Pietre d'inciampo e cittadinanze onorarie. Le cose serie e le pratiche inutili.

La disfida delle cittadinanze onorarie mostra tutta la miseria del dibattito politico odierno. Quella delle pietre d’inciampo è anche peggio. Modi diversi di giocare politicamente con la memoria. Cominciamo inciampando. Continua a leggere

La memoria è una cosa seria. Sulle cittadinanze onorarie a Liliana Segre

La disfida delle cittadinanze onorarie e delle pietre d’inciampo mostra tutta la miseria del dibattito politico odierno. Con elementi di strumentalità evidenti, polemiche inutili, esiti scoraggianti. Continua a leggere

Italiani all’estero

Di imam, di conflitti culturali e d'altro ancora

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Perché i giovani se ne vanno dall’Italia

Era ora che si aprisse un dibattito vero sulle emigrazioni italiane verso l’estero: anche se sorprende la sorpresa per la scoperta – sono riprese, a ritmi crescenti, da anni. Ed è bene che si provi – finalmente – a mettere sul tavolo soluzioni, e non solo slogan. Ma per poterlo fare con cognizione di causa, bisogna avere un’idea realistica di quello che sta succedendo: e, ancora, non ci siamo.

La prima cosa da fare è collegare – e insieme separare – il dibattito sull’immigrazione e quello sull’emigrazione. Collegarli concettualmente, perché rispondono alla stessa ricerca di orizzonti migliori, che produce la mobilità umana, qualunque nome le si voglia dare: capire che i desideri e i bisogni di chi arriva sono gli stessi di chi parte può aiutarci a ri-umanizzare il dibattito e al contempo a razionalizzarlo, uscendo dalla logica (illogica) degli slogan contrapposti, inutili e fuorvianti. Separarli funzionalmente, perché l’una non è causa dell’altra: le partenze non sono conseguenze degli arrivi (anzi, propriamente non c’entrano quasi niente: tranne per i livelli più bassi e che presuppongono meno – o nessuna – istruzione). Se anche non ci fossero gli arrivi, le partenze ci sarebbero comunque. E se anche non ci fossero le partenze, gli arrivi ci sarebbero comunque. Perché corrispondono a segmenti differenti di mercato del lavoro.

Dobbiamo ammetterlo una volta per tutte. I nostri emigranti partirebbero comunque, perché cercano chances e opportunità che da noi, semplicemente, non ci sono: non in maniera assoluta, ma in termini relativi – non abbastanza, non per tutti. I salari sono troppo bassi, e se hai una qualificazione di qualche tipo ti conviene spenderla altrove. Lo stesso motivo per cui non siamo attrattivi: perché mai uno straniero, dato il differenziale salariale, dovrebbe venire da noi? E infatti arriva solo chi accede a ruoli apicali, ben pagati per definizione (manager, dirigenti, tecnici, poco altro), e chi al contrario trova un miglioramento anche solo nell’accedere a un lavoro purchessia, rifiutato dagli italiani (i lavori dirty, dangerous and demeaning, sporchi, pericolosi e degradanti – e, aggiungiamo, malpagati e non protetti – che infatti gli immigrati accettano anche in presenza di qualificazioni più elevate).

Dopodiché, bisogna uscire dal solo paradigma salariale. Chiunque abbia qualche esperienza della nostra emigrazione – giovanile ma non solo – sa che il differenziale salariale ha un buon effetto di spinta (o se si preferisce di attrazione), ma un assai più modesto effetto di ritorno. In altre parole, chi parte, attratto da salari più elevati, ma anche e forse soprattutto da paesi meglio funzionanti, con maggiore attenzione al merito, sistemi di welfare più protettivi, aperti alle differenze (di tutti i tipi: culturali, nazionali, etniche, religiose, sessuali), più rispettosi dell’uguaglianza di genere, molto meno gerontocratici, con maggiore mobilità sociale, poi, in buona parte, anche a parità di offerta salariale, non tornerebbe indietro. Ecco perché lavorare sui salari di ingresso (incentivi, cuneo fiscale e quant’altro) è ovviamente doveroso e necessario, ma è solo un pre-requisito, di per sé insufficiente. E lavorare sul resto è naturalmente un lavoro di lungo periodo e assai più complicato, a cui nessuna elite (tanto meno in ambito politico) ha mai voluto veramente mettere mano. Perché ci sono precise rendite politiche legate a questi elementi: dalla chiusura mentale (pluralismo culturale e religioso, orientamento sessuale) alla xenofobia (con annessa logica del capro espiatorio nei confronti degli immigrati: “prima gli italiani”, o i veneti, a scelta) fino alla gerontocrazia (che include tanti aspetti: da quota 100 a una mentalità che non farebbe mai entrare un trentacinquenne – peggio se donna – in un consiglio d’amministrazione). E perché presuppone lungimiranza e investimenti: in una parola costa in conoscenze (a cominciare dall’abc della demografia), in capacità di visione (che non è data: si conquista, con la cultura e il confronto) e in investimenti, cioè in denaro (che andrebbe tolto alle rendite e ai settori parassitari).

Per cui, prendiamo questo dibattito come un inizio di discussione. Sperando – e non è per nulla scontato – che continui.

Emigrare, quel doppio filo, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 30 ottobre 2019, editoriale, p.1

Venetismo di bandiera

Non c’è dubbio che abbia ragione il Presidente della regione e abbia torto il Questore: il leone di San Marco non è un simbolo eversivo, ma istituzionale. Per la semplice ragione che una legge del 1975, modificata nel 1999 (togliendo la scritta Regione Veneto) ha voluto che lo fosse. E’ un fatto di legge, che come tale va rispettato: suona strano che un tutore della legge ne impedisca l’accesso in uno stadio (e ovunque). E forse, al di là della costituzionalità della norma, potrebbe essere ragionevole lasciar decidere alla regione di esporla quando e dove vuole, accanto alla bandiera italiana e magari a quella europea, visto che un cittadino veneto è parte di tutte e tre queste entità. In più, è ovvio, il gonfalone di San Marco, l’antica bandiera della Serenissima Repubblica di Venezia (ancorché opportunamente modificata per sostituire i sei sestieri di Venezia con le sette province del Veneto, a dimostrazione del fatto che i simboli hanno sempre un che di vagamente imperialistico, anche inintenzionalmente), ha una storia lunga e un peso simbolico significativo. E oggi identifica la regione, piaccia o non piaccia. E’ parte della sua strategia di branding, ed è perfino un souvenir locale. Per quel che vale, saremmo d’accordo sulla sua presenza e diffusione, e dunque esposizione, dove si vuole. Per semplice buon senso. Continua a leggere

Salari, ma non solo: oltre la retorica, quanto è davvero attrattivo il Veneto?

Attrattività. La usiamo spesso, come parola chiave: di un sistema paese (o di un luogo), prima ancora che di un’economia. Del resto vale anche per le persone: quelle che ci interessano sono quelle che vorremmo at-trarre, cioè tirare (dal latino trahere) verso di noi. Continua a leggere

Il Veneto che fa cultura

Un po’ a sorpresa, silenziosamente, sommessamente, senza pretese, senza averlo programmato, dunque senza strategie e ancor meno proclami, il Veneto – inteso come terra, come cultura, come lingua – torna a essere presente sul palcoscenico nazionale. Non è un effetto della politica, ancor meno delle istanze autonomistiche. Quel Veneto lì, certo, è presente: ma a livello nazionale è vissuto più con fastidio che con interesse. E il peso politico nazionale del Veneto è del resto lontano dai fasti democristiani della prima Repubblica. Poi, certo, c’è il peso dei grandi simboli e dei grandi eventi: le colline del Prosecco patrimonio dell’Unesco, le Olimpiadi (anche) a Cortina – importanti abbastanza da far dimenticare il Veneto delle grandi opere e del più grande scandalo della storia repubblicana, il Mose. Continua a leggere

Il dovere di governare le migrazioni

29 Ottobre 2019 Articoli

Il dovere di governare l’immigrazione

STEFANO ALLIEVI, MASSIMO LIVI BACCI

immigrazione

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Il discorso sulla migrazione è stato sequestrato, negli ultimi tempi, dal dibattito su profughi e irregolari. Stefano Allievi e Massimo Livi Bacci allargano il discorso, suggerendo dodici proposte concrete volte a governare il fenomeno, alcune fattibili subito altre da mettere al più presto in cantiere. Neodemos apre le porte a un dibattito sul tema, nella consapevolezza che l’Italia continuerà ad attrarre consistenti flussi migratori nei prossimi decenni che vanno gestiti con strumenti nuovi e uno sguardo al lungo periodo.

Per troppo tempo il dibattito sull’immigrazione si è limitato alle polemiche legate agli sbarchi e ai salvataggi. La fisiologia di un fenomeno strutturale e di lungo periodo, è stata appiattita sulla patologia di un fatto emergenziale e di breve periodo. Le tematiche dell’immigrazione vanno affrontate con uno sguardo razionale, lucido e pacato, lontano dalle polemiche, ma ben dentro a una questione che è uno dei grandi problemi del secolo, e ne intreccia altri altrettanto cruciali, quali gli squilibri demografici ed economici, la povertà, lo sviluppo sostenibile, le guerre. Continua a leggere

Trasformazioni della famiglia

Senza famiglia

Blog

1 Novembre 2019

di: CONFRONTI

di Stefano Allievi. Sociologo, Professore di Sociologia presso l’Università degli studi di Padova.

La famiglia – considerata dagli antropologi un “universale culturale” – fino ai suoi albori si è conformata come un’unità produttiva e riproduttiva. Al giorno d’oggi molte parole vengono spese per definire i “modelli” possibili di famiglia. Ma come sarebbe il mondo se…

È immaginabile un mondo senza più un modello dominante di relazione familiare? La famiglia è quello che gli antropologi chiamano un universale culturale: per quanto differenti, un qualche tipo di famiglia c’è in qualsiasi tipo di società. Di solito, con una conformazione che nei manuali di sociologia viene riassunta così: un gruppo di persone legate da vincoli di discendenza, matrimonio, affinità o adozione. Una definizione sufficientemente generica da essere inclusiva, aperta a molti modelli differenti. Eppure, oggi, incapace di descrivere quanto sta succedendo.

Non è nemmeno più lecito parlare di famiglia, al singolare. Le famiglie sono così tante da costituire un insieme plurale di modelli familiari tra loro molto diversi. Ma, cosa interessante, non mutuamente escludentisi. Di fatto ciascuno di noi può attraversare differenti modelli familiari nel corso della propria biografia: nascere in una famiglia “tradizionale”, regolarmente coniugata, ritrovarsi senza un genitore a causa di separazione o divorzio, vivere in una famiglia scomposta e dislocata in luoghi diversi, ritrovarsi un nuovo genitore convivente, trovarne un altro ancora nel partner del genitore non convivente, poi vivere da solo, attraversare una o più convivenze, eventualmente sposarsi, avere figli, e ricominciare la sequenza.
Con tutte le variabili possibili: coppie dello stesso sesso, con o senza figli (peraltro diversamente ottenuti dalle famiglie omogenitoriali: adozione, concepimento con gestazione altrui, forme diversificate di inseminazione artificiale), nascite fuori del matrimonio e senza partner riconosciuti, matrimoni senza sessualità e sessualità libera al di fuori (o dentro) il matrimonio, long distance relationship (partner o coniugi non conviventi stabilmente, con o senza figli: in aumento a seguito della crescente mobilità e delle migrazioni), coppie miste dal punto di vista della nazionalità, della religione o del colore della pelle, fino alle convivenze tra pari che possono diventare forme parafamiliari relativamente stabili (dalle comunità religiose ai co-housing tra giovani, tra famiglie e tra anziani), e alle persone che vivono da sole (che, sì, anch’esse sono considerate famiglie – le famiglie unipersonali, un interessante e accettato ossimoro – e costituiscono una quota crescente di popolazione, particolarmente nelle città).

Ormai l’Istat è arrivato a distinguere le famiglie senza nucleo, con un nucleo o con due o più nuclei: il che dà l’idea di quanto sia obsoleta, e non più descrittiva del reale, la stessa espressione “nucleo familiare” – che dava per scontato fosse uno, né più né meno. E, per dare un’idea dei cambiamenti in atto, le famiglie senza figli sono il 31% del totale, più di quelle con due figli, che sono il 26%.

La famiglia dunque, che fin dagli albori della sua storia era una unità produttiva (tutti i membri lavoravano assieme, quale che fosse il lavoro – dalla caccia e raccolta alla coltivazione all’allevamento, fino alle botteghe artigiane e alle aziende familiari – per contribuire al benessere familiare) e riproduttiva, ha quasi smesso di essere la prima cosa (unità produttiva), e sta progressivamente staccando la seconda (unità riproduttiva) dalla sua “necessaria” ragion d’essere (ci si può riprodurre al di fuori della famiglia – e la tecnologia aiuta in questo senso, ma ci sono anche mezzi più tradizionali – o non riprodursi al suo interno).

La crescente mobilità, e lo stesso allungamento dell’aspettativa di vita (potrà durare, sarà davvero sostenibile, l’idealtipo del matrimonio monogamico, quando vivremo 120 o 140 anni? – E non manca molto…), sta producendo un ritorno di forme comunitarie, eventualmente segregate per età: tipicamente, i co-housing per anziani (ma ci sono sempre più anche tra giovani in mobilità), su base volontaria, o la convivenza in strutture di appoggio, maggiormente necessitata, specie se diminuisce il grado di autosufficienza.

Vivere in comunità, in una comune, se si vuole, non è più quindi una cosa da hippie, una forma trasgressiva di contestazione della famiglia borghese, ma sempre più un nuovo bisogno, e non di rado una nuova necessità. Che, in futuro, potrà vedere l’arrivo di nuove “convivenze”, anche a scopo affettivo e di compagnia: i robot domestici, già in sperimentazione in Giappone – di cui Siri e Alexa sono solo gli ancora rustici antesignani.

Da confronti