Vanno tagliati i veri costi della politica italiana

“Tagliare i costi della politica” è un bello slogan. Che finora ha prodotto il taglio del numero di consiglieri comunali che prendevano indennità da pochi euro, e poco altro. Allontanando persone che dalla politica non guadagnavano nulla dai meccanismi della partecipazione democratica, senza alcun vantaggio reale per le casse dello stato e dei comuni.

Ora Calderoli propone il taglio al 5% delle indennità di parlamentari e ministri: 4 milioni di euro per i primi, l’equivalente di 7 ore di volo degli aerei blu per i secondi, come hanno calcolato i soliti Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. Briciole. Che nascondono il vero problema. Che non è nelle indennità, ma nei benefici correlati al ruolo. Per dire, un politico ci costa molto di più in annessi e connessi (dai portaborse alle auto blu alle vacanze a spese dello stato) che in indennità. E, peggio, ci costa molto di più quando smette di esserlo (in pensioni, benefit, e magari scorte inutili) che non mentre lavora per noi.

Un secondo problema sta nell’uso degli strumenti della politica in maniera formalmente legale, ma producendo effetti perversi. Come ricordava Max Weber, c’è chi vive per la politica, e c’è chi vive della politica. I primi sono pochi, i secondi sono molti e famelici. E tengono famiglia, per cui accumulano cariche per i tempi bui (sommando quelle in parlamento o in regione con altri enti e consigli d’amministrazione di nomina pubblica), fanno far carriera alla moglie in un ente o fanno arrivare consulenze pubbliche al fratello. O, da parlamentari, per aggirare il divieto di assumere come segretari i parenti stretti, assumono ciascuno la moglie dell’altro. O ancora, da leader di partito, fanno eleggere il proprio figlio, bocciato tre volte alla maturità, come più giovane consigliere della Lombardia. Tutti esempi che abbiamo preso, non a caso, dallo stesso partito di Calderoli. Certo, così fan tutti, e altri magari fanno peggio. Ma, appunto, come diceva qualcuno: chi è senza peccato… Che almeno, da membri della casta, si abbia il pudore di non usare la retorica dell’anti-casta.

Un terzo problema è dovuto all’arricchimento personale al di fuori della politica. Come diceva Balzac, a dimostrazione del fatto che si tratta di un male antico, “un uomo politico è un uomo che è entrato negli affari, o sta per entrarvi, o ne è uscito e vuole rientrarvi”. E se Tangentopoli ci ha mostrato che, almeno in parte, si rubava per il partito, gli affari della cricca ci mostrano che oggi si ruba solo per se stessi, e senza alcuna vergogna. Non sono casi singoli, mele marce, episodi eccezionali, come si fa finta di dire: ma un sistema ben oliato e organizzato, ordinario e familiare, accettato e condiviso – fisiologia del sistema, non sua patologia. Ma il suo costo, che ricade sulla collettività, è fatto di spese inutili, di appalti gonfiati, di benefici personali (magari con vista sul Colosseo), che incidono ben oltre quel fatidico 5%.

Il quarto e più grave costo della politica è tuttavia un altro: sta negli sprechi, nelle inefficienze, negli enti inutili, negli stipendi non meritati, nella mancanza di pianificazione, nelle spese senza criterio e senza progetto, nei controlli mancati, nell’incompetenza, nella perversione del mercato e nell’umiliazione del merito. E in tutto ciò che uccide la fiducia, l’energia e la volontà di innovazione.

Per cui bene il taglio del 5%. Magari anche del 10. E delle indennità. E della metà dei parlamentari. E della metà delle spese di camera e senato. E degli uffici stampa della regioni. E degli enti. E si promuova la trasparenza dei bilanci e l’anagrafe degli eletti. E non si nominino i propri uomini per fedeltà di partito anziché per merito, applicando un feroce spoil system. Allora forse i cittadini ritroveranno fiducia, e non penseranno di trovarsi di fronte all’ennesima trovata pubblicitaria.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Vanno tagliati i veri costi della politica italiana, in “Il Mattino”, 19 maggio 2010, pp. 1-5 (anche ‘La Nuova di Venezia’ e ‘La Tribuna di Treviso’)

Parabola Fini, da sdoganato a isolato

La campagna di diffamazione di cui Fini è oggetto da parte del ‘fuoco amico’ dei giornali del Cavaliere, e il suo accerchiamento nel PDL, dimostrano la pericolosità della sfida da lui lanciata, più che a Berlusconi come persona, al berlusconismo come sistema e come stile politico.

Berlusconi è riuscito a costruire un partito, un governo e, in buona misura, un Paese a sua immagine e somiglianza. In cui, come nel sistema eliocentrico, lui è il sole, e tutto il resto – leggi, carriere, notizie, priorità nazionali e destini personali – si misura dalla vicinanza o dalla distanza delle orbite di coloro che ruotano intorno a lui.

Fini persegue un obiettivo diverso, e non da oggi: politico, non solo personalistico.

Per questo, da leader di un partito, l’MSI, che ha avuto il ruolo di traghettatore dell’eredità e dei valori del fascismo nella democrazia repubblicana, destinandosi all’opposizione, ha voluto fondare nel 1994 Alleanza Nazionale, nata precisamente per sfuggire all’isolamento politico e proporsi come forza di governo. Ci è riuscito, e con rapidità. Troppa, forse, e con sospetto unanimismo, che lasciava trasparire, nei colonnelli del partito, un’evoluzione più di convenienza che di convinzione. Una coppa amara che bisognava bere per entrare finalmente, dopo un lungo digiuno, nelle sfere del potere. E infatti oggi i colonnelli al potere rimangono, lasciando il leader al suo progetto.

Il Popolo della Libertà, nato lo scorso anno non con un congresso, ma con una passerella di notabili, non è stato infatti che l’ultima tappa di quella evoluzione: la manifestazione visibile di un potere acquisito, saldo, ostentato, disinteressato alla discussione perché la sua ragion d’essere era ormai acquisita. Ma oggi i nodi vengono al pettine.

Fini deve molto a Berlusconi. Per averlo “sdoganato” – parola dallo stesso Berlusconi utilizzata ai tempi della corsa di Fini per il Campidoglio – e per avergli fatto ottenere il ruolo un decennio fa impensabile di presidente della Camera. Ma ha sempre avuto un obiettivo politico proprio.

Vanno letti in questa chiave i gesti e le parole d’autocritica: l’abbandono dei riferimenti a Mussolini e al fascismo, il richiamo ai padri nobili della patria repubblicana, da Einaudi a De Gasperi, le visite ai campi di concentramento e in Israele, le condanne ferme dell’antisemistismo, le parole di riconoscimento del ruolo storico della Resistenza, fino alle prese di posizione sui diritti fondamentali, sull’immigrazione, sulla laicità.

Tutte tappe della costruzione di un progetto politico di lungo periodo incentrato su una immagine di sé come leader innovatore, sopra le parti e fuori dagli schemi: istituzionale, da statista. Passata attraverso i discorsi alti, le frequentazioni trasversali, la progettualità culturale della Fondazione “Fare futuro”, il suo personale think tank. Un percorso non senza contraddizioni, se pensiamo che il suo nome resta legato a due leggi tra le più culturalmente conservatrici e retrodatate nell’impianto, la cui conseguenza più evidente è stata di riempire inutilmente le carceri italiane senza alcun miglioramento della sicurezza reale o percepita: la Bossi-Fini sull’immigrazione e la Fini-Giovanardi sulla droga.

In questo quadro la sua frettolosa accettazione della proposta di co-fondare, in un ruolo inevitabilmente subordinato, il Popolo della Libertà, dopo aver irriso il discorso del predellino, si rivela come una scommessa non riuscita. Nell’illusione, probabilmente, di diventarne il leader (dopo aver provveduto, con l’instaurazione di un sistema presidenziale, a portare Berlusconi stesso alla presidenza della Repubblica, o in caso di sua sempre possibile disgrazia giudiziaria, tuttavia sempre più lontana man mano che si estende il suo potere) se ne è ritrovato ai margini.

Probabilmente il suo gesto peggio calcolato, di cui oggi sta pagando il prezzo.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Parabola Fini, da sdoganato a isolato, in “Il Mattino”, 12 maggio 2010, pp. 1-11

I vescovi e la politica

I vescovi e la politica

Il dibattito sugli interventi dei vescovi in campagna elettorale è continuato anche dopo, ed è bene: perché tocca un tema cruciale per questo paese, per la maturità della sua democrazia e per il ruolo della sua principale comunità religiosa. Più dell’enunciazione di tanti principi, qualche riferimento empirico può aiutare a comprendere i termini della questione.

Provengo da una città e da una diocesi, Milano, dove il vescovo del periodo in cui mi sono formato era il card. Carlo Maria Martini, una delle figure più alte della Chiesa italiana di oggi. Della politica ha sempre mostrato un grande rispetto, considerandola uno dei luoghi elettivi in cui può e deve manifestarsi la missione del laico cristiano. E proprio per questo ha dato un grande impulso alle scuole di formazione alla politica, da cui sono usciti giovani quadri poi entrati nei consigli comunali e in parlamento: in diversi partiti, con differenti sensibilità. Ma mai e poi mai qualcuno ha potuto immaginare che volesse strumentalizzare l’impegno politico per promuovere politiche proprie (al contrario, ha sempre lasciato ai laici il compito di elaborarle nella propria autonomia e responsabilità di cristiani), o che si lasciasse strumentalizzare dalla politica, pur dedicandosi al fondamentale lavoro di dare spessore e fondamento evangelico, più che alla politica, alle persone che vi si dedicano, che pure incontrava.

Oggi di quella città è vescovo il card. Dionigi Tettamanzi. Un pastore che ha usato spesso toni accesi, non contro i politici, ma contro concretissime politiche disumanizzanti, forti con i deboli e deboli con i forti, incentrate intorno al dio denaro e tese a considerare i poveri, gli immigrati e i rom, nella regione più ricca d’Italia, un fastidio di cui liberarsi con la ramazza e col bastone, senza rispetto dell’humana pietas, prima ancora che di quella cristiana. Non a caso questo vescovo è diventato bersaglio prediletto delle forze politiche localmente al governo: dalla Lega, che ha chiesto esplicitamente di cacciarlo usando nei suoi confronti toni di inaudita durezza e volgarità (dimenticati da chi oggi vede in essa il nuovo bastione del cristianismo, un cristianesimo identitario ma spesso privo di fede, povero di speranza e ignaro di carità) e non di rado il sindaco Moratti, che non ha nascosto il suo fastidio per le posizioni forti del vescovo, che suonavano critica alla sua amministrazione.

Da quando vivo a Padova vedo operare il vescovo Antonio Mattiazzo. Un pastore lontano dalla politica, che rifiuta sistematicamente di farsi trascinare sul suo terreno. Capace anch’egli di parole forti, e di messaggi morali stridenti con certa politica, ma lontano dai suoi palcoscenici. Che anche nelle scorse elezioni amministrative (quelle di sua maggiore ‘competenza’) ha saputo far passare i suoi messaggi – spesso scomodi e per nulla accondiscendenti con i vizi cittadini – senza dare ad alcuno l’impressione di voler entrare nel terreno diretto delle scelte politiche. Anzi, a quei politici (in quel caso, del centro-destra) che volevano tirarlo per la tonaca, estorcendogli un incontro che sarebbe potuto suonare come benedizione per una parte sola, ha fatto dire pubblicamente, in maniera limpida e come messaggio che valesse per tutti, che non avrebbe ricevuto nessuno di loro fino al giorno dopo le elezioni. E il suo atto forse più politico, in quel periodo, saputo che alcuni politici volevano far chiudere o almeno spostare la mensa dei poveri – usando l’argomento come tema di campagna elettorale – è stato quello di andare a visitarla, e dire forte e chiaro, in conferenza stampa, che per farlo avrebbero dovuto passare sul suo cadavere.

Tre vescovi, tre stili pastorali differenti, accomunati dall’esigenza di rapportarsi alla politica a partire dal Vangelo, nello stile del buon seminatore, e del pastore attento a far sì che il sale della terra sia veramente tale, e il lievito fermenti. Ma tutti e tre stridono fortemente con lo stile inaugurato, a livello nazionale, dal lungo regno del card. Ruini, e oggi continuato, con qualche irruenza in meno, dal suo successore il card. Bagnasco: uno stile interventista, che cerca di indirizzare le scelte politiche, non solo di farle maturare alla luce del Vangelo. Questo nella convinzione che, tramontato il partito cattolico, la Conferenza episcopale dovesse diventare attore politico in prima persona, relegando i politici cattolici al ruolo umiliante di meri esecutori della volontà ecclesiale. Ma mettendosi su questo terreno e agendo da attore politico, quasi un partito occulto ma neanche troppo, la Cei rischia che il discredito che oggi i cittadini manifestano nei confronti della politica, di cui l’assenteismo elettorale è oggi la forma più evidente, e il disgusto contro la casta la forma verbale più esplicitata, si trasferisca sulla stessa Chiesa, e nelle stesse modalità: con un abbandono silenzioso e amareggiato, o talvolta con spirito apertamente polemico.

Perché, per tornare al punto da cui siamo partiti, delle due l’una. O i pronunciamenti dei vescovi non contano nulla nell’orientare l’elettorato cattolico: e allora sarebbe stato meglio non farli e non dare la sgradevolissima impressione di allearsi con un potere che peraltro, sul piano personale come politico, non ha dato fulgidi esempi di moralità e di aderenza ai principi cristiani. Oppure qualcosa – anche se molto meno che in passato – contano: e allora, alla luce dei risultati elettorali, sono stati utili a non far eleggere Emma Bonino e Mercedes Bresso, e di converso a far eleggere Renata Polverini e Roberto Cota, e quindi in definitiva a determinare, seppure con quel poco, il senso politico delle scorse elezioni (con un risultato diverso il centro-destra non avrebbe potuto dire di aver stravinto le elezioni, né quella della Lega sarebbe apparsa un’avanzata travolgente, essendo la vittoria in Veneto largamente prevista). E allora adesso la Chiesa cosa farà: passerà all’incasso, confermando che di una logica di scambio si è trattato? Sarà tentata, visto il successo, di interferire ulteriormente, anche sulle scelte amministrative a livello regionale e locale? Diventerà insomma esplicitamente attore politico? O si assumerà la responsabilità politica delle conseguenze, anche a lungo termine, di questa vittoria del centro-destra, per il futuro dell’Italia: una croce che forse sarebbe stato saggio lasciare portare ad altri? O al contrario saprà scegliere nuovamente uno stile evangelicamente chiaro, che una scelta di parte – non di partito – la fa, sì, ma in favore degli ultimi, dei poveri, dei sofferenti, per i quali e in nome dei quali leva alta la sua voce, e a tutti offre una parola di verità, che libera e che guarisce, e a nessuno il diritto di appropriarsene e di rivendicarla come propria?

Sarebbe utile che su queste diverse posizioni si aprisse nel mondo cattolico un dibattito aperto, uscendo dalla logica del conformismo ipocrita rispetto ai vertici in pubblico, e del mugugno in privato. Ne va del futuro della Chiesa, non solo del ruolo dei laici cristiani nella società. E ne va del futuro di questo nostro amato e sciagurato paese.

Stefano Allievi

L’autoreferenzialità del PD

In un articolo recente – alla luce della sconfitta elettorale, e nel contesto del rinnovo degli organismi locali del Partito Democratico – ho svolto alcune considerazioni su una “una gestione verticistica delle candidature” padovane, e “un eccesso di padovacentrismo”. Critiche peraltro diffuse, di cui mi sono fatto voce senza pretendere di esserne portavoce. Fatte non per appioppare la sconfitta a chicchessia, ma per evitare di ripetere gli errori del passato.

Rispetto a queste osservazioni – oneste perché aperte e dirette – sul modo di condurre il PD, potevo aspettarmi una risposta politica. E’ arrivato invece un attacco personale che lascia trapelare il fastidio per l’impertinenza di chi si permette di disturbare il manovratore.

Nella sua replica infatti Gianluca Gaudenzio esibisce sarcasmo e supponenza: “ho letto con il sorriso sulle labbra l’intervento di Stefano Allievi…”. Con ciò mostrando una tragica incapacità di ascoltare le voci in dissenso, che fa tanto vecchia politica, e dispiace vedere in un dirigente ancora giovane.

L’accusa di verticismo si riferiva a un dato preciso. La segreteria provinciale si è spesa esplicitamente a favore di un solo candidato. Questo candidato è stato battuto: terzo in città, a grande distanza dai primi due, quarto nella bassa padovana, sesto nell’alta. Ed è risultato eletto solo grazie al gioco dei resti. E’ il segno evidente di una non capacità di governo, e soprattutto di una drammatica carenza di ascolto della base e del territorio. Quanto al padovacentrismo, non è questione di opinioni, ma di fatti: gli eletti in regione sono tutti di Padova città (e tutti uomini, in violazione delle norme del partito: si è lasciato alla provincia di designare delle donne, peraltro uscite benissimo dalla competizione), così come erano di Padova città gli eletti in consiglio provinciale – anche quelli eletti in provincia. E se il PD vorrà tornare a contare qualcosa fuori dal fortino padovano, e non fare la fine del generale Custer, questo è sicuramente un problema.

Gaudenzio si trincera burocraticamente dietro l’affermazione che i candidati sono stati scelti dopo un’ampia consultazione democratica con i circoli. Già. Peccato che le telefonate a sostegno del candidato della segreteria, indirizzate anche alla provincia, e la preparazione della sua campagna elettorale, fossero partite ben prima di quella consultazione. E arriva ad accusare inelegantemente gli esponenti della provincia di non essersi candidati perché non avevano il posto garantito. Peccato che a loro la proposta fosse stata fatta all’ultimo, a giochi fatti, e quando era difficile anche organizzarla, una campagna elettorale. E peccato che l’argomento possa valere per chiunque altro, incluso il candidato della segreteria: avrebbe corso, senza la garanzia di quel sostegno, che altri non hanno avuto?

Il tono complessivo mostra il rifiuto dell’idea che un partito è un soggetto collettivo, in cui tutti hanno diritto di parola, e l’arroganza miope di chi pensa che sia cosa dell’apparato, autoreferenziale: che è precisamente una delle attitudini che hanno fatto perdere consensi al PD. Quegli stessi consensi che invece aumentano quando si dà voce a tutti, e tutti si ascoltano, come nelle primarie e in altre occasioni.

Gli elettori e i militanti del PD – quelli interessati al suo futuro e non solo al suo passato – vogliono un partito aperto, propositivo, innovativo, presente nel territorio, che non ha paura delle critiche e anzi ne fa tesoro: per sbagliare meno in futuro. E in nome della speranza che incarna, del progetto di società che (faticosamente) delinea, hanno il diritto di dire la loro (a meno che non si pensi che sono i cittadini ad essere al servizio della politica e non viceversa). Dopo tutto è un partito che nasce da una domanda di presa di parola da parte di soggetti nuovi, di pezzi di società che non si sentono rappresentati, e sull’offerta di farlo, sull’incoraggiamento a partecipare a un progetto nuovo. E’ bene che questa lezione non si perda. Pena una inevitabile agonia.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), L’autoreferenzialità del PD, in “Il Mattino”, 28 aprile 2010, p. 25

La chiesa pecca in comunicazione

L’ennesimo scivolone comunicativo che ci proviene dai vertici della chiesa cattolica – le dichiarazioni del card. Bertone sul rapporto tra omosessualità e pedofilia – sono un buono spunto per una riflessione più generale sul rapporto tra chiesa e media e, in definitiva, sull’attuale pontificato.

Una prima considerazione è quasi banale. Troppo spesso i vescovi sono abituati a parlare, anche di ciò su cui non hanno alcuna competenza specifica, con un atteggiamento ex cathedra: come se si trattasse sempre di una parola alta, autorevole e definitiva. E la compiacenza con cui queste affermazioni vengono accolte, sia interna alla chiesa che esterna, anche quando si tratta di banalità o di autentiche sciocchezze, rende plausibile che ci si abitui ad aver ragione per mancanza di contraddittorio. La rarità delle occasioni in cui, in Italia, prelati autorevoli partecipano a tavole rotonde a pari grado con altri soggetti, in atteggiamento di autentico confronto, e viceversa l’abitudine a relazioni e dichiarazioni a senso unico, calate dall’alto e senza possibilità di risposta, fanno sì che l’atteggiamento venga confermato. E questa non è certo una buona scuola comunicativa. Prima o poi si trova qualcuno che decide di rispondere per le rime. E l’impaccio degli ecclesiastici quando si ritrovano nel pieno della polemica tradisce la difficoltà dell’approccio.

Un problema che si riverbera anche nelle polemiche per le quali la chiesa cattolica è sulle prime pagine della stampa in questi giorni: la questione della pedofilia. Su cui la chiesa ha commesso errori, e non solo ingenuità, anche pesanti. E peccati di omissione che possono essere più gravi di quelli in parole ed opere, trattandosi di un comportamento per il quale il vangelo ha parole terribili: “Chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare” (Matteo 18,6). Ma vi è pure una innegabile strumentalità di molte accuse, anche dirette alla persona del papa. E colpisce, in questo caso, l’incapacità della chiesa, non abituata ad essere oggetto di discussione pubblica, a rovesciare il messaggio, a riuscire a dire che, pur tra le colpe gravissime di alcuni, oggi inequivocabilmente condannate, la chiesa è pur sempre tra le agenzie che, ovunque nel mondo, più fanno per la tutela, l’aiuto e la crescita dei piccoli, dei giovani, dei ragazzi (e sarebbe interessante vedere se altri ambienti fanno altrettanta pulizia in pubblico: dai collegi religiosi di altre confessioni e laici, agli ambienti militari, a quelli sportivi, e ovunque adulti e ragazzi, dello stesso sesso o meno, vivano insieme per lunghi periodi di tempo).

Invece, anche in questo caso, il comportamento è stato goffo e le chiamate di correo controproducenti, riuscendo a collezionare una sequela di incidenti comunicativi impressionante, come il ridicolo paragone con l’antisemitismo. Il problema è che tali incidenti cominciano a caratterizzare l’attuale pontificato e i suoi uomini in maniera imbarazzante: dal discorso di Ratisbona alla riammissione dei lefebvriani, fino ai ripetuti problemi nei confronti degli ebrei.

Il che ci porta al cuore del problema: le modalità comunicative della chiesa attuale. E’ piuttosto improbabile che la stampa mondiale si sarebbe accanita con le stesse modalità nei confronti del papa precedente: non ci si sarebbe permessi, punto e basta. Giovanni Paolo II, più familiarmente Karol Wojtyla per molti, parlava con il corpo e con i fatti, attraverso una pedagogia dei gesti straordinariamente in sintonia con gli umori dell’epoca. E di lui rimangono immagini simboliche potentissime: gli incontri di Assisi, l’abbraccio al rabbino Toaff, la preghiera nella moschea di Damasco, l’entusiasmo delle moltitudini, giovanili in particolare, fino al suo corpo sofferente offerto come icona alla commozione pubblica. Benedetto XVI, che pochi chiamerebbero con la stessa familiarità Joseph Ratzinger, parla con la logica della razionalità – e lo ha rivendicato con i suoi messaggi fin dall’inizio del suo pontificato – che di per sé si presta ad essere criticata sul medesimo piano. Non compare l’afflato e la passione, che pure forse ci sono, ma si rende più visibile il rigore, e anche la freddezza, del ragionamento astratto e del tono professorale. Il che lo rende antipatico anche quando ha ragione. Anche se il problema non è di forme, ma di contenuti: Woytjla ha inziato il suo pontificato con parole di speranza: “Non abbiate paura!”, “Aprite le porte a Cristo”. Ratzinger si è caratterizzato per gli accenti cupi, l’approccio polemico (contro il relativismo, contro la modernità, contro la scienza, contro l’islam), un sostanziale pessimismo, una certa chiusura della chiesa su se stessa e sul proprio passato (la messa in latino o i riferimenti a Pio XII e ad altri papi del passato, notoriamente non i più aperti). Un tratto che forse è ugualmente in sintonia con lo spirito dell’epoca. Ma di un’epoca disincantata, impaurita, in cui prevale la chiusura e il conflitto con tutti coloro che non la pensano come noi. Di cui finisce per fare le spese anche una chiesa che a questo spirito si adegua.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), La chiesa pecca in comunicazione, in “Il Piccolo”, 15 aprile 2010, pp. 1

Un partito che deve sottrarsi al giogo dei padri fondatori

I ballottaggi, con la perdita di Mantova, hanno sancito la sostanziale sconfitta del Partito Democratico, in particolare al nord. Sarebbe però fuorviante ridurre il dibattito post-elettorale all’interno del PD a uno sterile tiro al piccione. Anche perché a perdere, a livello nazionale, non è stato Bersani, così come a livello regionale non è stato Bortolussi. La colpa del risultato, in Veneto, non è imputabile al candidato, ma al modo in cui si è arrivati alla sua designazione, al ritardo accumulato, alla scelta della persona prima di avere un programma e un progetto politico condiviso.

Dalle urne tuttavia non esce sconfitto il progetto per il quale il PD è nato, ma semmai la sua mancata realizzazione, soprattutto da parte di chi è rimasto ancorato alle tradizionali componenti e non riesce a riprendere i legami con una società che è nel frattempo cambiata. E’ nella distanza tra certo apparato del PD e il suo elettorato che si trova una delle chiavi per leggere questa sconfitta. Né è un esempio significativo il caso padovano: in cui buona parte del gruppo dirigente ha scelto di spendere il suo peso politico tutto a favore di un solo candidato, che è risultato di gran lunga il meno votato tra quelli eleggibili, superato in alcune circoscrizioni anche dai candidati locali di bandiera. Un fatto che non potrà non pesare sul dibattito interno al PD. Mentre il candidato che ha ottenuto più preferenze è stato quello più trasversale, sostenuto anche da molti – e da molti giovani e nuovi iscritti – che non appartenevano né ai DS né alla Margherita, e vorrebbero costruire una storia politica capace di maggiore autonomia e innovazione rispetto ad essi.

Il PD ha davanti a sé una grossa occasione per dare un segnale di discontinuità di metodo e persone, e nello stesso tempo di coerenza e continuità con il progetto intorno a cui è nato. Ed è il rinnovo degli organi dirigenti e dei segretari di circolo, comunali e provinciali: il solo modo per esprimere un ceto politico radicato nel territorio, e che a questo risponda, come oggi tutti dicono di voler fare. L’elezione di Laura Puppato a capogruppo del PD in consiglio regionale è un primo segnale in questa direzione. Ma bisogna sradicare anche i piccoli potentati locali e sostituirli con una classe dirigente adeguatamente rinnovata.

Anche qui il caso padovano è significativo. Sulla segreteria provinciale precedente pesa la difficoltà di tutti gli inizi, oltre tutto in una fase infarcita di appuntamenti elettorali, alcuni condotti con successo, come quello che ha portato alla rielezione di Zanonato, ed altri molto meno, come quello provinciale (e, con responsabilità condivisa con molti altri, quello europeo, che ha portato alla mancata elezione di parlamentari veneti a Bruxelles, e ora quello regionale). Ma anche la gestione verticista delle candidature in questa campagna elettorale e il mancato ascolto della base. Nonché un eccesso di padovacentrismo, che ha visto tutta la provincia schiacciata dalla città e umiliata al punto che sono di Padova città tutti gli eletti in consiglio provinciale e tutti gli eletti padovani in regione. Il segretario del PD provinciale dovrà quindi rappresentare innanzitutto la provincia. Ed essere una figura con solidi legami col territorio, misurati dal consenso elettorale e dalla capacità amministrativa, la voglia di giocare di squadra, portandone al governo del PD una innovativa e capace, e mostrando di aver superato, nella sua pratica politica, la logica delle appartenenze, delle correnti, delle fedeltà di apparato anziché di partito.

Se si vuole dare una svolta, occorre puntare con forza a quella parte di PD che crede nel PD anziché nei suoi soci fondatori, e che è più attenta ai frutti da far maturare che alle radici di cui fare memoria. L’alternativa è un declino lento ma sicuro, da riserva indiana. Mentre proprio il risultato elettorale mostra quanto ci sia bisogno di una opposizione, innanzitutto culturale, forte e di ampi orizzonti.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Un partito che deve sottrarsi al giogo dei padri fondatori, in “Il Mattino”, 14 aprile 2010, pp. 1-5 (anche la Nuova Venezia e la Tribuna di Treviso con il titolo “Democratici. Basta dominio dei fondatori”)

L’indicazione di voto della Cei

Sul Mattino di ieri don Marco Cagol ha proposto delle interessanti riflessioni sul messaggio pre-elettorale del cardinal Bagnasco. Che meritano, per la loro profondità, qualche chiosa.

Egli afferma che è stato consolante vedere come non ci si siano “stracciate le vesti per una presunta ingerenza della Chiesa”. Ovvio che lo schieramento di centro-destra, dominante sui media, non avesse interesse a parlarne in questi termini. Ma è anche vero che le voci dissenzienti, anche interne alla Chiesa, non hanno molti ambiti per manifestarsi, a cominciare dalla stampa cattolica, piuttosto sorda in materia.

Proprio lo spazio dato alle parole di Bagnasco dimostra peraltro che, in positivo o in negativo, strumentalizzazione c’è stata eccome: e abbiamo troppa stima dell’intelligenza del cardinale per pensare che fosse inaspettata. Anche perché, se si fosse davvero voluto mandare un messaggio solo pastorale e non elettorale, lo si sarebbe fatto dopo le elezioni, non prima.

Essendo tra coloro che hanno letto interamente il testo – effettivamente ben più profondo di come lo si è sintetizzato – vorrei sommessamente aggiungere che l’impressione, nel passaggio poi evidenziato dalla stampa, era proprio quella di una precisa indicazione di voto, cui mancava solo l’esplicitazione finale: votate centro-destra. O almeno non votate Emma Bonino e Mercedes Bresso. Prova ne sia che se ne sono accorti tutti, di destra e di sinistra.

La destra è stata lesta nello sfruttare il sostegno che le è stato offerto, mettendo in ombra alcune banali verità, occultate anche nel documento. Ad esempio che l’aborto – il tema di cui soprattutto si è parlato – non è un qualcosa che vuole introdurre la sinistra, ma una legge dello stato, che anche la destra vuole mantenere, tanto è vero che nessuno si è mai davvero posto il problema di abrogare la legge 194. Che gli aborti legali sono in diminuzione. E che in aumento sono tragicamente quelli clandestini, specie tra alcune popolazioni immigrate: e c’entrano molto con la condizione di clandestinità a cui le leggi approvate dalla destra li costringono. E infine che l’aborto non è propriamente tema da elezioni regionali: il bene comune locale avrebbe bisogno di ben altre sottolineature.

“Sostiamo un attimo e proviamo a pensare”, ci dice don Marco Cagol, con le parole di Bagnasco. Magari anche alle conseguenze di questi messaggi. Perché se occorre “approfondire le proprie convinzioni non sulla base di slogan, ma con l’uso accurato della ragione vissuta nella fede”, serve un franco dibattito, nello spirito della correzione fraterna, non dei messaggi sempre e solo calati dall’alto, dove l’ascolto è a senso unico: delle pecore da parte dei pastori, come se i pastori non avessero mai bisogno di ascoltare. Abitudine invalsa anche tra i vescovi, se è vero, come notava Francesco Jori su questo giornale, che chi parla a nome loro ha la singolare abitudine di farlo prima ancora di averli sentiti: come prolusione, non come sintesi finale di un dibattito, che infatti non fa mai notizia.

Una riflessione sulle modalità con cui la chiesa si pone probabilmente gioverebbe anche ad essa. Perché ormai – molti sondaggi lo indicano con chiarezza – le prese di posizione dei vescovi sono sempre più deboli nell’orientare l’elettorato cattolico: che comunque voti lo fa esercitando la sua autonoma riflessione. E certi messaggi aumentano il disagio di chi, pur cattolico, non vi si riconosce, e si rattrista dell’uso elettorale di parole e temi alti, producendo quello che un libro di qualche anno fa chiamava “lo scisma sommerso”. Mentre tra i vertici politici rischiano di far prevalere un clericalismo spesso inversamente proporzionale alla fede, e una attenzione alla Chiesa strumentale, che ne immiserisce il messaggio nella stessa misura in cui ne esalta il ruolo.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), L’indicazione di voto della Cei, in “Il Mattino”, 3 aprile 2010, pp. 1-15 (anche la Nuova Venezia e la Tribuna di Treviso)

Moschee in Europa. Conflitti e polemiche, tra fiction e realtà

I conflitti intorno alla costruzione di moschee e alla visibilità di sale di preghiera, in Europa, sono una caratteristica significativa e un dato reale del dibattito intorno all’islam di questi ultimi anni, come ha ben dimostrato il referendum contro i minareti svoltosi in Svizzera nel novembre 2009, passato con il 57,5% dei voti favorevoli a bandirli, in ben 22 cantoni su 26.

E’ probabile che in altre aree d’Europa, e certamente in diverse regioni d’Italia, referendum analoghi produrrebbero analoghi risultati. Il problema relativo ad essi è che, a termini di Costituzione di molti paesi, Svizzera inclusa, quesiti del genere non dovrebbero nemmeno essere ammessi al voto, per palese illegittimità. Il problema di fondo è infatti che con essi si produce un vulnus gravissimo ai fondamenti giuridici e alle basi della convivenza sociale così come sono stati progressivamente concepiti e costruiti in Occidente. Dove il principio di riferimento di fondo è, puramente e semplicemente, che le maggioranze non hanno il diritto di decidere sui diritti delle minoranze. Punto.

Detto questo il referendum elvetico, sul piano sociale, ha fatto emergere anche un significativo e paradossale elemento che potremmo chiamare di fiction. Pochi hanno notato infatti il dato surreale che proprio in Svizzera, dove i minareti realmente esistenti sono quattro, in tre dei cantoni coinvolti il referendum non sia passato. Ovvero, traducendo ai minimi termini, ed estremizzando volutamente, dove minareti non ve ne sono, e magari nemmeno musulmani, la paura spinge a bandire gli uni e a temere gli altri. Dove esistono e sono pure visibili, vi è molto meno timore. Non per il loro valore e significato in sé: ma perché questo significa che in quegli stessi luoghi si attuano politiche interculturali che hanno i loro effetti.

Una curiosità, a conferma: la percentuale più alta di voti il referendum l’ha ottenuta nell’Appenzello interno: oltre il 70% di voti. Si tratta del medesimo cantone – in cui è presumibile ipotizzare che la presenza di musulmani sia irrisoria se non inesistente – che, dopo aver respinto per ben tre volte i referendum per estendere il diritto di volto alle donne (1973, 1982, 1990), è stato costretto a concederlo solo per intervento diretto del tribunale federale. Un segno di chiusura mentale in generale, non solo nello specifico. Si può forse presumere, a questo punto, che una buona percentuale dei pochi favorevoli ai minareti sia stata di donne, per solidarietà tra discriminati…

Ma la Svizzera non è un caso isolato. Più significativo ancora è il caso austriaco: il paese che per primo ha riconosciuto l’islam, negli anni ’20 del secolo scorso, e che per primo ha pure introdotto delle leggi specifiche contro i minareti, in Carinzia e in Voralrberg.

Come si spiega questo paradosso? Innanzitutto è un segno che il problema è reale: che, anche laddove conflitti non ve ne erano, e vi è tuttora un livello di integrazione anche formale e istituzionale dell’islam molto avanzato, incluso nella scuola pubblica, i problemi possono comunque emergere, ed emergono di fatto.

Questa semplice constatazione, da sola, giustifica il desiderio e la necessità sociale di saperne di più. E’ con questo obiettivo che ho proposto di svolgere una ricerca empirica sui conflitti intorno alle moschee in Europa. Ricerca che è stata approvata e finanziata dal Network of European Foundations di Bruxelles, e condotta in collaborazione con Etnobarometro, nell’ambito di un importante e impegnativo progetto di lavoro denominato “Religion and democracy in Europe”. Il testo finale della ricerca, così come delle altre condotte finora, è disponibile in inglese, a stampa1 e anche on line (sul sito www.nefic.org). Qui ne diamo alcune indicazioni sintetiche, rimandando ad essa per gli opportuni approfondimenti, sia sui singoli paesi che sui temi trasversali legati all’interpretazioni dei conflitti e ai loro esiti, nonché per gli approfondimenti e i riferimenti bibliografici. Ricordiamo che nell’ambito della ricerca, oltre a un’analisi approfondita di numerosi casi empirici di conflitto intorno alla costruzione di moschee, è stato possibile effettuare anche la prima mappatura esaustiva dei luoghi di culto musulmani in Europa, ciò che ne costituisce uno dei punti di forza.

Definire la moschea

Il primo problema definitorio che ci si pone è, innanzitutto, che cosa intendiamo per moschea. Conviene quindi usare un criterio estensivo e di buon senso: consideriamo moschea tutti i luoghi, aperti ai fedeli, in cui i musulmani si ritrovano insieme a pregare con continuità. Questo costituisce il criterio più significativo e più comprensivo per comprendere le dimensioni e le dinamiche del fenomeno di cui stiamo parlando. Esso fa appello alla funzione principale – la preghiera – e alla dimensione collettiva e pubblica. Al suo interno, la categoria ‘moschea’ conosce un certo numero di differenziazioni.

Per usare una scala di importanza decrescente, il primo elemento è quello dei ‘centri islamici’. Intendiamo per centro islamico un luogo di dimensioni significative, che svolge, oltre alla funzione della preghiera e del culto, un certo numero di funzioni a carattere sociale e culturale, attraverso varie forme di aggregazione (scuola coranica, corsi e momenti di aggregazione per adulti, donne, convertiti, conferenze a altre attività formative e culturali), di solito svolte in locali separati dalla sala di preghiera vera e propria, e svolge anche attività di rappresentanza istituzionale e simbolica dei musulmani. I centri islamici costituiscono una parte minoritaria ma importante di quelle che chiamiamo moschee. Solo nelle città maggiori ve ne può essere più di uno, e spesso non ve ne è alcuno. Non di rado svolgono funzioni di centralizzazione o di rappresentanza a livello provinciale o regionale. Di solito si occupano anche dell’organizzazione delle attività di riunione straordinarie, legate ad esempio alle festività islamiche.

Un’altra categoria importante, data la sua significatività rispetto ai conflitti intorno ai luoghi di culto, è quella delle moschee costruite ad hoc (purpose built), di solito con i segni visibili della cupola e di uno o più minareti (le masgid vere e proprie). Esse possono coincidere, e di fatto spesso coincidono, con i centri islamici. Vi sono tuttavia casi di moschee ad hoc che non sono centri islamici organizzati e strutturati, così come, non di rado, i centri islamici sono collocati in edifici riconvertiti che non hanno la forma visibile della moschea, e i segni di riconoscimento e di visibilizzazione esterni si limitano a una scritta o a una targa.

Una terza categoria – di gran lunga quella numericamente più significativa in tutti i paesi europei – è riconducibile a quella islamica della musalla, ovvero della sala di preghiera. In questo caso si tratta di luoghi che possono essere capannoni industriali, magazzini, negozi, appartamenti. In essi si può svolgere la sola attività di preghiera, ma più spesso vi si svolgono anche altre attività correlate (tipicamente la scuola coranica e altri momenti formativi). All’interno di questa categoria si collocano anche le musalla ‘etniche’, frequentate dai membri di una sola etnia, di solito per motivi linguistici (gruppi etnici non arabofoni, ad esempio). Vanno menzionate esplicitamente anche le sale di preghiera o zawiya sufi, ovvero quelle che fanno capo a confraternite mistiche, che talvolta hanno anche una specificità etnico-linguistica (si pensi ai muridi senegalesi, o ad alcune confraternite di origine indo pakistana, e altre ancora) ma spesso, soprattutto quelle più frequentate da convertiti, hanno uno spiccato carattere interetnico. Vi sono poi le sale di preghiera che fanno capo a gruppi minoritari di musulmani (shiiti, ahmadiyya, ecc.), laddove questi abbiano la forza per costituire le proprie strutture. Queste tre categorie di sale di preghiera hanno la prerogativa di essere semi-chiuse: ovvero, di principio possono essere aperte a qualunque musulmano, ma di fatto vengono frequentate dai soli appartenenti ad uno specifico gruppo (questo vale in particolare per i gruppi sufi).

Alcune musalla possono essere temporanee sulla base di diverse esigenze: o perché condivise con altre funzioni (come può accadere in talune università, ospedali e altre istituzioni, stadi di football, o nei centri di accoglienza per immigrati), per cui la stanza svolge la funzione di sala di preghiera solo in determinati orari, o solo indeterminati periodi dell’anno, come nel caso delle moschee in luoghi di aggregazione temporanea (ad esempio luoghi di villeggiatura che richiamano lavoratori musulmani solo in alcune stagioni e momenti dell’anno, o moschee rurali, in cui sono impiegati lavoratori stagionali in agricoltura). Molte moschee rurali e isolate, spesso fuori dai circuiti delle federazioni ma anche della conoscenza, sono tuttavia stabili, seppure vivendo vita più stentata in alcune stagioni dell’anno.

E’ evidente che se per i centri islamici, le moschee costruite ad hoc, e le sale di preghiera principali, il calcolo può essere svolto con una certa precisione, il calcolo delle moschee ‘nascoste’ e temporanee si rivela inevitabilmente più complicato, e spesso non costituisce che un’approssimazione.

Una panoramica generale

Nella tabella che segue presentiamo i dati sul numero di moschee nei vari paesi europei analizzati2.

Paese

Musulm. (in mln.)

% mus. su pop.

Moschee

Spagna

0,8-1,1

2,2

454

Italia

1,3

1,9

729

Grecia

0,2-0,33

0,4

< di 4004

Austria

0,4

4,8

> di 200

Bosnia

1,5

40

1867

Francia

5,5

8

2100

Germania

3,2-3,4

3

2600

Gran Bretagna

2,4

4

850-15005

Olanda

1

6

432

Belgio

0,4-0,5

3,5-4

330

Svezia

0,35-0,4

3,8-4,4

> 50

Norvegia

0,12

2,5

120

Finlandia

0,04

0,8

30-406

Danimarca

0,2

3,5

115

Se sommiamo il numero degli abitanti musulmani dei paesi considerati, e lo rapportiamo al numero di moschee, otteniamo il seguente risultato7: circa 18 milioni di musulmani e oltre 10.000 moschee. Il che equivale, grosso modo, a una moschea ogni 1.800 abitanti musulmani. Una quantità significativa, indicativamente comparabile a quelle esistenti in molti paesi musulmani o, in Europa, per i luoghi di culto della religione dominante cristiana nei rispettivi paesi. Tra l’altro, anche togliendo i dati sulla Bosnia, il solo paese in cui l’islam sia una presenza storicamente attestata e la religione più diffusa (anche se non maggioritaria), e i musulmani e le moschee della Tracia, l’altra minoranza islamica storica interna alla parte di Europa presa in considerazione nella ricerca, avremmo comunque quasi 9.000 moschee per oltre16 milioni di musulmani: una cifra e una percentuale non sostanzialmente diverse, che non alterano il quadro generale e il suo criterio interpretativo. A titolo di confronto, negli Stati Uniti vi sono tra 4 e 6 milioni di musulmani, che possono usufruire di oltre 1200 moschee (il dato, presente in vari fonti, è stato autorevolmente riportato nel discorso del presidente Obama al Cairo, il 4 giugno 2009). Prendendo come riferimento la cifra più alta di musulmani, che è peraltro la più diffusa, si tratta di 1 moschea ogni 5000 musulmani; se prendiamo la più bassa, di 1 ogni 3333 musulmani. La variabilità è enorme a seconda dello stato: si va dalla singola moschea delle Hawaii o dell’Alaska, alle 250 della California e 147 dello stato di New York, i soli dati a tre cifre.

Se poi rapportiamo il dato alle sole persone di origine musulmana che attivano in qualche modo i loro riferimenti religiosi (un terzo circa, secondo una stima recente8), il dato relativo al numero di musulmani potenziali per moschea risulta sensibilmente più basso.

Non vi è quindi, in assoluto, un problema di mancanza di luoghi di culto. Al contrario, in molti paesi ci si trova attualmente in una fase di consolidamento, di stabilizzazione del numero delle moschee, e semmai di investimento nella loro strutturazione interna, di allargamento dei loro spazi e delle loro funzioni.

Di fatto non si può dire dunque, in assoluto, che vi sia un problema di libertà religiosa non garantita per i musulmani in Europa. I problemi che emergono sono di ordine qualitativo, non quantitativo.

Simbolica e territorio

Le moschee – come ogni forma costruttiva che si proponga su un territorio dove prima non era presente – costituiscono una forma di appropriazione simbolica del territorio: e nello stesso tempo la resistenza alle medesime diventa un segno di dominazione e potere sul territorio molto concreta e materiale. E’ chiaro quindi che il conflitto intorno alle moschee è innanzitutto un genuino conflitto di potere. In esso giocano variabili diverse: gli attori considerati legittimi, la loro forza, la capacità di resistenza degli attori sociali già presenti (della loro ‘cultura’, come si dice spesso su questi argomenti), e le rispettive forme di legittimazione, di espressione del proprio discorso.

Una prima constatazione è autoevidente: non tutti gli edifici, anche nuovi nella forma e nelle funzioni, producono lo stesso tipo di conflitti. Raramente un edificio pubblico, o un edificio commerciale, produce tali forme di protesta. Un nuovo ospedale, una nuova banca, un nuovo supermercato o una nuova multisala, possono eventualmente essere oggetto di critiche, ma raramente queste sono espresse in chiave culturale. Se ne potrà valutare l’opportunità della collocazione, anche rispetto agli interessi che va a danneggiare (es. un supermercato rispetto ai piccoli negozi circostanti), oppure la dimensione e la forma (un edificio grande in un contesto di edilizia di piccole dimensioni, un edificio alto in un contesto di edilizia sviluppata orizzontalmene), o ancora le qualità estetiche. Ma raramente questi contrasti, pure frequenti, producono un riflesso identitario (e una dinamica noi-loro) simile a quella che troviamo a proposito di moschee. Questa dinamica si può manifestare (un quartiere di nuovi abitanti in un paese, di persone che vengono dalla città in area rurale), ma solo occasionalmente produce riflessi identitari collettivi. Le moschee invece li producono, in forma blanda o radicale, quasi immancabilmente, e in quasi tutta Europa, almeno in questa fase storica. Allo stesso modo chiese di altra confessione rispetto a quella dominante in un paese, o sinagoghe, ma anche templi di altre religioni, non producono il medesimo tipo di reazione e di rifiuto (anche se sarebbe storicamente falso dire che questo non sia accaduto in passato). In questo senso una ‘questione moschee’ oggi, in Europa, si pone.

Alcune forme del conflitto intorno alle moschee potrebbero essere addirittura interpretate attraverso le chiavi di lettura dell’etologia e della sociobiologia, più ancora che della sociologia e dell’antropologia, o ancor meno dell’urbanistica. Ne sono un esempio alcune forme di imprinting sullo spazio come lo spargimento di urina di maiale, o di teste mozzate di suino, o di suo sangue, sul territorio dove è previsto sorga una moschea: esempi che troviamo ampiamente diffusi, dalla Svezia all’Italia, e che costituiscono un oggetto di interesse in sé.

Dal lato islamico sottolineiamo innanzitutto il ruolo dei grandi centri islamici, soprattutto nelle capitali, nella definizione della simbolica spaziale. La loro presenza costituisce una forma contrattata di visibilizzazione.

Dal lato europeo, con l’eccezione dei centri islamici di alcune capitali, e pochi altri, si assiste invece spesso alla logica speculare e contraria della periferizzazione, della marginalizzazione in quartieri degradati, o vicino a funzioni esse stesse degradate: campi nomadi, centri di riciclo dei rifiuti urbani e discariche, aree industriali dismesse e in abbandono, addirittura in luoghi inquinati e contaminati. O si richiedono forme di ‘mimetismo architettonico’: la moschea va bene, purché non sia troppo (o per nulla) riconoscibile come tale.

Le battaglie sul minareto

Oggi non c’è quasi conflitto a proposito di moschee in Europa che non includa, in posizione prioritaria o marginale ma comunque presente, la questione del minareto: della sua altezza, o della sua stessa esistenza. Il caso più clamoroso è stato quello del referendum elvetico del novembre 2009, da cui abbiamo preso le mosse, ma questi è lungi dall’essere il solo. Il minareto sembra essere diventato un simbolo per eccellenza del conflitto intorno all’islam, o meglio intorno alla sua visibilizzazione nello spazio pubblico, nonostante esistano moschee senza minareto anche nei paesi musulmani, ed esso non appartenga alla storia iniziale dell’islam.

Non è improprio ricordare in questa sede che il minareto, come il grattacielo, come la torre di Babele, è un simbolo che si innalza verso il cielo: un simbolo di potenza, di grandezza, di forza. Anche senza voler sottolineare troppo esplicitamente il suo evidente aspetto fallico, di dominio, che non è comunque estraneo alla prospettiva anche etologica che abbiamo introdotto, è storicamente dimostrabile che le torri hanno sempre costituito un segno di potere e di dominio. Non a caso, nella lunga storia dei comuni medievali italiani, la vittoria di una famiglia o di una città sull’altra aveva come conseguenza la distruzione delle torri delle famiglie o delle città sconfitte: le torri mozze di molte città sono ancora lì a testimoniarlo. E ancora nella guerra della ex-Yugoslavia c’è stata una corsa a distruggere minareti e campanili, per sancire il proprio dominio. Ha lo stesso carattere di sfida e di potere la rincorsa tuttora in atto tra grandi imprese o, oggi ancor più, tra grandi città, in particolare da parte delle nuove potenze economiche e finanziarie, per ospitare il grattacielo più alto del mondo, il simbolo più visibile di dominio.

Dunque, le controversie sui minareti sono anche, forse innanzitutto, dei conflitti di potere. Dei tentativi di introdurre un simbolo comunque di grande visibilità, da parte dei musulmani, con una funzione ostentatoria o almeno interpretata come tale dalla popolazione circostante (un modo di dire: ci siamo anche noi, e vogliamo affermarlo pubblicamente e visibilmente). Mentre il tentativo di impedirlo da parte dei gruppi e delle correnti di opinione autoctone che vi si oppongono (comitati di cittadini, imprenditori politici della paura, della xenofobia e dell’islamofobia, media, intellettuali) testimonia il tentativo di impedire all’islam di esistere socialmente in forma visibile nello spazio pubblico, cioè di attestare una primazia, o almeno una com-presenza. A costo di entrare in conflitto con i propri stessi principi e ordinamenti, a cominciare dai diritti di libertà religiosa.

Le moschee come dimensione conflittuale

Le moschee costituiscono una modalità di uscita dell’islam dalla sfera privata, il suo ingresso ufficiale nella sfera pubblica, e anche il suo qualificarsi come interlocutore della società e delle istituzioni9. Inoltre moschee e sale di preghiera insieme testimoniano di dinamiche specifiche, legate alle stesse dinamiche migratorie, che hanno molte sfaccettature. Innanzitutto, spesso esse sono la sola forma di associazionismo di riferimento presente sul territorio. Talvolta sono il testimone di un più elevato livello di pratica in situazione di emigrazione. Sono inoltre un buon termometro del livello di organizzazione delle varie comunità etniche e religiose. Inoltre sono un elemento di maturazione delle leadership islamiche, o talvolta di dimostrazione della loro immaturità.

I conflitti intorno alle moschee coinvolgono vari tipi di attori. Essi hanno quasi sempre un’origine tra i cittadini delle zone circonvicine: o in maniera diretta (proteste di cittadini, manifestazioni, raccolte di firme, petizioni, comitati spontanei) o in maniera indiretta (gruppi politici e media che agiscono o dicono di agire in nome dei cittadini stessi).

Le motivazioni dei cittadini sono fondamentalmente riconducibili alle seguenti:

  1. motivazioni ‘reali’ o presunte tali: caduta di valore degli immobili; timore di aumento del traffico, perdita della tranquillità, problemi di parcheggio; timori di aumento della delinquenza e di maggiore frequentazione della zona da parte di persone sgradite; timori di violenza, incidenti e fondamentalismo islamico; timore di invasione degli spazi pubblici in occasione del venerdì e di altre festività islamiche (cortili, marciapiedi, parchi e parchi giochi); esistenza di altre priorità sociali nella zona;

  2. motivazioni ‘culturali’: estraneità dell’islam alla ‘nostra’ cultura locale; difesa dei diritti della donna; reciprocità; inintegrabilità e/o incompatibilità dell’islam con i valori dell’occidente/d’Europa/cristiani.

Come si vede, se il primo ordine di motivi può avere (ma spesso non ha) un fondamento empirico, e può essere costruito discorsivamente come tale, il secondo serve solo a motivare una kulturkampf il cui oggetto non è più la moschea in quanto tale – che diventa solo un simbolo tra altri da colpire – ma l’islam stesso come religione diversa, estranea, ‘aliena’, non compatibile con la democrazia, l’occidente, il liberalismo, il cristianesimo, ‘le nostre tradizioni’, secondo i casi.

Va notata in primo luogo l’emergere con forza, man mano che ci si avvicina ai nostri giorni, delle opposizioni: frutto evidentemente di eventi traumatici (dall’11/9 a eventi interni a vari paesi: gli attentati di Madrid e Londra, per limitarci al terrorismo, l’assassinio di Theo van Gogh, la vicenda delle vignette danesi, turbolenze legate ai dibattiti sull’hijab o su questioni di genere e di autoritarismo paterno (matrimoni forzati, casi clamorosi di delitti d’onore, ecc.). Tutto questo ha avuto certamente un’influenza sull’evoluzione del dibattito: ma, probabilmente, non lo spiega interamente. E non si può escludere a priori che sia anche la conseguenza di una valutazione meditata degli effetti della convivenza – con l’islam in generale e con le moschee in articolare – nei vari paesi.

Gli attori politici giocano comunque un ruolo decisivo. Tra di essi possiamo distinguere: gli attori politico-burocratici competenti per gestire le pratiche relative alla moschea (amministrazione locale e enti collegati); i partiti politici locali; i partiti politici esterni; i vari gradi di intervento della giustizia (sentenze, atti di tribunali amministrativi) che possono interferire con le decisioni politiche e lo sviluppo delle vicende. Rinviamo alla ricerca per un approfondimento del loro comportamento.

Ma anche la percezione e la mediatizzazione giocano un ruolo fondamentale. Più ancora che dalla realtà dei processi sociali in atto, è dalla loro percezione che dipende molto della direzione che essi prendono e della loro ‘riuscita’. Questo aspetto è di fondamentale importanza anche relativamente alle politiche intorno all’islam, e nello specifico intorno alle polemiche sulle moschee: che dipendono in larga misura dalla percezione che si ha del fenomeno.

I media risultano dunque oggi sempre più decisivi, anche perché il loro ruolo, a seguito dei processi di globalizzazione, di cui sono nel contempo un effetto, una causa e un acceleratore, non è più solo quello di informare, ma propriamente di costruire i nostri mondi conoscitivi: nel nostro caso, ad esempio, fornendo il quadro interpretativo del rapporto islam-occidente, e le definizioni fondamentali dei termini della questione10.

E’ evidente che il conflitto esiste nello spazio pubblico – superando le dimensioni locali strettamente intese e le relazioni di vicinato – nella misura in cui è mediatizzato. Oggi siamo indubitabilmente in una fase in cui anche conflitti in realtà locali periferiche e persino marginali possono emergere all’attenzione nazionale, anche a seguito della strumentalizzazione di imprenditori politici dell’islamofobia. In questo senso i media e le forze politiche anti-islamiche hanno un co-interesse evidente nel sollevare il conflitto in una logica di rispecchiamento reciproco nella sua evoluzione e nei suoi esiti: e hanno il medesimo ‘non interesse’ nel risolverlo. Di fatto, conflitti che fino al decennio Novanta non avrebbero avuto visibilità, oggi ce l’hanno, e tanto più quanto più si attivano imprenditori politici dell’islamofobia anche esterni: basta una dichiarazione, in questo senso, per attivare il meccanismo. E i discourses impostati a livello mediatico hanno un ruolo fondamentale nel definire l’immaginario collettivo e le stesse strategie discorsive degli attori in gioco, obbligate a collocarsi all’interno della logica iniziale proposta dagli attori che per primi intervengono nello spazio pubblico.

Dall’analisi dei casi empirici e della letteratura studiata emergono con chiarezza alcuni elementi di rilievo. Il primo è l’esistenza stessa dei conflitti. Non c’è quasi paese dove essi non siano emersi, pur nella diversità della forma e della frequenza. Il secondo è la loro accettazione spesso rassegnata, da parte dei musulmani. Il terzo è la loro forma e il loro ruolo. In tutta evidenza i conflitti intorno all’islam non sono quello che sembrano, e non dichiarano il loro contenuto. Ma proprio per questo mostrano la necessità del conflitto stesso, che diventa la modalità con cui il tema reale – la presenza dell’islam, più che quella delle moschee, il contenuto più che il simbolo che lo rappresenta – viene introiettato, discusso, fatto emergere alla superficie.

1 S. Allievi, Conflicts over Mosques in Europe. Policy issues and trends, London, Alliance Publishing Trust/NEF, presso il quale è richiedibile gratuitamente. Un’edizione ampliata e ulteriormente aggiornata, anche con un’attenzione esplicita al caso italiano, è in corso di pubblicazione presso l’editore Marsilio.

2 I dati sono tratti dai report prodotti in funzione della presente ricerca.

3 Di cui circa 120.000 appartengono alla minoranza Tracia.

4 Di cui 301 in Tracia, circa 60 nel distretto di Atene, di cui 26 in città.

5 La variabilità è dovuta al fatto che molte moschee non sono registrate. Dati statistici validi e completi sono disponibili solo su 255 moschee.

6 Di cui 5 fanno capo alla comunità Tatara.

7 Laddove le cifre siano all’interno di una forbice, abbiamo riportato la cifra più alta indicataci; ma anche se scegliessimo quella più bassa le proporzioni non cambierebbero.

8 Dassetto, F., Ferrari, S. and Maréchal, B. (2007), Islam in the European Union: what’s at stake in the future?, Strasbourg: European Parliament. Per un’analisi più generale dell’islam in Europa l’opera di riferimento resta ancora Maréchal, B., Allievi, S., Dassetto, F. and Nielsen, J. (2003), Muslims in the Enlarged Europe, Leiden: Brill.


9 Pochi gli studi specificamente dedicati alla questione delle moschee in Europa, e ancora meno quelli che trattano esplicitamente la dimensione conflittuale. Tra questi: Beinhauer-Köhler, B. e Leggewie, C. (2009), Moscheen in Deutschland. Religiöse Heimat und gesellschaftliche Herausforderung, München : Beck Verlag; Landman, N. (1992), Van mat tot minaret. De institutionalisering van de islam in Nederland, Amsterdam: VU Uitgeverij; Maussen, M. (2009), Constructing Mosques. The governance of Islam in France and the Netherlands, Amsterdam: University of Amsterdam; Metcalf, B.D. (ed.) (1996), Making Muslim Space in North America and Europe, Berkeley: University of California Press; Ternisien, X. (2002), La France des mosquées, Paris: Albin Michel. Per l’Italia se ne tratta esplicitamente, in testi dedicati più in generale alla presenza islamica, in : Allievi, S. (2003), Islam italiano, Torino: Einaudi; Allievi, S. (2009), I musulmani e la società italiana. Percezioni reciproche, conflitti culturali, trasformazioni sociali, Milano: Franco Angeli; Allievi, S. e Dassetto, F. (1993), Il ritorno dell’islam. I musulmani in Italia, Roma: Edizioni Lavoro.


10 Rinviamo almeno, per un approfondimento su questi temi, a Allievi, S. (2005a), ‘Conflicts, cultures and religions. Islam in Europe as a sign and symbol of change in European societies’, Yearbook of Sociology of Islam, 6: 18-27; Allievi, S. (2005b), ‘How the Immigrant has become Muslim. Public Debates on Islam in Europe’, Revue Européenne des Migrations Internationales, 21: 135-163 ; nonché Allievi, S. (2007), Le trappole dell’immaginario. Islam e occidente, Udine: Forum.

Allievi S. (2010), Moschee in Europa. Conflitti e polemiche, tra fiction e realtà, in “Quaderni di diritto e politica ecclesiastica”, anno XVIII, n. 1, aprile 2010, pp.149-160


Le vie del multiculturalismo. Non è rispetto, è un gesto miope

Il multiculturalismo – il rispetto per l’altro e l’invenzione di modalità di convivenza tra culture diverse – si può fare in molti modi. Ma non per sottrazione. Si può fare per addizione: aggiungendo conoscenze, simboli, momenti e luoghi di incontro, prodotti e consumi diversi. Si può, ancor meglio, procedere per interpenetrazione: facendo lo sforzo di pensare modalità diverse di incontro e di confronto (è del resto quanto accade nella vita quotidiana, quando incontriamo persone di altri mondi e le frequentiamo). Quello che non ha nessun senso fare è procedere per sottrazione: negando la propria cultura, o nascondendone i simboli (che oltretutto, in questo caso, finiscono per risaltare ancora di più, come accade quando togliamo un crocifisso da una parete dove è rimasto a lungo, magari impercepito, rendendolo paradossalmente più visibile).

Il mondo della scuola, con la sua forte presenza di immigrati di culture, lingue e religioni diverse, è in questo ambito un laboratorio d’eccezione. Ma proprio per questo, dato che si procede per tentativi ed errori, spesso in assenza di una preparazione adeguata, è anche il luogo dove più spesso si fanno passi falsi grossolani, magari in buona fede e con ottime intenzioni: che però, come noto, lastricano le vie della perdizione, o semplicemente del perdersi.

Esiste infatti un multiculturalismo improvvisato, che è speculare all’identitarismo grossolano e altrettanto privo di riflessione di chi poi grida al tradimento culturale, e a cui offre imperdibili occasioni di manifestarsi. E’ interessante che di questo multiculturalismo non siano di solito responsabili gli immigrati, o come spesso si finisce per credere i musulmani, ma insegnanti di ampie e democratiche idee, ma di troppo astratte vedute: non è cioè un conflitto tra noi e loro, ma tra di noi a proposito di loro, che ne sono più le pedine e le vittime che non gli attori. Alcuni esempi, presi dal vero. L’insegnante che toglie il crocifisso dal muro perché ci sono in classe dei bambini stranieri. Quello che nella canzone da imparare a Natale sostituisce ‘Gesù’ con ‘virtù’ per timore di offendere qualcuno, o che dice al bimbo musulmano di non partecipare alla recita perché rappresenta la Natività (e lui che sarebbe ben contento di fare anche la parte di Gesù, del resto un venerato profeta dell’islam, pur di partecipare, ci rimane male…). La direttrice didattica che decide che non si fa più il presepe a Natale, ma solo l’albero, che è meno ‘compromissorio’. La commissione didattica che si oppone alla conferenza su temi o da parte di responsabili religiosi. E via elencando, di sciocchezza in sciocchezza.

Il caso delle insegnanti che portano via i bambini dal cortile della scuola di Monfalcone dove si sta commemorando una amata collega deceduta, in memoria della quale è stato piantato un ulivo, per evitare che partecipino a una benedizione, sembra rientrare in questa casistica. L’immigrato sa di venire in un paese e in un territorio che non è vuoto e privo di riferimenti culturali e religiosi. Esattamente come noi, quando andiamo in India, o in Marocco. E non si stupisce della presenza di simboli e cerimonie religiose. Semmai, si stupirebbe del contrario. E’ dunque miope e fuorviante concentrare l’attenzione su questi aspetti, e negarne la fruizione a tutti a causa della presenza di qualcuno che non vi si identifica. Esattamente come sarebbe insensato togliere la carne dal menu della scuola per la presenza di un hindu che non mangia quella di mucca, o un ebreo o un musulmano che non mangiano il maiale. Ci sono altre strade che si possono percorrere, ed altre accortezze, sagge e a basso impatto ambientale per così dire, che si possono avere: e che rispettano tutti senza rischiare di danneggiare qualcuno.

Oltre tutto oggi si tratta di temi sensibili, che male affrontati finiscono per dare argomenti e visibilità precisamente a chi invece è cieco ad ogni diversità, e intollerante alla medesima. E che su questi temi si schiera, e li strumentalizza, non perché abbia a cuore la completezza della formazione degli alunni, di tutti gli alunni, ma semplicemente perché non ha a cuore per nulla la presenza stessa di alunni di culture e religioni diverse, e non vuole ragionare intorno ad essa. E così, tra una strumentalizzazione e l’altra, si dimentica il senso stesso di ciò di cui si sta parlando. Come in una memorabile definizione di fanatismo: raddoppiare gli sforzi quando si è dimenticato lo scopo.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Le vie del multiculturalismo. Non è rispetto, è un gesto miope, in “Il Piccolo”, 1 aprile 2010, pp. 1 (anche Messaggero veneto)

La Lega è messa alla prova

La Lega è stata la principale novità politica degli anni ’80 e ’90. In questo senso è la principale promessa non mantenuta della Seconda Repubblica, di cui è il rappresentante più longevo (tutti gli altri hanno cambiato nome anche più volte). Promessa, perché è riuscita a imporre il federalismo all’agenda di tutti, anche i più riottosi. Non mantenuta, perché l’ha dichiarato ma poco praticato, in questo che è stato il governo forse più centralista della storia repubblicana; e anche in Veneto, in cui ha governato per oltre un decennio senza nemmeno riuscire ad approvare lo Statuto, che qualche spiraglio federalista poteva pur aprirlo (mentre l’hanno approvato quasi tutte le altre regioni). Insomma, ci ha dato la confezione con il fiocco e i nastrini (la promessa del federalismo fiscale), ma non ancora il regalo.

C’è una seconda ragione per cui la promessa non è stata mantenuta. Il localismo è una straordinaria occasione democratica, perché avvicina la politica ai cittadini, e la Lega ha avuto il merito storico di costringere tutti a riscoprirlo (magari riscoprendo il municipalismo di don Sturzo e il federalismo di Silvio Trentin). Ma, anche in questo caso, ne ha adottata una pratica ambigua: fuggendo il confronto, che è l’abc della democrazia locale, praticando lo spoil system come pochi altri, accettando al suo interno un cesarismo assoluto, in cui decide tutto Bossi, alla salute del decentramento. Del resto la Lega è l’ultimo partito ideologico in un’epoca di crollo delle ideologie: ed è per questo che è forte e ottiene consensi, come alle ultime europee, anche dove non è presente sul territorio, che è invece la sua forza altrove.

Detto questo, i sondaggi ci dicono che vincerà, almeno in Veneto. E vincerà nell’urna, non nella campagna elettorale: che pure, nonostante gadget all’americana e cartelloni giganti, appare povera di coinvolgimento e di passione.

Per la Lega si tratta di un’occasione storica, e non a caso ha puntato tutto su di essa. Perché governa, e spesso da diverse legislature, in un’ampia area del nord, e in particolare del lombardo-veneto. Ma non ha mai governato nulla di veramente decisivo e per questo simbolico anche a livello nazionale. La conquista e l’immediata perdita di Milano è stata, in questo senso, una dimostrazione di incapacità e una bruciante umiliazione. Il Veneto potrebbe essere la rivincita.

Vincendo, e governando in prima persona, la Lega dovrà però dimostrare di essere diversa da ciò che sembra. Il che significa che dovrà cambiare: essere di governo e basta, e non di lotta e di governo. Nel concreto, non potrà più limitarsi a sollevare i problemi (citiamo a caso: sicurezza, immigrazione, islam): dovrà risolverli. Dove risolverli significa proporre delle soluzioni praticabili, non delle parole d’ordine generiche: e, per esempio, integrare gli immigrati, non dire che bisogna cacciarli; far pregare i musulmani, non impedirglielo; produrre sicurezza anziché conflitto sulla medesima. Perché governare è appunto sanare o meglio ancora prevenire i conflitti, non evocarli. Una sfida culturale, innanzitutto interna, che è ancora lungi dall’essere affrontata in tutta la sua portata.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), La Lega è messa alla prova, in “Il Mattino”, 27 marzo 2010, p. 3 (anche la Nuova Venezia e la Tribuna di Treviso)