accada. E così, ancora una volta, la chiusura della scuola è diventata un ottimo alibi per inefficienze originate altrove.

Questa chiusura fa riflettere anche sui fondamentali che tengono in piedi la società: se ci riescono ancora. La diciamo in maniera semplice: che apra la produzione ma sia chiusa la scuola, dà l’idea delle priorità che la società si è data – senza alcun dibattito e riflessione collettiva, semplicemente come un dato. Abbiamo sempre difeso le ragioni della produzione, più in generale dell’economia. Quello che fa riflettere è che, tenendo ferma la scuola, si dia l’idea che essa invece non produce niente. Ce ne accorgeremo, di quanto sia sbagliata questa percezione: ma c’è il rischio che quando avverrà sia già troppo tardi. Per la tenuta del patto sociale, innanzitutto: che, essenzialmente, impariamo proprio a scuola.

Un altro fondamentale riguarda il patto generazionale. La diciamo in maniera sgradevole ma necessaria: muoiono soprattutto anziani, si tengono chiusi soprattutto i giovani, ai quali si toglie di più che a qualsiasi altra fascia d’età – il centro delle loro occupazioni, in buona parte il senso della loro vita. Anche questa sottovalutazione va avanti dall’inizio di questa pandemia (e per la verità da prima: da quando ci si è accorti che gli anziani sono di più e votano di più, e quindi si fanno leggi a loro beneficio – quota 100 è solo un esempio): lo dimostra quanto male stiamo decidendo di spendere i fondi di quello che continuiamo a chiamare “Recovery fund”, e che è nato invece come un “Next generation EU”, proiettato sul futuro anziché sul passato – noi lo stiamo usando per tamponare le falle, caricando di debito ulteriore le generazione successive, ma senza un progetto che le riguardi e le coinvolga. Anche di questo rischiamo di accorgerci quando sarà davvero troppo tardi. Le diseguaglianze generazionali, già in aumento drammatico con le maggiori difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro e le minori tutele e garanzie, rischiano con la chiusura delle scuole di togliere ai giovani l’unico punto su cui erano in vantaggio rispetto ai loro genitori: il maggiore livello di istruzione.

Se poi dovesse davvero accadere che gli impianti sciistici apriranno prima delle scuole superiori, avremo dato, come generazioni più anziane, il colpo di grazia alla nostra credibilità. Mostrando ai giovani che idea abbiamo di ciò che conta davvero: e quanto loro non siano tra le nostre priorità.

 

Abbiamo perso credibilità, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 6 gennaio 2021, editoriale, p. 1

Senza violenza di genere?

È possibile che la violenza contro le donne possa finire? Che in futuro ce ne sia di meno? Non è solo possibile: è probabile, oltre che giusto. Le tendenze misurabili – i dati – vanno in questa direzione.

I crimini contro le donne (violenze, stupro, femminicidio) hanno vissuto di una lunga legittimazione storica: culturale e anche religiosa. L’inferiorizzazione della donna ne era la premessa antropologica, che ne ha fatto quasi un universale culturale. Ma non è un destino: e i passi avanti fatti anche solo nell’ultimo mezzo secolo mostrano un’accelerazione incoraggiante. Nel campo del diritto forse anche più velocemente che in quello del costume. Basti pensare che molte forme di violenza, a cominciare da quella verbale, di harassment (molestia), di stalking, non erano – ma sono diventati – reati, sempre più spesso effettivamente perseguiti, seppure ancora occasionalmente giustificati. Il comune sentire è cambiato. E cambierà ancora. Grazie alla mobilitazione delle donne, e concretamente alla loro sempre maggiore presenza nelle istituzioni legislative, nella magistratura, fino alle forze di polizia e ai media. C’è ancora una quota di sottosegnalazione di questi reati che deve far riflettere – troppo spesso non denunciati – ma è cresciuta la disponibilità a farlo, e ad andare fino in fondo. Gli strumenti ci sono. Quella che viaggia meno in fretta della legge è la capacità maschile di cogliere il problema. Perché la comprensione di questo processo è un dato di genere: le donne lo capiscono benissimo che cosa è violenza – gli uomini non sempre.

Difficile non notare che questo dramma sociale è infatti figlio di un problema culturale. Che c’entra con la definizione del ruolo del maschio (non dell’uomo: del maschio) nelle società contemporanee. La modernità ha messo in crisi la sua centralità: ha liberato le donne dal giogo del dominio maschile, dando loro – grazie alle loro lotte e alle loro conquiste: l’emancipazione non è stata un regalo – un potere che prima era loro negato. Di scelta, di autodeterminazione, di appropriazione di spazi e ruoli, di creazione di nuovi mondi e modi di relazionarsi. Con gli uomini, ma anche a prescindere da essi. Una parte degli uomini ha saputo cogliere le opportunità di questa trasformazione, da cui ha tutto da guadagnare. Una parte invece – e non importa se laici e progressisti, o al contrario tradizionalisti e in cerca di motivazioni religiose – proprio non ci riesce: restando ancorata a un ordine patriarcale considerato come un dato, inamovibile, e trasversale rispetto a opinioni, credenze, livello di istruzione, classe sociale.

Non stupisce quindi che alcuni, tra i maschi, non ci arrivino. Che non capiscano che sarebbe anche un loro vantaggio e una loro vittoria superare l’idea di donna che ancora passa in molto immaginario maschile. Che non sappiano superare un’idea di proprietà individuale, di possesso esclusivo, di gelosia ossessiva – di un potere malinteso e malsano – che non ha nulla a che fare con la gratificazione e men che meno con l’amore. Che dunque non sappiano rendersi conto del fatto che il problema sta soprattutto nel non riconoscerlo, il problema, al punto di non accettare la sua esistenza. E quindi nell’incapacità di chiedere aiuto: alla donna, magari. Ricercando una forma di relazione diversa, autenticamente paritaria e con-divisa, basata sulla col-laborazione, il lavoro fatto insieme, e non sul dominio e la sopraffazione.

Se il correlativo al maschile del femminicidio non esiste, la spiegazione sta qui. C’è un problema di maggiore tutela delle donne, quindi: specie quando si tratta di aiutarle a denunciare le violenze e a proteggerle una volta fattolo. Troppe volte la società non è stata capace di fare nemmeno questo, e molto di più si potrà fare e si farà. Ma i femminicidi – e più in generale le violenze di genere – sono questione degli uomini. Perché sono loro a compierli. E su di loro bisogna dunque soprattutto lavorare. Con un lavoro di prevenzione che è eminentemente culturale. È la cultura buona a sconfiggere quella cattiva. È l’educazione ai sentimenti, e l’apertura alle diversità nelle definizioni di genere e di modelli familiari, che sconfigge l’ineducazione del paternalismo possessivo e l’analfabetismo affettivo. È un lavoro lungo: che la società ha cominciato a fare. Forse riuscirebbe meglio se cominciasse onorando le vittime. E chiedendo loro scusa.

 

Senza femminicidi, in “Confronti”, rubrica “Il mondo se…”, gennaio 2021, p. 37

Che cosa ci ha insegnato il 2020

Adesso che ce lo siamo lasciati alle spalle, possiamo anche provare a tentare un bilancio di questo strano 2020. Annus horribilis, come scrivono in tanti? Certo, imprevedibile. Nessuno, a dicembre 2019, avrebbe potuto anche solo lontanamente immaginare quello che è successo.

Ma che cosa è successo? O meglio: che cosa è successo veramente? I fatti più o meno li conosciamo: è arrivato un virus inaspettato e impensabile, la cui conseguenza è stata una pandemia che ha fatto ammalare e poi morire un po’ di gente, producendo degli effetti collaterali sulle relazioni sociali (quello che avremmo imparato a chiamare distanziamento, portato in alcuni periodi fino al limite dell’autoclausura in casa propria), che a sua volta ha prodotto una crisi economica più seria di altre. Tutto qui, potremmo dire. Niente di tragico, in fondo, o di realmente rovinoso. La storia ci ha abituato spesso a scenari di questo genere, e anche solo nel secolo che ci sta alle spalle ne abbiamo vissuti di ben altrimenti catastrofici: cos’è qualche decina di migliaia di morti, per lo più anziani, e una perdita di ricchezza intorno al 12%, di fronte alle distruzioni di una guerra, al sacrificio di milioni di giovani, o agli orrori quotidiani di un totalitarismo, per dire? Ma in realtà c’è stato qualcosa di più e di più profondo: che ha cambiato più che in altri momenti il clima emotivo in cui siamo immersi. Con conseguenze più serie di quelle che ci si sarebbero legittimamente potute aspettare.

Quello che è avvenuto, infatti, è stato uno stop brusco a una corsa forsennata, di cui non avevamo chiarissima la direzione, e le cui premesse erano fondate su basi meno solide di quelle che ci raccontavamo. Facendoci misurare di nuovo con paure antiche e potenti, precipitandoci in una crisi economica più grave di quanto mostrino i numeri (perché le sue conseguenze sono molto mal distribuite, ed è una crisi di senso e di fiducia nella bontà del sistema), trasformando radicalmente la nostra gerarchia di aspettative, aprendo a scenari di limitazione – consentita, se non consensuale – delle nostre libertà che avremmo considerato inaccettabili fino al giorno prima.

Questo, è successo. Che ci siamo scoperti fragili: come individui, alla mercé di un nemico invisibile (e proprio per questo più terrorizzante, come nei film horror), come collettività e comunità (obbligati a distanziarci per non più esserlo), e come sistema (economico, ma anche decisionale e quindi politico: tuttora impallato in un groviglio di incompetenza, inadeguatezza, pressapochismo, impreparazione, lentezza di reazione e ritardi da cui non sembra saper uscire). Il tutto immerso in una bulimica quotidiana ostensione mediatica, che poco produce sul piano informativo, e moltissimo contribuisce all’isteria collettiva, e ad alimentare, in un circolo vizioso della cui forza non ci rendiamo conto, proprio i timori che dovrebbe aiutarci a comprendere ed esorcizzare.

Abbiamo riscoperto che la morte esiste ed è persino possibile, cosa che – credendoci amortali – avevamo rimosso (ancora una volta, come individui, come collettività e come sistemi). Lo stesso per la malattia, e per il male, che eravamo convinti fossero due cose diverse, e invece abbiamo riscoperto uniti, non solo nell’origine della parola (mentre dobbiamo ancora riscoprire che pure salute e salvezza – anche sul piano sociale – originano dalla medesima parola, salus, che infatti in latino traduce entrambe le cose).

Abbiamo anche riscoperto il significato vero di alcune parole preziose, che in tempi normali restavano vaghe, e che hanno invece assunto un’immediata concretezza. Come relazioni (con i corollari di solidarietà ed empatia), spazio (quando ci hanno rinchiusi), aria (quando ce ne hanno lasciata solo un’ora, come ai carcerati). Ma anche come tecnologia: il salto quantico che abbiamo fatto ci ha cambiati e ha cambiato irreversibilmente la società – pensiamo alla scuola e all’istruzione, non solo allo smart working – più di quanto ci siamo accorti.

Quando ci saremo ripresi dalla botta emotiva, e smettendo di leccarci le ferite ci daremo da fare per riscostruire, aprendoci quindi alla fiducia e alla speranza che ogni progettualità implica, riscopriremo anche la virtù della resilienza: che è il vero contrario della fragilità (non forza, come spesso crediamo). Non un vago e vacuo ottimismo, ma la capacità di riconoscere, nel bicchiere mezzo vuoto, il bicchiere mezzo pieno, le opportunità, quindi, e gli strumenti per superare le difficoltà.

 

I significati ritrovati nella crisi, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 31 dicembre 2020, editoriale, p.1

L’anno che verrà. Le trasformazioni sociali a venire

Immaginare come cambieremo nell’anno che verrà è come imbarcarsi in un oroscopo collettivo. L’importante è che nessuno controlli, alla fine del 2021, come è andata veramente. Come accade agli astrologi: ciò che costituisce la loro fortuna. Noi, che viviamo anche troppo nel presente, vogliamo conoscere, divinare, profetizzare, o almeno intuire il futuro: più raramente ci confrontiamo con i bilanci e i raffronti con il passato. Ecco, qui faremo uso di un po’ di intuizione: osservando le trame del presente per cercare di cogliere qualcosa sulle tendenze dell’immediato futuro. Scusandoci in anticipo: perché, a differenza che negli oroscopi, scritti per dare almeno qualche soddisfazione al lettore, qui le notizie iniziali non saranno affatto buone.

La demografia, che ci offre il materiale umano su cui si fonda, si forma e si trasforma la società, ci dà la prima cattiva notizia: nasceranno meno bambini, come sempre avviene nei periodi di crisi economica e incertezza sociale, caratterizzati da un clima psicologico depressivo – come già avvenuto quest’anno; avremo dunque una società più vecchia, più fragile e malata. Il rimbalzo ci sarà, ma non sarà immediato: avverrà alla ripresa, quando sarà il momento della ricostruzione, che sempre si accompagna a nuove speranze, a un’idea di miglioramento – quindi, se va bene, nella seconda metà dell’anno (se non in quello successivo), non nella prima, che sarà quella in cui la crisi colpirà più duro (il peggio purtroppo è davanti a noi, non alle nostre spalle: la mortalità maggiore delle aziende ci aspetterà quando i ristori saranno finiti, i licenziamenti di massa aspetteranno la possibilità legale di farli – e la contrazione dei consumi sarà l’effetto inevitabile del calo del PIL e della minore disponibilità economica delle famiglie). In più non potremo contare sull’apporto dell’immigrazione, che è già diminuita anch’essa, e a cui siamo diventati – essendo in crisi – ancora più insofferenti. Il fatto che la valvola di sfogo dell’emigrazione abbia anch’essa prevedibilmente numeri inferiori rispetto al passato, a causa della chiusura dei confini di diversi Paesi, rischia di portare nelle nostre case, e tra i nostri giovani, un maggiore tasso di insoddisfazione e di frustrazione.

Naturalmente questa situazione aprirà a maggiori bisogni socio-assistenziali: da quelli di base (buoni pasto, spesa solidale, contributi per bollette da pagare, con un ruolo crescente tanto del volontariato quanto dei servizi sociali, soprattutto dei comuni) ai problemi legati a tensioni familiari e sociali, con la conflittualità conseguente, di cui faranno le spese i soggetti più deboli delle famiglie, a cominciare dai bambini. Occorrerà dunque attrezzarsi con servizi a misura di queste e altre fasce di popolazione meno tutelate, comprese quelle a cavallo tra lavoro regolare e irregolare: chi ha lavorato in nero o in grigio avrà meno ammortizzatori sociali, e tra costoro ci saranno fasce significative di autoctoni, e maggiori di immigrati.

Meno incontri, più intensi? Bisogna re-inventarsi motivi diversi per incontrarsi con altri, dato il bisogno di relazionarsi. Il che potrebbe portare a una nuova riflessione sul senso stesso dell’incontrarsi, come in parte già successo, in modo più brusco, quest’anno. La prevista contrazione dei consumi avrà anche effetti sociali imprevisti. Data l’impossibilità tecnica dovuta alla diminuzione delle risorse disponibili, si osserverà la progressiva rarefazione del rituale del consumo come bisogno compulsivo e come scusa per la socialità: aprendo forse al recupero di altre modalità di incontro, con più attenta selettività. Lo stesso effetto dovrebbe avere anche l’impossibilità o comunque la diminuzione degli incontri occasionati dagli sport di massa, sia praticati che supportati in termini di tifo, e dagli spettacoli ed eventi. Un effetto simile si potrebbe avere sul comportamento religioso: lo stop forzato agli incontri rituali più ‘larghi’, potrebbe portare ad altre forme e modi di incontrarsi, per piccoli gruppi, forse con qualche effetto sull’intensità della relazione e sull’approfondimento dei contenuti. Lo stesso – per quanto di per sé meno di interesse per molti – potrebbe accadere persino in politica. In parte ha già cominciato a succedere anche nel vasto mondo delle relazioni occasionate da altre motivazioni: dai congressi di categoria e scientifici, alla convegnistica. Comunque vada, nell’immediato futuro le occasioni di incontro di massa diminuiranno e saranno scelte con maggiore attenzione: il che produrrà una selezione relativamente alla loro importanza.

La scuola dovrà certamente continuare a convivere con la didattica a distanza, intervallando attività in presenza e in remoto: in questo caso sarà una trasformazione di lungo periodo, ormai acquisita, che investirà tutto il mondo della formazione, inclusa quella professionale e il lifelong learning. Da misura emergenziale diventerà elemento strutturale della futura organizzazione scolastica: che dovrà prevedere significativi investimenti formativi e tecnologici, e immissioni di forze giovani e fresche, per poter raggiungere anche le fasce più marginali della società ed evitare che anche l’istruzione divenga un ulteriore fattore di diseguaglianza sociale. Che è già aumentata significativamente, dividendo la società attraverso nuove fratture, sempre più visibili: tra garantiti e non garantiti, tra generi e tra generazioni – le “3 G” che segneranno le fratture sociali future, quelle maggiormente sensibili e significative.

Ci sarà più conflitto sociale. O forse no: perché a fronte di un bisogno che potrebbe radicalizzare ed esacerbare le posizioni, la depressione diffusa non è mai stata un fattore di mobilitazione. Con il problema ulteriore che la rabbia non incanalata è meno pericolosa in termini di conflitto sociale esplicito, ma più dannosa per gli individui e la micro-conflittualità nelle relazioni primarie, a cominciare da quelle familiari. Ci sarà molto da fare per psicologi e psicoanalisti, per aggiustare la fisiologia delle relazioni prima ancora che per affrontarne la patologia.

Queste che di primo acchito appaiono come cattive notizie, contengono anche il germe di un cambiamento da volgere in positivo. Dopo tutto le crisi servono a questo, se diamo retta – e dovremmo farlo – all’etimologia della parola, che significa distinguere, separare, scegliere, discernere, giudicare. La crisi – anche nelle nostre biografie individuali – è sempre anche il momento in cui ci si rende conto che le cose potrebbero andare diversamente.

In positivo, si attiverà la ricerca di nuove strade, aiutati dal fatto che molte di quelle vecchie si riveleranno vicoli ciechi. Anche in economia, dove la mortalità prevedibile di molte aziende produrrà la nascita di nuove, pronte a rispondere a nuovi problemi, nuove sfide, nuovi bisogni. Dovremo del resto ingegnarci a trovare nuove forme di reddito, e quindi intraprendere nuove attività, attraverso un salto di qualità obbligato che avrà come effetto un maggiore tasso di innovazione. Sono gli ambiti in cui si potrà vedere maggiore entusiasmo, e capacità di resilienza.

Più recupero, riuso e riciclo, meno spreco e più innovazione volta a risparmiare, dovrebbero innescare un circolo virtuoso di sobrietà e responsabilità, non solo in ambito economico. Così come la ricerca di nuove forme di socialità, online e offline: volte maggiormente all’essenziale, anche se questo rischia di essere solo un auspicio.

Certamente nuovi servizi alla persona e di cura, molti dei quali a domicilio e forniti in maniera più elastica e meno burocratica, dovranno essere approntati: medici, psicologici, ma anche la fornitura di servizi (anche pubblici, comunali, ecc.), oltre che ovviamente quelli legati alle consegne di beni, dal cibo ai libri a molto altro. Ma molti servizi ritorneranno nel domicilio, poiché con lo smart working l’espressione “andare a lavorare” perderà di senso, e più frequentemente si resterà a lavorare: sia per le attività artigiane, che per i lavori già oggi fattibili in remoto, fino agli asili in casa. Anche perché il diminuito pendolarismo, il necessario ripensamento dei quartieri, il loro trasformarsi dalla monofunzione (dormitorio, o lavoro, o terziario, o legato a consumi e loisirs) alla multifunzione, darà nuovo ruolo ai negozi e alle attività di prossimità, producendo nuovi tipi di relazione di vicinato, orari urbani differenti – anche per i servizi – e altro ancora, costringendoci a ripensare alle città e alla loro vivibilità. Inducendo nuovi modi di gestire e passare il tempo, l’alternanza lavoro-famiglia-hobbies, ecc.

Abbiamo già imparato a tenere maggiormente conto delle nostre fragilità. Sarà necessario – e benefico – cominciare ad avere una diversa idea dell’insuccesso; imparare ad accettare il fallimento (e sarà più facile, dal momento che sarà più diffuso e non più individuale, e quindi meno oggetto di stigma), la temporaneità e reversibilità dei destini, in futuro sempre meno lineari e necessariamente ascendenti. Anche nelle relazioni familiari, visto che dovremo fare famiglia a nuove condizioni, più impegnative – e quindi forse a farla meno spesso: o con maggiore necessità di supporti relazionali e territoriali, esterni dunque al nucleo familiare.

Il diverso rapporto con la morte – molti se ne sono già dovuti accorgere – cambia la vita. È probabile che se ne abbia in futuro una nuova e differente consapevolezza: anche della dignità e della consapevolezza che è giusto accompagni il morire.

Di salute si parlerà in altra puntata di questa riflessione collettiva sull’anno che verrà. Qui accenniamo solo a una conseguenza che forse dividerà il nostro anno – dal punto di vista della socialità – in due: l’arrivo e la somministrazione del vaccino, che dal momento in cui avrà raggiunto coperture significative della popolazione ci aprirà progressivamente gli orizzonti. Ma non ci farà tornare alla vita di prima. Oggi sappiamo che questa pandemia potrebbe non essere l’ultima, ma la prima di una serie, progressivamente meno letali e drammatiche man mano che impareremo a conoscerle meglio. Potremmo doverci abituare dunque, non solo a un’economia, ma a una società intermittente, che alterni momenti di apertura e di chiusura, di intensità e di rarefazione. Ciò che ci spingerà a ripensare non solo l’idea di salute, ma di tante altre cose: in ambito sanitario implicherà il ritrovato ruolo della medicina territoriale e della prevenzione, ma influenzerà pervasivamente altri ambiti della vita sociale. Trasformandoci radicalmente. Crediamo in meglio.