L’appello del cardinal Bagnasco: Un esplicito assist al centro-destra

Il cardinal Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha deciso di entrare in campo. E porge un assist formidabile al centro-destra. Non si può interpretare altrimenti l’intervento di ieri, con cui suggerisce caldamente agli elettori di non votare chi è a favore dell’aborto.

I valori “non negoziabili” indicati dal cardinale all’attenzione dei fedeli, di fronte alla scelta elettorale, sono “la dignità della persona umana, incomprimibile rispetto a qualsiasi condizionamento; l’indisponibilità della vita, dal concepimento fino alla morte naturale; la libertà religiosa e la libertà educativa e scolastica; la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna”. Cioè tutto quello che la destra è disposta a dare alla chiesa cattolica, almeno a parole, in cambio della sua dichiarazione di voto.

Già la selezione dei valori ha in sé qualcosa di inquietante, anche se non nuovo nelle dichiarazioni dei vescovi, dato che si sostiene che “è solo su questo fondamento che si impiantano e vengono garantiti altri indispensabili valori come il diritto al lavoro e alla casa; la libertà di impresa finalizzata al bene comune; l’accoglienza verso gli immigrati, rispettosa delle leggi e volta a favorire l’integrazione; il rispetto del creato; la libertà dalla malavita, in particolare quella organizzata”.

Come dire: tutti gli altri valori derivano dai precedenti. La pace, la giustizia, l’onestà, la carità, il rispetto vengono comunque dopo l’indisponibilità della vita dal concepimento fino alla morte naturale. Cioè sono meno importanti. Sarebbe interessante andarlo a spiegare, per dire, a chi vive ogni giorno sotto il giogo della mafia, che è solo l’ultimo punto della lista.

Alcune premesse sono d’obbligo. Primo: l’aborto non è un qualcosa che vuole introdurre la sinistra. È una legge dello stato, che anche la destra vuole mantenere. Tanto è vero che se occasionalmente paga il tributo di quello che gli anglosassoni chiamano lip service, espressione più elegante dell’equivalente traduzione italiana, alle posizioni della chiesa, nessuno si è mai davvero posto il problema di rivedere e tanto meno abrogare la legge 194. Secondo: gli aborti sono in diminuzione. E i dati in aumento sono tragicamente quelli clandestini, non quelli legali, specie tra alcune popolazioni immigrate.

Ma allora perché tornare ancora su questo tema? Forse perché in gioco c’è soprattutto altro, a cominciare dai temi esplicitati successivamente a quello dell’aborto, che la destra è in grado di meglio garantire.

Ed è così che tutto il resto passa in secondo piano: gli scandali, l’illegalità fatta sistema, la corruzione, la menzogna politica come linguaggio ordinario, il rifiuto del confronto democratico e la preferenza per l’insulto a distanza, tramite telegiornale. Si vota alle elezioni, regionali per giunta, che dovrebbe significare occuparsi del bene comune a livello locale: ma per i vescovi bisogna votare pensando all’aborto. Una scelta anti-federalista per definizione, oltre tutto.

Il centro-destra forse beneficerà qualcosa da questa dichiarazione: almeno in termini di spazio sui giornali. Ma la chiesa pagherà un prezzo alto, ancora una volta. Perché ormai – molti sondaggi lo indicano con chiarezza – le prese di posizione dei vescovi sono sempre più deboli nell’orientare l’elettorato cattolico: che se voterà prevalentemente il centro-destra, come accaduto in questi anni, lo farà per altri motivi, che nulla hanno a che fare con l’aborto. E’ insomma più di una reciproca conferma di vicinanza tra vertici che si tratta, che non di una reale possibilità di orientamento della base. Una scelta tutta e solo politica.

Tuttavia anche tanti altri eventi, a cominciare dal caso Englaro, hanno mostrato con chiarezza che se i vertici sono più o meno compatti, la base cattolica è radicalmente divisa, e quasi esattamente a metà. Segno di un distacco ormai insanabile, che ogni ulteriore presa di posizione di stampo autoritativo rende più difficile da colmare. E che assomiglia molto allo “scisma sommerso” analizzato in un libro di qualche anno fa. Un distacco silenzioso ma netto.

L’elettore cattolico insomma vota come vuole. È il cattolico in quanto tale che soffre per queste esplicite scelte di campo. Tanto valeva dire: votate centro-destra. E, ancora più chiaramente: non votate Emma Bonino. Sarebbe stato più onesto. E, in definitiva, altrettanto inefficace.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), L’appello del cardinal Bagnasco: Un esplicito assist al centro-destra, in “Il Piccolo”, 23 marzo 2010, pp. 1-6 (anche Messaggero veneto)

La chiesa deve ripensare il suo ruolo

Sul Mattino di ieri don Marco Cagol ha proposto delle interessanti riflessioni sul messaggio pre-elettorale del cardinal Bagnasco. Che meritano, per la loro profondità, qualche chiosa.

Egli afferma che è stato consolante vedere come non ci si siano “stracciate le vesti per una presunta ingerenza della Chiesa”. Ovvio che lo schieramento di centro-destra, dominante sui media, non avesse interesse a parlarne in questi termini. Ma è anche vero che le voci dissenzienti, anche interne alla Chiesa, non hanno molti ambiti per manifestarsi, a cominciare dalla stampa cattolica, piuttosto sorda in materia.

Proprio lo spazio dato alle parole di Bagnasco dimostra peraltro che, in positivo o in negativo, strumentalizzazione c’è stata eccome: e abbiamo troppa stima dell’intelligenza del cardinale per pensare che fosse inaspettata. Anche perché, se si fosse davvero voluto mandare un messaggio solo pastorale e non elettorale, lo si sarebbe fatto dopo le elezioni, non prima.

Essendo tra coloro che hanno letto interamente il testo – effettivamente ben più profondo di come lo si è sintetizzato – vorrei sommessamente aggiungere che l’impressione, nel passaggio poi evidenziato dalla stampa, era proprio quella di una precisa indicazione di voto, cui mancava solo l’esplicitazione finale: votate centro-destra. O almeno non votate Emma Bonino e Mercedes Bresso. Prova ne sia che se ne sono accorti tutti, di destra e di sinistra.

La destra è stata lesta nello sfruttare il sostegno che le è stato offerto, mettendo in ombra alcune banali verità, occultate anche nel documento. Ad esempio che l’aborto – il tema di cui soprattutto si è parlato – non è un qualcosa che vuole introdurre la sinistra, ma una legge dello stato, che anche la destra vuole mantenere, tanto è vero che nessuno si è mai davvero posto il problema di abrogare la legge 194. Che gli aborti legali sono in diminuzione. E che in aumento sono tragicamente quelli clandestini, specie tra alcune popolazioni immigrate: e c’entrano molto con la condizione di clandestinità a cui le leggi approvate dalla destra li costringono. E infine che l’aborto non è propriamente tema da elezioni regionali: il bene comune locale avrebbe bisogno di ben altre sottolineature.

“Sostiamo un attimo e proviamo a pensare”, ci dice don Marco Cagol, con le parole di Bagnasco. Magari anche alle conseguenze di questi messaggi. Perché se occorre “approfondire le proprie convinzioni non sulla base di slogan, ma con l’uso accurato della ragione vissuta nella fede”, serve un franco dibattito, nello spirito della correzione fraterna, non dei messaggi sempre e solo calati dall’alto, dove l’ascolto è a senso unico: delle pecore da parte dei pastori, come se i pastori non avessero mai bisogno di ascoltare. Abitudine invalsa anche tra i vescovi, se è vero, come notava Francesco Jori su questo giornale, che chi parla a nome loro ha la singolare abitudine di farlo prima ancora di averli sentiti: come prolusione, non come sintesi finale di un dibattito, che infatti non fa mai notizia.

Una riflessione sulle modalità con cui la chiesa si pone probabilmente gioverebbe anche ad essa. Perché ormai – molti sondaggi lo indicano con chiarezza – le prese di posizione dei vescovi sono sempre più deboli nell’orientare l’elettorato cattolico: che comunque voti lo fa esercitando la sua autonoma riflessione. E certi messaggi aumentano il disagio di chi, pur cattolico, non vi si riconosce, e si rattrista dell’uso elettorale di parole e temi alti, producendo quello che un libro di qualche anno fa chiamava “lo scisma sommerso”. Mentre tra i vertici politici rischiano di far prevalere un clericalismo spesso inversamente proporzionale alla fede, e una attenzione alla Chiesa strumentale, che ne immiserisce il messaggio nella stessa misura in cui ne esalta il ruolo.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), La chiesa deve ripensare il suo ruolo, in “Il Mattino”, 15 marzo 2010, p. 1-4

Scandalo pedofilia: L’intoccabilità della chiesa

Lo scandalo della pedofilia si sta rivelando più devastante del previsto per la Chiesa cattolica. Non è più considerabile solo come un fatto occasionale (che riguarda poche persone), localizzato (solo in alcuni paesi), e temporaneo (si rivela anzi una tendenza profonda e di lungo periodo). E viene sempre più percepito, nel dibattito pubblico, con una gravità particolare, che va al di là dell’odiosità del fatto in sé, finendo per toccare almeno tre pilastri fondamentali.

Il primo, quello emerso maggiormente, è forse il meno importante: la questione del celibato ecclesiastico. La società comincia a interrogarsi sul fatto che, pur essendo una libera e autonoma scelta della Chiesa cattolica, non è più considerabile solo un fatto interno ad essa, perché ha conseguenze che la trascendono. Tra pedofilia, preti con prole più o meno nascosta, omosessuali occasionali, o semplici consumatori di pornografia, la cronaca mostra sempre più spesso una verità ben conosciuta all’interno della Chiesa, ma malvolentieri evocata: la frequente fragilità dell’identità sessuale ed emotiva di una parte – minoritaria, va detto, ma significativa – del clero. Tema su cui tuttavia, all’interno, si evita accuratamente di dibattere. Se ne parla, se ne sussurra, ma ci si rifiuta di trarne le conseguenze. Che sono anche più serie e gravi in altri contesti, come in Africa o in America Latina, dove la scelta in sé è spesso malintesa quando non irrisa, e il problema comincia già nei seminari. Del resto, che non sia dogma ma tradizione, peraltro iniziata circa un millennio dopo Cristo (e non condivisa dall’ortodossia e dal protestantesimo) è cosa nota, ed è un aspetto non marginale delle difficoltà del dialogo ecumenico. Anche i laici, e in particolare i laici cristiani, i praticanti, oggi cominciano a chiedersi se non sia lecito, su di essa, aprire un dibattito franco.

Il secondo pilastro è di principio: legato al diritto di controllo dell’opinione pubblica, e al ruolo della legge civile e della giurisprudenza. La Chiesa non ama né la pubblicità né il dibattito interno, specie se coinvolge anche i laici. Basta leggere la stampa cattolica, soprattutto in Italia, per rendersene conto: schiacciata sulle posizioni dei vertici, al punto che quando si alza qualche voce dissonante, ciò che dovrebbe essere normale, fa notizia di per sé. E, quando ha potuto, ha cercato, spesso con successo, di sottrarsi alla legge e alla giurisdizione italiana (chi non ricorda gli scandali dello Ior?). E’ quanto troppo spesso è avvenuto a proposito di pedofilia, con conseguenze gravissime, che ora si ritorcono contro la Chiesa stessa. L’opinione pubblica non accetta più che qualche cittadino voglia considerarsi al di sopra o a parte rispetto alla legge, anche se, e forse tanto più, se si tratta di un ecclesiastico, che dovrebbe essere e comunque si pone anche come esempio morale.

Il terzo è un aspetto più sociologico: l’intangibilità della Chiesa in quanto istituzione. in Italia in particolare, parlare male della Chiesa, nello spazio pubblico, è difficile. Detestata magari in privato, è ossequiata in pubblico, soprattutto dalla politica, spesso al di là del lecito, e non di rado da clericali senza fede, che ne strumentalizzano il messaggio o si prodigano nel compiacerla con l’auspicio di ricavarne consenso. In qualche modo, a seguito di questi scandali, la società sembra aver trovato il modo di poter legittimamente criticare la Chiesa. Al punto che è cominciata una ricerca dello scandalo talvolta pretestuosa, nella misura in cui va a scoperchiare episodi di venti o trent’anni fa usandoli, in questo illegittimamente, come criterio interpretativo della Chiesa di oggi, o della Chiesa in sé. Una conseguenza ingiusta. Che tuttavia è almeno in parte la conseguenza inevitabile e in qualche modo meritata di comportamenti di separatezza e di presunzioni di intoccabilità troppo a lungo praticati. L’auspicio, naturalmente, è che servano da lezione per il domani. Nel riaprire il dibattito, interno in primo luogo, sul ruolo stesso della Chiesa nella società.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Scandalo pedofilia: L’intoccabilità della chiesa, in “Il Piccolo”, 15 marzo 2010, pp. 1-2

Nell’Italia corrotta. La voce debole dell’impresa

Gli scandali che settimanalmente vengono alla luce (ieri gli appalti del G8, oggi l’operazione Carosello, domani vedremo) mettono in evidenza un fenomeno antico: l’intreccio perverso tra politica e affari, magari con l’intervento della criminalità organizzata, coinvolta in entrambi. Ma poi la curiosità pubblica finisce sempre per concentrarsi sulla politica, lasciando in ombra l’altro grande malato: gli affari e i malaffari.

Lo scambio è evidente. Gli imprenditori contrattano con il politico di turno la propria fetta di risorse pubbliche, in cambio di favori in denaro o in natura: una dazione in contanti, una escort per i momenti di relax, l’assunzione di un figlio, un finanziamento (e, quando entra in campo la criminalità organizzata, un pacchetto di voti) per la prossima campagna elettorale. Il quadro è moralmente desolante, e il meccanismo inevitabilmente distruttivo di fiducia e di risorse. Ma Tangentopoli ci ha insegnato, e gli scandali di oggi ci confermano, che dove c’è corruzione c’è concussione: che se spesso è il politico che sollecita una mazzetta in cambio di un appalto pilotato, altrettanto spesso è l’imprenditore che chiede al politico di garantirgli una commessa, di cambiare un piano regolatore, di legiferare su un incentivo, di truccare un concorso, di concedere una consulenza – e questo anche a livello micro, di piccolo paese, non solo nazionale; di assessore, non solo di ministro.

E così il male dilaga. Da un lato il politico ha bisogno di complicità interne, tra i funzionari che fanno le regole e tra quelli che le truccano, tra chi omette controlli e chi, pur sapendo, chiude entrambi gli occhi per non vedere e non perdere il posto, o fare carriera più velocemente. Dall’altro l’imprenditore ha bisogno anch’egli di molte collaborazioni, a tutti i livelli: se per precostituirsi il capitale per un finanziamento illecito deve operare creativamente sui bilanci, con l’aiuto di impiegati e commercialisti, per trasportate un carico inquinato o non autorizzabile in una discarica le complicità arrivano spesso fino agli operai che caricano il materiale, all’autista che lo trasporta, e all’impiegato che non controlla. E si forma così una lunga filiera di illegalità diffusa e di collusioni che coinvolge parti significative della società: non minore nel privato di quella, doverosamente più scandalosa perché si tratta di risorse e posizioni pubbliche, sul lato della politica.

Chi ne fa le spese, l’abbiamo visto, è il mercato – che mai si presenta come viene insegnato nelle facoltà di economia –, il principio di libera concorrenza, la ricchezza collettiva, il bene comune, la fiducia come garanzia e bene anche economico, l’onestà stessa come principio condiviso e praticabile. E, quindi, quella grande parte di imprenditoria pulita, corretta, non assistita, che cerca faticosamente di conquistare fette di mercato e mantenere le proprie posizioni puntando sulla qualità e l’innovazione, non sul mercimonio e sulla truffa; sulla trasparenza e l’eguaglianza delle possibilità, non sull’opacità e le relazioni con gli amici degli amici.

Perché allora lo scandalo pubblico è quasi a senso unico, nei confronti della casta? Perché anche le organizzazioni degli imprenditori prestano così poca indignazione – e troppo poca polemica interna – verso comportamenti che pure minano le basi dei principi cui si ispirano? Forse perché troppi, grandi e piccoli, specie se rappresentativi e organizzati, e quindi più intrecciati alla politica, hanno guadagnato qualcosa da questo sistema, e hanno qualcosa da perdere se cambiasse. Ma anche perché la politica, nonostante la sua protervia e i suoi privilegi, è l’anello più debole, non quello più forte (anche, incidentalmente, nel controllo dei media). Non a caso, persa nel proprio stesso discredito, la politica cerca sempre più spesso la figura salvifica dell’imprenditore per risolvere i suoi problemi. E l’imprenditoria ne approfitta per entrare direttamente nel gioco politico e orientarlo: ma non sempre nel senso dell’interesse collettivo. Più spesso, troppo spesso, per garantirsi rendite di posizione all’interno dei meccanismi dati, anziché per cercare di rovesciarli.

Ma il prezzo di questo immobilismo lo paga il paese, attori economici onesti in primo luogo. E se non saranno loro a levare alta la propria voce, superando interessi e connivenze (come è cominciato ad accadere, ad esempio, nella lotta alla mafia, altro grande distruttore di ricchezza, di fiducia e di imprenditoria onesta), difficilmente riusciranno a farlo altri attori con meno potere, a cominciare dagli elettori.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Nell’Italia corrotta. La voce debole dell’impresa, in “Il Piccolo”, 2 marzo 2010, p. 1

ANCHE

Allievi S. (2010), Imprenditori, ribellione alla politica, in “Il Mattino”, 18 marzo 2010, p. 1-5 (anche la Tribuna di Treviso)

Il frate che seppe rimproverare pubblicamente i potenti (Sant’Antonio)

Pellegrinaggio. Miracolo. Salvezza. Sono le tre parole chiave del ‘fenomeno’ Sant’Antonio. Parole antiche, che rispondono anche a pratiche moderne.

Il pellegrinaggio ha anche modalità laiche: l’andar per mostre, per concerti, per shopping, e poi il turismo di massa, il rito del week-end, gli esodi vacanzieri. Anche lì in coda per ore: ma senza quel perché solido, primordiale, vivo. E lontani mille miglia dall’esperienza del pellegrino, fatta anche, persino in mezzo alla folla, di momenti di silenzio, di solitudine, di introspezione. Il pellegrinaggio offre tutto questo: in più mette in contatto persone, cammini, culture. Dà un senso al disagio, alla difficoltà, alla sofferenza: perché lì anche l’attesa ha uno scopo. Ed è un’esperienza forte perché la si con-divide, e questo aumenta l’emozione del momento. E perché ha una meta: che non è il punto d’arrivo, ma il cammino in sé. Non la risposta alla domanda: ma l’inesausto porsela. Come nel racconto del pellegrino russo.

Il miracolo. Il parallelo laico più evidente, oggi, è forse il cinema: dove il soprannaturale, il misterioso, l’incredibile, il non razionale, il non realistico, il non spiegabile, accadono continuamente. Ed è precisamente per questo che andiamo a vedere i film: per ritrovarci altrove, e possibilmente in un altrove magico. Ma andiamo a cercarlo anche nella vita: inseguendo guaritori, maghi, santoni, strane pratiche new age, che ci danno un assaggio del potere del divino, che entra nella vita e la cambia. Che opera la svolta che vorremmo e che da soli non riusciamo a darle. Mal che vada c’è sempre un terno al lotto, un gratta e vinci, il biglietto vincente di una lotteria, a dare la speranza del cambiamento. E per chi non ce la fa, la fuga: nell’alcol, nella droga, nelle esperienze più disparate, nella mobilità che cerca il cambiamento nello spostarsi, nel fare di continuo cose nuove, perché le altre, le solite, non hanno senso, o non ce lo troviamo.

La salvezza. Quella dell’anima e quella del corpo. Non a caso, in latino, salute e salvezza sono una parola sola: salus. Il “liberaci dal male” che si ripete nel Padre nostro, ma anche il concreto liberarsi dai mali, dalle malattie: o almeno, se ci si riesce, dare loro un senso, riuscire a sopportarle e a sopportarne le conseguenze, a conviverci. Non a caso c’è un grande ritorno, anche nelle religioni, al senso della guarigione. E guarire e curare vanno in parallelo: si può guarire una malattia, ma se non si può, si può sempre prendersi cura del malato. Non a caso in passato il prete si chiamava anche curato. Le religioni che praticano la guarigione sono oggi quelle di maggiore successo. Gesù guariva malati e indemoniati. I suoi discepoli pure. La teologia e le chiese occidentali di oggi, che insistono sulla razionalità della fede, a cominciare da tante dichiarazioni del Papa, l’hanno un po’ troppo messo in ombra. E nel mondo, le religioni che fanno più proseliti sono quelle pentecostali, o i gruppi cattolici, oggi maggioritari rispetto al cattolicesimo occidentale, che nel terzo mondo fanno le stesse cose: guariscono, liberano dai demoni, cambiano la vita. E non sono metafore: sono fatti. Il Santo dei miracoli ce lo ricorda. Non a caso intorno a lui c’è così tanta devozione.

Poi, dietro il fenomeno Sant’Antonio, c’è la sua persona. Che di cose, pochissimo messe in evidenza, ce ne ricorda anche altre.

L’importanza dello studio e del sapere, ad esempio. Antonio legge tantissimo: è uomo di vasta cultura teologica, di solide basi dottrinali. Sa l’importanza di tutto questo, pur in un ordine giovane ed entusiasta, che vive ancora del carisma di Francesco. E fonda, infatti, il primo studentato teologico francescano, a Bologna. Una città universitaria, come Padova, dovrebbe ricordarsene: dopo tutto, se il Santo è il suo primo luogo di attrazione, ma su tempi brevi di permanenza, l’Università è il suo primo polo di richiamo su base stabile, per periodi più lunghi, per intraprendere altri cammini.

Poi il rapporto e il dialogo tra culture. Antonio, portoghese, viaggerà molto. Vuole andare persino a predicare nelle terre dell’islam, e se possibile a convertire i musulmani. Se ne andrà in Marocco, anche se sarà costretto a tornare molto presto, a seguito delle malattie che contrarrà in Africa. Ma per convertire bisogna conoscere, bisogna prendere sul serio, bisogna rapportarsi personalmente, bisogna incontrare, bisogna mettersi in gioco. Più o meno il contrario di quanto troppi stanno facendo nelle nostre città, proprio a proposito di immigrazione, e di musulmani.

Infine: Antonio è molto esplicito e molto netto, anche nel linguaggio. Soprattutto è durissimo con i ricchi, i notabili, i potenti, se agiscono malamente. Li chiama per nome e cognome, quando occorre: e li accusa. Ma assumendosi le sue responsabilità: andandoci lui, di persona, come farà con Ezzelino. E sa che bisogna dire la verità, anche se fa scandalo, anche se il silenzio è più gradito, da costoro. Non c’è ombra di ipocrisia, di acquiescenza al potere. Anche da questo, forse, c’è qualcosa da imparare.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Il frate che seppe rimproverare pubblicamente i potenti (Sant’Antonio), in “Il Mattino”, 19 febbraio 2010, pp. 1-7

Ritratto della peggior Italia (scandali protezione civile)

La palude melmosa in cui si sta trasformando la success story di Guido Bertolaso e della sua creatura, la amata e odiata Protezione civile, è di per sé una parabola civile che andrebbe meditata. Già il fatto che una meritoria istituzione pubblica, in cui il volontariato di molti italiani dà il meglio di sé, stesse per trasformarsi in SpA, è una inquietante metafora del nostro tempo. Ma la storia che emerge non è una storia nuova.

Gli intrecci tra politica e affari, e tra malapolitica e malaffare, che anche questa storia ci mostra, sono in continuità con troppe altre storie del passato. E le intercettazioni ricordano quelle tra i furbetti del quartierino, e tante altre inchieste di questa Italia triste e vilipesa. Linguaggio da caserma, favori sessuali, allusioni, parolacce, meschinità e postulanti, ‘nani e ballerine’ e tanti altri grotteschi personaggi dell’arte, e poi soldi, tanti soldi, naturalmente pubblici, e tanta fame di arraffarli: tanti, maledetti e subito. Fino alla parodia del ‘tengo famiglia’ fatto di stipendi stratosferici dati ad ‘apprendisti’ inutili e incapaci ma opportunamente ‘figli di’, e la presenza di ingombranti cognati: mancano, per ora, le mogli devote e le madri protettive, ma non disperiamo.

Non è un’Italia nuova, quella che emerge da questo triste affaire: è l’Italia eterna e peggiore. Una società immobile, in cui le cricche al potere sono sempre quelle, gli uomini che decidono sempre gli stessi, gli intrecci e gli affari sempre i soliti, e solita la modalità di condurli. Ma con un peggioramento sostanziale. In passato c’è stata almeno la scusa di chi ‘rubava per il partito’, e il problema del finanziamento dei costi della politica, con lo scambio tra favori e tangenti, era posto come tale. E pur essendo diventato sistema, era considerato patologia.

Oggi questo andazzo è diventato fisiologia. Nessuno si scandalizza più, e in meno c’è anche la giustificazione politica, i valori alti che nascondono la bassa pratica amministrativa. Tutto si fa solo per denaro, e senza scuse ulteriori, senza alibi. In maniera impudica e perfino naif. Perché così va il mondo e non c’è alternativa.

Che cosa emerge, e che cosa colpire, allora? Innanzitutto un mondo di imprenditori malato e incapace. Troppo collegato alla politica per essere sano e capace di competere, e del tutto privo di scrupoli: le cui modalità da assalto alla diligenza e la totale mancanza di responsabilità e di etica sono un tutt’uno (e ci piacerebbe sentire da parte di Confindustria un po’ più di indignazione nei confronti di questa bella gente, e non solo dei politici, bersaglio facile, dopo tutto). Con loro una politica fatta da persone che di collettivo, prima di entrare in politica, non hanno mai fatto nemmeno una riunione di condominio (abitano in villa, del resto), e ignare quindi perfino del vocabolario del ‘bene comune’, oltre che delle prassi, e magari delle lungaggini, del metodo democratico, del bilanciamento dei poteri e dei controlli reciproci. E’ indicativo che l’intreccio tra i due, e la comune filosofia di vita, siano così bene esemplificati dai loro luoghi di incontro, i tennis club e gli sport village che sono diventati le nuove agorà della decisione pubblica.

Da tutto questo emerge un mondo che una vecchia folgorante espressione di Galbraith definiva “ricchezza privata nel pubblico squallore”. Con l’aggravante che anche la ricchezza privata è finanziata con soldi pubblici. Come uscirne, non è ricetta facile. Occorre certo un nuovo sussulto morale e di dignità cittadina, simile a quello visto nel periodo di Tangentopoli. E un ricambio forte in politica e nelle élite dominanti, ormai sempre più simili a cricche incistate nel potere, avvitate sulle rispettive poltrone: quel ricambio che il ceto politico ci impedisce togliendoci il diritto al voto di preferenza, e l’imprenditoria non forza per proprio interesse e ignavia. Poi, certo, nemmeno questo probabilmente basterebbe. Non è detto che il ricambio, che è di mentalità oltre che di persone, il popolo italiano, pur subendone le conseguenze, lo voglia davvero. Certamente non lo vuole chi lo rappresenta, o dice di farlo.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Ritratto della peggior Italia (scandali protezione civile), in “Il Piccolo”, 17 febbraio 2010, pp. 1-6

Il programma della Lega

Qualche giorno fa ho proposto in un editoriale alcune riflessioni sull’attuale campagna elettorale. Lamentando, in chiusura, l’assenza di elaborazioni di programma. L’analisi cominciava nel modo seguente: “La Lega sembra pensare che il suo programma sia la faccia di Zaia, e probabilmente è vero: anche se, a onor del vero, ha fatto lo sforzo di elaborarne uno (ma chissà se sarà pro o contro il nucleare, per dire)”. Seguiva constatazione della mancanza di programmi degli altri partiti.

Il presidente del gruppo consiliare della Lega Nord in Regione, Roberto Ciambetti, mi rimprovera amichevolmente, nel suo intervento, di essere incappato in un “incidente di percorso” e di aver scritto che la Lega non ha un programma.

Se l’italiano ha un senso, la frase che ho scritto significa precisamente quello che Ciambetti mi rimprovera di non aver scritto. E cioè che la Lega un programma ce l’ha. E che io l’ho consultato con attenzione. Proprio per questo aggiungevo la frase sul nucleare. Perché nel capitolo sulle politiche energetiche (pag.52-54) la parola nucleare nemmeno esiste: è tutto un’esaltazione, assai condivisibile, della green economy. Ma poi a livello nazionale la Lega, con i suoi ministri, si è espressa a favore, il candidato Zaia, anche se ieri si è pentito, aveva detto che è a favore in Italia ma contro in Veneto, e lo stesso aveva fatto Ciambetti in Regione. Per i casi della vita, che a volte sono curiosi, la dichiarazione di Ciambetti era impaginata l’altro giorno esattamente sopra il mio articolo.

Il programma è dunque, su questa come su altre scelte cruciali, opportunamente (opportunisticamente?) assai vago. Non è una specificità solo della Lega, ma non vediamo cosa ci sia di scorretto nel farlo notare.

Ringrazio molto Ciambetti per le sue parole di stima nei confronti del mio lavoro di studioso dell’islam. Tanto più perché su questo molto ci divide: come sulla questione del diritto dei musulmani, come di chiunque altro, di vedersi riconosciuto il diritto, garantito dalla nostra costituzione ma violato da alcuni amministratori della Lega, di poter pregare in propri luoghi di culto (e anche su questo il programma, pagg. 82-88, è stranamente silenzioso, in contrasto con una rumorosa e inesausta propaganda).

Mentre mi è facile tranquillizzare Ciambetti sulla accusa di pregiudizio antileghista. Nel lontano 1992, ben 18 anni fa, ho pubblicato per Garzanti un libro, che ebbe allora un buon successo, intitolato “Le parole della Lega”. Era uno dei primi tentativi di prendere la Lega sul serio, per quello che diceva e non per quello che gli altri dicevano di lei: al punto che in alcune recensioni sulla stampa nazionale mi si accusò di eccessiva condiscendenza. Invito Ciambetti a recuperare quel libro, ormai fuori mercato, in una qualche biblioteca. Non troverà ombra di pregiudizio: ma legittime critiche, ieri come oggi, quelle sì. Magari, la prossima volta, avremo occasione di parlarne sorseggiando un caffè.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Il programma della Lega, in “Il Mattino”, 9 febbraio 2010, p. 12 (anche la nuova venezia e la tribuna di treviso)

Replica di Roberto Ciambetti all’articolo firmato da Stefano Allievi

Immagino che Stefano Allievi, autore dell’articolo “Regionali, i programmi zero assoluto” pubblicato nei quotidiani Finegil in data odierna, sia il professor Stefano Allievi, noto quanto valente islamista. Se questa mia identificazione fosse esatta sarei ancor più rammaricato nel vedere che un uomo di scienza, la cui analisi non coincide con la mia ma dal quale ho sempre da imparare, sia incappato in un incidente di percorso: il documento programmatico della Lega Nord-Liga Veneta per le prossime regionali è stato reso pubblico nel corso di un convegno a Castelfranco Veneto nello scorso dicembre e dalla metà di quel mese è consultabile sul sito web del gruppo consiliare regionale nonché oggetto di appassionate discussioni nelle nostre sezioni in tutte le città del Veneto. Zaia è il nostro candidato, ma il suo carisma personale non basta per guidare il Veneto verso una nuova storia, e Luca Zaia per primo sa che occorre la sostanza di un programma. Il professor Allievi vedrà che quel programma smentisce la sua analisi, visto che per caratteristiche, temi trattati, proposte, si pone in maniera decisamente innovativa, come la stessa figura di Zaia per altro, su molte questioni, compresa quella del confronto con le altre culture. Talvolta alcune persone, anche le più rigorose e attente, finiscono per cadere nel tranello del pregiudizio: non so se per questo motivo o forse perché non informato, il professor Allievi non si sia documentato sul programma della Lega Nord. Come ben sa il professor Allievi l’ignoranza crea barriere incredibili, genera fantasmi, incomprensioni e, appunto, pregiudizi e preclusioni e non solo nel caso dei rapporti con l’Islam, da lui così a lungo indagato, con risultati di estremo interesse. Il rammarico per le sue parole, dunque, è grande, perché la critica, ingiusta, viene da un uomo dal quale mi dividono tantissime cose, ma che mi ha insegnato molto. Lo dico da leghista e, se permette il professore, da vicentino, conterraneo di quel Giovanni Maria Angiolello che a suo tempo si prodigò per consolidare quel ponte esistente tra Istanbul e Venezia, tra il sultano e il doge, tra la Serenissima e la Sublime Porta. Queste mie parole, per altro, vanno altrettanto bene, se il signor Stefano Allievi non è il noto islamista: il rammarico sarebbe lo stesso e uguale sarebbe la considerazione sulla genesi dei pregiudizi, che talvolta nascono per caso e si sviluppano per necessità. Una necessità urgente, di questi tempi, contro una Lega forte nelle idee e negli uomini.

Roberto Ciambetti

Presidente Gruppo Consiliare regionale Lega Nord

Regionali. I programmi zero assoluto

Primi scampoli di campagna elettorale regionale. E prime tendenze visibili.

Candidata favorita, la Lega si comporta come da previsioni: pronta a incassare una vittoria al di là delle aspettative, in nome più della novità Zaia che della caratura dei suoi candidati o della forza dei suoi slogan, che in entrambi i casi non appare elevatissima. Un primo risultato del basso profilo e della moderazione prescelti per non sfigurare e non radicalizzare la campagna elettorale, si è già ottenuto: per ora almeno, su richiesta del caposquadra, i sindaci leghisti si stanno astenendo da ordinanze fantasiose e dichiarazioni barricadiere, trincerati in un innaturale silenzio. Ben sapendo che troppo roboanti sparate rischierebbero oggi di favorire più i suoi concorrenti del Pdl, che deve assolutamente superare e possibilmente di molto (la partita che si gioca, su questo, è nazionale), o al limite l’Udc alleata fino a queste settimane, che non gli oppositori del Pd.

In campo alleato, nel Popolo della Libertà, si sta verificando e rendendo visibile quello che tutti sapevano ma che nessuno osava dire: che l’unico collante tra ex-Forza Italia, ex-Alleanza Nazionale e battitori liberi era il potere, e concretamente la figura di Galan, più come foglia di fico che come garante. E lanciato lui verso altri lidi nazionali, dove non c’è pericolo che possa incidere davvero sugli equilibri locali, il Pdl si lacera in lotte intestine e personalismi del tutto privi di argomenti, acquisendo visibilità mediatica soprattutto per le guerre fratricide che stanno dilaniando il partito, o ciò che dovrebbe assomigliargli.

Il Partito Democratico, dopo la figuraccia causata dalle esitazioni e dai balbettii degli inizi, quando non riusciva a trovare un candidato, estenuato dai minuetti con l’Udc, che come una damigella leziosa ha tanto brigato per farsi invitare alle danze per poi lasciare i corteggiatori con il carnet dei turni di ballo in mano, ha recuperato credibilità con il ticket Bortolussi-Puppato, che garantisce elettorati diversi e una pesca sia esterna che interna. Ma sa che il vento non spira dalla sua parte, e almeno a Padova si prepara a una resa dei conti interna per il dopo elezioni, con la rivolta dell’Alta e della Bassa, come al solito escluse da una città pigliatutto, in termini di candidati.

All’Udc, come diceva una vecchia pubblicità, basta la parola. Le basta esistere per acquisire la propria rendita di posizione, come mostra l’attrazione fatale dei pianeti piccoli e piccolissimi che fanno a gara per entrare nella sua pur non fortissima orbita gravitazionale. Ma, per come si prospettano le cose, il suo ruolo non sarà cruciale nel determinare gli equilibri del potere regionale.

Grandi assenti per tutti, per ora: i programmi. La Lega sembra pensare che il suo programma sia la faccia di Zaia, e probabilmente è vero: anche se, a onor del vero, ha fatto lo sforzo di elaborarne uno (ma chissà se sarà pro o contro il nucleare in Veneto, per dire). Il Pd comincia appena ad articolare il suo: quello di partito, se non quello di coalizione. L’Udc faticherà non poco a inventarsene uno che sia credibile, distante ma non troppo dal suo programma di governo fino ad oggi. Mentre quello del Pdl sembra il più lontano di tutti: non avendone avuto bisogno quando governava, non sembra convintissimo di doverne presentare uno oggi, visto che sarà l’alleato leghista ad avere le responsabilità maggiori.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Regionali. I programmi zero assoluto, in “Il Mattino”, 3 febbraio 2010, pp. 1-8 (anche la nuova venezia e la tribuna di treviso)

PD-UDC in Regione oltre a un nome serve un progetto

La sfida tra Lega e PDL in Veneto avrà probabilmente come effetto collaterale quello di spingere i due partiti in una lotta all’ultima preferenza molto più aspra che in passato, di cui i cartelloni già in circolazione nelle strade del Veneto costituiscono un evidente esempio. L’aumentata concorrenza tra i due soggetti, pure alleati, potrebbe portare a un aumento complessivo dei voti nell’area di centro-destra, cui lo slancio leghista per la propria prima candidatura regionale di rilievo, che finirà per avere una importante valenza nazionale, farebbe da traino. Solo il timore di alcuni settori moderati della società che una regione a guida leghista finisca per accentuare una radicalizzazione del conflitto politico e sociale, si può pensare possa produrre un esito diverso.

Questo renderà la sfida del centro-sinistra, che già parte svantaggiato, ancora più complicata. Inevitabile e anzi doverosa, in questo quadro, l’alleanza con i centristi dell’UDC, che oltre a fare da serbatoio per il voto moderato potrebbe limitare una prevedibilmente piccola ma significativa emorragia di voti verso i nuovi soggetti politici moderati, che indebolirebbe ulteriormente la coalizione.

La questione del nome del candidato presidente si pone in questo quadro. Se il candidato UDC consentirebbe certamente di acquisire consensi al centro, potrebbe fare perdere alcuni voti, più vicini al PD, di coloro che credono più in un progetto alternativo che in una leadership capace di pescare in altri ambiti: e questo non tanto in direzione di altri partiti, ma dell’astensione e del non voto.

Detto questo, il nome del candidato presidente è solo una parte del problema, e forse non la più importante: certo, dovrà essere autorevole, ma che sia interno o esterno al PD è necessariamente frutto delle condizioni date per l’alleanza con altri soggetti. L’altra parte del problema sono il progetto e i candidati. E per progetto si intende quello di governo, ma anche il progetto politico più a lungo termine. Sulla base di esso occorre in ogni caso costruire una pattuglia di candidati competente e battagliera, in grado di esprimere, in caso di vittoria, una capacità di governo forte, dotata di una visione realistica e alternativa al tempo stesso; e, in caso di sconfitta – che in politica deve essere sempre considerata la base di partenza per una vittoria futura – una forte ed efficace opposizione, per poi candidarsi con serietà al governo della regione alle prossime elezioni.

Se questa è la posta in gioco, il PD in particolare dovrà essere capace di mostrare, con le proprie scelte sulle persone che comporranno le liste elettorali, in particolare tra quelle realmente eleggibili, e che realmente andrà a sostenere, una squadra all’altezza della sfida, composta da soggetti credibili, competenti e innovativi, capaci di parlare sia al proprio elettorato tradizionale sia a settori non già rappresentati e ad ambienti diversi dal proprio bacino di riferimento, con l’adeguata professionalità e il mandato esplicito di produrre un programma di governo regionale solido e alternativo, e nel caso di svolgere quell’opposizione forte e visibile, combattiva e creativa, che sola potrà consentire al PD di svolgere comunque un ruolo di rilievo, che possa portare frutti nel tempo.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), PD-UDC in Regione oltre a un nome serve un progetto, in “Il Mattino”, 15 gennaio 2010, p. 8 (anche tribuna di treviso e nuova di venezia)

Cattolici e politica, una nuova sfida (la candidatura Bonino)

Allievi S. (2010), Cattolici e politica, una nuova sfida (la candidatura Bonino), in “Il Piccolo”, 13 gennaio 2010, p.1 A PR

La candidatura di Emma Bonino alla Regione Lazio apre una sfida culturale e politica nuova, per molte ragioni. Una di queste è che essa costringe a ripensare, su basi diverse, il rapporto dei cattolici con la politica, e non solo nel Partito Democratico.

La candidatura è di per sé spendibile e plausibile: la Bonino ha una caratura politica, e di persona capace di servire le istituzioni, fuori discussione. Lo ha dimostrato come commissario europeo e come ministro della repubblica. Ed è probabilmente la migliore candidatura possibile, per il centro-sinistra, in questo momento: l’unica in grado di dare del filo da torcere alla candidata del centro-destra, pure una figura anomala, che farebbe della sfida laziale, non solo perché tra due donne, una partita di straordinario interesse.

Tuttavia il nome di Emma Bonino, e quello dei radicali, produce discussione all’interno del mondo cattolico. Qualcuno, nel PD, ha già minacciato di andarsene, se la Bonino fosse la candidata della coalizione. Si pensi alla teodem Binetti, e a qualche altro, come Castagnetti, che ha manifestato fastidio. Ma esponenti popolari di grande prestigio, come Marini, hanno avuto invece parole lusinghiere nei confronti della candidata.

Dunque, qual è lo stato della questione? Innanzitutto, il punto di partenza. Che è la pessima figura fatta dai cattolici in politica alla guida della regione Lazio. Marrazzo cattolico lo era: e, dopo lo scandalo che lo ha giustamente travolto, il fatto che abbia chiesto scusa al Papa ma non ai suoi elettori è la dimostrazione di un senso dello stato e delle istituzioni assai vicino allo zero. Che rende poco credibile la posizione di quei cattolici che si arrogano il diritto di dare patenti di legittimità morale ad altri.

Ma c’è di più. Verissimo che su divorzio, aborto, e ultimamente con il testamento biologico, i radicali hanno ribadito posizioni etiche opposte a quelle della Chiesa cattolica. Ma siamo certi che siano anche posizioni avversate dai cattolici? Il risultato dei referendum di allora testimonia che non è così. Ma anche sul caso Englaro i cattolici, come hanno dimostrato i sondaggi del periodo, si dividevano sostanzialmente a metà, come i laici. Era la Chiesa, e i teodem, che facevano vedere una posizione sola: creando qualche problema non solo di visibilità delle posizione altre, ma di democrazia al loro interno.

E ancora, i teodem davvero rappresentano i cattolici del centrosinistra? La risposta è un secco no. La Binetti è una miracolata del ‘porcellum’ elettorale. Con il sistema delle preferenze non sarebbe mai entrata in Parlamento: non, almeno, nel PD, dove l’elettorato cattolico, pur presente, non si identifica affatto con le sue posizioni. E la sua uscita, per passare magari con Rutelli (egli pure, dopo tutto, un ex leader radicale: segno che le vie del Signore sono davvero infinite), pur non auspicabile, rappresenterebbe in questo senso un elemento di chiarezza. I cattolici del PD sono piuttosto rappresentati da Marino e Franceschini, l’uno ex segretario e l’altro candidato tale, e quindi tutt’altro che invisibili o marginali, che dalle posizioni solitarie della Binetti.

Ma c’è di più. La partita è davvero sul ruolo dei cattolici in politica. La lunga stagione del card. Ruini ha il demerito storico di aver portato la Conferenza Episcopale a diventare essa stessa un attore politico, in prima persona. Questa scelta ha portato alla marginalizzazione dei politici cattolici, ridotti a meri esecutori della volontà della Chiesa. Si è uccisa così la grande stagione del cattolicesimo politico: che, da Sturzo a De Gasperi a Moro, lungi dall’essere marginale, è stata il cuore stesso della fondazione della repubblica, il cui esito più solido, a testimonianza di questo ruolo, è la Costituzione repubblicana (e, a livello europeo, il processo di unificazione: che vede politici cattolici come promotori – da Adenauer a De Gasperi a Schuman – e un loro straordinario peso come leaders dell’unione, da Delors a Prodi).

L’esito di questa politica è stato controproducente su più fronti. Si è umiliato il ruolo e il peso della laicità, e dei laici, in politica e nella Chiesa, consentendo oltre tutto lo svilupparsi di attori cattolici autonominatisi molto sui generis, dagli atei devoti alla Ferrara ai clericali non credenti della Lega e d’altrove: difensori del crocifisso e della simbolica cattolica, ma non del cattolicesimo praticato e dei suoi valori; sostenitori delle ‘radici cristiane’, ma dimentichi che il Vangelo dice che non dalle radici, ma “dai loro frutti li riconoscerete”.

Ecco quindi che la Bonino, anche come simbolo di battaglie sui diritti che, come tali, dovrebbero essere una bandiera della cattolicità praticata – dalla fame nel mondo alla moratoria contro la pena di morte, dai migranti ai carcerati, dalle donne infibulate ai malati di sla – ma anche per il metodo politico scelto (la non violenza, lo sciopero della fame, la testimonianza personale), diventa una pietra d’inciampo e un segno di contraddizione, per usare espressioni evangeliche, con cui non è possibile continuare a non interloquire, accontentandosi di scomuniche e anatemi: essi stessi simboli di una cattolicità che non piace più, nemmeno ai cattolici.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Cattolici e politica, una nuova sfida (la candidatura Bonino), in “Il Piccolo”, 13 gennaio 2010, p.1