Stiamo ripartendo? Come?

Un po’ alla volta, con la dovuta e ragionevole gradualità, si sta per aprire tutto, o così ci raccontano. Tutto bene? Tutto come prima? Finalmente liberi? Liberi tutti?

Si dice che la gente non aspetti altro, e probabilmente è vero. Certo, lo aspettano gli operatori economici che sono stati maggiormente danneggiati, come una liberazione: dal bisogno, dallo spettro concretissimo del fallimento, dalla crisi in agguato. Ma lo aspettano anche molti utenti, consumatori, cittadini che non vedono l’ora di tornare ad essere quelli di prima. E, certo, tutti quanti aspettiamo la liberazione dai lacci e dai vincoli: quasi per principio, prima ancora che per necessità. Tutto questo è comprensibile. Ma sia sul piano sanitario, che su quello economico, che su quello sociale, e persino su quello esistenziale, le cose sono più complesse. E crediamo che ci sia un pezzo di opinione pubblica che, pur apprezzando l’entusiasmo per le riaperture, non si senta di condividerlo, covando quasi in segreto profondi timori, per motivi diversi.

Qualcuno perché in oltre un anno di lockdown o semi-lockdown si è abituato a una condizione di minori frequentazioni, di più contenuti assembramenti (anche questa è una novità: abbiamo imparato a chiamare così ciò che prima era semplicemente la gente), di maggiore silenzio e isolamento. E non sembra eccitato all’idea di folle abbraccianti, di saluti festosi, di rumore assordante, di rinnovate code.

Qualcuno perché non si illude che tutto sarà come prima: e nemmeno lo vorrebbe. Perché, avendo sperimentato che le cose potrebbero essere altrimenti, spera che cambi anche il modo di divertirsi, di incontrarsi, di parlarsi. Che si recuperi un po’ di profondità contro il dominio della superficialità, un po’ di contenuti contro la loro mancanza, un po’ di peso contro l’eccessiva e insostenibile leggerezza, un po’ di densità contro l’evanescenza, un po’ di qualità rispetto alla quantità, un po’ di essere contro il sembrare.

Qualcuno anche perché teme che non sia affatto finita. Che la fine di questo lockdown sia solo una fase. Che, come quelli che hanno visto più lontano ci ripetono dall’inizio, dovremo abituarci a continue altalene di aperture e chiusure, di stop and go, di accelerazioni e rallentamenti, di ulteriori rinnovate campagne vaccinali. Perché questo insidioso nemico è capace di mutare continuamente forma, in quelle che abbiamo imparato a chiamare varianti, dando loro un’aggettivazione geografica, non a caso. E quindi, finché non sarà vaccinato il mondo intero (e noi stessi con la terza dose già in programmazione, e poi le altre a venire), questa cosa continuerà a rimbalzarci addosso per anni, in un interminabile ping pong attraverso i confini tra paesi, tra regioni, tra aree bianche, gialle, arancioni, rosse. È quella che chiamano shut-in economy, l’economia chiusa in domestici confini, dove l’aggettivo ‘domestico’ equivale al perimetro di casa, nemmeno del paese di cui si è cittadini.

Qualcuno anche perché sente che la libertà di ieri, a ripensarci meglio, un po’ mette i brividi. O forse perché sente che la ruota che gira, il meccanismo che ricomincia a muoversi (e non parliamo solo del lavoro), i rituali che tornano ad essere quelli di prima, non assomigliano necessariamente alla libertà: alcuni, molti, assomigliano alla ruota dello scoiattolo in gabbia, la libertà illusoria di una condizione di prigionia reale anche se incompresa. Da cui la pandemia ci aveva difeso, perché era la scusa perfetta per dire il nostro no, motivarlo, giustificarlo: o lasciarlo dire ad altri al nostro posto. Mentre da soli non siamo abbastanza forti per sostenerlo.

Qualcuno, infine, perché nel frattempo ci sono stati morti, feriti, lutti, perdite, sconfitte, fallimenti, e ad alcuni viene difficile fare finta di tutto, come se niente fosse: espressione significativa, perché le cose invece – le cicatrici specialmente – sono state e sono, e dunque restano e resteranno visibili, a volerle vedere.

Dev’essere per questo che anch’io provo un leggero tremore, un fremito impalpabile, uno sfarfallare di contraddizioni nello stomaco, un atteggiamento ambivalente, un camminare cauto, lento, meditato, incerto, insicuro verso le aperture a venire – l’inquietudine dei perplessi, probabilmente.

 

Una nuova libertà dopo il lockdown, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 21 maggio 2021, editoriale, p.1

Immigrati, tra sbarchi e lavoro

È demoralizzante vedere come ci si occupa di immigrazione nel nostro paese. Fa notizia solo se aumentano gli sbarchi: in quel caso, proteste, o proposte immaginifiche. Come il blocco navale da sempre evocato da Giorgia Meloni: mai che ci si dica come si fa (affondando le navi? lasciandole in ammollo? riportandole indietro? e dove, senza il consenso dei paesi coinvolti?), con quale legittimazione legale internazionale, quali e quante navi, quali regole d’ingaggio e quali limiti nell’uso delle armi, quali costi, presi da quale bilancio – basta la parola… Se aumentano i morti, invece, ne parla quali solo il Papa: la politica sostanzialmente tace. E se non c’è la notizia, ci si dimentica di parlarne e di approntare soluzioni: fino alla prossima emergenza.

Eppure avremmo molte ragioni per parlarne, con urgenza ma non in emergenza, per affrontare problemi “normali” e tuttavia serissimi che non riguardano solo i territori costieri, ma anche e soprattutto le regioni produttive del Nord e ancor più l’Europa. Magari ragionando sul contesto. Quello demografico: solo quest’anno nella differenza tra morti e nati abbiamo perso quattrocentomila abitanti, l’equivalente di una città come Bologna; a quale sviluppo prelude (o piuttosto preclude) un paese che dal 1995, caso unico nel mondo sviluppato, è in recessione demografica? E poi c’è l’emigrazione, negli ultimi anni di gran lunga superiore all’immigrazione, che dopo lo stop dovuto al Covid sta già dando segnali di ripresa – dove sarebbe esattamente, a leggere i dati, l’invasione? E Il che ci apre a un altro tema, quello lavorativo: ci piaccia o meno, nonostante la crisi, la manifattura è in forte ripresa, mantiene l’occupazione, e in molti settori addirittura l’aumenta – a scapito per esempio del turismo e dei servizi collegati, che già nei giorni scorsi ha denunciato, attraverso i suoi operatori, una drammatica carenza di manodopera disponibile, che si riverbererà sulla qualità del servizio e quindi inevitabilmente sulla crescita futura del settore. È certo che c’è un problema di qualità del lavoro e di livelli salariali: ma anche di drammatica carenza di manodopera comunque, anche se le condizioni di lavoro migliorassero. Ogni anno, del resto, e da qualche anno, i settori del lavoro stagionale (ci mettiamo anche quello agricolo, e le lavorazioni stagionali dell’industria) lamentano una drammatica carenza di personale: i giovani italiani, all’80% almeno diplomati, molti lavori manuali, anche in situazione di disoccupazione, li rifiutano a priori, preferendo semmai le vie dell’emigrazione, giudicate – purtroppo con molte ragioni – più vantaggiose. Ne vogliamo parlare a freddo, di questi temi, senza strepitarne solo a caldo dopo l’ennesimo sbarco a Lampedusa? Vogliamo almeno domandarci se sono collegati?

Poi c’è il problema delle soluzioni di lungo periodo. Che, necessariamente, prevedono il coinvolgimento dell’Europa nella modifica degli accordi di Dublino, nel controllo delle frontiere esterne dell’Unione, nel ricollocamento dei richiedenti asilo salvati nel Mediterraneo, nei rimpatri. Ma pure il ristabilimento di canali regolari e controllati di immigrazione: il solo modo per evitare che i canali irregolari, che abbiamo regalato alle mafie transnazionali, siano la sola modalità possibile di ingresso. C’è un ritardo inaccettabile delle istituzioni europee. Ma anche una carenza intollerabile di iniziativa italiana nel coinvolgerle: tanto più da parte delle forze politiche che fanno del contrasto (anziché del controllo, ragionevole e doveroso) all’immigrazione la loro ragion d’essere. A parte parlare, quali sono e dove sono le proposte alternative percorribili, che non siano meri slogan?

Purtroppo è colpa anche nostra, come cittadini. Che accettiamo che il dibattito su questi temi cruciali si riduca a contrapposte tifoserie ispirate a sentimenti (buoni o cattivi che siano, sia la rabbia xenofoba alla ricerca d’un capro espiatorio che la solidarietà umana verso le vittime dei naufragi questo sono), e mai che prevalga una riflessione basata anche su ragionamenti: intorno ai quali sarebbe più facile persino trovare un accordo.

 

Il fronte cieco anti-immigrati, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 13 maggio 2021, editoriale, p. 1

Violenze di gruppo: l’inaccettabile argomentazione del consenso

Piacerebbe sentire il punto di vista maschile, e giovanile, sui casi di presunto stupro di gruppo di cui si parla in questi giorni. Quello che ha coinvolto il figlio di Beppe Grillo, e quello dei giovani calciatori veronesi.

Sarà la magistratura, in entrambi i casi, a ricostruire cosa è successo, e a decidere di conseguenza. E non interessano, qui, i risvolti politici. Ci interessa invece trarne qualche riflessione sociale, e magari educativa, visto che una società, o si fonda su dei valori di riferimento condivisi, quali che siano, o non si fonda letteralmente su niente, e dunque af-fonda.

Sgombriamo subito il campo dal primo equivoco: il livello verbale di “consenso” (o di mancato esplicitato dissenso) delle ragazze in questione, anche se maggiorenni. Il problema qui è quanto può essere consenziente qualunque comportamento, sotto l’effetto dell’eccesso di alcol, e con la pressione forte del gruppo che spinge a bere e ad altro. Anche se, visto che la difesa (anche quella culturale delle famiglie e degli amici, non solo quella professionale degli avvocati) osa parlare di consenso, e il consenso presuppone una manifestazione di volontà esplicita, sarebbe interessante sapere se sia mai stata anche solo formulata la domanda: vuoi tu avere un rapporto sessuale di gruppo con noi, e che questo sia filmato e fatto vedere ad altri? In una società che ci fa firmare moduli di consenso a raffica sulle questioni più irrilevanti, possibile che su comportamenti così seri non venga previsto almeno un accordo verbale? Siamo abbastanza certi che la domanda non ci sia stata, e che la risposta in condizioni non alterate sarebbe stata negativa – dunque di che consenso parliamo? È chiaro che l’alcol è però un punto debole (oltre che un’aggravante: non certo una scusa), da approfondire, del rapporto dei giovani (e non solo dei giovani: solo che oggi si comincia a bere sempre più presto) con la vita, non solo con il sesso. Ma qui c’è da mettere in gioco una società intera, non una generazione. Tuttavia i veri punti nodali sono altri due.

Il primo è il gruppo in sé, e la logica di branco (maschile) che ne consegue. È evidente che non c’entra l’amore, neppure il piacere, e nemmeno il sesso, ma qualcos’altro: che ha a che fare con logiche culturali di genere e con questioni di potere. Se non fosse una questione di genere accadrebbe anche a parti invertite: un gruppo di ragazze che fa bere un ragazzo poi lo violenta e lo filma, dichiarandone il consenso. Certo, sono immaginari magari presenti nei sogni erotici di qualcuno e anche di qualcuna. Ma sono solo i maschi per i quali diventa occasionalmente anche comportamento attivato: anche perché è pratica sociale quotidiana diffusa almeno verbalmente, tra i banchi di scuola e nelle chiacchiere da spogliatoio. È quindi da lì che bisogna cominciare a lavorare per far emergere il rifiuto, il dissenso, la protesta anziché l’accondiscendenza degli altri maschi.

L’altro elemento è legato all’ossessione del filmare. Come pratica culturale in generale, che sostituisce il sentire (inteso come sensazione e sentimento, non come udire) con il far vedere. Ma nello specifico, di per sé un abuso, dato il contenuto delle immagini e la palese violazione della dignità e della privacy, oltre che di molte altre cose. Che cos’è se non un atto di potere, infame e infamante? E che cosa ha a che fare non diciamo con l’affettività, o con il piacere, ma anche solo con il sesso, persino estemporaneo? Davvero si può anche solo lontanamente appellarsi a una qualsiasi forma di consenso (peraltro non chiesto e non concesso), quando il proprio essere stati usati – cioè essere stati oggetto di un abuso grave e collettivo di potere – viene filmato e condiviso, o anche solo ri-goduto da chi ne è stato protagonista, magari per farne oggetto di scherno con gli amici – cioè far vedere quanto potere su una vittima si è stati capaci di esercitare?

È per questo che nessuna discussione è accettabile, e nessuna difesa (non solo giudiziaria) plausibile, sul grado di consenso della vittima di turno. Poi, sì, il fatto che l’abuso dei potenti sulla vittima sia difeso da chi ha fatto strame della presunzione d’innocenza altrui facendo della gogna mediatica la chiave del proprio successo politico, o che i perpetratori veronesi della violenza giocassero in una squadra che si chiama Virtus, diventano solo elementi di contorno tragicamente ironici, semmai esplicativi di quanto la differenza tra il predicare e il razzolare, tra l’etichetta e il contenuto, sia ormai comunemente accettata, e dunque essa stessa un problema che riguarda l’indebolimento valoriale della società.

 

Consenso, l’argine violato, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 28 aprile 2021, editoriale, p.1

La scuola vista da Marte: tutto come prima, le priorità sono altre

Facciamo finta di non saperne un granché. Non è difficile: in effetti, non ne sappiamo granché.

Facciamo finta di ipotizzare che è oltre un anno che abbiamo chiuso le scuole: tutte.

Facciamo finta di ragionare sul fatto che quest’anno le scuole hanno aperto a intermittenza, poi si è riusciti a dare una relativa continuità didattica almeno alla fascia pre-scolare e alla scuola dell’obbligo.

Facciamo finta di occuparci solo di scuole superiori. Che hanno vissuto fasi brevi di apertura, fasi significative di chiusura, e lunghe fasi di presenza intermittente: un po’ gli uni, un po’ gli altri. Metà in classe, metà in didattica a distanza (DAD).

Facciamo finta che il governo dica che si può riaprire con il 100% di presenze. Ma che regioni e comuni dicano che non si può, perché i mezzi pubblici funzionano con capienza al 50%.

Facciamo finta che arrivi un osservatore da Marte, un antropologo dalla Papuasia, o un genitore autoctono di un ragazzo o una ragazza di scuola superiore che scalpita per rivedere professori e compagni, che si sente dare l’ok dal capo più capo di tutti (quello del governo), tra le proteste dei capi un po’ meno capi (quello della regione, quello de comune): che cosa ne potrebbe dedurre?

Intuitivamente, che non è cambiato niente. Che le condizioni per rientrare in sicurezza per tutti non c’erano un anno fa (e infatti si è chiuso), non ci sono state negli ultimi mesi (e infatti si è aperto a metà), non ci sono oggi e non ci saranno entro fine anno (infatti si continuerà ad aprire con la metà più un po’ – invece del 50%, il 70%…), ma soprattutto non ci saranno nemmeno l’anno prossimo.

Mi metto nei panni di quell’improbabile osservatore marziano, di quell’inesistente antropologo del Pacifico, o di quell’incauto ma curioso genitore indigeno: tanto contano uguale. E ne deduco che non è cambiato niente. Che non si era pronti prima, non lo si è ora, e non lo si sarà nemmeno domani.

Ora usciamo dal rango delle ipotesi, dei “facciamo finta che…”. Tutti gli indicatori ci dicono che, nonostante la vaccinazione universale in arrivo (e, ancora, aspettiamo di vederla), non è finita, e non sarà finita con questo anno scolastico. Che se anche sarà finita con i ceppi attuali del virus, ci saranno le varianti. Che se sarà finita con le varianti, ci saranno altri virus. Che se sarà finita con tutti i virus per i paesi che hanno avuto modo di somministrare i vaccini, finché non sarà vaccinato tutto il mondo avremo a che fare con nuovi allarmi, nuovi focolai, recrudescenze di infezione. Che, insomma, Covid 19 sarà sostituito prima o poi da Covid 21, o 22, o chissà… Perché le ragioni affinché si producano nuovi virus sono tutte lì, come erano lì, disponibili e visibili, quelle che prevedevano l’arrivo di questo: il libro di David Quammen, Spillover, che anticipava con esattezza impressionante come e dove sarebbe esploso il virus, era uscito in edizione inglese già nel 2012.

Ecco, di fronte a tutto questo, ci viene da commentare solo e semplicemente che non è successo (o meglio, non è stato fatto) niente o quasi, o comunque non abbastanza. Il sistema dei trasporti, pur se potenziato, resta inadeguato. La maggior parte delle scuole non ha installato, aggiornato o potenziato i sistemi di areazione (che sono decisivi, se si vuole immaginare una scuola in presenza persino nei mesi invernali). La dimensione delle aule, non parliamo del numero delle scuole, è rimasta la medesima. La numerosità degli studenti per aula pure. Il numero di docenti, per ora, anche: e se anche aumentasse, a parità di altre condizioni, non sarebbe rilevante. Infine, la didattica è sempre la stessa: la formazione somministrata ai docenti per affrontare nuove forme di insegnamento (a distanza, duale, asincrona, comunque la si voglia chiamare, o ‘invertita’ secondo il modello delle flipped classrooms) è stata praticamente inesistente. Chi si è formato, e molti l’hanno fatto, si è formato da solo.

Sappiamo che parlare è facile, e siamo tutti buoni, fare è difficile. Per questo ci siamo limitati a fare finta che. Come hanno fatto troppi decisori pubblici, di differenti livelli e amministrazioni: facendo finta che non fosse successo niente.

 

La scuola vista da Marte, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto” 23 aprile 2021, editoriale, p.1

Dietro la benda. Insegnamento e valutazione

La foto della ragazza bendata mentre viene interrogata da un’insegnante durante una lezione a distanza è ovviamente indifendibile. Ma per spiegare perché, vorrei provare ad allargare lo sguardo.

L’insegnamento, come la vita in famiglia, e qualsiasi gruppo o società, si basa su un patto fiduciario: se la fiducia non c’è, il patto non regge. Non si possono minare i presupposti del patto, postulando che le persone vogliano tradirlo: in questo caso il patto va ridefinito nei suoi presupposti, o non regge (e infatti è pieno di famiglie, gruppi e classi disfunzionali – pensate alle coppie che si basano sula paura dell’altrui tradimento!). Ma sappiamo tutti che in ogni classe, famiglia, gruppo, impresa o società c’è qualcuno che effettivamente tradisce la fiducia, cioè il patto, una volta o l’altra. A tutti noi, anche solo come genitori o figli, è capitato di farlo o di vederlo fare (basta una piccola bugia). Come comportarsi in questi casi?

Additare al pubblico ludibrio è naturalmente la cosa più inefficace e meno educativa, anche se è una risposta abbastanza istintiva, e questo dovrebbe dirci qualcosa sull’arretratezza complessiva delle nostre competenze relazionali. Anche perché creerebbe un problema comunque. Immaginiamo, nel caso, che la ragazza non sappia rispondere: sarebbe smascherata; ma se rispondesse correttamente, sarebbe smascherata la mancanza di fiducia (il tradimento del patto) dell’insegnante. Un errore educativo in ogni caso.

Comincerei dalle risposte pratiche. Quando uno studente legge (cioè copia) durante un’interrogazione – a me è capitato durante gli esami universitari a distanza – nella gran parte dei casi si vede benissimo: di più, si sente. Basta un minimo di accortezza: se non lo si capisce, è un problema basilare di professionalità e prima ancora di sensibilità. Se non si riesce a intervenire, anche solo con domande trasversali, approfondimenti o, come mi è capitato di fare (ma io ho di fronte dei maggiorenni, che tratto come adulti), con qualche ironica allusione che l’interessato comprende benissimo (o assumendosi le proprie responsabilità e dicendolo esplicitamente), pure è un problema di professionalità. Basta pensarci come genitori in contesto simile per capire che la soluzione non è la benda, tanto meno la pubblica umiliazione: se lo sappiamo come genitori, perché non riusciamo a farlo in contesti lavorativi? Temo che in questo caso non aiuterebbero nemmeno i comunissimi software antiplagio, o i programmi che dal cellulare posizionato lateralmente consentono di vedere sia lo studente che il suo schermo di computer, che si usano in alcuni esami universitari scritti. Nella scuola basta un po’ di minima professionalità, e la capacità banale di riformulare le questioni: tanto più che c’è sempre l’arma della valutazione, che può tener conto dell’eventuale copiatura.

Credo sia un problema che ci si deve porre insieme, insegnanti e studenti. Anche perché pure questi ultimi, che giustamente si indignano per metodi primitivi di controllo, sanno benissimo che il problema esiste, visto che in molte classi ci sono scambi di sms e gruppi whatsapp – o anche tecnologie più raffinate – creati allo scopo. Un’equa valutazione è nel loro interesse: il non coinvolgerli nell’analisi e nella soluzione del problema è esso stesso un problema, un modo di intendere la scuola – e la vita – ormai tremendamente inefficiente, oltre che sbagliato. La risposta non sarà in ogni caso più controlli, magari un microdrone sulla testa di ogni studente, ma un diverso patto educativo e fiduciario (questo anche nella didattica in presenza, incidentalmente – e a qualunque età: si può e si deve fare fin dalle elementari).

Ci sono tuttavia alcuni problemi strutturali da porre. L’età media degli insegnanti è di 55 anni (la più alta d’Europa) nelle scuole di ogni ordine e grado – se gli strumenti acquisiti sono vecchi di decenni e nel frattempo non c’è stata formazione pedagogica e metodologica adeguata, non se ne esce. Inoltre la didattica a distanza ha le sue specificità rispetto a quella in presenza – e la porteremo con noi a lungo: è semplicemente inaudito che dopo un anno abbondante la maggior parte dei docenti non abbia ricevuto alcuna formazione specifica – della cui mancanza sono responsabili tutti i livelli decisionali, dal ministero ai distretti passando per le regioni. Infine: l’immagine da cui siamo partiti esiste perché siamo nell’era dei social, a cui la didattica a distanza, come tutto, è sottoposta. Bisogna saperlo e tenerne conto. E anche a questo bisogna essere formati. Ma questo aprirebbe un altro capitolo.

 

Cosa c’è dietro a quella benda, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 14 aprile 2021, editoriale, p.1

Da uomo a uomo (a proposito di donne)

Tempo fa stavo dando una mano a dei colleghi nell’organizzazione di un convegno internazionale. All’invito che avevo avanzato a una studiosa spagnola che stimo e con cui ho lavorato, mi sono sentito rispondere che non avrebbe partecipato, perché non c’erano altre donne presenti: e non tra i relatori (ce n’erano, e alcune le avevo invitate io), ma tra i membri del comitato scientifico della fondazione organizzatrice (che neanche avevo guardato da chi era composto…).

Quel “no” è stato utile. Mi ha segnato. Perché ho dato d’istinto ragione alla mia collega, e l’ho ringraziata per la segnalazione. Perché da allora ci ho badato eccome: segno che le polemiche servono, e che il conflitto – peraltro educatissimo – è qualcosa attraverso cui è necessario passare. Ma anche perché, se non ci fosse stato, non me ne sarei accorto io stesso. E invece penso che lì ci sia un problema vero, serio. Non di political correctness, ma di sostanza.

Ci sono stati precedenti illustri di questa discussione. Uno di cui si è parlato molto è stato, l’anno scorso, il Festival della bellezza di Verona: con una sola donna presente su ventidue appuntamenti, e una lunga scia di polemiche. Anche a Padova c’è stato recentemente un “Forum Padova 2030” in cui c’erano solo relatori maschi (come se si potesse immaginare il futuro anche solo urbanistico e architettonico di una città, come nel caso di specie, senza tenere in nessun conto oltre la metà dei suoi abitanti, e il loro modo di vedere le cose). Tanto che il consiglio comunale stesso ha chiesto di rimediare deliberando che, almeno per i convegni organizzati o patrocinati dal comune, ci fosse un adeguato bilanciamento di genere.

So che a molti queste discussioni sembrano noiose, speciose, ideologiche. Che talvolta tutto si riduce a una ridicola “caccia alla donna” in extremis, quando ci si accorge che non ce ne sono. Che molti di più (anche tra le donne) pensano che la questione sia solo meritocratica: e se ci sono solo maschi a un tavolo sarà perché sono più bravi. Ma sarebbe facile dimostrare, anche solo attraverso un po’ di sociologia delle reti, che più che lo specchio della società e una misura della sua meritocrazia, le scelte maggioritariamente quando non esclusivamente al maschile sono legate a chi ha il potere decisionale e il capitale relazionale, e al fatto che alcuni mestieri – persino, talvolta, con una predominanza femminile – vedono nei ruoli di maggiore visibilità soprattutto maschi. E quindi c’entrano più le inerzie della storia e delle culture che il merito delle persone.

Tutto questo per dire che è semplicemente giusto affrontare l’argomento, e protestare quando si manifestano squilibri evidenti (che non sono solo gli uomini a reiterare: anche molte donne hanno la stessa mentalità), cercando di forzare le prassi e le inerzie, anche attraverso forme di imposizione legislativa di minimi che potremmo chiamare sindacali di presenza. Tutti noi però possiamo fare qualcosa: e la prima cosa è pretendere che da ora in poi non succeda più. Che si tratti di convegni, trasmissioni tv, incontri politici, rassegne di concerti, mostre d’arte, festival, ecc. E, se succede, si accetti di correggere le storture più evidenti anche in corso d’opera: un po’ di umiltà e la capacità di chiedere scusa sono molto più apprezzabili del far finta di niente o dell’imposizione.

La mia collega spagnola mi ha insegnato con il suo “no” una lezione che non dimenticherò più. Ma non sono solo le donne a dover reagire. Sarebbe bello vedere anche degli uomini rifiutare di partecipare a panel solo maschili, spiegando il motivo: si può fare, si comincia a fare, a me è successo, e anche queste tensioni sono positive perché aiutano a far riflettere sullo stato delle cose (quando lo segnali, spesso molti se ne accorgono solo in quel momento e accettano di buon grado di cambiare le cose – è un inizio…). E potrebbe farlo anche il pubblico: rifiutando di partecipare – esplicitandone le ragioni – o segnalando le iniziative in cui gli squilibri sono più evidenti. Il problema non è creare per le donne un recinto protetto: molte donne sarebbero le prime a rifiutarlo. Ma creare attenzione dopo secoli di distrazione. In modo che domani non ci sia più necessità nemmeno di parlarne.

 

Da uomo a uomo a donna, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 4 aprile 2021, editoriale, p. 1

Senza radici

Siamo come zattere nella corrente. È la condizione umana d’oggi. Il mondo cambia a una velocità sempre maggiore, e noi non riusciamo a stargli dietro. Anche quando stiamo fermi, ci muoviamo: inconsapevolmente, ineluttabilmente. Solo, ci muoviamo più lenti del nostro tempo. E non potrebbe essere altrimenti. La corrente profonda è più veloce: noi, in superficie, veniamo trascinati piano, ma ci muoviamo lo stesso, volenti o nolenti. Ogni tanto, trasportati dalla corrente, ci tocca un breve tratto in una rapida, talvolta ci fermiamo in un’ansa quieta o in qualche gora, ma poi la corrente ci riprende, e ci trascina. E così vediamo il paesaggio, lentamente o a tratti anche in fretta, cambiare intorno a noi: perdiamo punti di riferimento familiari, ne guadagniamo altri, talvolta ci perdiamo.

Il paesaggio cambia perché cambia il mondo intorno a noi, in tutti sensi: cambiano le mode, soggette alla tirannia della novità a tutti i costi, del nuovismo, cambia la tecnologia – e ci cambia – obbligandoci a un suo utilizzo sempre diverso, cambiano i valori di riferimento delle persone, cambia la loro situazione personale e familiare, cambiano i partiti e la politica, cambiano gli abitanti del quartiere, e alcuni nuovi vicini parlano vestono e pregano diversamente da noi, cambia la proprietà del negozio all’angolo, la panetteria lascia il posto a un negozio di abbigliamento…

Il paesaggio che noi immaginiamo fisso, in realtà muta. Qual è il problema? In un paesaggio fisso mi familiarizzo e ho molte certezze: le case intorno, il giardino, la chiesa, il negozio trasmesso di padre in figlio – e le persone che incontro, più o meno sono quelle, capita spesso di ritrovare volti familiari. Nella vita di prima, era tutto abbastanza prevedibile e certo. Oggi non è più così: non riusciamo più a familiarizzarci a lungo – e se ci riusciamo, o lo vorremmo, ci pensa la realtà, con i suoi cambiamenti, a de-familiarizzarci.

Difficile mettere radici, in una società riflessiva, come la chiama Giddens: che potenzialmente ha mille risposte ad ogni domanda, e proprio per questo ci costringe a farci molte più domande, a restringere l’orizzonte del mondo che possiamo dare per scontato.

In una società ipoteticamente immobile (che non esiste: oggi è persino un’impossibilità tecnica), non hai bisogno di farti molte domande perché hai quasi solo certezze. Non devi cercare delle risposte, perché le hai già: il mondo è quello che è, o almeno quello che sembra. Oggi non è più così.

Vale per tutto: per i processi educativi, per le trasformazioni economiche, per l’innovazione tecnologica, per le cure, pensate oggi ai vaccini… Come si fa a vivere in una società così? Forse solo in un modo: se il paesaggio cambia, e non ho più punti di riferimento terrestri a disposizione, devo imparare a collocarmi, come facevano già dall’antichità i marinai o i nomadi del deserto, cercando punti di riferimento altrove, in alto, tra le stelle. Ancorandosi lì anziché sulla terra. Utilizzando, per farlo, strumenti inventati allo scopo: la bussola, il sestante, le mappe astronomiche.

È curioso e significativo che un’epoca che parla continuamente di radici (le radici etniche di un popolo, le radici cristiane dell’Europa…) – e di identità, facendo finta che siano immutabili, musealizzandole, creandoci intorno degli assessorati ad hoc – sia poi costretta a cercarsele in alto, nel mondo dei valori, a riprova di quanto diceva Paul Claudel: che sono due le cose che sorreggono un albero, le radici in terra, e la vastità del cielo che lo circonda. Per certi versi più la seconda che le prime: o almeno l’una dà un senso all’altra, la proiezione alla stabilità. E forse anche questo spiega la relativa sottovalutazione delle radici da parte dei Vangeli, che dopo tutto ci ammoniscono: “dai loro frutti li riconoscerete…”. Da quello che viene, non da dove si viene.

Radici significa anche memoria, e dunque conoscenza, è vero. Ma che le radici si limitino a scavare nella terra, facendo vivere l’albero nel proprio solipsismo, è un mito, una nostra distorsione percettiva dovuta a un immaginario individualista che potremmo qualificare di ideologico. Là sotto c’è un’intensa attività di scambio, di incontro, di arricchimento reciproco, di mutuo sostegno, con altre radici e altre forme di vita: proprio come là sopra. È una forma di vita simbiotica, quella degli alberi: come tutto, in natura. E con tutto si intreccia, si trasforma, cambia. Per noi, che nasciamo bipedi, il territorio di riferimento (e non solo in senso fisico, geografico) non è più necessariamente quello in cui nasciamo: è dove decidiamo di mettere radici. Salvo la possibilità di toglierle da lì, se lo vogliamo.

 

Senza radici, in “Confronti”, rubrica ‘Il mondo se…’, aprile 2021, p. 38

Rischio, sicurezza, garanzie: che idea ne abbiamo, come ci comportiamo

Di fronte ai rischi, assumiamo un atteggiamento ambivalente. Da un lato ci piace correrli, e ci piacciono gli eroi (anche negativi: banditi, criminali, terroristi, oltre che poliziotti e soldati) che li affrontano, delle cui avventure ci nutriamo nella letteratura, nel cinema, nel binge watching bulimico delle serie televisive. E dalla fiction passiamo volentieri a seguire le gesta ben sponsorizzate dei protagonisti di sport estremi, lasciandoci ammaliare dalla retorica del no limits, con i suoi martiri occasionali. Fino a che non la viviamo personalmente, questa voglia di toccare il pericolo, di andare oltre l’ordinario – occasionalmente, e specificamente in alcune età della vita: nell’azzardo di un sorpasso, nell’esaltazione dell’alcol o di una sostanza psicotropa che altera il nostro stato psichico, illusoriamente facendoci diventare altro dai più prudenti noi stessi dei giorni e dei mondi feriali, o infine nel rischio mal calcolato del gioco d’azzardo, che forse spiega la diffusione delle ludopatie di massa, dalle forme apparentemente innocue e casalinghe del lotto e delle lotterie fino all’atmosfera più glamour dei casinò.

D’altro canto, passiamo la vita – per obbligo o personale cautela – ad assicurarci su tutto: non solo l’automobile, ma la casa, gli infortuni, i rischi professionali (dai medici ai legali a molti altri non possono semplicemente più prescinderne), la vita stessa, nostra e dei nostri cari. E a proteggerci in tutti i modi: dalle ginocchiere e gomitiere dei giochi dei bambini e di sempre più numerosi sport, al casco diventato oggetto onnipresente per proteggere sé stessi e soprattutto i propri rari e perciò preziosissimi ragazzi (prima solo in motorino, poi, retrocedendo, in bici, sugli sci, in triciclo, e persino a casa, non sia mai dovessero incocciare in uno spigolo, peraltro ammorbidito da specifiche arrotondate protezioni), dalle cinture di sicurezza di seggiolini e seggioloni agli airbag moltiplicatisi sulle nostre auto e che oggi ci accompagnano anche sulle giacche sportive.

È lo stesso atteggiamento ambivalente che ci ha accompagnato durante la pandemia. Da un lato ci mettiamo mascherine e ci copriamo di gel antisettico, ma soggettivamente sfidiamo (alcuni di noi, o forse tutti, un momento o l’altro) la sorte, incontrando qualcuno senza precauzioni, sperando in bene. E dallo stato vorremmo che ci tutelasse, proteggesse e curasse nel momento del bisogno, nonché vaccinasse in via preventiva, salvo ribellarci ai vincoli – precauzionali o appunto vaccinali – che ci impone: e nel mentre ci sfoghiamo con un “dalli all’untore” di fronte al primo solitario sportivo, salvo assumerne il ruolo se e quando si manifesta l’occasione.

Ma si tratta di un processo lungo della storia nel quale siamo immersi. L’uscita dall’incertezza, dall’imprevedibilità, dai capricci della natura e della disponibilità delle sue risorse, è una parte fondamentale dell’impresa umana: disporre di cibo anche per il domani e non solo per l’oggi è ciò che ci ha spinto dalla originaria vita in tribù di cacciatori e raccoglitori all’allevamento, poi all’agricoltura, quindi alla sedentarizzazione e infine all’urbanizzazione. E nell’ultimo secolo e mezzo è la storia del diffondersi dei diritti (soprattutto, a questo proposito, quelli sociali) e delle garanzie, del welfare state, l’universalizzazione dell’idea di un diritto alla pensione, cioè a un reddito, anche se non si produce e non si lavora più. Una storia recente, peraltro, che non è detto sia irreversibile: anche nelle società sviluppate ci si sta dividendo sempre più tra garantiti e non garantiti, tra chi è dentro e chi è fuori dai sistemi di protezione. Con alcune fasce di popolazione, e anche fasce d’età, meno protette: e con tendenze che lasciano presagire una transitoria inversione di rotta, visto che i meno garantiti, oggi, sono i giovani. Che, rispetto alle generazioni che li hanno preceduti, entrano tardi, a prezzo di lunghe teorie di stage, apprendistati, mansioni sottopagate, o regolarizzate solo in parte, nel mondo del lavoro, e non necessariamente in quello protetto, e quindi con meno garanzie future, anche previdenziali.

Ma la richiesta di protezione continuerà. All’interno delle singole nazioni, e tra nazioni: le migrazioni si spiegano anche con questo motivo. Quello di essere come gli uccelli del cielo e i gigli del campo resterà un richiamo ai veri valori della vita: e solo per alcuni una proposta di come condurla.

 

Senza garanzie, in “Confronti”, marzo 2021, p. 38, rubrica ‘Il mondo se’

Allievi: “I garantiti si sono tenuti stretti i privilegi, gli altri ne hanno pagato il prezzo”

Un’intervista a Venezie Post – 6 marzo 2021

ANALISI & COMMENTI

Allievi: “I garantiti si sono tenuti stretti i privilegi, gli altri ne hanno pagato il prezzo” – VeneziePost

Il suicidio di Omar Rizzato è il disperato grido di una intera categoria di lavoratori dimenticati. Citando Durkheim, anche l’atto individuale per eccellenza ha determinanti sociali: e la totale mancanza di solidarietà e attenzione rispetto al prossimo a cui abbiamo assistito in questi ultimi mesi ne è la dimostrazione. Parla Stefano Allievi, professore di sociologia all’Università di Padova e acuto osservatore delle trasformazioni economico, sociali e culturali del Paese

 

Prof. Allievi, martedì scorso è uscito sul Corriere del Veneto un suo articolo su “I dimenticati della cultura”. Da cosa è scaturito il bisogno di scriverne?

“Mi sento molto vicino alle persone che sono state direttamente colpite dalle situazioni di forte ingiustizia causate non tanto dalla pandemia in sé, ma piuttosto dalle misure che sono state messe in atto per contrastarla. Il suicidio di Omar Rizzato, imprenditore dello spettacolo che si è tolto la vita all’interno della sua azienda ferma da un anno, è il disperato grido di una intera categoria di lavoratori, appunto, dimenticati. Citando Durkheim, anche l’atto individuale per eccellenza ha determinanti sociali: e la totale mancanza di solidarietà e attenzione rispetto al prossimo a cui abbiamo assistito in questi ultimi mesi ne è la dimostrazione. Le categorie più garantite si sono tenute strette i propri privilegi, e tutti gli altri ne hanno pagato un caro prezzo. Ad Omar Rizzato, così come a tutti i lavoratori della cultura e dello spettacolo, è stato tolto persino il diritto di affogare i propri dispiaceri nel lavoro. E così, come molti altri prima di lui, non ha avuto alcuna valvola di sfogo per i propri dispiaceri.”

Ritiene che i lavoratori della cultura siano stati abbandonati a sé stessi?

“In questi mesi si è parlato molto di alcune categorie lavorative, come quelle della ristorazione e del turismo, ma quella della cultura sembra non interessare nessuno. Tutto ciò che questa categoria di lavoratori ha ricevuto, in un anno di silenzio, sono stati dei ristori a dir poco ridicoli. Ma si tratta di persone che per anni hanno pagato un prezzo di precariato già molto alto: chi fa questi lavori spesso lo fa per passione e senza alcuna garanzia di successo, ma da un anno a questa parte non è permesso fare nemmeno questo. E le conseguenze di questo disinteressamento si vedono: nella città in cui io lavoro, Padova, c’è un potenziale di creatività straordinario dovuto alla presenza di moltissimi giovani studenti; ma l’apertura è poca e l’immobilità si fa sentire. Questo è uno dei motivi che portano al tanto discusso fenomeno della fuga dei cervelli.”

Crede che il disinteressamento sistematico rispetto alla categoria dei lavoratori dello spettacolo possa essere un sintomo della tendenza, tutta italiana, a sminuire il valore della cultura?

“Non ho dubbi su questo. Il nostro è il Paese con il più alto tasso di patrimonio storico e culturale del mondo, eppure non lo tuteliamo. La cultura è il petrolio della nostra economia, ma non la valorizziamo. Allo stesso modo, invece di dare valore ai nostri giovani laureati, mettiamo loro i bastoni tra le ruote e li costringiamo a prendere la decisione di emigrare all’estero. In testa alle classiche sull’emigrazione non ci sono le regioni del sud, ma quelle del nord produttivo: l’Emilia-Romagna costituisce una felice eccezione, in quanto è riuscita a ridurre la cosiddetta emigrazione intellettuale grazie a degli investimenti ad hoc nei settori produttivi e nei distretti. La Lombardia, pur prima regione come emigrazione, ha comunque un saldo positivo. La situazione del Veneto, invece, è agghiacciante: esportiamo verso l’estero e le regioni connanti più laureati di quanti ne importiamo dall’estero o dal sud, e siamo così l’unica grande regione del nord ad avere un saldo negativo. Nonostante la tragicità di tutto ciò, però, l’unico fenomeno che sembra interessare il dibattito politico è quello dell’immigrazione, che per inciso, se confrontiamo gli sbarchi con gli emigranti, riguarda numeri di circa venti volte più piccoli rispetto a quelli dell’emigrazione. Il nostro è un Paese che disprezza l’istruzione: l’analfabetismo funzionale colpisce quasi un italiano su tre, il doppio della media europea, e abbiamo la metà dei laureati, ma il dibattito pubblico non sembra considerarlo un problema. Da un tessuto sociale di questo tipo, che non comprende l’importanza di un investimento massivo in cultura, istruzione, ricerca, non ci si può aspettare che la politica comprenda i benefici collettivi che questo potrebbe apportare all’intera società.”

La crisi dell’ultimo anno non ha colpito tutte le categorie demografiche allo stesso modo. Ha fatto scalpore il dato Istat di dicembre 2020: 101 mila posti di lavoro persi in un solo mese, 99 mila dei quali occupati da donne. Cosa pensa rispetto al divario di genere e alla sua relazione con quello generazionale?

“Le discriminazioni di quelle che io chiamo le “3 G” si intersecano in continuazione: i divari di genere e generazionali si incrociano con quello tra garantiti e non garantiti. E così il discorso sul divario di genere non può prescindere da quello del conitto generazionale, né tantomeno da quello del lavoro precario o invisibile. Soprattutto in un momento di profonda crisi come quello attuale. La nostra è una società a misura di anziani: i pensionati rappresentano la metà degli iscritti a sindacati e parte preponderante degli iscritti e della constituency dei partiti, per cui non sorprende che si facciano sempre più leggi a favore di categorie che già possiedono molte garanzie. Giovani e donne dovranno anche fare i conti con l’immobilismo e la mancanza di meritocrazia, le piaghe moderne che afiggono la nostra società. La lotta per la meritocrazia da parte di tutte le categorie svantaggiate non può che giovare all’intero sistema Paese, ma credo sarebbe salubre anche una maggiore dose di conitto intergenerazionale e di genere rispetto all’attuale allocazione delle risorse.”

 

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I dimenticati della cultura. In morte di Omar Rizzato.

Ognuno è infelice a modo suo. E non c’è mai una sola causa, una sola variabile, che possa spiegare la decisione di dare l’addio al mondo, di uccidersi, di spararsi: come ha fatto Omar Rizzato, appena quarantunenne, imprenditore dello spettacolo. Uno di quelli che il mondo della cultura lo aiuta concretamente ad andare avanti, non solo con le idee, ma a supporto di chi le ha: impianti audio, video e luci, palchi, che umilmente si chiamano “service” ma sono molto di più – la concretezza delle tecniche che le idee le fanno diventare realtà, e che sono esse stesse apporto creativo.

Il suicidio è la prova che ci sono cose peggiori della morte: tra queste il vuoto, la mancanza di senso, la perdita di ogni prospettiva. Che non sono mai solo problemi individuali, drammi personali, sofferenze sepolte nell’inconscio. Anche l’atto individuale per eccellenza, infatti, ha delle cause sociali. Durkheim, oltre un secolo fa, ci ha costruito sopra la ricerca fondativa di una disciplina, la sociologia: dimostrando che il suicidio non è mai “casuale”, ma che ci sono tante determinanti sociali possibili, che aiutano a spiegarlo, legate al genere, alla classe sociale, al livello di istruzione, all’età, alla religione, al tasso di urbanizzazione, alla professione…

Di fronte alla morte di Omar – non lo conoscevo, eppure mi viene da chiamarlo per nome – non possiamo non pensare anche a questo: a ciò che lo ha spinto. E che non sono solo difficoltà personali. C’entra la società. C’entriamo noi.

Tutti quelli tra noi che hanno vissuto una separazione lacerante, un lutto doloroso, sanno cosa vuol dire trovare una via d’uscita: e spesso, l’abbiamo sperimentato in tanti, la via d’uscita è potersi buttare sul lavoro, per dimenticare, e dimenticarsi. Quanti, nei momenti difficili, tragici, si sono salvati così… Questo, Omar, e tanti lavoratori della cultura, non l’hanno potuto fare. Gli è stato tolto. Non dalla pandemia, ma dalle misure che abbiamo preso per contrastarla. Profondamente ingiuste, che hanno creato squilibri enormi: tra garantiti e non garantiti, in primo luogo. Tra professioni, tra categorie, tra settori. Ma anche in tanti altri modi.

Senza dimenticare che i lavoratori della cultura sono tali, quasi sempre, perché amano il loro lavoro: non gli è capitato, non lo fanno per caso. Non sono gli unici, certo. Ma spesso fanno grandi sacrifici per seguire le loro passioni, rinunciando a lavori più sicuri, e meglio pagati, o semplicemente più stabili e garantiti, per inseguire – precariamente: sono pochi i divi e le star – i loro sogni, il loro bisogno di trasmettere, di comunicare, di essere. Quindi per loro non lavorare è come non amare, non poter manifestare concretamente il loro essere nel mondo. Non solo non guadagnare, che pure è importante, in certi momenti preponderante: ma non sapere più che fare, non avere ragioni per andare avanti.

Ma se questo è accaduto, è una cosa che ci riguarda tutti. Anche perché il mondo della cultura è percepito da troppi come lontano, in fondo inutile, superfluo: al massimo, quelli che “ci fanno tanto divertire”, come in un indimenticato, terribile lapsus del precedente presidente del consiglio. È uno dei paradossi di questo settore: e di come lo percepiamo. Mai, come durante i lockdown, ci siamo nutriti tutti così tanto di cultura (non foss’altro che ascoltando musica, ingozzandoci di serie Netflix e pay tv, consultando compulsivamente le fonti di informazione più disparate). Ma mai come in questo periodo, nella totale inconsapevolezza e colpevole distrazione: tanto che, se richiesti – come dimostrato da tanti sondaggi di questi mesi – classificavamo il settore tra quelli inutili, o meno importanti. Di fatto, dunque, i lavoratori di questo settore, che spesso dichiariamo retoricamente come indispensabile, il vero petrolio (e lo è) della knowledge society, li abbiamo dimenticati: e sono stati tra le categorie che hanno pagato il prezzo più alto in assoluto – non solo economicamente – e che hanno ricevuto le compensazioni più basse.

Facile, adesso, dare addosso al Ministro della Cultura, per non aver difeso per nulla o quasi il comparto della produzione culturale: cosa che è possibile e giusto fare, con molte buone ragioni. Ma la cosa riguarda tutti noi. I garantiti, gli stabilizzati, i meno o per nulla colpiti, hanno mostrato poca attenzione a chi lo era, invece, maggiormente: poca solidarietà personale, nessuna protesta pubblica. Come se non fossero, anche gli operatori della cultura e dello spettacolo, imprenditori “veri”: peraltro con un tasso di autoimprenditoria, e un numero di partite IVA, più elevato che in altri settori. Eppure anche Omar Rizzato si è ucciso negli uffici della sua azienda a Cinto Euganeo: come altri, che avevano fatto più rumore, durante crisi precedenti. Mandandoci, con questo ultimo suo gesto, un segnale. E una richiesta d’aiuto: che forse – se ascoltata – potrà almeno salvare qualcun altro.

 

Omar, e i troppi dimenticati, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 23 febbraio 2021, editoriale, p.1