Ironie della storia: gli albanesi e noi

Ve li ricordate, gli albanesi? Quelli arrivati con la nave Vlora, ad esempio? Ventimila persone (ventimila!) arrivate con una nave sola, l’8 agosto 1991: il più grande sbarco di immigrati della storia italiana. In gran parte furono rimpatriati con una menzogna, dicendo che li si sarebbe portati altrove, ma sempre in Italia: compensati con un paio di jeans e poco più. Ma negli anni successivi sono continuati ad arrivare.
Oggi sono quasi mezzo milione, quasi un decimo degli immigrati in Italia, e non spaventano più nessuno. Al punto che gli stessi (e gli stessi partiti) che allora e negli anni successivi non li volevano proprio, organizzavano manifestazioni contro di loro e contro gli altri immigrati, raccoglievano voti utilizzandoli come capro espiatorio di mali sociali che stavano altrove, oggi firmano accordi con il loro paese d’origine per aiutarci a gestire proprio l’immigrazione irregolare che loro rappresentavano, appena trent’anni fa. E non è solo la politica ad aver cambiato idea: il che è segno di saggezza, anche se è sospetto che sia accaduto solo quando si è visto che poteva fare comodo. È anche la gente, quella stessa che all’inizio li rifiutava, che li ha poi accolti senza problemi: lavorano e hanno creato moltissime imprese (oltre 50mila, in cui sono assunti pure molti italiani), i matrimoni misti sono tantissimi, qualcuno è stato addirittura eletto dagli italiani per rappresentare i loro interessi e governarli: come la giovane avvocatessa Sindi Manushi, oggi sindaca di Pieve di Cadore (che peraltro è riuscita anche a diventare italiana, seppur mettendoci quasi quindici anni).
Ecco, dovrebbe dirci qualcosa, questa ironia della storia, questa solo apparentemente sorprendente nemesi storica, questa rivincita silenziosa. Perché la loro storia è la storia di tutte le migrazioni: solo che non si ama ricordarla. Né si fa tesoro dell’esperienza. E nemmeno si vuole accettare che accada così anche per gli altri immigrati.
Ma torniamo agli accordi siglati con l’Albania: di fatto uno specchietto per le allodole. Non che non si debbano fare accordi con altri paesi, per governare l’immigrazione: al contrario. Ma con i paesi di provenienza e di transito: e aprendo canali regolari di ingresso, cosa che ancora non si fa, non solo demandando ad essi politiche di contenimento. La ratio di questo accordo invece è la pura esternalizzazione di una funzione: fare là quello che normalmente si fa qua. Ufficialmente con la scusa che sia funzionale. Il problema è che non lo è. Oltre a essere enormemente costoso. È un po’ come se, per risolvere il problema delle liste d’attesa in sanità, aprissimo un ospedale a Tirana, e ci portassimo medici e pazienti italiani. Qui si fa lo stesso. Si prendono degli immigrati da Lampedusa o intercettati in mare, li si portano in Albania, in una base ristrutturata a spese nostre, con un fondo di garanzia per gli acquisti e le spese correnti, si porta personale amministrativo e di polizia dall’Italia (con le indennità e i sovracosti relativi), si esaminano le pratiche – si dice – di tremila persone al mese (ma se è davvero possibile farlo in Albania, perché qua ci mettiamo anche un anno e più?): poi, i richiedenti asilo riconosciuti, li si dovranno riportare in Italia. E quelli non riconosciuti, con tutta probabilità, ce li ritroveremo comunque da noi, perché riproveranno a entrare irregolarmente via mare dall’Albania o via terra lungo la rotta balcanica. Con il risultato di aver speso una cifra assurda per gestire delle pratiche che avremmo potuto gestire con molto meno in Italia. Un risultato, tuttavia, lo si sarà ottenuto, ed è la vera ragione dell’accordo: si potrà dire al proprio elettorato che si è fatto qualcosa per liberarsi di un po’ di immigrati giudicati inutili. E questo proprio mentre le nostre imprese, il nostro turismo, la nostra agricoltura e i nostri servizi, inclusi quelli alla persona, continueranno a lamentare la carenza di immigrati utili.
Se poi l’obiettivo, come si dichiara, è dissuasivo (spaventare gli immigrati, facendo loro balenare il rischio di essere portati altrove, anziché in Italia), è pura illusione che questo possa far diminuire le partenze. Non ci riescono i muri, che producono il solo risultato di aumentare la lunghezza, la durata e la sofferenza del viaggio. Figuriamoci se ci può riuscire una deviazione in più, per persone che hanno alle spalle migliaia di chilometri di viaggio, e di deviazioni ne hanno dovute già fare molte.
Infine, se la logica è esternalizzare, cioè usare i servizi di altri paesi, facendo fare ad altri quello che noi facciamo peggio, avrei una proposta: allarghiamola. Perché non far gestire il welfare alla Svezia, la burocrazia alla Germania, la giustizia alla Francia, la scuola alla Danimarca, le tasse all’Olanda?

Ironie della storia: noi e l’Albania, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 26 novembre 2023, editoriale, p.1

Bilancio di un ventennio: in sintesi…

È una tentazione a cui è difficile sottrarsi quella di fare bilanci a cifra tonda. Lo facciamo nel privato, festeggiando i compleanni con lo zero con enfasi particolare. E lo facciamo nel guardare retrospettivamente al nostro passato. A quasi ogni decennio, non a caso, tentiamo di dare un significato preciso, più di quanto sia lecito fare. Per questo ricordiamo i ’60 come gli anni del boom, i ’70 come quelli della protesta, gli ’80 come il decennio del riflusso, i ’90, forse, come gli anni delle speranze deluse (nasceva la seconda repubblica, ma dagli scandali di Tangentopoli, non dalla speranza di un mondo migliore).
Gli ultimi due decenni, più che dalla politica e dai movimenti sociali, sono caratterizzati dal ruolo dirompente assunto dalle tecnologie nelle nostre vite (quasi tutti gli strumenti, le app e i social che si mangiano gran parte del nostro tempo sono progettati o introdotti nel primo decennio di questo nuovo millennio), ma anche, soprattutto nell’ultimo decennio, dalle grandi crisi: economiche prima (si comincia con quella finanziaria del 2008), poi la presa di coscienza di quella climatica e ambientale, poi quella pandemica che fermerà il mondo temporaneamente e metterà in crisi la nostra idea di sviluppo globale forse definitivamente, infine quelle geopolitiche (che del resto avevano aperto il millennio, con l’abbattimento delle torri gemelle e la scoperta del terrorismo globale), fino all’Ucraina, e al riaprirsi del conflitto israelo-palestinese, e tutte le altre che ci siamo nel frattempo rapidamente scordati. Crisi, che diventano anche di senso, di prospettiva (non abbiamo più risposte alla domanda: dove stiamo andando?): e da cui non ci siamo più ripresi.
È una crisi anche quella demografica, che introduce una variabile ignota in passato, ma che ci cambierà radicalmente: le cui radici risalgono al secolo precedente, ma delle cui conseguenze ci accorgiamo solo adesso. Le nascite sono crollate, e siamo sempre più vecchi, anche se Trento e Bolzano stanno relativamente meglio rispetto alla media nazionale. In più abbiamo ripreso a emigrare, mentre l’immigrazione si è ormai consolidata nel passaggio generazionale, grazie ai nuovi italiani nati qui. Ma di queste immigrazioni abbiamo sempre più paura. Da un lato ci tocca ammetterne l’indispensabilità nel mondo del lavoro, dall’altro non ne vogliamo accettare le implicazioni, anche solo nella loro visibilità, ed erigiamo nuovi muri, mentali prima che fisici (e anche burocratici e legislativi).
Ed è una crisi anche quella della politica, dell’investimento nella casa comune, dei soggetti che pretendevano di guidare la società, dai partiti politici (oggi sempre più simili a consorterie dedite essenzialmente alla propria autoperpetuazione) alla chiesa, che resta una riserva etica importante, ma ha perso anch’essa incisività. Nella società è emerso un individualismo diffuso, che ha portato all’enfasi sui diritti soggettivi anziché su quelli da rivendicare collettivamente. Legati all’identità sessuale o alla bioetica, ma in realtà pervasivi, come mostrano gli egoismi anche generazionali (lo si vede quando si tratta di ripartire le risorse e gli investimenti: ognuno porta acqua al proprio mulino, che si tratti di pensioni o di qualche bonus).
Con l’individualismo si è diffuso il rancore di massa, la rabbia sorda e inconcludente, senza obiettivi, pronta a sfogarsi alla prima occasione, nei confronti del nemico politico e del capro espiatorio di turno (i social, ma anche le gazzarre televisive che vengono chiamate talk show, ne sono una riprova quotidiana, insieme a certa violenza banale, da incidente stradale o da rissa in un locale). E con il rancore si è innescato il ritorno delle tribù, l’insularità tra simili con lo stesso obiettivo (contro qualcuno più che per qualcosa). E si è accentuato un gap generazionale che forse non è mai stato così visibile e incisivo: neanche più il nuovo mondo dei giovani, che si ribella al vecchio, ma mondi separati e spesso non comunicanti – non si contesta neanche più, si vive altrimenti.
Di tutto questo, la politica è oggi uno specchio, forse ulteriormente deformante. E così, chiusi ciascuno nel proprio particolare, abbiamo perso la capacità di investimento sul futuro (complice la caduta del potere d’acquisto, la diminuzione dei salari reali, e anche una diffusa e impalpabile paura – raramente giustificata – che domina la vita cittadina di molti), cui è seguito il pessimismo come orizzonte. Come se si fosse persa la bussola, un orientamento, i punti di riferimento, le solide certezze che fanno sì che si sia capaci anche di grandi slanci, di nuove esplorazioni.
Eppure – seppure all’ombra della crisi ambientale e climatica – il futuro è potenzialmente esaltante. Le possibilità saranno enormi: il problema sarà far crescere di pari passo la capacità di immaginarle e di gestirle. Longevità, scoperte scientifiche, intelligenza artificiale e liberazione potenziale dal lavoro più duro e dai suoi ritmi e luoghi, come ci ha insegnato lo smart working. Ma questo ci riporterà ai problemi sociali di sempre: in primis la lotta alle diseguaglianze, per fare in modo che quello che è già a disposizione di pochi possa essere patrimonio di tutti.

pubblicato in “Corriere del Trentino” e “Corriere dell’Alto Adige” il 21 novembre 2023, in occasione dell’edizione del ventennale delle due edizioni locali del “Corriere della sera”

Fine vita: discuterne seriamente, non con slogan

È triste che le discussioni sul fine vita ricadano nella consueta logica binaria (giusto/ingiusto, buono/cattivo, vero/falso, e nel caso di specie vita/morte) che portano a schierarsi prima ancora di cercare di capire. Perché il problema è innanzitutto quello di definire il problema. Non si tratta di abbreviare la vita o anticipare la morte: ma precisamente di definire che cosa è vita e che cosa è morte. Per questo dovremmo rifiutare con fastidio e persino con indignazione e scandalo chi si autopropone come pro vita, come se altri fossero pro morte. Se siamo adulti ragionevoli, almeno (purtroppo, ascoltando taluni politici e opinionisti, è lecito dubitare che lo siano: probabilmente è anche questo uno dei casi in cui il senso comune è più avanti di chi pretende di rappresentarlo).

Proviamo ad approssimarci alla definizione del problema. L’aspettativa di vita di ciascuno di noi si è allungata enormemente, e in un secolo è praticamente raddoppiata. Il problema è che l’allungamento degli anni in buona salute non è proporzionale all’allungamento della vita, e anzi la sproporzione cresce continuamente. Forme di malattia, di decadimento e di sofferenza una volta rare e inusuali sono oggi esperienza diffusa, quasi di massa. Il che significa che la parte finale della vita (spesso anni, talvolta decenni) diventa per molti sempre più difficile, dolorosa, onerosa, in qualche caso insostenibile: più un’agonia (che in greco significa lotta, faticosa e dall’esito incerto per definizione), che un sereno andarsene. La medicina (più correttamente: la tecnologia e la chimica applicate massicciamente al bios) ormai può tenere in vita indefinitamente un corpo: ma, appunto, è vita?

Come rispondeva il cattolicissimo filosofo Giovanni Reale ai cattolici troppo facilmente e facilonamente schierati imbracciando le loro certezze pro vita come armi, se un corpo è tenuto in vita da una macchina, e in grado di vivere solo grazie ad essa, sostenere questa scelta è una sacralizzazione della tecnica, non della vita. E, aggiungiamo noi, sancisce l’estensione del dominio della malattia, che ha la stessa radice etimologica del male e del maligno, sulla vita. Non a caso le cose sono più complicate di così, e gli schieramenti non sono affatto cattolici (o religiosi) contro laici: già ai tempi del caso Englaro l’opinione pubblica interna ai vari gruppi si suddivideva pressappoco a metà.

C’è in gioco una questione fondamentale di dignità della vita e di libertà di scelta, e dunque di chi ha il diritto di decidere e di disporre del proprio corpo, e di quello di chi non è (più) in grado di decidere per sé stesso. C’è una doverosa questione da porsi sulla naturalità o artificialità (o artificiosità) delle nostre scelte: così come c’è un ritorno al cibo e pure al parto naturale, non si vede perché non dovremmo avanzare una riflessione anche sulla morte naturale; evento escluso ormai dal nostro orizzonte domestico e ancor più medico-ospedaliero (per il quale la morte deve avere per forza una causa, come se non appartenesse alla natura l’idea che la vita ha anche una fine), ma che pure allude a una dimensione profonda, che dovrebbe farci riflettere anche sul riportare la morte a casa, in un orizzonte familiare, anziché ospedalizzarla per forza, anche quando non è né utile né necessario. Ma è giusto pure parlare di costi, economici e morali (e bisogna che qualcuno si assuma il coraggio civile di dirlo): ormai, per ciascuno di noi, il grosso della spesa sanitaria è speso negli ultimi anni, per tirarla in lungo, per così dire, talvolta fino all’estenuazione, non per vivere bene, o per migliorare la vita di chi – bambino, giovane, adulto – avrebbe il diritto di viverla meglio. E forse anche su questo dovremmo aprire una discussione: è davvero etico spendere sempre di più, talvolta indebitando famiglie o costringendole a scegliere tra le spese per i figli e quelle per i genitori, per allungare una vita, o talvolta un suo simulacro, di qualche settimana, mese o anno? Certo, quando non si può più guarire si può ancora curare, prendersi cura. Ma questo non vuol dire allungare indefinitamente agonie spesso protratte per volontà dei parenti di non lasciar andare i propri cari che per desiderio di questi ultimi: semmai accompagnare la vita che è rimasta dandole un senso, più che una durata maggiore – dare vita al tempo (rimasto), non tempo a una vita che forse non è più tale.

Fine vita, il binario sbagliato, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 3 novembre 2023, editoriale, p.1

Senza se e senza ma? Il conflitto israelo-palestinese visto da qui

Troppo poche manifestazioni di piazza, dicono in tanti. E troppo poco partecipate. Poche reazioni. Poca identificazione. Poca solidarietà. Troppa apatia, troppo disinteresse, di fronte alla tragedia che si sta svolgendo sotto i nostri occhi in Israele e Palestina. Ma è davvero così?

Guardandomi in giro, parlando con amici e colleghi (molti, con una conoscenza superiore alla media della questione, con studi e viaggi nelle zone coinvolte alle spalle, e magari parenti, amici, conoscenti e sodali da quelle parti), ma anche confrontandomi con i miei studenti in università, ho una sensazione diversa. Quella che gli editorialisti dei giornali e i commentatori televisivi si ostinano a chiamare (equi)distanza, mancanza di partecipazione, colpevolizzandola, è semplicemente una realistica avvedutezza, una triste consapevolezza dell’inanità delle roboanti dichiarazioni di principio.

È la politica politicante, ignorante della storia e superficiale oltre il limite dell’accettabile (il peggio dei discorsi di questi giorni l’ho sentito a Radio Radicale, nelle dirette dal parlamento, oltre che nei proclami degli estremisti e degli oltranzisti di professione), è quella parte di sistema mediatico che di mestiere giudica e commenta (l’altra fa un lavoro preziosissimo di testimonianza, con i rischi relativi, che chi pontifica dal salotto di casa non corre), quella che lancia appelli e chiama a raccolta, che sente il bisogno di schierarsi da una parte sola, sempre senza se e senza ma: una delle frasi più ripetute e più idiote del nostro vocabolario politico, vetusta e al contempo infantile – il processo di civilizzazione è precisamente quella cosa che invece ci ha insegnato a distinguere, a discriminare, a comprendere i se e i ma, e anche i forse e i magari. Lo sguardo sociologico che cerco di insegnare ai miei studenti è fatto precisamente di questo: della capacità di mettersi da altri punti di vista, leggerli, confrontarli, compararli, e capire le complesse interrelazioni che sguardi diversi costruiscono e restituiscono. La società è questo: non il tifo calcistico che continuiamo a scambiare per politica, e applichiamo alla geopolitica. Il che non significa equidistanza, e nemmeno incapacità di scegliere. Si sceglie – si riconosce il terrorismo dalla guerra, il conflitto tra militari dalla strage di civili: ma consapevoli della vastità della tragedia, della sua incommensurabilità, che merita molto di più dello schieramento di principio, dell’apposizione di una bandierina.

Da qui una distanza abissale, tra chi si sente in dovere di stare dalla parte di quelli che ha deciso essere i suoi buoni (che si tratti di Israele o dei palestinesi), e che non può che passare il tempo a condannare chi sta da qualche altra parte o da nessuna. Tra chi discetta di malriposte certezze (assai poco solide, ma che pretende di imporre) e chi si lascia interrogare dal dubbio, dalla complessità, e soprattutto dal dolore, subìto o inflitto. Tra chi va in piazza in nome di una bandiera, e chi rifiuta proprio questa logica, cercando di capire ragioni, sragioni e torti degli uni e degli altri: perché solo da una operazione verità di questo genere potrà emergere una soluzione positiva, in un futuro che non è vicino, ma che proprio l’ignavia e l’inazione pluridecennale di chi oggi si affretta a schierarsi ha preparato. Tra chi sente l’impellente bisogno di schierarsi, e chi invece distingue tra oppressori e vittime incolpevoli, tra assassini e innocenti, e sta dalla parte degli incolpevoli e degli innocenti, ovunque siano. E, magari, cerca di dare una mano a superare la logica per cui le cose debbano andare avanti così, inesorabilmente.

Noi, oggi, qui, in Europa, meno coinvolti dal peso indescrivibile e innominabile del conflitto, cui partecipiamo solo per interposta persona, abbiamo il dovere proprio di questo: di quello che le parti in causa non sanno o non possono o non riescono o non vogliono fare. Preparare il terreno per una soluzione futura: che non potrà che tener conto di ragioni e percezioni diverse, di una storia di ingiustizie e violenze sedimentata nel tempo, diventata strutturale e istituzionale, tramandata di generazione in generazione. O quello in corso, in Israele e a Gaza, non sarà nient’altro che un ennesimo massacro, che ne preparerà un altro ancora, ancora più catastrofico. E via così, perpetuando la tragedia. Ma sollevati dall’esserci schierati. Come se fosse servito a qualcosa.

 

Medio Oriente: Osservare con gli occhi degli altri, in “Corriere della sera – Corriere di Bologna”, 15 ottobre 2023, editoriale, p.1

Schierarsi non è più sufficiente, in “Corriere del Trentino” e “Corriere dell’Alto Adige”, 17 ottobre 2023, editoriale, p.1

Meglio con i se e con i ma, in “Corriere del Veneto”, 18 ottobre 2023, editoriale, p.1

Immigrati: l’inflazione di provvedimenti emergenziali crea più problemi di quanti ne risolve

Cosa ci inventiamo oggi di nuovo sull’immigrazione? Sembra che funzioni così, la faticosa elaborazione di politiche sul tema. Per stratificazioni cumulative, anche in rapidissima successione. Una volta sono le ONG, subito dopo il decreto flussi (unica decisione che va nel senso di un’apertura: tutte le altre sono improntate a una logica suicida di chiusura totale), un’altra volta il raddoppio dei centri per il rimpatrio e l’allungamento dei tempi di detenzione nei medesimi, per poi rilanciare con un pagamento per non andarci (il prezzo della libertà?), e infine con discutibili iniziative sui minori, inframmezzando il tutto con uno scontro con la Francia sui respingimenti a Ventimiglia, e un altro con la Germania perché dà dei soldi a Sant’Egidio o a qualche ONG cui si imputa la responsabilità di salvare delle vite umane, sottoponendoci all’umiliante figuraccia di sentirci ricordare che è quanto fa anche la nostra guardia costiera. Tutte decisioni estemporanee sull’onda di una presunta emergenza, che dura ormai da anni se non decenni. Ma niente che venga deciso tutto insieme, lo stesso giorno, in nome di una riflessione complessiva, di un riassetto globale delle politiche. Oggi qui, domani là, con il contributo di tutti i ministeri: in prima linea ovviamente quello dell’interno, conditi però da una frase choc sulla sostituzione etnica rilanciata da quello dell’agricoltura, una polemica proveniente dalla difesa, un’altra che coinvolge gli esteri, per non parlare del ministro delle infrastrutture, che commenta a tutto campo spargendo parole in libertà su complotti e atti di guerra (per fortuna poco ascoltate nelle cancellerie straniere) anche se le tematiche non sono di sua competenza, con la premier che invece di fare sintesi dà la sensazione di volersi ritagliare un proprio ruolo diretto, come visto con la Tunisia o nella lettera al suo omologo tedesco. Una gara, praticamente. Un brainstorming permanente.

Tutto ciò non può che alimentare un iperattivismo inevitabilmente accompagnato da un crescente livello di improvvisazione, non di rado di irrazionalità, alimentato da una ossessione ideologica che viene da lontano, e da qualche eccesso di furore verbale: nell’assenza di una vera strategia e di azioni di prospettiva. Se ne è accorta persino la/il presidente del consiglio, che se non altro ammette che sull’immigrazione il governo non sta raggiungendo i risultati sperati. E si capisce, dato che l’obiettivo era e resta quello di combattere l’immigrazione, considerandola un problema in sé, anziché regolamentarla, gestirla, interpretandola come l’opportunità che invece rappresenta, per le imprese alla ricerca di manodopera, per una previdenza che altrimenti salterebbe prima del previsto, per una demografia che ci sta già penalizzando enormemente, ma i cui effetti saranno ancora più devastanti e impoverenti nel medio e lungo termine.

Si preferisce, anche adesso che si è al governo e non più all’opposizione, combattere una battaglia che mette a repentaglio i rapporti con i nostri alleati francesi e tedeschi (che, peraltro, paradossalmente, ricevono annualmente più richiedenti asilo di noi, che ci lamentiamo degli sbarchi) e produce isolamento (oltre che qualche probabile bocciatura) in Europa, pur di strizzare l’occhio all’elettorato interno. Inducendo peraltro a provvedimenti che sembrano animati, anziché dalla razionalità, da puro cattivismo, che è categoria politica e culturale assai più tangibile e diffusa del vituperato buonismo di cui tanto si è parlato in passato. Ne sono stati esempi le circolari per  spedire le navi delle ONG in porti lontani o impedire loro di fare più salvataggi nel corso della stessa missione (salvo smentirsi e chiedere il loro aiuto nei momenti di pressione maggiore). E ne sono dimostrazioni recentissime la decisione di portare a 18 mesi la permanenza nei CPR (che, se sono davvero centri per il rimpatrio, dovrebbero avere interesse a diminuire i tempi, anziché allungarli – mentre se diventano centri di detenzione di persone che non hanno commesso reati finiscono per essere semplicemente illegali), o la singolare proposta, mai avanzata né discussa prima, di inventarsi una cauzione da 4.938 euro da far pagare agli immigrati provenienti dai cosiddetti “paesi sicuri”, che dovrebbero fornire una fidejussione (siamo curiosi di vedere come, nella pratica, visto che anche per un italiano ottenere una polizza fidejussoria presuppone dichiarazione dei redditi, proprietà, un lavoro fisso, e banalmente un indirizzo di residenza). Per finire con l’inversione dell’onere della prova per dimostrarsi minorenni, l’inserimento dei suddetti in centri per adulti, e il raddoppio per decreto dei posti disponibili in strutture già oggi al limite della vivibilità.

Forse sarebbe più utile, invece di agire in preda a una spinta compulsiva all’(improvvis)azione, sostenuta da incontinenza verbale e motivata dai pregiudizi del passato, fermarsi un attimo, ragionare a freddo, pacatamente, magari ascoltando qualche voce esperta, copiando qualche esperienza riuscita altrove, e fare persino lo sforzo, maggioranza e opposizione, di fare delle proposte sostenibili, ragionevoli, pacate, non a scopo polemico, che guardino alle prossime generazioni anziché alle prossime elezioni (europee). Tanto, né da una parte né dall’altra, c’è davvero interesse a incancrenire il problema: prima o poi bisognerà offrire delle soluzioni. Che non si ottengono continuando a mettere l’uno contro l’altro, il cittadino contro l’immigrato, la destra contro la sinistra, il nostro paese contro gli altri. Solo quando capiremo questo, usciremo dall’emergenza permanente. E cominceremo a fare buon uso dell’immigrazione.

 

I migranti e le nuove invenzioni, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 29 settembre 2023, editoriale, p. 1

A cosa serve un confine?

Il 3 settembre 2023 ho partecipato al Festival di Emergency a Reggio Emilia, in due diversi appuntamenti.

Qui trovate la riflessione che ho fatto su “Identità individuale e collettiva: quale è il confine?”

Talvolta basta una linea per capire un problema complesso…

Qui invece la breve partecipazione all’evento “Europa: fortezza o Eldorado?”, con tanta altra gente interessante

 

Contro il sovranismo cinematografico

Ci mancava il sovranismo cinematografico. Proposto con il nome e l’accusa di appropriazione culturale: espressione orribile che dovrebbe essere bandita dal vocabolario, o semmai rivendicata in positivo, perché la cultura non conosce confini, è per definizione ascolto e introiezione, e proprio per questo è una ricchezza che si condivide, anziché qualcosa da godere onanisticamente in privato e quindi sterile. La polemica innescata da Pierfrancesco Favino alla Mostra del cinema di Venezia, contro la scelta dell’americano Adam Driver anziché di un attore italiano per interpretare un film su Enzo Ferrari, è dunque surreale e provinciale a un tempo, e anche discretamente autolesionista. Vediamo perché.

Cominciamo dalle ragioni di mercato, evidenziate dai produttori, anche se quelle culturali, di cui diremo tra poco, sono più urticanti. Il budget del film è di 100 milioni di dollari, e si rivolge a una audience globale: o ha attori riconoscibili e apprezzati nel mondo, o manco lo si sarebbe prodotto, girato, distribuito, e quindi di Ferrari (e del made in Italy di cui è simbolo) non si sarebbe parlato. Nulla vieta di fare un film italianissimo sullo stesso tema: che presumibilmente avrebbe un giro d’affari minore. Peraltro, anche quando i film li hanno fatti gli italiani su italiani, ma rivolti a un mercato più ampio, è andata così: il Casanova di Fellini era Donald Sutherland, e il Gattopardo di Visconti Burt Lancaster. In compenso Mastroianni e Loren sono stati apprezzati nel mondo perché hanno lavorato con registi italiani che erano a loro volta maestri riconosciuti internazionalmente, ma anche con registri stranieri e in ruoli non ‘italiani’, come dovrebbe essere ovvio. Il fatto che oggi – pur avendo attori straordinari, e tra essi Favino – manchi uno star system italiano influente nel business globale (che presuppone attori che parlino un ineccepibile inglese, tra le altre cose, visto che moltissimi paesi non doppiano i film), e non ci siano un Mastroianni o una Loren dei nostri tempi, forse è un problema del cinema italiano, non di Hollywood.

Veniamo alle ragioni culturali, più serie, anche per la loro implicita deriva politica. L’idea che solo gli italiani possano o debbano interpretare i ruoli di italiani è la negazione dell’idea stessa di cultura (e anche di tanto cinema italiano, dai peplum su Ercole e Maciste agli spaghetti-western con Giuliano Gemma). Con lo stesso criterio solo i tedeschi dovrebbero o saprebbero interpretare Beethoven, solo i francesi cantare la Carmen di Bizet (mentre non saprei come metterla con Rossini, nato italiano ma culturalmente francesizzato), solo gli inglesi recitare Shakespeare (che a sua volta non avrebbe dovuto appropriarsi delle storie di Romeo e Giulietta o del Mercante di Venezia), e solo gli americani girare western, appunto (quindi niente Sergio Leone). Mentre i Måneskin non dovrebbero fare rock, gli europei bianchi – Paolo Fresu, per dire – non dovrebbero suonare jazz, e i rapper italiani dovrebbero semplicemente sparire.

Anche il Napoleone di Ridley Scott, in uscita a breve nelle nostre sale, è interpretato dall’americano Joaquin Phoenix: i francesi dovrebbero protestare, boicottarlo, o reclamarne la proprietà? È esattamente il contrario: dal fatto che anche altri si interessino alla nostra storia e cultura abbiamo solo da guadagnarci. Così come dovremmo ringraziare che la lirica di Verdi la cantino anche i giapponesi, diffondendo lo studio della nostra lingua al di fuori dei nostri confini, cinesi o messicani o ghanesi suonino il repertorio vivaldiano, e ovunque si reinterpreti Volare e O sole mio: l’unica discriminante dovrebbe essere di farlo bene, credibilmente.

Grazie, dunque, a chiunque si appropria della cultura altrui, inglobandola e rinvigorendola: è così che il mondo ha potuto progredire, nell’arte, nella scienza, nella tecnologia e pure nella vita materiale. Per dire, se i nostri antenati avessero rifiutato l’appropriazione culturale, in nome magari della sovranità alimentare oggi da alcuni decantata, non esisterebbero nemmeno, nella nostra dieta quotidiana, la pizza e la parmigiana, dato che il pomodoro viene dal Perù, la melanzana dall’India e il peperoncino dalla Guyana (per non parlare del riso, della patata, della polenta fatta con il mais… E non avremmo scoperto il sushi di cui siamo i primi consumatori in Europa).

Bisogna dunque utilizzare le parole con cura: anche perché dall’accusa di appropriazione culturale alle farneticazioni sulla sostituzione etnica è solo un passo. Volendo, potremmo farci aiutare dalla biologia. Scopriremmo che dall’analisi del sangue non si capisce neppure di che razza è un uomo (ammesso e non concesso che le razze esistano), e l’analisi del DNA ci direbbe che Favino e Driver condividono il 99% del loro patrimonio genetico, e quindi è difficile motivare presunte diversità interpretative e maggiori idoneità sulla base dell’appartenenza nazionale: di certo, peraltro, hanno antenati comuni.

C’è un’ulteriore ironia, in tutto questo. Ed è che il sovranismo inconsapevole che fa parlare in negativo di appropriazione culturale finisce per scimmiottare, senza nemmeno accorgersene, il peggio dell’ideologia woke e del pensiero politically correct: quello che vorrebbe – partendo da buone intenzioni di cui è lastricata la strada per l’inferno – che solo i neri parlassero di neri, gli ebrei di ebrei, i latinos di latinos e i gay di gay. Non è la stessa cosa che dire che i ruoli di italiani dovrebbero essere interpretati solo da italiani?

 

L’errore del cinema sovranista, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 6 settembre 2023, editoriale, p. 1

Turismo, prezzi, balneari. La pazza estate italiana

Ci mancava giusto l’Economist. Che, in un articolo pubblicato questa settimana, stigmatizza giustamente la situazione delle spiagge italiane: in particolare lo scandalo dei balneari, e delle concessioni di fatto monopolistiche, eternamente prorogate senza mai introdurre una parvenza di concorrenza che possa spingere per migliorare il modello di business e l’offerta, e magari far scendere i prezzi – e soprattutto senza mai aumentare gli introiti per lo stato di concessioni mai aggiornate e spesso francamente ridicole. Per dire, uno degli stabilimenti più noti, per questioni di gossip politico, il Twiga di Briatore, a fronte di 6 milioni di fatturato paga allo stato solo 17mila euro di concessioni (ne ha dati di più, 26mila, al partito di cui è esponente una delle socie del titolare, che è anche ministro del turismo): e va a suo onore di sostenere che dovrebbe pagare molto di più. La protezione della lobby dei balneari, evidentemente molto potente, non risulta incomprensibile solo alla rivista che rappresenta la Bibbia del capitalismo globale: probabilmente anche il cittadino comune, potesse – che so – votare a un referendum in materia, sarebbe, visto che avrebbe tutto da guadagnarci, per la messa all’asta delle concessioni (il cui introito ammonta, per circa 12mila stabilimenti, secondo la stima della rivista, a circa 100 milioni di dollari in totale, che fa la risibile media di poco più di 8mila dollari ciascuno: all’anno – di affitto – per un bene di proprietà di noi tutti).

Non sono tuttavia solo i balneari il problema del turismo in Italia. L’estate è stata dominata dalla concorrenza presente e futura dell’Albania, in termini di qualità e prezzi: che è solo il newcomer dei concorrenti potenziali e reali. Ma c’è anche altro. Di recente un blogger e scrittore di viaggi australiano (che al turismo nel nostro paese ha anche dedicato un libro), intitolava una sua riflessione in questo modo: “Overcrowded, overpriced and badly managed: Why I’m done with Italy”. Traduciamo così: “Sovraffollata, ipercara e mal gestita: Perché ho chiuso con l’Italia” – per un po’, aggiungeva nel pezzo, e pur amandola. Ecco, se fossi un operatore turistico italiano mi confronterei con questi titoli, anziché lamentarmi delle esose richieste dei miei dipendenti, o della difficoltà di trovare manodopera per colpa del reddito di cittadinanza (le colpe stanno altrove). Per carità, non è un testo sacro, ma solo l’articolo di un adepto importante – anzi, un esponente del clero – della chiesa del turismo globale: ma è comunque un influencer, e qualche cosa conta, dato che prefigura un futuro che è già ampiamente leggibile nel presente. Quello di un turismo a due velocità, o se si vuole segregato per popolazioni: quello di alta gamma, che offre opportunità di pregio ma per pochi, e quello popolare che sta travolgendo le nostre città d’arte, ma anche molte località di mare e di montagna. Quello di un turismo di massa sfruttato senza freni e senza controlli, ma soprattutto senza governo. È questa infatti la parte che sottolineerei maggiormente. Molti luoghi del mondo sono “overpriced”: ma si sa, sono a disposizione dei pochi che possono permetterselo, e a loro va benissimo così. Molti sono anche “overcrowded”: il turismo di massa è una specie di male inevitabile, figlio della globalizzazione, dell’arricchimento del mondo, della democratizzazione dell’esperienza del viaggio – oggi alla portata di centinaia di milioni di tasche in più rispetto al passato. Ma che il fenomeno sia “badly managed” invece non è un destino: è il frutto di una lunga serie di non scelte, e anche di impreparazione e incapacità che non si ha il coraggio di ammettere. Che fa sì che l’Italia, per gli italiani stessi, sia una destinazione sempre meno appetibile. Perché oggi il turismo, che deve giocare sul doppio registro della qualità offerta e della quantità sostenibile, sempre più presuppone un governo, la presa di decisioni, basate su strategie, dunque su obiettivi, e anche valori di riferimento, non solo immagini da promuovere.

Alcuni problemi sono quelli dell’intero nostro sistema produttivo: aziende troppo piccole (più piccole che in Spagna, nostro concorrente di successo, nel settore alberghiero), troppo spesso a conduzione familiare (che, a differenza di quanto si immagina in Italia, non è necessariamente garanzia di miglior servizio), con livelli di istruzione del management e del personale più bassi che altrove. Aggiungiamoci la scarsa conoscenza delle lingue, e la tradizionale modesta capacità di indirizzo, a livello centrale e territoriale. Troveremo ampie ragioni per riflettere su un settore che è sì fondamentale, e con un’offerta unica nel panorama mondiale. Ma a proposito del quale è più utile ragionare sui limiti, per migliorarsi, anziché riposare sugli allori dei successi: presenti, indubbiamente (pensiamo al pur fondato trionfalismo sul Veneto prima regione per turismo in Italia), ma che si relativizzano se paragonati alla crescita dei nostri concorrenti diretti, spesso percentualmente maggiore. Nel lungo termine, ma temiamo anche nel breve, è su questo che si giocherà il futuro del turismo in Italia.

 

Spiagge, lobby e prezzi, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 29 agosto 2023, editoriale, p. 1

Immigrati: la politica dei ‘parcheggi umani’

Quando si sono spesi anni a fare della lotta all’immigrazione (e agli immigrati come persone) il proprio capro espiatorio, e ragione importante delle proprie carriere politiche, immaginando che dire “non li vogliamo” fosse sufficiente a farli sparire dall’orizzonte (come se si potesse dire la stessa cosa della povertà, delle spese per l’istruzione, o del maltempo, dell’inquinamento o del traffico, e questo giustificasse il non far nulla…), facendo finta di essere all’opposizione (nazionale) anche quando si è stati ininterrottamente governo (regionale, e a intermittenza nazionale) per decenni, è difficile immaginare di trovare soluzioni di gestione del fenomeno. E infatti continua a non succedere.

Per giunta, si persiste negli errori già fatti, perché non si ha il coraggio di dire che ci si era sbagliati fino ad ora, che gli slogan del passato erano fuori bersaglio e controproducenti. Un esempio è la drastica riduzione della possibilità di intervento dei SAI (i progetti di integrazione gestiti dai comuni, quelli che funzionano meglio): a cui si è deciso di impedire di accogliere richiedenti asilo, ma solo rifugiati riconosciuti, con il risultato paradossale che molti progetti accolgono meno persone di quelle che potrebbero, e le presenze in questi percorsi di inserimento sono in calo. All’opposto, si potenziano ulteriormente i CAS (i centri straordinari di accoglienza), sciagurate strutture, anche di grandi dimensioni, di cui si riduce il ruolo. Da un lato, per fare spazio ai nuovi arrivati, con una circolare del 7 agosto, vengono invitati a cacciare gli ospiti presenti, anche nelle more della consegna del conseguente permesso di soggiorno, ovvero anche se i diretti interessati non potranno lavorare regolarmente, con le conseguenze che si possono immaginare; dall’altro, con il decreto Cutro, gli si toglie la scomoda incombenza di erogare i servizi di orientamento legale e al territorio, di sostegno psicologico e soprattutto di insegnamento della lingua italiana: esattamente l’opposto di quello che sarebbe necessario fare. Di fatto li si trasforma in un mero parcheggio umano di persone a cui fornire vitto e alloggio e null’altro, senza alcun progetto di intervento sensato, salvo poi lamentarsi che l’integrazione non funziona come si vorrebbe, dopo aver fatto tutto il possibile per impedirla…

Non stupisce, visto che a livello nazionale non si sa che pesci pigliare, se a livello locale si fa anche peggio. Rifiutando la presenza degli immigrati, minacciando di ‘restituire’ alla prefettura i richiedenti asilo mandati nei comuni, e continuando a raccontare che “prima gli italiani”, che bisogna prima trovare casa agli autoctoni: come se lo si facesse davvero, come se fosse una scusa ragionevole per non occuparsi d’altro (peraltro i fondi per i richiedenti asilo arrivano da altri budget e che li si accolga o meno non c’è un solo euro in più per gli italiani, semmai girano meno soldi in generale, che è uno svantaggio per tutti – non si riflette mai sul fatto che i progetti di accoglienza implicano assunzioni, stipendi, acquisti, e fanno anch’essi girare l’economia…), e come se avesse senso dire che non si può fare una cosa perché si deve fare l’altra: come se dicessimo ai nostri figli che non gli paghiamo l’istruzione perché dobbiamo già pagare la sanità…

Il paradosso è che tutto ciò avviene mentre, virginalmente, il governo scopre che abbiamo bisogno di immigrati (e apre al loro arrivo con il decreto flussi), altrimenti molte attività semplicemente chiuderanno, rendendo tutti noi più poveri. La diciamo in parole semplici, forse comprensibili anche per chi della caccia allo straniero ha fatto bandiera: meno immigrati significa meno lavoratori per imprese che, non trovando operai, chiuderanno o si sposteranno altrove (o serviranno peggio la propria clientela, ad esempio, nel settore turistico-alberghiero e della ristorazione, spingendola ad andare altrove), ma anche meno clienti a cui vendere merce (tutta: cibo, vestiario, farmaci, giocattoli, e qualsiasi cosa vi venga in mente), meno case da affittare, meno donne italiane che lavorano perché torneranno ad accudire bambini e anziani, ma anche cose meno intuitive come meno classi per le scuole (si stimano in 18.000 solo le classi elementari che spariranno da qui al 2028, che è praticamente domani). Ma, di fronte a questo scenario, non si fa nulla per far entrare regolarmente e formare la manodopera che servirebbe. Che dovrebbe essere il compito dello stato, coadiuvato nell’accoglienza dai comuni, possibilmente con il raccordo delle regioni. Se non si preferisse l’antica pratica dello scaricabarile…

 

Parcheggi umani e politiche sbagliate, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 22 agosto 2023, editoriale, p. 1

Richiedenti asilo nei comuni: si può fare

Nel derby accoglienza diffusa contro grandi strutture di accoglienza (caserme, ad esempio), come alternative possibili per accogliere i richiedenti asilo, si sta intanto scoprendo che l’opzione “né né” (né l’una né l’altra) non è più percorribile: che il comodo non fare niente di molti sindaci, puntando solo sul rifiuto aprioristico e il respingimento a prescindere, non potrà continuare. Sono cambiate le carte in tavola ai massimi livelli governativi nazionali: dove il presidente del consiglio Meloni, lungi dall’invocare ancora il blocco navale, ammette nella sessione più autorevole ipotizzabile e fortemente voluta (la Conferenza internazionale su sviluppo e migrazioni ospitata domenica alla Farnesina, presenti i vertici di molti paesi di entrambe le rive del Mediterraneo, e la presidente von der Leyen) che l’Italia ha bisogno di immigrati. E quindi dovranno cambiare le politiche anche a livello locale (anche se fino ad ora si era predicato il contrario, il che spiega i mal di pancia visti anche in questi giorni), aiutando anche i richiedenti asilo a entrare nel mondo del lavoro il più rapidamente possibile. Da qui, l’attivarsi anche di chi prima stava immoto e in silenzio.

Viene da Vicenza, la provincia che ha visto la protesta di alcuni sindaci al ricollocamento di pochi richiedenti asilo, una prima proposta costruttiva. Due terzi dei sindaci dell’Alto Vicentino (21 su 32), con capofila il comune di Santorso che da molti anni persegue un modello funzionante di accoglienza diffusa (ha già un SAI da 23 anni, quando ancora ai chiamavano SPRAR, e un CAS), hanno proposto al prefetto un protocollo di accoglienza, che è di fatto il proseguimento di un progetto chiamato la Tenda di Abramo, attivato per accogliere i profughi ucraini da ben 27 comuni su 32. Il protocollo si basa su un patto preciso: i comuni si impegnano a reperire alloggi e nel coordinarsi con parrocchie e volontariato per dei progetti di integrazione funzionali, ma in cambio la prefettura si impegna a non inviare richiedenti asilo in misura superiore al tre per mille della popolazione – un’idea e una buona pratica nata proprio a Vicenza molti anni fa, e ripresa come modello, ai tempi, dal ministro Alfano. Per la maggior parte dei comuni si tratta di poche unità, per i più grandi di decine, e solo per il capoluogo, Vicenza, si tratterebbe di un centinaio: ma molti comuni dei richiedenti asilo li ospitano già, quindi si tratterebbe di pochi posti aggiuntivi. E in cambio si avrebbe la garanzia che eventuali hub sarebbero collocati altrove. Non poco, per un amministratore.

Di fatto, si tratta di una specie di pre-SAI, di cui andrebbe concordata anche l’entità della diaria giornaliera: oggi i bandi prevedono per i CAS, i centri di accoglienza straordinaria, tariffe intorno ai 26-28 euro al giorno (erano scesi a 21 ai tempi di Salvini ministro dell’Interno), che finiscono per limitarsi alla sussistenza o poco più, e per favorire le strutture a mero scopo di lucro, non interessate all’integrazione; mentre per i SAI, gestiti dai comuni, vigono più ragionevoli tariffe intorno ai 40 euro. Come in altri paesi europei, dove si dà di più ma si richiede anche di più, facendo integrazione – insegnamento della lingua, formazione professionale, orientamento al lavoro, mediazione culturale – non solo accoglienza: un investimento decisivo per favorire l’inserimento sociale e culturale dei migranti, e la loro accettazione, che fa risparmiare conflitti e problemi (e persino denari) futuri.

Potrebbe essere un modello, anche di rapporto tra istituzioni: comuni e prefetture insieme, che collaborano invece di combattersi. L’esistenza di un comune capofila rende la fatica amministrativa molto leggera per tutti gli altri, e spesso si attivano rapporti virtuosi con volontariato e associazionismo che possono svolgere un ruolo utile anche in altri ambiti.

Certo, dovrebbero cambiare anche le politiche a livello nazionale, favorendo questo tipo di intese: oggi oltre 6 richiedenti asilo su 10 sono in CAS (che quindi sono diventati la politica ordinaria), anziché in SAI, molti dei quali hanno chiuso, anche per le difficoltà burocratiche frapposte, sia dai governi che dall’ANCI. E forse bisognerebbe pensare a un’obbligatorietà per i comuni (finora osteggiata) o almeno a forti incentivi per i comuni virtuosi, come già avvenuto in passato (i trasferimenti di 500 euro a migrante, una tantum, della precedente crisi). Il rischio altrimenti, come sta avvenendo proprio ora, è che si apra un terzo binario dell’accoglienza (oltre a SAI e CAS) coordinato dal Commissario all’emergenza. Dove si attivano la Croce Rossa o la Protezione Civile, in quelli che diventerebbero dei super-CAS, ma senza le competenze necessarie, e quindi con forti rischi di trasformare queste strutture in ferite sociali difficili da rimarginare.

 

Modello Vicenza, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 25 luglio 2023, editoriale, p. 1