La guerra, quella vera. E noi.

Torna la guerra, quella vera. Non quella delle metafore abusate, che con una leggerezza intollerabile ma significativa usiamo quando parliamo di politica, di sport, o di virus: a colpi di battaglie, conquiste, vittorie, sconfitte, nemici, alleati, lotta, trincea, vittime, sangue, vincere, perdere, difendere, attaccare…
No, torna la guerra come fatto reale. Perché tocca persone che conosciamo, e attraverso di loro. Gli ucraini e le ucraine che vivono tra noi. Finora solo forza lavoro: badanti e operai di cui sappiamo pochissimo (per esempio non sappiamo che hanno livelli di istruzione più alti dei nostri, ma sono costretti a fuggire la miseria di un paese tanto più povero del nostro), ma che oggi scopriamo nella loro umanità di persone dilaniate dal dolore e dalla necessità di compiere scelte primarie: partire, restare, difendere il paese e stare vicini agli affetti rimasti in patria, o aiutare da qui, in qualche modo. E poi ci sono i loro figli e figlie nelle nostre scuole, e quelli (e soprattutto quelle) sposate qui, in matrimoni misti ormai stabilizzati, che ci mostrano quanto le persone si identifichino assai meno nelle loro presunte radici etniche o linguistiche (in cui anche le guerre li imprigionano) e assai più nei frutti che la vita, nella sua casualità, ha fatto sbocciare dove è capitato. In loro ritroviamo una sofferenza che avevamo dimenticato: quella che ci hanno raccontato i nostri genitori e nonni che la guerra l’hanno vissuta, attraverso eventi troppo più grandi di loro, che li schiacciavano e li dominavano, e li costringevano a scelte dilanianti.
È vero che non sono stati settant’anni di pace, questi. Guerre vicine, come quella di Bosnia, ci hanno in parte coinvolto. Con altre guerre più lontane ci siamo invece emozionati meno. Ma forse per la prima volta da moltissimo tempo, attraverso gli ucraini e le ucraine che vivono tra noi (e anche attraverso gli assai meno numerosi italiani che vivono e lavorano là, testimonianza di una globalizzazione ormai saldamente intrecciata alle nostre vite), sentiamo con maggiore evidenza la violenza dell’aggressione ingiustificata, l’impotenza della vittima innocente la cui vita è travolta da qualcosa di troppo più grande, di incomprensibile, di indicibile. E riscopriamo il significato della parola destino, applicata a un’intera popolazione, a un’intera generazione.
Ma la guerra torna nelle nostre vite anche come archetipo potente, comprensibile per tutti. Quello che ti mette di fronte a scelte discriminanti, che ti cambiano e ti mettono a nudo, a potenze e passioni soverchianti, al bisogno di chiederti “tu cosa faresti al loro posto”, nella loro situazione. Dunque al tuo coraggio, o alla tua vigliaccheria, al desiderio di fare qualcosa e al non saper che fare, allo sprofondarti nel climax lasciandoti inondare di notizie e immagini terribili, o al contrario fuggirle, distraendoti, occupandoti d’altro, per non dover pensare. E purtroppo è vero che qui, anche qui, in questo modo, nei nostri egoismi e chiusure, o al contrario nei nostri slanci di altruismo, nel modo in cui reagiamo alle polemiche, o le fuggiamo, o al contrario le alimentiamo, in come traduciamo quello che accade là nelle nostre posizioni da qua, capiamo il peggio e il meglio della nostra umanità. Che si parli di sanzioni sì o no, a livello istituzionale, di governo o di impresa, pensando se ci conviene o meno. O se vogliamo usare il nostro portafoglio, o anche solo un po’ del nostro tempo, per testimoniare una vicinanza, per attivare una piccola solidarietà. Al di là delle retoriche. Nel concreto.

I dolori antichi e il conflitto che entra in casa, “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, “Corriere di Bologna”, “Corriere del Trentino”, “Corriere dell’Alto Adige”, 27 febbraio 2022, editoriale, p. 1

Economia, demografia, immigrazione. Il legame dimenticato.

Gli indicatori economici, mediamente, da diversi mesi hanno virato al bello. Non fosse per il faticoso reperimento di materie prime, o gli alti costi dell’energia, potremmo immaginare un futuro, a breve termine, relativamente radioso, anche grazie alla messa in sicurezza delle più alte cariche dello stato, che possono quindi garantire stabilità e affidabilità all’estero. Ma c’è un altro fattore, banale, che potrebbe rallentare pesantemente la corsa: il più ovvio e il meno considerato – la demografia.

La forza lavoro, la componente di popolazione tra i 15 e i 64 anni, scenderà nei prossimi trent’anni, nello scenario più probabile, dal 63,8% al 53,3%. In pratica, la forza lavoro passerebbe dal rappresentare i due terzi della popolazione, al rappresentarne la metà. Anche gli scenari a più breve termine sono tuttavia inquietanti. Diamoci un orizzonte men che decennale: i dati demografici sono comunque impietosi nella loro inesorabilità, dato che si tratta di dati oggettivi e incontestabili, e non di stime. Proiettando il fabbisogno di manodopera del periodo 2012-2020 al periodo 2022-2030 – come è stato fatto in una simulazione dell’Istituto Cattaneo condotta da Chiara Gargiulo e Gianpiero Dalla Zuanna – scopriamo, con certezza, che nel solo Centro-Nord il numero di occupati (nell’età 15-64 anni) calerà di oltre un milione e duecentomila unità. Per far capire cosa significa, traduco i numeri su uno scenario regionale: per il solo Veneto potrebbe significare oltre centocinquantamila lavoratori in meno, concentrati soprattutto nella fascia con il minore livello di istruzione, che è precisamente quella meno appetibile per i ragazzi (italiani e figli di immigrati) che entrano nel mercato del lavoro, in grande maggioranza, con un livello di istruzione elevato. Ci sarà dunque un vuoto occupazionale cospicuo, che le coorti più giovani non riusciranno a colmare. Un vuoto che non potrà essere compensato dagli immigrati dal Sud perché, seppure in misura minore, per quel livello di istruzione il deficit si presenterà anche nel meridione.

Su un orizzonte appena più lungo, per dirla con un numero anziché una percentuale: nei prossimi vent’anni la forza lavoro diminuirà di 6,8 milioni di persone, i pensionati aumenteranno di 6,6 milioni – una forbice inesorabile. In prospettiva il rapporto lavoratori attivi/pensionati, attualmente di 3 a 2, diverrebbe di 1 a 1 (il Fondo Monetario Internazionale sostiene che ci arriveremo al più tardi nel 2045, altre fonti anche prima): non solo insostenibile economicamente e dal punto di vista previdenziale, ma inimmaginabile nelle sue conseguenze sociali, culturali e relazionali. E dell’idea di mondo dominante, da parte di una quasi maggioranza di persone che avrebbe più passato che futuro.

Di fronte a questi scenari, gli imprenditori, che anche senza maneggiare i dati demografici sono consapevoli del problema perché già lo sperimentano nella difficoltà di reperimento della manodopera, hanno più volte lanciato l’allarme. La politica, invece – ma, più in generale, la classe dirigente, ai suoi diversi livelli – continua a rimanere silente: la prima perché non vuole abbandonare la rendita di posizione inerziale di chi per anni (per decenni, ormai) ha lucrato un comodo voto d’opinione e dunque una cospicua rendita politica nel “dagli all’immigrato”, soffiando sul fuoco del pregiudizio quando non di un esplicito anche se strisciante razzismo; la seconda, forse, per non scomodare i propri, di pregiudizi, e per non doversi porre il problema di trovare soluzioni meno semplicistiche a problemi che sono complessi.

Da qui, tuttavia, bisognerà partire, per dare un orizzonte ai territori, e più complessivamente al paese. Forse giova ricordarlo: in un’azienda, se non ci sono gli operai, saltano anche i livelli superiori – il che vuol dire che immigrati in meno significherebbe disoccupati italiani in più, e più emigranti, non meno. Qualche riflessione bisognerà pur farla. E senza aspettare troppo. L’orizzonte, come abbiamo visto, è breve.

 

Economia, il fattore migranti, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 11 febbraio 2022, editoriale, p.1

La bioetica applicata ai no vax

La bioetica non è una disciplina per specialisti. Quando si traduce in casi concreti, diventa un fatto popolare, che ci trascina in discussioni appassionate, schieramenti contrapposti, scontri di valori. È per questo che ci ricordiamo i nomi di Eluana Englaro, di Piergiorgio Welby o DJ Fabo. Perché in quei casi il paese si divise, e discusse per mesi, a tutti i livelli: dal parlamento al tinello di casa. Ed è interessante che le divisioni non furono per schieramenti presunti (cattolici contro non credenti, destra contro sinistra): i sondaggi dell’epoca testimoniano una divisione per motivi di coscienza, a seguito di riflessione individuale – tanto che anche i cattolici, i non credenti, la destra e la sinistra si divisero al loro interno. C’è un motivo per cui questo accade: i casi concreti ci costringono a chiederci cosa faremmo al posto delle persone coinvolte: persone come noi. Cosa avremmo fatto al posto di Beppino Englaro? Avremmo lottato per togliere nostra figlia da un innaturale attaccamento (non terapeutico, poiché non in grado di curare) a una macchina? E al posto di Welby, malato di distrofia muscolare? Avremmo chiesto di essere aiutati a morire?

È giusto discutere della questione della cura dei no vax allo stesso modo. Facendoci, da non specialisti, le domande di base. Cominciando dalla prima: devo vaccinarmi? Crediamo che una persona, per quanto riguarda le scelte che hanno a che fare SOLO con la propria vita, sia un soggetto sovrano: è il motivo per cui abbiamo, volendo, la possibilità e la libertà di suicidarci (o di darci, che so, all’alcol, o sparire dalla circolazione): assumendoci le conseguenze dei nostri gesti. D’altro canto lo stato ha il dovere, opposto, in caso di bisogno (ad esempio per motivi di salute pubblica), di imporre dei comportamenti di tutela collettivi, e la società di farsi carico comunque delle persone: ecco perché cura i malati, anche i tumori al polmone dei fumatori o la cirrosi epatica dei bevitori, cerca di recuperare i tossicodipendenti, o di riabilitare chi ha commesso reati, (tutte persone che, si potrebbe dire, se la sono cercata).

Il problema sorge quando le nostre scelte non hanno conseguenze solo su noi stessi: ad esempio quando siamo in concorrenza con altre persone, come accade per i posti in terapia intensiva, dati magari a dei no vax, che avrebbero potuto vaccinarsi, e tolti quindi a persone con altre patologie, incolpevoli e senza alternative. Di fronte a questi dilemmi la società dovrebbe, per prima cosa, fare di tutto per non dover arrivare ad alcuna scelta: così come si cerca di curare tanto il diversamente abile che l’anziano ammalato, e per estremizzare, il soldato del nostro esercito o il nemico ferito. Altrimenti si ricade nell’odiosa e vergognosa distinzione, che molti effettivamente praticano, per cui si chiedono le tutele per sé e non per altri: prima noi (e spesso si sottintende ‘solo’ noi), prima gli italiani, prima quelli della mia regione, prima i bianchi, magari… Una regressione di civiltà: che si tratti di un posto letto in ospedale, di un posto in un asilo o di una casa popolare. Davvero si è fatto tutto il possibile – bisognerebbe invece chiedersi – prima di arrivare alla scelta estrema di escludere qualcuno? Scopriremmo che, spesso, no, non si è fatto tutto il possibile, e sì, ci sono margini per fare di più.

Detto questo, prima o poi ci si scontra effettivamente con un problema di limiti e di risorse scarse: ed è in questi casi che sono necessarie delle scale di valore e delle gerarchie di priorità. Lo stato (o le sue istituzioni) può intervenire. Con degli obblighi, eventualmente, come accaduto con il vaccino: poiché le conseguenze ricadono su tutta la società (con gravi danni economici, psicologici e sociali), si può obbligare a una condotta specifica. E con delle regole che dettino le priorità. È qui che si apre il dilemma dei posti in terapia intensiva, oggi in discussione nelle commissioni bioetiche degli ospedali di tutta Europa. Prima ci si deve preoccupare di aumentare i posti disponibili, per non andare a detrimento di nessuno. Ma arriva il momento in cui tocca scegliere. Con l’ultimo posto letto rimasto a disposizione, è giusto che curi un no vax che poteva avere un’alternativa, o un paziente oncologico che non ce l’ha? A questo punto può diventare legittimo privilegiare chi non ha scelta. Senza colpevolizzare chi ce l’ha. Il problema non è tanto far pagare le cure ai no vax (dopo tutto, non le paga nemmeno un alcolista, un tossicodipendente e nemmeno un delinquente feritosi durante una rapina – che qualche responsabilità rispetto alla propria situazione ce l’hanno). Ma si potrebbe forse ragionare su una specie di dichiarazione anticipata di trattamento, che costringa il no vax ad assumersi le conseguenze della propria scelta: non mi vaccino, ma accetto, nel caso, di non prevalere su altri che non hanno avuto scelta. Forse farebbe anche capire a qualcuno quale è davvero la posta in gioco.

 

I no vax e l’onere di una scelta, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 21 gennaio 2022, editoriale, p.1

Caos tamponi: modelli di gestione a confronto – Italia e UK

Modello fiduciario e modello impositivo: potremmo definire così i diversi modi di funzionamento societario dei paesi europei. Proviamo ad applicarlo alla questione dei tamponi, che sta mandando nel caos le Aziende sanitarie ma anche le farmacie, con code di ore, costi economici e sociali elevatissimi, un concreto peggioramento della vita dei cittadini, l’aumento della rabbia sociale, oltre che il collasso del sistema sanitario per sovraccarico da eccesso di richieste.

Partiamo dal confronto con un caso concreto. Nel Regno Unito gli auto-test diagnostici sono gratuiti, distribuiti nelle farmacie su semplice richiesta e senza limiti, e sono considerati validi per le principali necessità (inclusa la presenza a scuola e al lavoro): inoltre contengono un QR code che migliora le capacità di tracciamento. Quelli con valore legale (per viaggiare all’estero, ad esempio) vengono richiesti online, recapitati a domicilio in poche ore (massimo 24) a tutti, anche residenti temporanei, hanno anch’essi un QR code di controllo, e anche in questo caso l’utente fa da sé, lo re-invia con la copia di un documento, e il certificato medico arriva via mail entro le 24 ore successive. In Italia occorre prenotare il test con anticipo di giorni per qualunque necessità (lavoro, scuola, vacanze, viaggi) presso le Asl o in farmacia (in questo caso pagando); oppure – oggi che la domanda è in crescita, per aumento dei positivi e a seguito di regolamentazioni farraginose e contraddittorie, si pensi alla scuola – ci si deve sottoporre a code estenuanti, per i cittadini come per il personale sanitario. E che oltre tutto sono causa possibile di ulteriore contagio.

Ecco, è un esempio semplice di due modelli societari diversi e per molti versi opposti. Ci si fida dei cittadini, e li si tratta come adulti consapevoli, correndo i rischi relativi, o non ci si fida e li si tratta come minori irresponsabili, in definitiva come sudditi. Certo, c’è un’idea delle regole, e del loro rispetto (pensiamo alle leggendarie file degli anglosassoni), differente. C’è anche la consapevolezza che il sistema all’ingrosso funziona, per cui chi non osserva le norme, prima o poi verrà colpito, la sanzione sarà effettivamente comminata, e il necessario tributo alla società pagato. Mentre qualcuno la farà franca, ma sarà il prezzo legittimo da pagare affinché i cittadini siano comunque trattati come tali.

Non possiamo immaginare una società in cui tutti rispettano sempre tutte le regole: semplicemente perché una società così non esiste, e probabilmente non è nemmeno auspicabile. Possiamo scegliere però come regolare la società: se con un patto fiduciario o un’imposizione. Entrambi i modelli hanno i loro vantaggi e i loro difetti. Ma ci pare evidente la superiorità (e maggiore efficienza) del modello fiduciario: non a caso sempre più applicato anche nella vita familiare, nel mondo dell’impresa, e più lentamente persino nelle istituzioni e nella pubblica amministrazione. Quello per cui si applicano, affidando una certa autonomia all’individuo, norme semplici, di cui sia più facile anche verificare il mancato rispetto con controlli a campione, e comminare una sanzione, correndo il rischio che una quota di popolazione non le rispetti, anziché costringere tutti a regole complesse e farraginose, con pochi margini di autonomia, ma con controlli successivi rari e non efficaci nell’evitare frodi che comunque ci saranno.

Certo, è il problema atavico del nostro modello statuale. Lo sa bene chiunque provi a fare impresa in questo paese: con la caterva di pratiche da svolgere ancora prima di avere cominciato, che costringono a spese, consulenze e lunghe tempistiche che si potrebbero tranquillamente evitare. E, certo, questi modelli affondano le loro radici in differenze antiche, secolari, non facili da cambiare perché sono quasi dei riflessi condizionati: che condizionano a loro volta, in primo luogo, l’attività legislativa. Ma forse anche il caos tamponi ci mostra che è ora di cambiare. Dopo tutto, come abbiamo scoperto con sorpresa noi stessi prima, e gli osservatori internazionali poi, le norme mediamente le rispettiamo, più di quanto crediamo: come ha mostrato la disciplina nell’applicazione del primo durissimo lockdown, e la percentuale molto elevata di vaccinati. Forse scopriremmo che un modello siffatto sarebbe più efficiente e costerebbe anche meno: con molte risorse risparmiate, che potrebbero essere indirizzate al controllo e alla repressione della devianza reale, anziché in una formale e costrittiva prevenzione di una devianza che forse non c’è.

 

Il caos tamponi e il giusto modello, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 13 gennaio 2022, editoriale, p.1

La scuola sempre ultima

È vero, i contagi sono in aumento. Molto personale è in quarantena, e non è facile gestire gli istituti. Ma la lettera dei presidi che chiede a Draghi di non riaprire le scuole fino almeno al 24 gennaio assomiglia molto a un suicidio non assistito: l’autodichiarazione certificata della propria irrilevanza.

Intanto, c’è un problema più generale di criteri di misurazione adottati. La variante Omicron è veloce e pervasiva nel diffondersi: ma è molto meno distruttiva nelle sue conseguenze, almeno per i vaccinati. Siamo sicuri che il numero di contagiati (inevitabilmente in crescita, dato il numero di tamponi esponenzialmente accresciuto) sia ancora un criterio dirimente per decidere lunghi isolamenti? Molti esperti sollevano il problema di quarantene e lockdown inutili (dato che gran parte della popolazione è vaccinata, non siamo più nella situazione di un anno fa, e non ha senso quindi avere le medesime regole), e in più dannosi per economia e socialità: forse sarebbe il caso di rifletterci. Detto questo, ci limitiamo allo specifico dell’ambito scolastico.

Sono due anni che si dice che la scuola è una priorità. Ma il fatto che la prima risorsa a disposizione – e non l’ultima spiaggia – sia sempre e solo la chiusura e la didattica a distanza, la dice lunga sul fatto che sia una priorità solo a parole: verbale, ma non fattuale. E in questo ci sono responsabilità di tutti: compreso del mondo della scuola.

Non sappiamo quanto a lungo dovremo convivere con la pandemia e le sue mutevoli forme. Proprio per questo c’erano misure di vario tipo che potevano e dovevano essere prese. Alcune di più lungo periodo: investimento in edilizia scolastica, classi più piccole – su cui non si vede alcuna progettualità in atto che sia adeguata alle dimensioni del problema. Ma altre potevano essere decise e attuate subito, e a costi relativamente modesti, come stanno facendo molti paesi europei. Mi riferisco in particolare ai rilevatori di CO2 (del costo di poche decine di euro), da mettere in ciascuna aula, in modo che si sappia quando areare gli ambienti (e non lasciare le finestre sempre aperte anche d’inverno, producendo altri tipi di malanni), e dei purificatori d’aria con filtri Hepa (un po’ più impegnativi come costo e installazione, ma del tutto alla portata dei molti soggetti istituzionali coinvolti). Si fosse voluto – e su questo giornale lo si è segnalato più volte e per tempo – si sarebbe potuto provvedere ad installarli in gran parte delle scuole già nella pausa estiva. Perché non si è fatto? È purtroppo facile rispondere: perché è scomodo, e molto più facile chiudere; perché, pur potendo essere in molti a prendere l’iniziativa, nessuno l’ha veramente assunta come priorità. Non l’ha fatto il governo, dando indicazioni in merito, con un piano straordinario nazionale (governo che porta anche la responsabilità di una comunicazione alle scuole contraddittoria e farraginosa). Non l’hanno fatto, quasi mai, le regioni, che pure sono – in alcuni casi – tra i soggetti che più premono per una chiusura ad oltranza: e che avrebbero potuto attivare propri capitoli di spesa e di intervento, se solo l’avessero voluto. Non l’hanno fatto i comuni, che pro quota hanno la medesima possibilità e dunque responsabilità. E non l’hanno fatto, salvo eccezioni che non a caso spesso fanno notizia, nemmeno i singoli plessi scolastici.

Non era questione di denaro. Queste misure avrebbero inciso sui rispettivi bilanci molto meno di altre, e peraltro non è il denaro che manca in questo periodo. Ricordiamo che l’istruzione è una delle priorità del Next Generation EU (quello che noi chiamiamo PNRR per poterci consentire di non occuparci per nulla delle prossime generazioni), e sarebbe stato facile attivare opportuni capitoli di spesa a questo scopo, anche con fondi europei. Ci domandiamo quanti governatori e sindaci – e, purtroppo, presidi – che spingono per le chiusure, si sono attivati con uguale impegno per adottare almeno le più semplici delle misure di contenimento, cui abbiamo accennato. Purtroppo, sappiamo la risposta: pochi. E per quanto si tenda sempre a scaricare la colpa su altri, ne portano la responsabilità tutti i soggetti citati. Nessuno escluso. A dimostrazione del fatto che la scuola – e il presente e il futuro dei nostri ragazzi e ragazze – continua a non essere una priorità per nessuno.

La scuola? Non è una priorità, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 8 gennaio 2022, editoriale, p.1

2021: i successi e i problemi irrisolti. Un bilancio.

Per aspera ad astra. Dalle stalle alle stelle. Dalla crisi più profonda e imprevista alla ripresa più rapida e imprevedibile. Dagli abissi di disperazione della pandemia all’inedito ribrillare dell’italico stellone.

È stato l’anno dell’Italia, quello che non ti aspetti, non ti potevi proprio aspettare, e di cui quindi godi con insperata gratitudine e qualche eccessiva illusione. L’anno di una crescita economica superiore a qualunque previsione, attesa e persino speranza. L’anno di una ritrovata autorevolezza internazionale che nessuno si sarebbe potuto ragionevolmente aspettare o anche solo immaginare, con l’Italia presa ad esempio dai paesi che di solito prendiamo ad esempio. L’anno dei sogni realizzati.

Abbiamo vinto di tutto. L’Eurovision con i Maneskin, un botto di medaglie alle olimpiadi e alle paralimpiadi, con l’oro simbolico – quello della velocità – di Marcell Jacobs, i titoli Europei di calcio e quelli femminili di pallavolo e basket, e altre grandi imprese sportive, dal tennis al ciclismo passando per il football americano, fino alla coppa del mondo di pasticceria e al premio Paganini di violino. Ci siamo così abituati ai nostri stessi recentissimi successi che, quando l’Economist ci ha premiato nelle scorse settimane come paese dell’anno, ci abbiamo creduto, facendo finta di non sapere che nel 2020 era stato il Malawi, nel 2019 l’Uzbekistan, nel 2018 l’Armenia, non proprio dei partner con cui ci confrontiamo abitualmente: perché l’Economist non premia il paese migliore, ma quello che ha migliorato di più, di solito perché partiva da molto indietro… E poi, naturalmente, c’è l’effetto Draghi, con un premier capace di farsi ascoltare all’estero come nessuno in tempi recenti, che ha cambiato in pochi mesi la politica interna e potrebbe influenzarla ancora a lungo, o almeno è quanto molti italiani sperano. Infine, ciliegina sulla torta, ci sono i soldi, tanti, del PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che ci danno una illusione di onnipotenza, quasi che tutto da oggi fosse possibile. Dimenticandosi che, in gran parte, sono debito: che andrà restituito. Facile indovinare da chi, e dunque su quali spalle grava: le giovani generazioni. Mentre gli appetiti intorno a questa montagna di soldi sono in gran parte espressi dalle generazioni presenti, quelle che hanno già avuto. E in gran parte finiranno ad esse, nonostante il progetto europeo si chiami Next Generation EU: un aspetto, questo, che in Italia si è lasciato volentieri in ombra. E non è strano, in un paese che invecchia a vista d’occhio, e che quest’anno ha avuto il saldo negativo di popolazione peggiore della sua storia repubblicana, il record di morti e quello negativo di nascite (non compensati dai movimenti migratori). Traguardi che, a differenza di quelli sportivi, si ricordano malvolentieri, e vengono lasciati agli addetti ai lavori: a torto, perché sono il presupposto di debolezze e crisi future, assai gravi, sulle cui conseguenze riflettiamo pochissimo.

No, non va tutto bene. Ci sono altre crisi in corso: globali. Dalla pandemia al climate change, passando per le rapidissime trasformazioni del neo-capitalismo globale, con le loro incontrollate conseguenze sulle crescenti diseguaglianze, gli sconvolgimenti nel mercato del lavoro, l’ingiustizia e l’insostenibilità fiscale. E ci sono specificità italiche spesso evidenziate ma che restano irrisolte. La crisi della politica (dei partiti, della rappresentanza, della governabilità, anche locale) e delle istituzioni (il sistema giudiziario in primis) che aspettano un intervento risolutivo che non arriva mai. Gli squilibri di genere riequilibrati solo dal punto di vista del principio: per la pratica, vedremo. I mai sufficientemente osservati problemi di redistribuzione: i cui meccanismi hanno visto quasi sempre avvantaggiate le rendite o i profitti, molto meno la remunerazione del lavoro salariato. Il fatto, banalmente, che oggi siamo tutti mediamente più poveri di ieri, e ci siano in ogni caso più poveri di ieri. Mentre altrove il reddito pro capite è cresciuto, e la percezione di un miglioramento della qualità della vita anche, da noi in questi anni sono calati in termini reali i salari e la capacità di spesa, e il sentiment ne consegue (siamo regolarmente in coda nelle classifiche di felicità percepita). Potremmo continuare: con la bassa occupazione, i bassi salari, la bassa produttività, l’evasione fiscale, l’economia illegale…

Tutto questo deve farci guardare all’anno passato con legittimo orgoglio, anche con qualche comprensibile compiacimento, per tirarci su ed affrontare le sfide del futuro con rinnovata energia. Ma sarà meglio evitare illusioni ottiche ed eccessi di autostima. Che rischierebbero di causarci un brutto risveglio al momento di tirare le somme dell’anno che verrà. Usiamo il bene che c’è stato ieri, nonostante le difficoltà, per farci gli auguri: di fare ancora meglio domani.

 

 

L’orgoglio e l’anno che verrà, in “Corriere della sera – corriere del Veneto”, 31 dicembre 2021, editoriale, p.1

L’Alzheimer come metafora

Siamo un paese che invecchia e si spopola. Più morti che nati. Più emigranti che immigrati. Lo scompenso tra generazioni è in crescita. La piramide demografica è diventata una specie di cilindro in precario equilibrio, perché più largo in alto che in basso: e dunque a rischio di crollo. Con conseguenze impreviste. La malattia di Alzheimer è una di queste, e può essere letta come una metafora della nostra situazione. Perché è legata direttamente all’anzianità (colpisce una persona su cento tra i 65 e i 74 anni, ma ben una su cinque sopra gli 85 – il frutto avvelenato di una buona notizia, l’allungamento della speranza di vita). E perché produce, tra le altre cose, perdita della memoria e del senso della realtà: scaricandone le conseguenze sulle generazioni più giovani.

I malati di Alzheimer (che può avere forme più o meno gravi) sono persone con cui è difficile relazionarsi. Moltissimi hanno problemi per vestirsi o curare la propria igiene. Una cospicua minoranza (vicina al quaranta per cento) manifesta forme di aggressività verbale, quasi il venti per cento anche fisica, un po’ di più reagiscono ad accadimenti che non comprendono urlando. Quasi un terzo confonde il giorno e la notte, moltissimi, nella forma più nota e anche leggera, non riconoscono congiunti o conoscenti, o non hanno memoria di breve termine, per cui ripetono continuamente le stesse domande, di solito a proposito delle medesime persone.

Ma a parte i cambiamenti nella loro personalità, inducono cambiamenti nelle loro reti di relazione, e nella società. Mediamente hanno bisogno di quattro ore di assistenza diretta, e dieci-undici ore di sorveglianza. Producono in chi si occupa di loro frequenti e improvvise assenze dal lavoro, in molti casi la necessità della richiesta del part-time (che di solito finisce per pesare sulle donne), nel venti per cento dei casi la perdita stessa del lavoro (idem). Con un costo medio stimato a paziente di 70mila euro l’anno, di cui 19mila direttamente a carico delle famiglie, significa che spesso i figli, costretti a diventare i genitori dei loro genitori, a seguito del sovraccarico lavorativo ed emotivo vivono situazioni di stanchezza e depressione, che si riverberano sulla vita familiare. Così come il costo economico dei genitori si riverbera e ha conseguenze sulle opportunità, anche educative, offerte ai figli, dalla generazione che sta in mezzo. I risparmi di una vita, in non pochi casi, finiscono per svanire in poco tempo per occuparsi di persone che non recupereranno alcuno stato di salute. Gli stessi caregiver (assistenti, badanti) assoldati allo scopo, spesso stranieri, non sono adeguatamente professionalizzati, e tamponano come possono le falle del sistema (come fanno, giocoforza, coniugi e figli dei malati). I servizi, infine, non sono adeguati alla drammaticità del problema, e gli investimenti previsti insufficienti rispetto al suo aggravarsi.

Nella sua drammaticità, specifica di una categoria per fortuna non amplissima, ma in crescita, descrive bene la situazione del paese. Un sistema che regge grazie al lavoro e all’inventiva di adulti e forza lavoro, non abbastanza aiutati per quello che fanno. Ma squilibri di genere ingiustificati. I vantaggi delle generazioni più anziane che diventano svantaggi per quelle più giovani, le tutele degli uni che diventano i gravami degli altri. E ancora, le reti di servizio insufficienti e sottodimensionate, con il conseguente peso che grava interamente su famiglie peraltro sempre più piccole, con meno risorse e più problemi. E in tutto questo, un dibattito politico che parla di tutt’altro, di preferenza di cose inutili o addirittura controproducenti per risolvere la situazione (un esempio: immaginiamo come sarebbe la situazione senza colf e badanti stranieri…). E pochi (che per fortuna ci sono) tra i governanti e i responsabili, che avendo una visione delle tendenze in atto, cercano di affrontare i problemi, e al contempo di far quadrare i conti, come un buon padre di famiglia (come si diceva una volta nel linguaggio giuridico: oggi dovremmo dire un genitore avvertito) dovrebbe fare.

Davvero, non sembra la descrizione del nostro paese?

 

L’Alzheimer come metafora, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 22 dicembre 2021, editoriale, p. 1

Provax e novax: il dialogo difficile

Il dialogo tra provax e novax sta diventando sempre più difficile. Più ancora che dagli alti e bassi della campagna vaccinale, o dalle polemiche politiche e scientifiche (in tv o sui social network), ce ne accorgiamo dal livello delle nostre interazioni quotidiane: negli incontri occasionali (al bar o a casa di qualcuno, al supermercato o in palestra), al lavoro, nelle scuole, dentro le famiglie. Ormai c’è gente che non si parla più, genitori e figli che hanno interrotto i contatti, amicizie irrimediabilmente spezzate, rapporti di stima che sembravano consolidati tramutatisi in disprezzo e irrisione. Da parte di persone appartenenti a entrambi i lati della barricata, o se si vuole, di entrambe le tribù – quella maggioritaria provax e quella minoritaria novax. Le cui opinioni non sono uguali (ci sono quelle ragionevoli e quelle che non lo sono, quelle fondate e quelle infondate) – ma i cui atteggiamenti e comportamenti, da questo punto di vista, sono più simili di quel che vorrebbero, e speculari, nei due campi.
Come mai? Che cosa è andato storto? E perché proprio a proposito dei vaccini? La risposta non è facile. Occasioni di scontro culturale e divisione, nella nostra società ce ne sono di continuo: politiche, ideologiche, religiose, a proposito di questioni discusse (dall’orientamento sessuale all’immigrazione), piuttosto che niente a proposito di calcio. Per non parlare delle occasioni di scontro personali (con il collega, il negoziante, il capufficio…), e quelle che danno luogo a conflitti ordinari: di coda o di precedenza, a proposito di servizi o disservizi erogati, anche solo per buona o cattiva educazione. Eppure le discussioni a proposito del vaccino – l’insofferenza quando non l’odio nei confronti dell’altro che producono – sembrano soverchiarle tutte.
C’è stato un periodo storico recente (molti di noi l’hanno vissuto) in cui lo stesso accadeva con le opinioni politiche. L’odio ideologico ha obnubilato molti: dando luogo a una violenza organizzata (fatta di pestaggi, di agguati notturni, quando è andata peggio di gambizzazioni, assassinii, attentati, oltre che di diffuse violenze psicologiche). Dinamiche simili sono avvenute a seguito di differenze religiose, etniche o razziali, in varie parti del mondo, e in periodi storici anche a noi vicini. Ma la violenza in questi casi non è stata solo l’effetto di un clima, in un certo senso ne è stata anche la causa: è perché c’era la violenza che l’odio per l’altro aumentava, non solo il contrario. Perché l’altro poteva veramente fare male, perché si era costretti a convivere con la paura.
Ecco, ho la sensazione che questo c’entri anche con l’attuale clima di conflitto, di sopportazione finita, quasi di odio personale, tra provax e no vax. Perché anche qui c’è di mezzo la violenza, solo in una forma più subdola, invisibile, e di cui quindi siamo meno coscienti: che porta al contagio, alla malattia, alla morte (molti di noi l’hanno sperimentato: su sé stessi, parenti o amici). Ma a differenza che nella violenza politica o religiosa, etnica o razziale, non sappiamo con certezza chi ne è portatore, che potrebbe anche esserne inconsapevole.
La differenza tra provax e novax è quindi di qualità diversa, e per questo più indifferenziata. Perché l’altro, anche senza accorgersene, può essere strumento di un male che può attaccarsi anche a me: e io non me ne posso accorgere prima, non lo capisco dall’abito, dal colore della pelle, e nemmeno da quel che dice (almeno finché non si finisce per parlare esplicitamente del tema) – e posso ritrovarmi contagiato ovunque, in ufficio, in autobus, al ristorante. Ecco perché il provax diffida del novax, che di questo non è consapevole (negando all’origine la scientificità dei ragionamenti addotti), e rischia di farsi strumento di sofferenza (non solo per malattia: anche per danno economico dovuto a lockdown, o per cure non ricevute) e morte altrui. Mentre il novax teme indimostrabili (ma non meno reali, nella sua mente) complotti, manipolazioni o dittature, percepite anch’esse come violente. Ed ecco quindi perché le rispettive posizioni finiscono per essere irriducibili. E fonti di conflitti che sono destinati ad ampliarsi, non a ridursi: fino a che il male non sarà sconfitto. Ciò che non è, al momento, nell’orizzonte visibile delle cose.

Finché non batteremo il male, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 9 dicembre 2021, editoriale, p.1

Profughi che non vogliamo, lavoratori che non ci sono. Tutto si tiene…

Da un lato, a qualche centinaio di chilometri da qui, abbiamo poche migliaia di profughi, usati come strumento di politica estera e interna, picchiati, feriti, morti assiderati, nell’indifferenza dei più e nella conseguente inazione delle cancellerie europee, incluso il governo italiano.

Dall’altro abbiamo la certezza che, volendo, con un minimo di organizzazione e di formazione, queste persone troverebbero lavoro e collocazione tutte quante nel solo Veneto, al massimo allargando un poco l’area di riferimento al di là dei confini regionali, verso Lombardia o Emilia-Romagna – figuriamoci in un’Unione Europea di 450 milioni di abitanti.

È una provocazione, la mia, perché mette insieme argomenti apparentemente diversi, e trattati come tali: una crisi (e una vergogna) umanitaria, e un problema di occupazione e lavoro. Ma è una provocazione voluta, perché i problemi sono davvero collegati, e basterebbe la volontà di approfondirli per accorgersene.

Un quarto di secolo di studi e ricerche sui fenomeni migratori mi ha insegnato che non capiamo una barca con cento immigrati che galleggia precariamente nel Mediterraneo, o i profughi rimpallati tra i confini dei paesi dell’Est Europa, se guardiamo solo la barca in questione, o i confini suddetti. Per capire di cosa si tratta veramente, bisogna guardare al contempo più da lontano e ancora più vicino: guardare cosa succede in Africa o in Medio Oriente e in Europa, a Bruxelles o a casa nostra (dal punto di vista demografico, economico, sociale, politico, ambientale…), ed entrare nella testa e nei sogni di quei migranti, e nella vita di chi si ritroverà ad avere a che fare con loro, lavorativamente e umanamente, persone e imprese.

Non si capiscono infatti le migrazioni se non le intrecciamo ad altre forme di mobilità: delle informazioni, del denaro, delle merci, e le tante mobilità umane (per turismo, studio, lavoro, cultura, oggi magari per smart working, ecc.) che caratterizzano l’attuale modello di sviluppo. Ma ugualmente non si capiscono le migrazioni, in ingresso e in uscita, se non le colleghiamo ad altri fenomeni, a cominciare dalla demografia, per continuare con le trasformazioni nel mercato del lavoro, il livello di istruzione, e altro ancora. Le migrazioni non avvengono nel vuoto: sono un pezzo di trasformazioni più ampie, al contempo causa ed effetto di un cambiamento globale in corso. Basta un esempio, per capirci: siamo all’interno di un calo demografico devastante, che ci porta ad essere il paese più vecchio d’Europa, attualmente con un rapporto tra lavoratori attivi e pensionati che è di 3 a 2, ma che diventerà intorno al 2040 (dopodomani…) di 1 a 1, con una perdita annua media di popolazione che è di oltre duecentomila persone (una città come Padova – e quattrocentomila, una città come Bologna, nell’anno del Covid). Ammesso e non concesso che attuassimo domani le migliori politiche familiste del mondo, e le finanziassimo adeguatamente, queste avrebbero effetto sul mercato del lavoro tra vent’anni: nel frattempo, visto che già oggi abbiamo enormi carenze di manodopera, e tra meno di dieci anni potremmo avere oltre sei milioni di anziani non autosufficienti, che cosa facciamo? Rinunciamo a posti di lavoro e ricchezza prodotta, utile per mantenere anche chi non la produce più, pur di non accettare immigrati?

Non solo, le emigrazioni sono oggi in numero equivalente o superiore alle immigrazioni: non c’è nessuna invasione in corso – semmai, un’evasione. Siamo la regione con più emigranti, e con più emigranti istruiti, dopo la Lombardia, ma l’unica ad avere un saldo netto negativo, per quel che riguarda i laureati, perché le uscite, a differenza di quanto avviene in Lombardia ed Emilia, non sono compensate dagli arrivi di laureati dal sud e dall’estero.

Tutto questo ci mostra quanto demografia, lavoro, emigrazione e immigrazione siano collegati. E finalmente hanno cominciato a dirlo a chiare lettere anche imprenditori del calibro di Leopoldo Destro, Massimo Finco, Marco Stevanato, Mario Moretti Polegato, Laura Dalla Vecchia, Andrea Tomat e altri: ponendo senza tabù, anche alla politica, il tema dell’immigrazione come priorità, e non come slogan giocato al contrario per acquisire consenso. Senza immigrazione ci sarà meno lavoro e meno ricchezza per tutti: e il prezzo lo pagheranno le imprese, dunque l’occupabilità degli italiani, in particolare dei giovani. Chi è contro l’immigrazione – regolata e regolamentata: questo si dovrebbe volere – di oggi, è contro il lavoro e la ricchezza di domani. L’incapacità di volerlo capire manifesta ottusità ideologica: niente di più e niente di meglio.

 

Cosa saremo senza immigrati, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 28 novembre 2021, editoriale, p.1

È giusto porre dei limiti alle manifestazioni no vax?

Il problema dei limiti alle manifestazioni dei ‘no green pass’, ‘no vax’, e qualche altro ‘no qualunque cosa’ che si mischia alle medesime, è mal posto. In una società democratica e civile, le norme non sono e non dovrebbero mai essere ‘ad personam’, o rivolte ad alcune specifiche categorie di persone, ma sempre universali. La questione dunque si pone come segue: è legittimo porre dei limiti, nella situazione attuale, al diritto di manifestare? Di chiunque e per o contro qualunque cosa?

La risposta credo che possa e debba essere affermativa. Fatto salvo il diritto legittimo a manifestare le proprie opinioni, quali che siano – che non si tocca, non solo perché è costituzionalmente garantito, ma perché la sua valenza è anteriore alla stessa costituzione: sta nei principi e diritti fondamentali cui la nostra costituzione si ispira, ma che la precedono, e di molto – si può e si deve discutere delle modalità con cui è lecito farlo, in questa fase. Intanto, e dovrebbe essere ovvio, nel rispetto delle leggi, incluse le normative specifiche approvate in funzione della pandemia, a tutela della salute pubblica: quindi sì, ma rispettando le norme, e cioè chiedendo i permessi relativi, rispettando le indicazioni e i percorsi concordati, accettando gli spazi assegnati in funzione della diminuzione del rischio di contagio, rispettando le forze dell’ordine, non aggredendo giornalisti, e ovviamente mettendosi la mascherina (prevista in caso di assembramento: e le manifestazioni lo sono) e rispettando le norme di distanziamento. In questo senso è legittima anche la richiesta di un servizio d’ordine autorganizzato (di steward, come si dice ora), incaricato di far rispettare le norme: che, storicamente, nei movimenti che più hanno fatto ricorso alla modalità della manifestazione di piazza (partiti, sindacati, ma anche movimenti degli studenti e molti altri), c’è sempre stato, senza neanche bisogno di chiederlo. Se un gruppo non è capace di controllare sé stesso, forse non deve assumersi le responsabilità di una protesta pubblica che non sa come e dove possa degenerare. Se tali basiche norme non vengono rispettate, è lecito (dopo aver dato il permesso di far svolgere le manifestazioni), interromperle, e nel caso – so che la parola spiace, ma ogni norma è tale solo se la sua violazione presuppone una sanzione – reprimerle: dall’ammenda in su.

Naturalmente, dal punto di vista di chi è favorevole tanto al vaccino quanto al green pass (la stragrande maggioranza dei cittadini), si comprende che faccia ancora più rabbia la motivazione delle manifestazioni, ma questo non giustifica una repressione specifica, visto che il diritto di manifestare nasce soprattutto per tutelare le minoranze. Giustifica però un ragionamento specifico: chi non si vaccina contribuisce alla diffusione del virus, le manifestazioni (senza protezioni, come visto finora – troppo a lungo: si sarebbe dovuto intervenire prima, data la plateale violazione delle norme) sono un eccellente veicolo di contagio, come mostrano le impennate di casi e ricoveri nelle città dove si sono svolte. E chi si contagia, se ricoverato, toglie tempo, medici, cure e urgenze ad altri malati, incolpevoli delle loro malattie, che avrebbero altrettanto e forse maggiore bisogno di cura e protezione, e se le vedono togliere, e rinviate le visite e gli interventi, perché si torna a dirottare personale medico e infermieristico, e risorse, per le emergenze, in parte evitabili (con un vaccino messo a disposizione gratuitamente), dovute al Covid.

Crediamo sia legittimo anche un ragionamento riguardante la frequenza stessa delle manifestazioni. Se continue, sempre negli stessi luoghi, comportano un oggettivo disturbo delle attività dei cittadini (non dei soli commercianti, come si tende a sottolineare). È legittimo dunque, senza conculcare il diritto a manifestare, immaginare dislocazioni alternative e rotazioni.

Detto questo, sono così favorevole al diritto di manifestare, che vorrei vedere in piazza, per una volta, i pro vax, pro green pass, pro terza dose, pro scienza, pro salute. Per ricordare che, oltre alle minoranze, esiste anche una maggioranza, in questo paese. E forse è il caso che si veda…

 

In piazza sfilino i sì vax, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, “Corriere del Trentino”, “Corriere dell’Alto Adige”, “Corriere di Verona”, “Corriere di Bologna”