Convegno con monsignor Fisichella. Era necessario avviare il dibattito

Di questa vicenda si è parlato persino troppo. Ma è un segno, evidentemente, che di discutere c’era bisogno. Vorremmo evitare, tuttavia, almeno la logica degli schieramenti, il richiamo alla censura, il facile gioco dell’anatema reciproco, l’ideologizzazione esasperata.

La lettera aperta che io e i colleghi Curi e Zatti abbiamo scritto voleva essere un segnale e un richiamo. Un richiamo di opportunità e di metodo, e un segnale che all’università non si può e non si deve applicare la logica dell’occupazione del territorio e delle bandiere identitarie.

Da questo punto di vista l’iniziativa del 6 marzo non era impostata, a nostro parere, nella maniera ideale e più consona alla sede. Le stesse motivazioni ribadite dagli organizzatori, che pure di mestiere fanno un encomiabile lavoro, sono risultate assai deboli, nel motivare una scelta blindata e a senso unico. Di più: tale modo di procedere si ritorce contro le ragioni di cui gli stessi relatori sono portatori, che meritano ascolto e rispetto, e che è giusto vengano prese in considerazione e dibattute, anche in università.

Tuttavia, siamo stati chiari fin da subito: “Non intendiamo contestare il diritto di parola di alcuno. L’Università non è un luogo dove esso si nega. Al contrario, è semmai, ed eminentemente, un luogo in cui la parola si analizza, si approfondisce, si discute, dove non si fugge il confronto, ma lo si ricerca programmaticamente”. Quindi, nessuna censura. Nemmeno la richiesta di cambiare programma.

Evocare lo scontro tra laici e cattolici, o addirittura il bavaglio ai cristiani e alla Chiesa, è quindi una impostazione ideologica fuorviante e risibile, una vittimizzazione che nulla ha a che fare con quanto è in gioco in questo momento. Lo scontro non è tra laici e cattolici, ma tra chi vuole il confronto e chi vuole soltanto dire la sua.

Credo sia arduo, nell’unico paese al mondo in cui il giornalista esperto di questioni religiose si chiama vaticanista, e la presenza della Chiesa cattolica nello spazio pubblico, anche sui temi qui evocati, evidentissima, parlare con qualche senso logico e onestà intellettuale di crociate anticattoliche. Semmai, è probabile che l’attitudine alla privatizzazione della verità, visibile da varie sponde, esacerbi gli animi. Ma questa difficoltà attraversa tutte le identità e appartenenze, non solo la Chiesa. Non è un caso che i sondaggi intorno al caso Englaro, per citare l’ultimo e più clamoroso esempio di discussione pubblica sulla bioetica, abbiano concordemente mostrato una forte divaricazione tra le prese di posizione ufficiali della Chiesa cattolica e il pensiero di coloro che avrebbero dovuto da essa sentirsi rappresentati. Così come interventi anche di scienziati di campo laico e di impostazione assolutamente non religiosa abbiano mostrato dubbi, lacerazioni, ed esplicite posizioni in sintonia con quelle rappresentate anche, non solo, dalla Chiesa.

Dunque, nessuno scontro: nemmeno tra accademici e chierici. Su questo, due parole per evitare equivoci interessati: non abbiamo rifiutato alcun confronto. Semplicemente, non avevamo mai chiesto di partecipare a quel dibattito. E’ stato mons. Fisichella, per sua dichiarazione a questo giornale e a me telefonicamente, con un gesto apprezzato, a dichiararsi stupito delle modalità organizzative dell’incontro, mostrandosi disponibile a un dialogo che altri, più realisti del re, temevano. Proprio per questo, cogliendo questa disponibilità, e non praticando logiche di schieramento, i miei colleghi, in una iniziativa in corso di organizzazione, hanno rilanciato: invitando mons. Fisichella, ma in un contesto dialogico vero. Mi pare una lezione di stile: in sintonia con lo spirito e la lettera del nostro appello.

Ancora più arduo e in mala fede evocare un inesistente scontro tra destra e sinistra. Per molti motivi, uno dei quali è che chi scrive ha troppo rispetto per la Chiesa per volerla ascrivere alla destra, che pure vorrebbe anche oggi strumentalizzarla ai propri fini.

Detto questo, siamo in Università, di cui ho una concezione alta: un luogo in cui la discussione critica, il confronto aperto e la ricerca senza pregiudiziali sono la linfa vitale e la stessa ragion d’essere. E in cui la censura è fuori questione. Per questo, a titolo personale, parteciperò, tra il pubblico, all’iniziativa del 6 marzo, ascoltando le voci che lì si esprimeranno. E poi, con maggiore entusiasmo, parteciperò alle iniziative di confronto e di approfondimento che si stanno organizzando: e che altri (studenti, cittadini, associazioni) vorranno organizzare. Credo che l’Università, e la città, avranno tutto da guadagnare da una discussione pubblica e matura. Che siamo lieti sia iniziata.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 3 marzo 2009, pp. 1-12

anche in

“Ecco perché sarò in aula ad ascoltare monsignor Fisichella”, in “Corriere Veneto”, 3 marzo 2009, p. 7

L’islam cambia e ci cambia (forse)

popoli
Allievi S. (2009), L’islam cambia e ci cambia (forse), in “Popoli”, n. 3, marzo 2009, pp. 48-49 A R e R/I

Sull’etica-staminali nessuna esclusiva

Il giorno 6 marzo si svolgerà all’Università di Padova, nella Sala dei Giganti di Palazzo Liviano, un convegno su “Etica nella medicina dei trapianti e delle cellule staminali”. Tema di grande attualità, controverso, sul quale è aperto uno scontro sia nel mondo scientifico che nel paese, e di cui è certamente opportuno informare e discutere.

Sorprende tuttavia l’articolazione dell’incontro: che prevede, dopo i saluti d’uso, solo un’introduzione del Vicepresidente della Camera dei Deputati, on. Maurizio Lupi, esponente di Comunione e Liberazione, e un’unica relazione di Mons. Rino Fisichella, Presidente della Pontificia Accademia Pro Vita. Nessuna discussione è prevista.
Questa scelta chiusa al dibattito e di parte, del tutto legittima in qualunque altro contesto, in sede universitaria, luogo per eccellenza dell’educazione al pensiero critico, dispiace e sconcerta; perché su temi così importanti, che coinvolgono ragione ed emozione, fede e scienza, e producono un intenso dibattito sociale, si preferisce la ricerca dell’egemonia alla discussione critica.
Non intendiamo contestare il diritto di parola di alcuno. L’Università non è un luogo dove esso si nega. Al contrario, è semmai, ed eminentemente, un luogo in cui la parola si analizza, si approfondisce, si discute, dove non si fugge il confronto, ma lo si ricerca programmaticamente; non è invece il luogo per promuovere l’aggregazione per bandiere identitarie, oggi fin troppo praticata nella società italiana.
Chiediamo quindi che l’Università si faccia promotrice di una discussione franca e aperta su queste tematiche, che tenga conto di tutte le opinioni in campo, senza dare ad alcuno il diritto di definirne in esclusiva i temi e i limiti. Tanto più in questi tempi, in cui su tematiche analoghe e correlate si è acceso un vivo dibattito nella società, e in cui ogni idea di possesso esclusivo della verità, da qualunque parte provenga, divide drammaticamente le coscienze, anche all’interno degli stessi settori da cui proviene.

Prof. Stefano Allievi, sociologo

Prof. Umberto Curi, filosofo

Prof. Paolo Zatti, giurista

Qualche giorno dopo…


”
Riguardo alla prevista ‘Lettura’  di Mons. Fisichella abbiamo sollevato  una questione  che non riguarda le persone né le opinioni,  ma solo il metodo propagandistico, programmaticamente chiuso al confronto, estraneo allo spirito del dibattito universitario e particolarmente inopportuno nel momento in cui la questione bioetica vede in atto uno scontro aspro e condotte aggressive  sul piano istituzionale e su quello mediatico, senza risparmiare le persone coinvolte.

Si levano ora all’interno del mondo studentesco voci e  proposte che si caratterizzano per un atteggiamento eguale e contrario, e abbandonando il piano della critica e della discussione mirano ad espellere dall’ambito universitario una posizione etica, negando la base stessa di ogni confronto: il diritto di parola. Esprimiamo il nostro totale dissenso da queste posizioni  e confidiamo che gli studenti sapranno isolarle.  L’Università deve restare lo spazio della libertà di esprimersi e confrontarsi per tutte le opinioni che accettino le basi costituzionali della convivenza; solo l’intolleranza non può e non deve abitarvi”

Stefano Allievi, Umberto Curi, Paolo Zatti

“il Mattino”, 24 febbraio 2009, pag. 1-20

Qualche consiglio per salvare il PD

Finora il dibattito nel PD è stato tutto e troppo interno, autocentrato, rivolto al proprio ombelico: e questa è probabilmente una delle ragioni della sua attuale crisi.

Il PD ha commesso una serie di errori organizzativi (su quelli politici, ognuno faccia le sue valutazioni) clamorosi:

a) non facendo partire immediatamente la campagna per il tesseramento (lanciata in ritardo, quando già l’entusiasmo era calato e l’immagine appannata, a causa dei personalismi e dei continui conflitti interni molto più che non a causa di una prevedibile sconfitta elettorale);

b) non indicendo immediatamente un congresso che legittimasse la leadership, contro lo strapotere di correnti e sottocorrenti.

Entrambi errori voluti da coloro i quali, in quanto leader delle precedenti componenti, volevano prima insediarsi, contarsi, logorare l’avversario, spartirsi le risorse (dai soldi ai posti), per garantire reciproche rendite di posizione tra gruppi tra loro in dissenso, perdendosi in discussioni su temi poco sentiti, molto politichesi, con logiche che nulla avevano a che fare con un partito che si voleva nuovo. Personalmente, ho vissuto tutto questo aspetto con una certa amarezza: una promessa non mantenuta. Tuttavia, come altri, credo ancora nelle cose che si possono fare all’interno di questo progetto, per portarlo a compimento.
Ma per farlo dobbiamo sconfiggere i nemici primi del PD. D’Alema e i dalemiani, Rutelli e i rutelliani, Parisi e i parisiani, tanto per non fare sconti a nessuno, e altri ancora: cioè tutti quelli che avevano una logica di cricca e di corrente, ed erano in ricerca estenuante di visibilità, alimentando logoranti conflitti.
Ma ci aggiungerei anche le microcorrenti che pretendono abusivamente di rappresentare un’identità: i cosiddetti ‘cattolici’ (teodem o altri: da cattolico sono arcistufo di sentirmi dire che mi rappresenta la Binetti), per esempio, e tutti coloro che cercavano legittimità fuori anziché dentro il partito. Forse perché dentro sapevano che non ne avrebbero avuta un granché.
Basta! Con loro, basta!
Il nostro sogno e il nostro impegno politico (perché è nostro, non loro) rischia di essere affossato a causa di queste logiche.
Salviamo il PD, dissequestriamolo, iniziamo una lotta di liberazione interna dai cacicchi veri, che stanno a Roma, non sul territorio.
Ma per farlo occorre una leadership forte, e che creda in questa logica, anziché essere figlia di quelle precedenti (come probabilmente era l’intempestiva candidatura Bersani). E che sia finalmente legittimata. Altrimenti saremo noi il partito di plastica: altro che le ironie su Forza Italia o il PDL.
E questo anche a costo di cambiare subito lo statuto, consentendo quello che si è volutamente impedito fino ad ora: che gli iscritti possano esprimersi sui destini del loro partito, sulle sue scelte, sui suoi dirigenti, locali e nazionali.
Arrivo a dire: chiunque sia, ma sia un segretario legittimato e con pieni poteri.
Che sia Franceschini, perché è la soluzione più naturale e in continuità con il lavoro di Veltroni.
Che sia un leader proveniente dal territorio, anche se purtroppo non accadrà (un Chiamparino, un Soru, o qualunque altro abbia un responsabilità concreta e un popolarità almeno dove opera politicamente).
Che sia un illustre sconosciuto.
Che sia uno dei nemici interni del progetto del PD. Ma almeno sapremo di chi si tratta, e potremo, tutti quanti, trarne le dovute conseguenze, e decidere se ci piace ancora il progetto che il Partito Democratico rappresenta.
La ricchezza del PD sono le sue energie, i suoi sostenitori, i suoi elettori. Non sprechiamola per colpa dei soliti noti. Questo chiedono i semplici iscritti, quelli che finora non hanno avuto nemmeno un po’ di voce.

Sarebbe un delitto imperdonabile, e una responsabilità storica, continuare in un dibattito tra soli vertici, o presunti tali, che rischia di vedere implodere il PD: se una forza politica nuova si vuole davvero costruire, la sua forza non può che partire dal radicamento nel territorio, dalla sua vivacità, dalla sua capacità di cambiamento e di innovazione a quel livello, e dalla possibilità di esprimere la propria voce, da parte di tutti.

Il che significa che bisogna far partecipare le energie nuove che hanno creduto in questo progetto politico: fornendo, innanzitutto, occasioni di dibattito anche formali, negli organismi che hanno potere decisionale, non solo per ratificare decisioni altrui.

Salviamo il PD. Inondiamo di mail il sito del partito democratico, mandiamo fax e intasiamo di telefonate i centralini locali e nazionali del PD, chiamiamo quelli che conosciamo che domani parteciperanno all’assemblea nazionale, chiedendo con forza il congresso anticipato, per evitare una situazione dilatoria che servirebbe precisamente a far tirare in lungo coloro contro i quali e a causa dei quali Veltroni si è dovuto dimettere: e sarebbe una débacle, una morte annunciata estenuante e logorante, per il partito che si voleva democratico.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 20 febbraio 2009, p. 1-12

Due pesi e due misure

Il fatto: pregano in piazza, i primi; pregano in piazza, i secondi. Il luogo: davanti al Duomo di Milano, i primi; davanti alla clinica La Quiete di Udine, i secondi. Il motivo: in solidarietà con i loro correligionari di luoghi più sfortunati, i primi; in solidarietà con una ex-ragazza più sfortunata di loro, i secondi. Per che cosa: perché oltre 1300 di essi, di cui un terzo bambini, sono stati massacrati in pochi giorni in una guerra profondamente asimmetrica, i primi; perché una di loro potrebbe passare da una vita dubbia a una morte certa, i secondi. Contro che cosa: la violazione reiterata della legalità internazionale, i primi; l’applicazione di una pur approssimativa legalità nazionale, i secondi. Il giudizio: sono considerati estremisti e fondamentalisti, i primi; sono considerati difensori della vita, i secondi. Le reazioni: una campagna di stampa durissima nei confronti dei primi; la mera registrazione della notizia nei confronti dei secondi.

Si battono contro una morte certa, già avvenuta e di massa, i primi; si battono contro una morte opinabile, forse a venire, forse già avvenuta, i secondi. Sono solo una piccola parte della pubblica opinione che dicono di rappresentare, i primi; sono solo una piccola parte della pubblica opinione che dicono di rappresentare, i secondi. Chiamano assassini coloro contro cui si battono (uno stato potente e in questo momento aggressivo), i primi; chiamano assassini coloro contro cui si battono (un padre, un giudice, coloro che li sostengono), i secondi. C’è chi si è scusato pubblicamente per le azioni e le parole dei propri correligionari, tra i primi; non c’è chi abbia fatto altrettanto, tra i secondi. Sono una minoranza rumorosa, i primi; sono una minoranza rumorosa, i secondi. Non rappresentano la propria pubblica opinione, i primi; non rappresentano la propria pubblica opinione, stando ad autorevoli sondaggi, nemmeno i secondi. Eppure credono di avere la verità in tasca, i primi; eppure credono di avere la verità in tasca, i secondi. Godono in genere di pessima stampa, i primi; godono in genere di larga e ottima stampa, i secondi. Sono quindi condannati dalla pubblica opinione, i primi; non sono quindi condannati dalla pubblica opinione, i secondi. Si dice che strumentalizzano la preghiera in pubblico, i primi; non si dice che strumentalizzano la preghiera in pubblico, i secondi. Per cui ci si scandalizza e si vuole impedire che la ripetano, i primi; per cui non ci si scandalizza e non si vuole impedire che la ripetano, i secondi. Dimenticavo: sono musulmani, i primi; sono cattolici, i secondi.

Per quel che vale, non condivido metodo, toni e messaggio tanto dei primi quanto dei secondi, anche se posso comprendere alcune ragioni di entrambi. Non mi schiero quindi né con gli uni né con gli altri.

Come nei giochi della Settimana Enigmistica: trovate le somiglianze e le differenze tra le due figure. E poi datevene la spiegazione che preferite.

Stefano Allievi

Due pesi e due misure, in “Il Manifesto”, 7 febbraio 2009, p. 3

Barack Hussein Obama. Le lacrime di gioia dell’Islam

Non è l’Ich bin ein Berliner! kennedyano, ma nelle sue conseguenze politiche potrebbe assomigliarci. Dall’Europa infatti non ce ne accorgiamo, ma per un mondo arabo e un mondo islamico stanchi, disillusi ed esasperati da una lunga storia di umiliazioni e sconfitte culminata in questi giorni a Gaza, l’intervista che il presidente Obama ha rilasciato ad al-Arabiya è più che una boccata d’ossigeno: è il segnale di cambiamento e di svolta politica più ampio che ci si potesse aspettare dagli Stati Uniti d’America.

Le parole prefigurano una svolta quasi a centottanta gradi: le azioni, lo vedremo. Ma già il fatto che Obama chieda di essere giudicato “non dalle mie parole ma dalle mie azioni, e dalle azioni della mia amministrazione” è l’indicazione che un piano d’azione c’è già, e probabilmente sarà illustrato in dettaglio nel già attesissimo discorso da una capitale islamica, preannunciato entro i primi cento giorni di mandato.

Le linee guida le conosciamo: fine dell’unilateralismo arrogante (e, per quel che riguarda il mondo islamico, ostentatamente pro-israeliano), chiusura di Guantanamo, ritiro dall’Iraq, impegno per la soluzione del conflitto israelo-palestinese, persino un diverso atteggiamento nei confronti dell’Iran. Certo, è stato ribadito che Israele resta un alleato di riferimento: ma, anche qui, Obama ha parlato di “forte alleato”, non del più stretto alleato, o del baluardo dell’Occidente in Medio Oriente, come una retorica di anni ci aveva abituato. E forse l’annullamento del viaggio del ministro israeliano Barak negli Stati Uniti ha più a che fare con una riflessione e un bisogno di prepararsi su questo punto, che non con il soldato ucciso ieri l’altro da Hamas.

La svolta culturale non potrebbe essere più netta. Intanto, sul piano simbolico: per il fatto di aver scelto un network televisivo arabo per la sua prima intervista internazionale, il cui impatto si sapeva sarebbe stato globale. Ma anche sul piano lessicale. Che “il linguaggio che dobbiamo usare è il linguaggio del rispetto” non è qualcosa che arabi e musulmani siano abituati a sentirsi dire, dagli Stati Uniti. Obama stesso si è definito così, nel suo rapporto con arabi e musulmani: “listening, respectful”. Parola riecheggiata insistentemente: “Siamo pronti a iniziare una nuova partnership, basata sul mutuo rispetto e sul mutuo interesse”. “Start by listening instead of start by dictate” è una frase più forte e politicamente più impegnativa, per l’orecchio arabo quasi inverosimile, della sua traduzione italiana.

C’entra certamente la sua storia personale e familiare, che nell’intervista Obama ha voluto rievocare e mostra di usare sapientemente anche come mezzo per suscitare empatia. Ma il centro del messaggio riguarda anche chi l’ha eletto, basato com’è su un duplice impegno: dire ai musulmani che “l’America non è il vostro nemico. Qualche volta facciamo degli errori, non siamo così perfetti…” Ma anche dire agli americani che il mondo islamico è fatto soprattutto di gente normale, che “vuole vivere la sua vita e che i propri figli abbiano una vita migliore”, né più né meno degli americani stessi: lontano anni luce dalla retorica dell’asse del male.

Gli arabi come l’hanno vissuta? C’è chi ha pianto (come per un velo che finalmente cade più che di gioia vera e propria), chi ha espresso entusiasmo, chi cauta apertura, chi – moltissimi – attendismo. Ma c’è anche chi mostra disincanto o accusa apertamente di doppiogiochismo il presidente americano. Non è un caso che persino sulla pur ufficialissima e moderata emittente televisiva che ha ospitato l’intervista, un buon 15% delle reazioni sia stata negativa. In qualche caso riecheggiando il linguaggio intriso di razzismo, anch’esso tipico di una certa eredità araba, usato dal numero due di al Qaeda, al Zawahiri, in un messaggio pronunciato poco dopo l’elezione di Obama, che lo chiamava “servo negro” (“house slave”). Non sono pochi, del resto, coloro che lo rimproverano di non essere musulmano come il padre (anche se alla causa islamica ciò non avrebbe reso miglior servizio, dato che non sarebbe mai diventato presidente…).

E dall’Europa? La ferita palestinese sanguina anche nel corpo europeo della umma islamica. E quindi anche qui non basteranno le parole a rimarginarla. Ma la speranza è palpabile. Anche se i musulmani, soprattutto gli arabi, sono abituati a veder disattese le speranze di cambiamento radicale, sempre annunciate dai nuovi leader (come accaduto in questi anni in Algeria, Marocco, Giordania, Siria) ma mai mantenute. La speranza è tuttavia virtù islamica: e anche, come noto, l’ultima a morire.

Stefano Allievi

Allievi S. (2009), Barack Hussein Obama. Le lacrime di gioia dell’Islam, in “Il Manifesto”, 29 gennaio 2009, pp. 1 e 12

Il diavolo e l’acquavite

Volgere il male in bene, il diavolo in acqua santa (o magari in acqua della vita, ovvero in acquavite), è prerogativa del sacro. Possiamo dimostrarlo con un breve apologo enoico.

Per un qualche errore di dosaggio nei fermenti, accadeva che alcune bottiglie del vino bianco di una certa regione della Francia si stappassero all’improvviso: questo vino, chiamato “diable”, perché indiavolato, ‘saltatappo’, a causa di questo errore di fermentazione doveva essere buttato.

Ma un monaco benedettino (appartenente cioè a quell’ordine a cui dobbiamo, insieme ai cistercensi, se la viticoltura è sopravvissuta alla caduta dell’Impero Romano e alle invasioni barbariche, grazie alla tradizione vitivinicola che custodirono e tennero viva all’interno dei conventi) ebbe l’illuminazione di lasciare fermentare appositamente una seconda volta, ma in bottiglie ben spesse e con i tappi di sughero accuratamente legati, quel vino destinato usualmente a più tranquilli approdi.

Dobbiamo a quell’oscuro e per molti santo monaco, tale Dom Pérignon, il cui nome è ora giustamente giunto a fama imperitura, la geniale creazione di quello che è oggi il vino più famoso del mondo: lo Champagne, dal nome di quella regione di Francia le cui vigne, secondo alcuni paleontologi sicuramente francesi e sciovinisti, sarebbero le più antiche al mondo.

Grazie agli sforzi certamente illuminati (è banale dirlo: dallo spirito…) di quest’uomo di preghiera, il “diable”, pur conservando la sua energia e il suo gas, è vinto e sottoposto all’ordine del mondo e al dominio dell’uomo, per la sua gioia e la letizia dei suoi commensali.

A proteggerne il prezioso frutto aiuterà anche San Vincenzo, diacono spagnolo martirizzato nel 304, divenuto in Francia il patrono dei vignaioli (e dei bevitori, immaginiamo), pare, a causa del gioco di parole cui si presta il suo nome, che sarebbe piaciuto a un cabalista: Vincent, cioè vin-sans-eau.

Allievi S., (2008), Il diavolo e l’acquavite, in “Servitium”, n.177, pp.105-106

Del vino e dell’islam

Il vino, le bevande inebrianti, per estensione tutto ciò che altera la coscienza, e quindi anche le droghe, è come noto vietato da un precetto coranico.

Ma, come altrettanto noto ai frequentatori del mondo musulmano, così come dei musulmani immigrati, si tratta del meno rispettato dei divieti alimentari. Vive, più o meno, la stessa sorte del divieto dei rapporti prematrimoniali nel mondo cattolico. Ma si tratta di un peccato evidentemente più frequente e ripetuto…

Il problema, in realtà, è innanzitutto nelle origini, ovvero nel precetto. Che, incessantemente ripetuto dai guardiani dell’ortodossia, e perciò considerato una sunna, ovvero una tradizione inderogabile, è in realtà assai più ambiguo anche nella sua genesi, nella sua origine e nelle sue successive modificazioni.

Il vino viene presentato in alcune pagine del Corano come frutto buono e inebriante che diventa addirittura segno per chi sa ragionare e riconoscere il divino sulla terra. La sua prima menzione, nell’ordine della rivelazione (come noto, il testo del Corano è riportato non in ordine cronologico, ma con un criterio di lunghezza, dalla sura più lunga alla più breve – come le lettere di Paolo, per capirci; seguiamo qui la classificazione cronologica classica della vulgata di re Fu’ad, come riportata nella traduzione del Bausani, e ne riportiamo l’ordine): “Pure dai frutti dei palmeti e delle vigne ricavate bevanda inebriante e cibo eccellente. Ecco un segno per coloro che capiscono” (sura 16,67; abbiamo scelto qui la traduzione dell’Ucoii: probabilmente non la più filologica, ma certamente la più diffusa tra i musulmani in Italia, e quindi anche, dal nostro punto di vista, la più inattacabile). Le successive sure meccane che parlano di vino, lo descrivono come uno dei premi di cui godranno i giusti in paradiso: “Provvederemo loro i frutti e le carni che desidereranno. Si scambieranno un calice immune da vanità o peccato” (52,22-23; più esplicito Bausani: “E si passeranno a vicenda dei calici d’un vino che non farà nascer discorsi sciocchi, o eccitazion di peccato”). E ancora: “I giusti saranno nella delizia, [appoggiati] su alti divani guarderanno. Sui loro volti vedrai il riflesso della Delizia. Berranno un nettare puro, suggellato con suggello di muschio – che vi aspirino coloro che ne sono degni” (83,22-26; anche qui più esplicito Bausani, che al v. 25 traduce: “saranno abbeverati di vino squisito”). Fin qui, le sure meccane, rivelate quando Muhammad era la guida di una comunità minoritaria e anche mal vista, una religione tra tante in quella città politeista e plurale sul piano religioso che era La Mecca al tempo del Profeta.

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Vino e divino

Chi venne prima, la sete o la bevuta?
Rabelais
Laddove veniva originariamente prodotto (diciamo nell’area mediterranea largamente intesa) il vino assume sempre funzioni religiose. E’ probabile che già la fertili pianure di Sumer, all’origine della civiltà babilonese, conoscessero la vite ed il vino. Prova ne sia che il segno sumerico che indica la vita era in origine una foglia di vite. Il vino è presente nell’epopea di Gilgamesh come nella religione sacerdotale egizia. Nell’antica Roma due feste segnate già nel calendario arcaico col nome di Vinalia celebravano l’una, in aprile, l’inizio della consumazione del vino nuovo, e l’altra, in agosto, l’inizio della vendemmia. In Grecia poi ha un’importanza tutta speciale nei culti dionisiaci. E Bacco ne è figura proverbiale.

In ambiente pagano poi l’invenzione della viticoltura è attribuita ad una divinità: in Grecia a Dioniso, appunto, in Egitto a Osiris. Il sacro autore del Genesi invece l’attribuisce ad un uomo. Non è tutto: come attesta il cap. 9, in due soli versetti (il 20 e il 21) Noè beve il vino e si ubriaca. Dunque Noè è anche l’ubriacone primordiale, paradigmatico, universale e atemporale. Non bisogna inoltre dimenticare il momento in cui ciò avviene: subito dopo il diluvio. In maniera irriverente e maliziosa, per qualcuno questa è già una spiegazione: “diamine, si capisce, dopo tanta acqua non gli faceva male un po’ di vino!”. Secondo Mario Brelich, scrittore italo-ungherese che in una sorta di ‘teologia investigativa’ ha cercato di ricostruire tutto ciò che la Bibbia non dice a proposito della sconcertante ubriacatura di Noè, occorre considerare “che egli era l’uomo stesso in una fase del suo cammino: da ciò consegue logicamente e senza inciampi che, in un determinato momento dell’evoluzione, la scoperta del vino e la possibilità di ubriacarsi divennero un’esigenza irrevocabile dello spirito umano”. Ciò significa che era necessario che il vino fosse scoperto, ed era indispensabile che a questa esaltante scoperta seguisse imprescindibilmente la solenne ubriacatura del patriarca. In un altro passo Brelich ricorda che nulla è avvenuto per caso: “Noè veramente trovò la vite con una sicurezza infallibile, come la bestia malata trovò la benefica erba medicinale”. Vale forse la pena di aggiungere che da sempre l’ubriachezza di Noè è servita solo a giustificare la maledizione di Cam e di Canaan sua stirpe, come punizione della mancanza di rispetto del figlio nei confronti del padre ubriaco e vergognosamente scoperto. E’ poco, certamente non spiega abbastanza; ma ci dice almeno questo: che bisogna aver rispetto degli ubriachi, che non bisogna disprezzarli, perché forse sono, in maniera del tutto particolare, a diretto contatto con Dio.

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Cosa sarà l'islam europeo

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1. Clashes, encounters, feedbacks

A proposito di islam e occidente (identificando l’Europa con quest’ultimo) ritorna spesso, nel dibattito intellettuale, mediatico e politico, il richiamo alla tesi del clash of civilizations come chiave di lettura dominante. Poco ci interessa in questa sede ritornare sulla pertinenza di questa celebre definizione del politologo americano Samuel Huntington, molto citata e non altrettanto approfondita (come del resto il ponderoso volume dal medesimo titolo).

Quello che ci interessa qui è ragionare sulla sua fortuna. Non solo in occidente, ma anche in una parte importante del mondo islamico, dove un comune sentire di fatto ispirato a questa definizione si è dimostrato vincente e convincente, e manifesta i suoi effetti nel quotidiano e soprattutto nella sua rappresentazione. Quest’ultima, del resto, è decisiva.

Come ci insegna una delle poche definizioni che in sociologia abbia acquisito lo statuto di teorema – quello che viene chiamato teorema di Thomas, dal nome del sociologo americano, tra i fondatori della scuola di Chicago, che l’ha introdotta nel 1928 – se una cosa è percepita come reale, essa sarà reale nelle sue conseguenze; ovvero, non importa che una cosa sia vera: è sufficiente che sia creduta vera perché produca effetti reali. Così è anche del clash of civilizations e della sua popolarità, trasformatasi rapidamente in plausibilità, poi in descrizione con pretesa (talvolta esclusiva) di oggettività, e infine in quadro di riferimento interpretativo all’interno del quale collocare i fatti, e ancora prima – un aspetto molto importante e sottovalutato – selezionarli1.

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