Del vino e dell’islam

Il vino, le bevande inebrianti, per estensione tutto ciò che altera la coscienza, e quindi anche le droghe, è come noto vietato da un precetto coranico.

Ma, come altrettanto noto ai frequentatori del mondo musulmano, così come dei musulmani immigrati, si tratta del meno rispettato dei divieti alimentari. Vive, più o meno, la stessa sorte del divieto dei rapporti prematrimoniali nel mondo cattolico. Ma si tratta di un peccato evidentemente più frequente e ripetuto…

Il problema, in realtà, è innanzitutto nelle origini, ovvero nel precetto. Che, incessantemente ripetuto dai guardiani dell’ortodossia, e perciò considerato una sunna, ovvero una tradizione inderogabile, è in realtà assai più ambiguo anche nella sua genesi, nella sua origine e nelle sue successive modificazioni.

Il vino viene presentato in alcune pagine del Corano come frutto buono e inebriante che diventa addirittura segno per chi sa ragionare e riconoscere il divino sulla terra. La sua prima menzione, nell’ordine della rivelazione (come noto, il testo del Corano è riportato non in ordine cronologico, ma con un criterio di lunghezza, dalla sura più lunga alla più breve – come le lettere di Paolo, per capirci; seguiamo qui la classificazione cronologica classica della vulgata di re Fu’ad, come riportata nella traduzione del Bausani, e ne riportiamo l’ordine): “Pure dai frutti dei palmeti e delle vigne ricavate bevanda inebriante e cibo eccellente. Ecco un segno per coloro che capiscono” (sura 16,67; abbiamo scelto qui la traduzione dell’Ucoii: probabilmente non la più filologica, ma certamente la più diffusa tra i musulmani in Italia, e quindi anche, dal nostro punto di vista, la più inattacabile). Le successive sure meccane che parlano di vino, lo descrivono come uno dei premi di cui godranno i giusti in paradiso: “Provvederemo loro i frutti e le carni che desidereranno. Si scambieranno un calice immune da vanità o peccato” (52,22-23; più esplicito Bausani: “E si passeranno a vicenda dei calici d’un vino che non farà nascer discorsi sciocchi, o eccitazion di peccato”). E ancora: “I giusti saranno nella delizia, [appoggiati] su alti divani guarderanno. Sui loro volti vedrai il riflesso della Delizia. Berranno un nettare puro, suggellato con suggello di muschio – che vi aspirino coloro che ne sono degni” (83,22-26; anche qui più esplicito Bausani, che al v. 25 traduce: “saranno abbeverati di vino squisito”). Fin qui, le sure meccane, rivelate quando Muhammad era la guida di una comunità minoritaria e anche mal vista, una religione tra tante in quella città politeista e plurale sul piano religioso che era La Mecca al tempo del Profeta.

Continua a leggere

Vino e divino

Chi venne prima, la sete o la bevuta?
Rabelais
Laddove veniva originariamente prodotto (diciamo nell’area mediterranea largamente intesa) il vino assume sempre funzioni religiose. E’ probabile che già la fertili pianure di Sumer, all’origine della civiltà babilonese, conoscessero la vite ed il vino. Prova ne sia che il segno sumerico che indica la vita era in origine una foglia di vite. Il vino è presente nell’epopea di Gilgamesh come nella religione sacerdotale egizia. Nell’antica Roma due feste segnate già nel calendario arcaico col nome di Vinalia celebravano l’una, in aprile, l’inizio della consumazione del vino nuovo, e l’altra, in agosto, l’inizio della vendemmia. In Grecia poi ha un’importanza tutta speciale nei culti dionisiaci. E Bacco ne è figura proverbiale.

In ambiente pagano poi l’invenzione della viticoltura è attribuita ad una divinità: in Grecia a Dioniso, appunto, in Egitto a Osiris. Il sacro autore del Genesi invece l’attribuisce ad un uomo. Non è tutto: come attesta il cap. 9, in due soli versetti (il 20 e il 21) Noè beve il vino e si ubriaca. Dunque Noè è anche l’ubriacone primordiale, paradigmatico, universale e atemporale. Non bisogna inoltre dimenticare il momento in cui ciò avviene: subito dopo il diluvio. In maniera irriverente e maliziosa, per qualcuno questa è già una spiegazione: “diamine, si capisce, dopo tanta acqua non gli faceva male un po’ di vino!”. Secondo Mario Brelich, scrittore italo-ungherese che in una sorta di ‘teologia investigativa’ ha cercato di ricostruire tutto ciò che la Bibbia non dice a proposito della sconcertante ubriacatura di Noè, occorre considerare “che egli era l’uomo stesso in una fase del suo cammino: da ciò consegue logicamente e senza inciampi che, in un determinato momento dell’evoluzione, la scoperta del vino e la possibilità di ubriacarsi divennero un’esigenza irrevocabile dello spirito umano”. Ciò significa che era necessario che il vino fosse scoperto, ed era indispensabile che a questa esaltante scoperta seguisse imprescindibilmente la solenne ubriacatura del patriarca. In un altro passo Brelich ricorda che nulla è avvenuto per caso: “Noè veramente trovò la vite con una sicurezza infallibile, come la bestia malata trovò la benefica erba medicinale”. Vale forse la pena di aggiungere che da sempre l’ubriachezza di Noè è servita solo a giustificare la maledizione di Cam e di Canaan sua stirpe, come punizione della mancanza di rispetto del figlio nei confronti del padre ubriaco e vergognosamente scoperto. E’ poco, certamente non spiega abbastanza; ma ci dice almeno questo: che bisogna aver rispetto degli ubriachi, che non bisogna disprezzarli, perché forse sono, in maniera del tutto particolare, a diretto contatto con Dio.

Continua a leggere

Cosa sarà l'islam europeo

Nomos&Khaos_frontNomos&Khaos_backNomos&Khaos_index-1Nomos&Khaos_index-2
1. Clashes, encounters, feedbacks

A proposito di islam e occidente (identificando l’Europa con quest’ultimo) ritorna spesso, nel dibattito intellettuale, mediatico e politico, il richiamo alla tesi del clash of civilizations come chiave di lettura dominante. Poco ci interessa in questa sede ritornare sulla pertinenza di questa celebre definizione del politologo americano Samuel Huntington, molto citata e non altrettanto approfondita (come del resto il ponderoso volume dal medesimo titolo).

Quello che ci interessa qui è ragionare sulla sua fortuna. Non solo in occidente, ma anche in una parte importante del mondo islamico, dove un comune sentire di fatto ispirato a questa definizione si è dimostrato vincente e convincente, e manifesta i suoi effetti nel quotidiano e soprattutto nella sua rappresentazione. Quest’ultima, del resto, è decisiva.

Come ci insegna una delle poche definizioni che in sociologia abbia acquisito lo statuto di teorema – quello che viene chiamato teorema di Thomas, dal nome del sociologo americano, tra i fondatori della scuola di Chicago, che l’ha introdotta nel 1928 – se una cosa è percepita come reale, essa sarà reale nelle sue conseguenze; ovvero, non importa che una cosa sia vera: è sufficiente che sia creduta vera perché produca effetti reali. Così è anche del clash of civilizations e della sua popolarità, trasformatasi rapidamente in plausibilità, poi in descrizione con pretesa (talvolta esclusiva) di oggettività, e infine in quadro di riferimento interpretativo all’interno del quale collocare i fatti, e ancora prima – un aspetto molto importante e sottovalutato – selezionarli1.

Continua a leggere

La moschea a Padova. Dieci punti per un dialogo (versione integrale)

Le polemiche sulla moschea di Padova stanno conoscendo un crescendo significativo. Diventa utile, a questo punto, cominciare a chiarire i punti fondamentali in gioco. Ci sentiamo di proporne alcuni, sulla base di una esperienza quasi ventennale nello studio delle comunità islamiche europee, della visita di centinaia e centinaia di luoghi di culto musulmani, in Italia, in altri paesi europei, e nei paesi d’origine dell’islam, e anche dello studio di molte situazioni di conflitto su questo tema.

1. La discussione.

Ben venga, finalmente, un confronto pubblico, anche duro, sulla questione. La discussone, inclusa la polemica, è un requisito fondamentale e il sale della democrazia. Sul tema dell’islam poi le paure sono molte, e le informazioni poche: una discussione franca e aperta può contribuire a far diminuire le prime e a diffondere le seconde. E in ogni caso il confronto con le diverse posizioni è doveroso, e va favorito, fornendogli anche le opportune occasioni. Quello che è meno utile è che la discussione demonizzi l’avversario, si basi su informazioni non vere, o non tenga in conto i diritti degli uni o degli altri. Ma la discussione, di per sé, ha i suoi metodi, le sue logiche, e i suoi meriti: bisogna darle fiducia, e avere fiducia nei suoi esiti. Sarà questo un primo risultato positivo. Che si discuta, quindi, faccia a faccia, confrontandosi, tra posizioni diverse, e non solo ciascuno con i suoi, dai banchetti o dai giornali.
Continua a leggere

Islam ed Europa

IslaminEuropa_frontIslaminEuropa_backIslaminEuropa_index-1IslaminEuropa_index-2
Allievi S. (2008), Islam ed Europa, in Occioni R. e Visentini C. (a cura di), Incontrare l’Islam, Padova, Liceo Ginnasio Tito Livio, pp. 99-104 A R e R/I
Questo libro è disponibile su:
logo_amazon
logo_ibs

Adulto virtuale? Provocazioni dall’oggi

VivereconVirtu_frontVivereconVirtu_backVivereconVirtu_index

Il termine virtuoso

Virtuoso nel linguaggio comune, ha un richiamo a delle qualità morali possibilmente solide, non artificiose e neanche solamente potenziali. Una persona si aspetterebbe che le virtù fossero solide, fondate, con delle radici. Temo che oggi la virtù soffra degli stessi problemi della virtualità. Hanno qualcosa in comune. Spesso le virtù sono solo potenziali, anche magari quando vorremmo fondarci su di esse, o fondare qualche cosa su di esse.

Il problema è che spesso anche le virtù sono artificiose. Siamo in un periodo in cui le virtù sono spesso dichiarate (ma non è solo storia di oggi), vengono vantate le adesioni formali a un quadro di virtù. Penso per esempio a cosa succede ad alcuni reali o presunti ‘valori cattolici’ oggi nello spazio pubblico: al diffondersi da parte di molti politici di un clericalismo senza fede, vantando magari una vicinanza dichiarata ai valori promossi dalla Chiesa (o meglio ad alcuni di essi, ben scelti e mirati: di solito non quelli che prevedono un costo personale maggiore…), in maniera strumentale – vivendo poi vite personali lontane non solo da quei valori, ma da quella stessa Chiesa che ne è portatrice. Continua a leggere

Politica e religione nell’Islam dell’età della globalizzazione

Allievi S. (2008), Politica e religione nell’Islam dell’età della globalizzazione, in “Annali Fondazione Istituto Gramsci Emilia-Romagna”, n.9, 2005, Bologna, Clueb, pp.55-62; isbn 978-88-491-2992-2

Magdi Allam, un’icona distante.

Magdi Allam è certamente interlocutore con cui varrebbe la pena discutere. Peccato che, da molto tempo, non lo si possa fare. L’icona che se ne è fatto, negli ultimi tempi, cui lui ha ampiamente contribuito con i suoi libri autobiografici, come noto di commovente modestia, ha creato come un filtro, una distanza: le sue parole si possono solo ascoltare, suggere, se si è sotto i suoi strali subire, ma mai contestare. Non, almeno, in sua presenza.

Personalmente, l’ultima volta che ho avuto occasione di farlo, credo risalga ad almeno cinque anni fa: quando, invitati entrambi ad un convegno sull’islam in Italia da parte di Ernesto Galli della Loggia, ad Urbino, l’ho correttamente informato in anticipo che avrei criticato in pubblico le posizioni che andava assumendo da qualche tempo. Da poco viveva scortato, cosa che inevitabilmente credo abbia influito sull’evolvere delle sue posizioni, e dopo un onesto scambio di opinioni, prima in un bar, poi in sede pubblica, la cosa è finita lì. Vengo del resto da una lunga frequentazione personale, nata quando ancora era un oscuro cronista di Repubblica, e credo di aver contribuito più che per qualcosa alle sue conoscenze in materia, attraverso scritti e discussioni, come lui alle mie. Questo per dire che non parto da uno schema preconcetto o pregiudiziale nei suoi confronti. Ma, certo, allora, la sua straordinaria traiettoria era ancora agli inizi.

Tuttavia mi sento, proprio per questo, titolato a qualche critica alla sua rapida discesa su Padova, ieri l’altro. Di questa discesa, nell’impossibilità di contraddittorio sui suoi fondamenti, non posso che limitarmi a commentare alcuni frammenti, tra quelli che hanno lasciato più perplessi me, ma anche altri ascoltatori.
Continua a leggere

La moschea a Padova. Dieci punti per un dialogo

La moschea a Padova. Dieci punti per un dialogo (versione integrale)
Un decalogo per la moschea
Le polemiche sulla moschea di Padova stanno conoscendo un crescendo significativo. Diventa utile, a questo punto, cominciare a chiarire i punti fondamentali in gioco. Ci sentiamo di proporne alcuni, sulla base di una esperienza quasi ventennale nello studio delle comunità islamiche europee, della visita di centinaia e centinaia di luoghi di culto musulmani, in Italia, in altri paesi europei, e nei paesi d’origine dell’islam, e anche dello studio di molte situazioni di conflitto su questo tema.
1) La discussione. Ben venga, finalmente, un confronto pubblico, anche duro, sulla questione. La discussone, inclusa la polemica, è un requisito fondamentale e il sale della democrazia. Sul tema dell’islam poi le paure sono molte, e le informazioni poche: una discussione franca e aperta può contribuire a far diminuire le prime e a diffondere le seconde. E in ogni caso il confronto con le diverse posizioni è doveroso, e va favorito, fornendogli anche le opportune occasioni. Quello che è meno utile è che la discussione demonizzi l’avversario, si basi su informazioni non vere, o non tenga in conto i diritti degli uni o degli altri. Ma la discussione, di per sé, ha i suoi metodi, le sue logiche, e i suoi meriti: bisogna darle fiducia, e avere fiducia nei suoi esiti. Sarà questo un primo risultato positivo. Che si discuta, quindi, faccia a faccia, confrontandosi, tra posizioni diverse, e non solo ciascuno con i suoi, dai banchetti o dai giornali.
2) I diritti. La discussione può fare tutto, ma non limitare un diritto costituzionalmente riconosciuto, anche se si tratta di una minoranza. Il diritto alla libertà religiosa e alla libertà di culto, e la garanzia dei diritti delle minoranze, è a fondamento, niente meno, dell’occidente e della sua cultura giuridica. Ogni eccezione ad esso sarebbe un attacco a questi fondamenti, che pure spesso chi critica l’slam dice giustamente di voler difendere. Non solo, esso è costituzionalmente garantito: e non solo ai cittadini italiani, ma a tutti. Occorre quindi che la discussione assuma questo elemento come un dato, non come un principio che si possa mettere in discussione. Ogni deroga ad esso sarebbe infatti pericolosa e scivolosa: oggi sono i musulmani, domani potrebbe essere qualcun altro, per motivi politici, religiosi, razziali, di preferenze sessuali o quant’altro.
3) Il luogo. Se il diritto va garantito in quanto tale, nessuno potrà eccepire sul se i musulmani abbiano diritto ad un loro luogo di culto (del resto, ve ne sono già altri, in città come in provincia e in regione), ma eventualmente solo sul come e sul dove. E su questo naturalmente ogni opinione è lecita, e anzi benvenuta: più idee si metteranno sul tappeto, più persone parteciperanno alla discussione, più sarà ricca la possibilità di scelta tra opzioni alternative. Qualche considerazione, tuttavia, si può anticipare. La sede prevista per la moschea di Padova è in una zona non residenziale, lontana da insediamenti abitativi, con spazi adeguati a ricevere i fedeli, e ampi spazi di parcheggio a disposizione: è quindi un luogo ideale per non creare eventuali disagi alla popolazione. Scelte simili sono state già fatte in altre città italiane, e in molte città europee, dagli stessi musulmani (perché tali aree sono meno costose, e perché sono consapevoli delle opposizioni ad altre sedi cittadine), e da amministrazioni di ogni colore politico, interessate a governare il fenomeno e ad evitare eventuali conflitti, anche solo legati agli afflussi di traffico durante l’orario di lavoro il venerdì, o in altre occasioni, tra cui le festività e il mese di ramadan. Poiché sul se non si può quindi transigere (salvo essere noi, non loro, a violare le nostre stesse leggi, non le loro), e i contrari alla moschea dicono essi stessi di non voler impedire l’esercizio del culto e di non essere contrari a che delle persone si ritrovino per pregare, sarebbe un utile contributo se fornissero indicazioni sul come e il dove ritengono più opportuno, facendosi carico di una proposta, non solo di una protesta, per non farsi accusare di voler solo agitare il problema e lucrarne la visibilità conseguente, anziché risolverlo. Posizioni in questo senso hanno il diritto-dovere di essere ascoltate da tutti, ed è doveroso confrontarsi con esse. Così come il comune, deve impegnarsi al diritto-dovere di motivare e difendere la sua scelta, in ogni sede pubblica, confrontandosi con la cittadinanza.
4) I costi. I contrari alla moschea dicono di non voler sprecare denaro pubblico aiutando i musulmani a costruire una moschea. Posizione legittima e seria. Di fatto, in questo caso, non vi è finanziamento diretto, ma solo la concessione di un terreno e di uno stabile, peraltro ponendo a carico dei destinatari gli oneri di ristrutturazione, che tornerebbero poi alla comunità, una volta finito il periodo di concessione. Detto questo, si rendono necessarie alcune puntualizzazioni, sia pragmatiche che di principio.
Quelle pragmatiche: contribuire a risolvere un problema sociale, potenziale fonte di conflitti, è esso stesso un risparmio, in termini economici e di disagio della popolazione (che include tutti, vecchi e nuovi residenti). Farsi carico della pace sociale è egualmente un dovere di una buona amministrazione. Ma un contratto deve essere equo, legittimabile e motivabile in questo senso: per i musulmani, come per la popolazione patavina.
Quelle di principio: la scelta della non ingerenza nella vita interna delle comunità religiose, e quindi anche del non supporto al loro funzionamento, è una corrente di pensiero diffusa e rispettabile, che ha dalla sua molte ottime ragioni di principio. Da studioso, constato tuttavia che la stragrande maggioranza dei paesi europei ha fatto scelte diverse. Vuoi perché vi sono privilegi concessi alle chiese di stato (ed è anche il caso della chiesa cattolica del nostro paese), vuoi perché vi sono sistemi di riconoscimento, tutela e sostegno delle minoranze, vuoi infine per questioni di garanzia della pace e della coesione sociale, a cui le comunità religiose contribuiscono, e vi è quindi un interesse pubblico a favorirne la presenza, la stabilità e la riconoscibilità. Il caso più clamoroso, da questo punto di vista, è quello francese: il più radicale nel promuovere il principio di laicità, arrivando addirittura ad espellere per legge tutti i segni religiosi dai luoghi pubblici, scuola inclusa, ma che poi, a livello locale, ha in diversi casi favorito e perfino finanziato la costruzione di moschee, per ragioni legate più a pragmatiche questioni di governo della complessità locale che a ragioni ideologiche.
5) Il controllo sociale. Perché questo è avvenuto? Perché, come hanno teorizzato e praticato molti uomini di governo (penso al gollista Charles Pasqua, che da primo ministro più compiutamente ha espresso questo pensiero) e come sanno benissimo tanto gli studiosi di religione quanto i praticanti, le comunità religiose svolgono un ruolo sociale importante, creando luoghi di aggregazione moralmente più sani, favorendo forme di relazione non conflittuale, ed essendo formidabili strumenti di controllo sociale. I luoghi di culto veicolano di solito messaggi di pace, di rispetto delle leggi, di non uso della violenza. Coloro che delinquono – e ve ne sono certamente anche nelle comunità etniche che fanno riferimento alla moschea – non sono di solito i più pii e praticanti; né chi si ubriaca, o spaccia, o magari stupra è stato consigliato in questo senso dalla sua moschea o dal suo imam: semmai il contrario. E i luoghi di aggregazione di chi delinque sono semmai altri: e da chiudere sarebbero magari certi bar o certi luoghi del divertimento, non certo i luoghi religiosi. Lo ha dimostrato benissimo proprio l’esperienza francese: dove, quando sono scoppiate le banlieues, gli esponenti religiosi e associativi musulmani sono stati tra i pompieri, non tra gli incendiari, collaborando con le forze dell’ordine nel riportare la calma – e chi sfasciava automobili e rovesciava cassonetti non lo faceva in nome di una religione, ma in nome semmai di una laica cittadinanza mancata, frustrata, formale e non sostanziale.
6) Il terrorismo. C’è un’eccezione a questo ragionamento, grave e seria: ed è il fondamentalismo e il terrorismo. Su cui l’attenzione e l’allarme devono essere doverosamente elevati: dopo l’11 settembre, e ancor più dopo gli attentati di Madrid e Londra, e l’assassinio di Theo van Gogh. In Italia, come in altri paesi, è già successo che alcuni esponenti religiosi di alcune ben specificate moschee siano stati implicati in diffusione di messaggi antioccidentali, violenti, di vera e propria apologia del terrorismo, e qualche volta anche nel commettere reati collegati al sostegno di reti estremistiche. E altri paesi hanno pagato il prezzo terribile della violenza e del terrore islamico. Non bisogna aspettare che questo accada. Occorre vigilare e prevenire. E giustamente reprimere, quando è il caso: come è avvenuto più volte, laddove la magistratura ha ritenuto di individuare basi logistiche o reti di supporto: con arresti, espulsioni, e chiusura di luoghi di culto. E’ bene che questo si continui a fare, con rinnovato vigore.
La vigilanza spetta ai servizi di sicurezza ed alle forze di polizia che, anche in Padova, hanno esponenti qualificati e specializzati che già sono attivi e hanno dimostrato di essere in grado di svolgere benissimo la loro opera di controllo e prevenzione. Se ne valuti anche l’opinione, se ne ascoltino le valutazioni.
Ma la domanda è: una moschea, riconoscibile e dignitosa, con una leadership conosciuta e con relazioni frequenti e durature con le istituzioni, che si apra anche alla città, fornisce più o meno garanzie, in questo senso, di un luogo di culto marginale e nascosto, di una moschea-catacomba, con rappresentanti sconosciuti ai più e non implicati in relazioni istituzionali? Quale esito è nel nostro interesse di cittadini? Non solo. La battaglia contro il terrorismo islamico non riguarda solo noi, e sarebbe un grave errore non coinvolgere in essa in primo luogo gli stessi musulmani che non ne condividono i disegni e che ne sono essi stessi vittime: vittime dirette dei conflitti intramusulmani, e vittime indirette dell’islamofobia che dal terrorismo islamico viene alimentata, e che ricade concretamente sui musulmani che vivono in mezzo a noi, che ne pagano il prezzo. La guerra non è tra noi e i musulmani, o tra civiltà: ma all’interno delle civiltà, tra chi condivide e chi invece contrasta un disegno fondamentalista e violento. Oltre tutto, sul piano locale, una moschea a Padova c’è da molti anni, a Pontevigodarzere: e non è mai stata implicata in alcun atto di questo genere, nemmeno lontanamente, e convive da sempre con il quartiere e la parrocchia adiacente senza problemi. Giusto quindi sollevare un problema che è grave e serio, e di cui i musulmani si devono fare carico: giusto anche riconoscere le persone e i luoghi dove il problema non si pone, e che possono collaborare nel far sì che non si ponga.
7) I rappresentanti. E’ doveroso in questo senso conoscere i dirigenti e i rappresentanti della comunità che si appresta a gestire la moschea. Loro è l’onere di presentarsi alla città, di farsi conoscere. Poi, potranno essere simpatici o antipatici, ma vanno innanzitutto conosciuti, assunti come interlocutori, e come tali verificati anche all’interno delle rispettive comunità, e va giudicato il ruolo da loro già svolto in precedenza – in via Anelli, ad esempio. Se è stato un ruolo negativo, di incitamento alla violenza, se si sono fatti veicolo di messaggi fondamentalisti, se hanno fatto aumentare la violenza in zona, lo si dica, e lo si dimostri anche, e se ne traggano le dovute conseguenze. Ma se così non è stato, o è stato magari il contrario, è legittimo un processo ad intenzioni del tutto indimostrabili? Poi, loro è l’onere di procedere nel progetto legato alla moschea, di mostrare capacità di leadership, di saper raccogliere e convogliare i finanziamenti necessari, dando seguito alle dichiarazioni di principio, già pronunciate, di rifiuto di finanziamenti esterni, da qualunque parte provengano. Da loro ci si attende un’assunzione di responsabilità che è nei confronti dell’intera città, inclusi coloro che sono preoccupati per la loro presenza, e non solo della propria comunità di riferimento. A questa responsabilità, e al ruolo che sono chiamati a svolgere, devono saper fare onore, consapevolmente assumendone gli oneri: che in questa fase sono innanzitutto di confronto aperto con la città.
8) Gli altri attori sociali. Una moschea non nasce nel nulla, nel vuoto pneumatico della città. Vi sono molti attori, sociali, politici, intellettuali e religiosi, che hanno o possono avere una opinione autorevole e valutazioni specifiche in relazione ad essa. Le forze politiche di maggioranza e di opposizione ne rappresentano alcune, ma alcune soltanto, e non possono pretendere alcun monopolio di visibilità o di agitazione del problema. In primo luogo è da segnalare il ruolo della chiesa cattolica e delle altre minoranze religiose presenti in città. Ruolo responsabile e attento, consapevole dei diritti di libertà religiosa e non pregiudizialmente timoroso. Ma il loro sì è giustamente pacato, critico, attento: loro è il compito di tessere e mantenere reti di relazione, in parte già esistenti, che favoriscano un processo di integrazione e di inclusione nel paesaggio religioso della città.
Gli attori sociali sono comunque molti altri: i comitati di zona, ma anche l’associazionismo solidaristico, quello che si occupa di immigrati, quello ambientale e culturale. Ci si attende anche da esso, ed è auspicabile, una capacità di discutere e di far discutere la città su questo tema. Sarebbe il contributo migliore che potrebbe dare ad affrontare questo delicato processo. L’università stessa ha molte risorse di conoscenza e di informazioni, sull’islam e sui musulmani, da mettere a disposizione della comunità locale. E lo stesso possono fare altri produttori di cultura e di informazione, inclusi i media locali che hanno le loro antenne di osservazione sul territorio.
9) La paura. La paura crescente dell’altro, del diverso, del musulmano, è il convitato di pietra del dibattito e delle polemiche intorno alla moschea. Poiché è un sentimento diffuso e in aumento, esso non va né irriso né sottovalutato né rimosso. Essa va affrontata, va fatta emergere, va discussa: con essa si devono fare i conti – come con tutte le paure. Ma non va fatta vincere. Altrimenti diverremmo schiavi delle nostre pulsioni, anziché loro dominatori. E’ utile e doveroso, quindi, cogliere l’occasione della discussione sulla moschea per affrontare i nodi problematici che l’islam ci pone o riteniamo ci ponga: con la capacità di discuterne approfonditamente e serenamente, tra di noi e con i musulmani, con franchezza, con chiarezza, con durezza se necessario, ma senza demonizzazioni preventive delle varie posizioni, senza ideologizzazioni, e senza la superficialità di apprendisti stregoni che poi si troverebbe a gestire un problema assai più grande di quello che credevano, con qualche irresponsabilità, di avere evocato.
10) Il referendum. In questa logica, se la discussione è benvenuta, l’idea del referendum lo è assai meno. Per motivi di principio: perché non è possibile né ammissibile che delle maggioranze o supposte tali si pronuncino sui diritti delle minoranze: diritti che i valori fondanti e fondamentali dell’occidente sono nati per riconoscere, e in particolare proprio rispetto alla libertà religiosa, di coscienza e di culto. Perché, per le ragioni sopra esposte, gli esiti di un referendum di tal genere, quali che fossero, sarebbero impugnabili in molte sedi, giuridiche in primo luogo, e prevedibilmente considerabili nulli. Perché il referendum presuppone una logica di sì e no aprioristica, che mal si concilia con la necessità di discutere, di approfondire, di analizzare dettagli e sfumature, e presuppone che esista già la base di discussione su cui riflettere, che invece sarà semmai un esito di questo percorso. E infine perché, per queste ragioni, il bilancio tra costi materiali del referendum e benefici sociali che ne risulterebbero sarebbe probabilmente in perdita per la città. Detto questo, è bene che venga colta l’occasione di discussione che i promotori del referendum propongono. Poi si esprima, come giusto, la città, nelle sue varie articolazioni.
Stefano Allievi
in “il Mattino”, 3 maggio, p. 1-15
pubblicato anche sul sito padovaislam.it della diocesi di Padova, su Ecopolis newsletter di Legambiente Padova, e in Le comunità cristiane e i musulmani, a cura di Giuliano Zatti, Quaderni dell’Istituto San Luca, n. 16, settembre 2008, pp. 125-132

“Nato da soggetti politici in cerca di visibilità, un voto contro i principi della Costituzione”

IlPadova
Allievi S. (2008), “Nato da soggetti politici in cerca di visibilità, un voto contro i principi della Costituzione” (referendum su moschea a Padova), in “Il Padova”, 29 aprile 2008, p. 21