La cultura dell’odio e il ruolo della stampa

La cultura dell’odio e il ruolo della stampa

“Il Gazzettino” di ieri ha ospitato un articolo, a firma di Ario Gervasutti, in risposta all’editoriale da me scritto per “Il Mattino”, in cui cercavo di spiegare un’ovvietà: e cioè che il clima che ha preceduto e seguito il ferimento di Berlusconi è frutto di una predicazione dell’odio che ci portiamo avanti da anni. E che questo clima non è caduto dal cielo, ma è figlio di una cultura politica e mediatica precisa: quella della demonizzazione dell’avversario – diffusa in molti ambiti, da e contro Berlusconi – e della calunnia faziosa come metodo. E, infine, che questa cultura non è uguale dappertutto, e men che meno che è più diffusa a sinistra, come si sta dicendo in queste ore. Semmai, se è vero che la faziosità e il partito preso sono diffusi da tutte le parti e in certa misura fisiologici, in questa fase storica (in altri momenti è stato il contrario) molti esponenti della destra politica e giornalistica hanno imparato ad usare l’attacco a singole persone o a intere categorie con indubbio successo, non solo praticandolo ma vantandosene e rivendicandolo come metodo vincente (per non citare nomi di politici, citerò solo il caso Feltri-Boffo per gli attacchi personali e l’odiosa e indiscriminata campagna anti-immigrati della Lega: che, è il caso di dirlo, non guardano in faccia nessuno).

Che si sia superato, e da molti mesi, il limite di guardia, non lo dice il sottoscritto, ma il Presidente della repubblica e la terza carica dello Stato, e soprattutto un sacco di gente disgustata, che non ne può più del livello degradante della vita politica italiana.

L’intervento di Gervasutti si inserisce perfettamente in questa linea. Il fatto che, con un gioco di parole non originalissimo, che da mezzo secolo mi sento ripetere, parli delle “lezioni dei cattivi allievi” (con la maiuscola), paragonandomi implicitamente, niente meno, ai “cattivi maestri” alla Toni Negri, la dice lunga proprio sul clima che tentavo di descrivere, di cui sono un eccellente esempio. E il fatto che, per rispondere a una considerazione politica e culturale, si lanci in un attacco personale, avvilente più per chi lo fa che per chi lo riceve, alludendo al fatto che io possa influenzare negativamente i miei studenti dalle aule della Facoltà di Scienze Politiche in cui mi onoro di insegnare, è precisamente un esempio di quanto tentavo di descrivere. Se, davvero, non si può più esprimere un’opinione, senza essere tacciati di faziosità e accusati sul piano personale, è appunto il frutto avvelenato di questi anni.

Da antico obiettore di coscienza, detesto la violenza. Le mie parole sul ferimento a Berlusconi, definito “vile oltre che violento”, e che insistevano anche sull’umiliazione inflitta al premier come “umiliazione e degradazione di tutti”, indicano proprio questo, senza ambiguità. Ma ribadisco con assoluta convinzione, semmai rafforzata, che è una sciagurata sconsideratezza esercitarsi “nel cercare, con nome e cognome, presunti mandanti morali e materiali, offrendo all’ira popolare nuovi nemici da combattere”. Come hanno fatto molti in queste ore, tra cui, si parva licet, l’amico Gervasutti. E che fare paragoni con gli anni di piombo o il terrorismo è semplicemente vergognoso: in quegli anni c’ero, e la violenza, tra opposti estremismi e stragi di stato, si respirava giorno per giorno, ti passava tra i pori. L’altra sera, insieme a milioni di italiani, ho sentito al Tg1 Bossi definire un “atto di terrorismo” il ferimento del premier, e subito dopo è stato detto dell’arresto di Tartaglia, uno psicolabile in cura da dieci anni. Questa semplice sequenza di notizie descrive bene l’insensatezza di certi paragoni e di troppe parole in libertà: di cui, davvero, non ne possiamo più.

Dopo l’editoriale dell’altro giorno ho ricevuto molte telefonate di apprezzamento. La più gradita mi è giunta proprio dal “Gazzettino”, da parte di un giornalista, che non conosco personalmente, che ci ha tenuto a esprimermi parole di condivisione e di incoraggiamento: segno che il rifiuto di un dibattito che non porta da nessuna parte è trasversale, e che in tanti vorremmo uscire da questa logica. Mi fa piacere segnalarlo perché non voglio a mia volta aggiungere faziosità a faziosità. Ad Ario Gervasutti, che si accinge ad assumere l’importante responsabilità di dirigere “il Giornale di Vicenza”, l’augurio di farlo con stile e autorevolezza. E un sentito Buon Natale.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 18 dicembre 2009, p. 15

Berlusconi, odio seminato a piene mani

Berlusconi, odio seminato a piene mani

E’ una bruttissima Italia, quella che emerge dagli eventi di questi giorni, a partire dal ferimento del premier. Ma è uno specchio fedele dell’Italia che siamo. E che è opportuno guardare in faccia, con onesta inquietudine.

L’insensato attacco a Berlusconi si commenta da solo. Vile, oltre che violento; dannoso certo per i suoi effetti diretti, ma anche per l’umiliazione che sempre la brutalità produce nei confronti di chi la subisce. Giusto e doveroso quindi condannarlo con forza, da parte di tutti. L’aggressione a chi governa l’Italia è davvero, in questo senso, un’aggressione all’Italia: e la sua umiliazione è l’umiliazione e la degradazione di tutti. La solidarietà umana e istituzionale è dunque un dovere di chiunque abbia un minimo di coscienza civica. Virtù che purtroppo non abbonda nel Paese, a cominciare da chi lo rappresenta.

Ma l’oscena gazzarra che ne è seguita è uno spettacolo che ha superato ampiamente i limiti dell’indecenza. Da un lato la becera grettezza di chi inneggia all’aggressione e alla violenza. Chi si esalta, inveisce, e rilancia, con squallido humour, su facebook e nei bar: chi lo grida in pubblico, e chi si limita, sotto sotto, a godersela, perché l’umiliazione del potente è pur sempre uno spettacolo popolare. Dall’altro le reazioni ossessive dei fedelissimi: in politica e nei media.

La rappresentazione è sconcertante. Per la sproporzione degli eventi messi a confronto, tanto per cominciare. Si collega il fatto con l’attentato a Togliatti (a cui, dopo tutto, hanno sparato) o con l’assassinio di Rabin: mancano solo Gandhi e Luther King. E si evocano con leggerezza paragoni con gli anni di piombo e il terrorismo. Dimenticando che si è trattato del gesto isolato di uno psicolabile, e non del complotto organizzato di una qualsiasi opposizione. Ma anche per la sconsideratezza di chi si esercita nel cercare, con nome e cognome, presunti mandanti morali e materiali, offrendo all’ira popolare nuovi nemici da combattere.

Non è strano che nell’Italia di oggi ci siano contrasti, tensioni, opposizione. Fa parte del gioco politico, in cui i partiti sono per l’appunto questo: parti della società, in conflitto tra loro per idee e interessi da difendere. Quello che è desolante è che questo contrasto, di per sé fisiologico, sia così radicato nel ceto politico odierno (in gran parte composto da fedelissimi che devono tutto a chi li ha messi in lista, e non a chi li ha votati: servi sciocchi, quindi, più che statisti e uomini politici) da aver prodotto un’assuefazione verbale a qualsiasi insensatezza – tanto ha più spazio nei tg chi le spara più grosse.

Diciamolo onestamente: oggi si fa politica e si guadagna consenso demonizzando l’avversario e organizzando le rispettive tifoserie politiche, non certo progettando il futuro della società. In questo c’è chi si è mostrato maestro e ne ha guadagnato elettoralmente. Così come, se dovessimo pensare a quali sono i giornali che non solo per i contenuti (a cui, quanto a faziosità, contribuiscono quasi tutti), ma anche per lo stile si dimostrano faziosi, facendosene un vanto e rivendicandolo, oggi non penseremmo al Manifesto e all’Unità, ma piuttosto a Libero e al Giornale.

E allora forse chi grida ‘al lupo’ pensando all’odio degli altri dovrebbe pensare anche a chi lo ha seminato a piene mani in questi anni. Ne troverebbe ovunque. Solo questo potrebbe essere un passo avanti per dare uno sbocco positivo alla gravissima aggressione a Berlusconi: dando un contributo a migliorare il livello della vita politica, anziché contribuire forsennatamente, come sta accadendo in queste ore, ad abbassarlo ulteriormente.

Il “Mattino”, 16 dicembre 2009, p. 1-5

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La nuova Venezia e la Tribuna di Treviso

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L’odio senza colore di una brutta Italia, in “Il Piccolo”, 17 dicembre 2009, p. 1

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“Il messaggero” di Udine

Stefano Allievi

Ma per il carroccio il crocifisso è un’arma

Ma per il carroccio il crocifisso è un’arma

Di lotta e di governo. Così si presenta la Lega nei confronti della Chiesa.

Da un lato le polemiche odierne del ministro Calderoli contro il cardinal Tettamanzi, reo di parlare un po’ troppo spesso di immigrati e rom: che si inseriscono in una lunga tradizione leghista, che ha sempre assimilato la Chiesa, in toto, a Roma ladrona. Le polemiche contro i ‘vescovoni’, come li ha chiamati più volte sprezzantemente Bossi, contro la Caritas, o contro le prese di posizione ecclesiali, specie sull’immigrazione ma non solo, non si contano, e fanno parte della storia culturale della Lega. Ne sono, anzi, la matrice, coerentemente reiterata nel tempo, di cui i riferimenti neo-pagani (dal dio Po ai matrimoni celtici) sono una costante platealmente sbandierata.

Anche le polemiche contro la chiesa ambrosiana sono del resto di vecchia data, risalendo ai tempi del cardinal Martini. La curia milanese è stata sempre un obiettivo prediletto: non amata dai leghisti, anche perché essa non ha mai fatto mistero di non amare la Lega, e gli egoismi che rappresenta. Peccato di lesa maestà doppiamente grave, essendo la diocesi ambrosiana anche la culla del leghismo e del suo capo indiscusso. Da qui battaglie politiche che assomigliano molto a tentativi di ingerenza, che a qualcuno hanno fatto ritornare in mente i tempi delle nomine vescovili caldeggiate dall’imperatore di turno: e oggi, non c’è dubbio, nel Nord comanda, sempre più, la Lega.

D’altra parte c’è anche una Lega alla disperata ricerca di benedizioni, se non di benemerenze, ecclesiali. E’ la Lega che difende il crocifisso – seppure considerato simbolo identitario e non religioso, e quindi più facilmente trasformabile in arma contundente – proponendone persino l’apposizione sulla bandiera nazionale (singolarmente proposta dall’ex-ministro Castelli, che di suo ha preferito sposarsi celticamente). Del ministro Zaia che al meeting di Rimini va a proporsi, e a proporre la Lega, come il vero bastione della cristianità e il nuovo interprete dello spirito crociato. Del ministro Calderoli, altro esponente leghista sposato celticamente, e del gran capo Bossi, in visita al patriarca Scola, primo alto esponente ecclesiale a riceverli (9 aprile), per un’ora e mezza di misteriosi colloqui, forse favoriti dalla comune origine lombarda e dalla strategica collocazione nel Nord. O dell’incontro ancora più autorevole con il cardinal Bagnasco (3 settembre): un quarto d’ora forse più simbolico che di contenuto, e probabilmente, almeno nel breve periodo, più utile alla Lega che alla Cei.

Incontri volti a proporre un improbabile volto conciliante e filo-clericale della Lega, ma anche, probabilmente, a tentare di suggellare un patto di egemonia culturale condivisa e non più concorrenziale su un Nord sempre più saldamente in mani leghiste, e il cui elettorato è in parte significativa cattolico.

Difficile intravedere gli scenari che questi tentativi mettono in luce.

Sul lato ecclesiale la Lega si manifesta boccone indigesto. Tanto che Bagnasco, nei mesi successivi all’incontro, non ha mancato di polemizzare duramente con la Lega, sulla questione della moschea genovese come sul caso Tettamanzi; e Scola è portatore di una visione del ‘meticciato delle culture’ molto più complessa e problematica, e certamente più ‘alta’, delle semplificazioni leghiste. La Lega di governo al Nord diventerà tuttavia un fatto compiuto sempre più difficile da ignorare, e si può presumere che questo porterà a una normalizzazione progressiva dei rapporti. Anche se si può ipotizzare che resteranno, nel mondo ecclesiale, tanto alla base quanto al vertice, forti sacche di resistenza culturale all’assalto leghista. Ma si sa: anche Mussolini aveva cominciato la sua carriera politica con infuocati comizi in favore dell’ateismo, intimando a Dio, se esisteva, di incenerirlo all’istante, e ha finito per firmare i Patti Lateranensi. La piroetta leghista dal folklore neo-celtico al bacio dell’anello cardinalizio non è, dopo tutto, più estrema.

Stefano Allievi

“Il Piccolo”, 11 dicembre 2009, p. 1-4

La ‘dottrina Obama’, tra conflitti veri e immaginari

La ‘dottrina Obama’, tra conflitti veri e immaginari

La ‘dottrina Obama’, i conflitti locali, e i rapporti tra islam e occidente

Conflitti veri e conflitti immaginari

Il conflitto tra islam e occidente si manifesta in molti modi diversi. Il più evidente, a livello globale, è ovviamente quello del terrorismo islamico transnazionale, da un lato, e delle guerre condotte sul suolo islamico da potenze occidentali, dall’altro. Ma esso ha anche manifestazioni interne all’Europa, più ordinarie e al contempo più frequenti, spesso basate su conflitti di convivenza: talvolta reali, più spesso con basi empiriche dubbie ma un forte coinvolgimento, sul piano emotivo come su quello culturale (simbolico) e politico. Si pensi a questioni come l’hijab (il cosiddetto velo islamico) o le moschee, ma anche ad altre questioni legate alla visibilità culturale nella scuola e alle questioni di genere.

La presenza dell’islam all’interno dello spazio pubblico europeo non poteva del resto passare né socialmente né culturalmente inosservata. Essa è troppo visibile per non indurre dibattiti e anche tensioni: segno che si tratta effettivamente di un evento che tocca corde sensibili, o che viene percepito come tale. E che il fatto – l’islam come seconda religione in Europa per numero di fedeli (se si vuole, il passaggio dei musulmani dallo statuto di ex-nemici a quello di co-inquilini) – è di quelli che sono legittimamente considerabili come storici.

L’islam è messo in discussione in sé, spesso attraverso interpretazioni essenzialiste e semplicistiche delle modalità di rapporto tra religione e politica che propone. L’islam è poi messo in discussione in alcuni suoi aspetti, per come si manifestano nei paesi musulmani e non solo; di questi aspetti, i più mediatizzati sono certamente la condizione della donna e il fondamentalismo. Infine, esso produce e induce dibattito sui fondamentali della società, sui limiti delle sue possibilità di ‘apertura’, sui suoi confini, su svariate interpretazioni di possibili ‘soglie di tolleranza’. Tutto ciò accade senza che, di solito, si tratti di un confronto/scontro diretto con i musulmani; per lo più si tratta di dibattiti interni alle società di accoglienza, a proposito dei musulmani e dell’islam. Vi sono tuttavia, oltre ai dibattiti sull’islam, anche alcuni concreti esempi di confronto/scontro sociale e culturale (tra sub-società e tra culture, dunque, o per meglio dire tra esponenti e rappresentanti delle medesime) manifestatisi sul suolo europeo, che hanno coinvolto direttamente degli attori sociali musulmani, e che hanno provocato tensioni, discussioni, manifestazioni di ostilità, forme di rifuto o di ripensamento. Tra questi, anche delle controversie che, più che nello spazio pubblico, sono controversie sullo spazio pubblico. Un punto, questo, che ci pare ancora più cruciale, implicando la percezione del controllo sul territorio, il suo imprinting simbolico. Un aspetto che, seppure con le doverose cautele, potrebbe essere studiato non solo con gli strumenti della sociologia della cultura, ma anche con le categorie proprie dell’etologia e della sociobiologia. Il controllo del e sul territorio non è dopo tutto solo un fatto culturale e simbolico; è anche (rimane, nonostante tutto) un segno assai concreto e materiale di dominio, di potere. Pensiamo in particolare alla costruzione di moschee o la concessione di spazi cimiteriali specifici.

La questione è importante per vari motivi. Da un lato infatti la presenza di comunità straniere sembrerebbe presupporre come conseguenza banale e del tutto ovvia che esse desiderino anche avere propri luoghi di incontro in base alla religione di appartenenza, come li hanno del resto anche le minoranze ‘interne’, ovvero cittadine. D’altro canto intorno a questa questione sono nati conflitti persino sorprendenti: segno di un disagio e di un rifiuto più profondo del suo bersaglio occasionale. Conflitti che fanno pensare che in questione non sia il fatto in sé (quasi nessuno tra coloro che vi si oppongono direbbe che vuole impedire a qualcuno di pregare: la ragione evocata è sempre altra), ma qualcosa di più profondo, legato all’appropriazione simbolica del territorio, che ha a che fare anche con la storia e la sua ri-costruzione, ma anche con dinamiche sociali profonde.

Su questo tema, nell’ambito delle attività svolte presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Padova, sono state svolte negli ultimi due anni, coordinate da chi scrive, diverse ricerche. La prima e più importante è riassunta oggi in un report, frutto di una ricerca finanziata dal Network of European Foundations, con il supporto di Ethnobarometer, con analisi empiriche svolte in 11 paesi europei, che sarà presentato a Vienna il 7 di ottobre, nel corso di una conferenza internazionale, alla presenza delle più alte autorità politiche e religiose, dal Presidente della Repubblica al Cardinale di Vienna, e di una folta rappresentanza di operatori dei media. Il titolo, Conflicts on Mosques in Europe, rende già conto del fatto che si è voluta esaminare non solo il fatto in sé – il diffondersi delle moschee – ma precisamente la dimensione conflittuale che è implicata e le sue dinamiche. Nello stesso ambito è stata condotta anche una ricerca sulle moschee in Italia, nel Veneto e a Padova (il cui testo sarà pubblicato in italiano in ottobre: S. Allievi, a cura di, L’ospite inatteso, Milano, Franco Angeli), e prodotto il documentario di F. Dal Lago e C. Dall’Osto, Fuori dal ghetto. Storia controversa della moschea di Padova, presentato al Bo il 27 maggio 2009. Questi ultimi lavori sono stati svolti coinvolgendo gli studenti dei corsi specialistici di Sociologia e di Comunicazione, attraverso una sperimentazione anche didattica svolta nell’ambito del corso di Globalizzazione e pluralismo culturale.

Una delle risultanze di queste ricerche, che non è possibile qui riassumere nemmeno per grandi linee, è che anche quando si sollevano casi empirici circoscritti e limitati, molto presto il dibattito scivola su meta-temi che finiscono per evocare categorie astratte e globalizzanti, come islam/occidente, islam/cristianesimo, islam/Europa. L’empirico e il sociale, insomma, lasciano il posto molto rapidamente al politico e al culturale, spesso attraverso forme di mediatizzazione e di strumentalizzazione politica che si incaricano precisamente di connettere i due livelli: quello strettamente locale, e quello globale, da cui si prendono in prestito, per così dire, le chiavi di lettura di tipo conflittuale.

La ‘dottrina Obama’

Il paradigma base di queste riflessioni è infatti ordinariamente, esplicitamente o implicitamente, quello del clash of civilizations, attraverso una sorta di ‘huntingtonizzazione’ dei conflitti anche locali. Proprio per questo diventa interessante analizzare i segnali che vanno in direzione opposta: verso l’abbandono del paradigma del clash, che è stato il più formidabile meccanismo legittimante dei conflitti, sia su scala globale che micro e locale. Il più recente, il più importante, il più ‘globale’ e il più esplicito tra questi segnali l’ha dato il presidente americano Obama, con il suo ‘discorso all’islam’ del 4 giugno 2009 dall’Università del Cairo. Vale la pena quindi tentarne un’esegesi, perché i suoi effetti si riverbereranno anche sulla percezione e sull’uso dei conflitti a livello locale e micro.

L’annuncio della svolta c’era già stato nel discorso di Chicago, al momento della sua elezione, e poi nell’intervista ad Al-Arabiya di gennaio, nel discorso della mano tesa all’Iran, e ancora nell’intervento al parlamento turco in aprile.

Con l’intervento del Cairo – il grande discorso da una capitale islamica annunciato entro i primi cento giorni di mandato, e arrivato un po’ in ritardo sulla tabella di marcia, ma con un grado di consapevolezza inaspettato – la svolta si è compiuta. La ‘dottrina Obama’, come già oggi è lecito chiamarla, viene declinata in tutti i suoi aspetti, in un’ora di discorso densissimo di riferimenti: che, non è un’esagerazione, segnerà le relazioni tra Stati Uniti e mondo islamico, e più in generale tra islam e occidente, negli anni a venire.

Non si tratta solo di una grande offensiva mediatica, volta a cambiare l’immaginario e la simbolica delle relazioni tra Stati Uniti e mondo islamico: che già sarebbe importante. La svolta, anche di stile, rispetto alla precedente amministrazione Bush e più in generale alla politica estera americana, non potrebbe essere più netta: davvero “a new beginning”.

Obama ha capito che non si trattava solo di fare un gesto di buona volontà: una nuova visione dei rapporti con l’islam è anche chiaramente vantaggiosa per gli Usa, tanto quanto la precedente politica è stata controproducente. E Obama non solo lo pensa: questa visione la incarna nel proprio nome e la vive sulla propria pelle, letteralmente. E consapevolmente li gioca in questa chiave.

Le linee guida di questa politica non sono cambiate dalla sua elezione: fine dell’unilateralismo e dell’isolazionismo, apertura di credito al mondo islamico (ferma sui principi, ma attenta ai problemi interni e amichevole nello stile), fine del collateralismo compiacente con Israele. Testimoniato dalle parole ferme sugli insediamenti, che non si sentivano da anni da parte della leadership americana; ma senza nulla concedere al pregiudizio antiebraico così fortemente presente nel mondo islamico.

Vediamone in dettaglio i contenuti.

“Thank you, shukhran, assalamu aleikum”. Comincia così, tra gli applausi e i ringraziamenti, il discorso del ‘new beginning’, in cui la ‘dottrina Obama’ sull’islam è stata per la prima volta compiutamente articolata.

Una visione che si rivolge ad altri attori riconoscendoli come interlocutori, innanzitutto: ed è già un cambiamento significativo rispetto a una politica in passato basata essenzialmente su convenienze ‘di potenza’ solo pudicamente velate, ma non celate, da discorsi di più ampio respiro e da una visione pur esistente, ma essenzialmente autocentrata. Con l’inevitabile dimensione retorica che da una visione ci si aspetta: che, del resto, era fortemente presente anche all’interno del paradigma interpretativo precedente.

A cominciare dalla prima applaudita citazione coranica: “Be conscious of God and speak always the Truth (Sii cosciente di Dio e dì sempre la verità)”. Con assoluta tranquillità applicata da Obama innanzitutto a se stesso, e al suo ruolo, alle vesti assunte al Cairo: che qualcosa di profetico l’avevano effettivamente, e volutamente.

I richiami storici avevano la stessa funzione: di captatio benevolentiae, ma non solo. Dal riconoscimento del ruolo della civilizzazione islamica nell’aprire la strada al Rinascimento europeo, all’aver voluto ricordare che il primo paese ad aver riconosciuto gli Stati Uniti è stato un paese islamico, il Marocco. Dal tributo alla tolleranza islamica medioevale a quello, personale e più ‘americano’, all’eguaglianza razziale nell’islam.

La rivendicazione orgogliosa del mito americano è stata l’altra faccia di questa visione: a cominciare dal fatto che oggi “un uomo che si chiama Barack Hussein Obama sia presidente degli Stati Uniti”. Ma le citazioni sono state anche più dense. Il richiamo alla libertà religiosa, al fatto che non c’è un solo Stato negli Usa dove non ci sia una moschea (e ve ne siano 1200 in totale), alla libertà delle donne musulmane di portare l’hijab garantita dal governo Usa fin nelle corti (due riferimenti che varrebbe la pena di meditare in Europa), fino all’episodio toccante del primo musulmano-americano eletto al Congresso nell’ultima tornata elettorale che ha giurato sul Corano che faceva parte della biblioteca personale di Thomas Jefferson. Corde giuste, per rivolgersi ai musulmani. Che hanno tuttavia mostrato di applaudire anche temi più delicati e problematici: dai riferimenti alla libertà di vestiario e di istruzione delle donne, all’applauso venuto dopo i riferimenti alle vittime della discriminazione religiosa in Bosnia e Darfur.

Sulla questione israelo-palestinese, l’equidistanza, ferma nel difendere i diritti degli uni e degli altri, e altrettanto nel definire l’amicizia con Israele ‘unbreakable’ e quindi fuori discussione, ha dato la linea. Con fermezza, tuttavia, sui punti delicati del riconoscimento reciproco, del no alla violenza, dell’orizzonte dei due stati che possano vivere entrambi in pace e sicurezza.

Nessun tentennamento sulla violenza religiosa. Quella di Al-Qaeda, innanzitutto, di cui ha avuto l’intelligenza di ricordare che le sue prime vittime, non solo sul piano politico ma anche concretamente su quello dei numeri della morte, sono stati i musulmani. Ma più in generale del fanatismo e del fondamentalismo: in quel contesto, proprio per come l’ha costruito, Obama ha potuto permettersi il lusso di stigmatizzare il fatto che “alcuni musulmani hanno la fastidiosa tendenza (disturbing tendency) di misurare la propria fede sulla base del rifiuto di quella altrui”.

“A new beginning”, quindi, quello prospettato. La fine, davvero, del paradigma del “clash of civilizations” – di fabbricazione americana ma di utilizzo globale – che ha dominato l’ultimo quindicennio, e che Obama ha esplicitamente contestato: per il suo essere, chiosiamo, più una profezia che si autorealizza che una constatazione empirica. Un nuovo inizio in cui si dica basta agli stereotipi reciproci: quelli occidentali sull’islam e quelli musulmani sull’America e l’occidente. In cui si metta da parte la paura e la sfiducia costruita per anni. Fino allo slancio finale: profetico, davvero. “E’ più facile iniziare delle guerre che finirle. E’ più facile parlare male degli altri che guardare dentro di sé; guardare quello che ci differenzia rispetto alle cose che abbiamo in comune. C’è una sola regola che sta nel cuore di ogni religione – che facciamo agli altri quello che vorremmo fosse fatto a noi”: che, per lo stupore di molti, è anche una citazione coranica, oltre che biblica, accolta da applausi convinti.

In crescendo, Obama ha anche proposto una parafrasi del suo fortunato slogan, “Yes, we can”: “Abbiamo il potere di costruire il mondo che vogliamo”. Fino alle tre citazioni finali dal Corano, dal Talmud e dalla Bibbia; quest’ultima, forse con qualche accento autobiografico, era “Beati i costruttori di pace…”. Fino al saluto islamico del cristiano ‘laico’ Obama: “Thank you. And may God’s peace be upon you”

Le conseguenze in Europa.

In sintesi, non è stato un gesto di debolezza, questo di Obama: al contrario, è una posizione di forza, che non potrà non piacere ad un mondo arabo che culturalmente ha ancora il mito della nobiltà del gesto e della forza d’animo del capo, anche se lo pratica assai poco, e a cui piace farsi sedurre dal carisma politico del leader.

La definizione della ‘dottrina Obama’ nei confronti dell’islam procede quindi senza incertezze.

C’è solo da auspicare che, come in passato per altre ‘dottrine’, si sostanzi di una politica di lungo termine e, quindi, di atti concreti. I primi segni si sono già visti: la chiusura di Guantanamo è già avviata, il ritiro dall’Iraq pianificato, seppure non così a breve termine come qualcuno si aspettava, l’impegno per la soluzione del conflitto israelo-palestinese attivato, e persino un diverso atteggiamento nei confronti dell’Iran ha cominciato a manifestarsi (l’incognita, semmai, è se sarà raccolto).

Le questioni spinose le ha nominate tutte, e questo è un buon punto di partenza. Quelle spinose per gli Stati Uniti: le reticenze maggiori si sono registrate sull’Iraq, che non ha avuto il coraggio di chiamare almeno un errore, come ha fatto prima di essere presidente, se non una tragedia. E quelle spinose per i musulmani: diritto all’esistenza e alla sicurezza di Israele, democrazia, libertà religiosa, diritti della donna. Ma ha avuto l’intelligenza di rivolgersi, con un doppio livello di intervento, sia ai governi che ai popoli: e almeno con i secondi il successo di Obama appare garantito.

Intanto c’è da registrare almeno che il clima è cambiato. Negli Stati Uniti, nei confronti dei paesi islamici e dei musulmani. E, prima ancora, nei confronti delle opinioni divergenti, dato che, dal Dipartimento di Stato alle università (dove per un certo periodo ha dominato un’isterica caccia alle streghe, non troppo diversa da quella maccartista, fatta anch’essa di liste di proscrizione dei docenti scomodi, di siti di denuncia e diffamazione come ‘campus watch’, di finanziamenti pilotati ai soli amici fidati), non dominano più i falchi dell’islamofobia occidentalista che avevano reso irrespirabile l’aria culturale su questi temi negli anni di Bush. Ma soprattutto tra i musulmani: l’applauso da popstar che ha concluso il suo discorso, seppure tributato da un pubblico particolare, lo sancisce.

Intanto, c’è da domandarsi se anche l’Europa sarà capace di farsi sentire. Qui gli Obama – capaci di vantare come un onore il fatto che vi siano oltre 1200 moschee negli Stati Uniti, e il fatto che il governo abbia difeso persino in tribunale il diritto delle ragazze musulmane di portare l’hijab – scarseggiano. E anche alle elezioni europee del giugno 2009 hanno guadagnato altro terreno gli imprenditori politici dell’islamofobia: dall’Olanda all’Ungheria, dalla Gran Bretagna all’Italia. C’è, dunque, materiale di riflessione anche per noi. In Italia, in particolare.

Stefano Allievi

“Il Bo”, n.2, dicembre 2009, pp. 2-6

Il morire tra ragione e fede (intervento)

Il morire tra ragione e fede (intervento)

STEFANO ALLIEVI: Due domande: una per Scola e una per Severino.

Viviamo in una società in cui la morte è ancora, fortemente, un tabù: l’ultimo, probabilmente, anche se meno che nei rampanti decenni passati.

Una civiltà votata all’estetica e al giovanilismo, ha relegato a lungo la morte alla stregua della pornografia, dell’osceno: tanto che si evita che i bambini abbiano commercio con essa, vedano i morti e ne parlino.

La società tutta, ipocritamente, evita di nominare e la morte e il cadavere, con una lunga serie di eufemismi, spesso anche ridicoli.

La convenzione sociale vuole che non se ne parli, che non la si nomini nemmeno, che venga almeno avvolta nella cortina fumogena di irritanti metafore (dal greco metá e phérein, lett. ‘portare oltre’), che anziché dire meglio e in altro modo, semplicemente nascondono la realtà, illudendosi in questo modo di cancellarla, di negarla. Una prassi, questa della negazione – della malattia, oltre che della morte -, che è di tutta la società; e che si traduce in una preoccupazione particolarmente visibile nel linguaggio usato per cercare di non dirla, di non nominarla: dalla comunicazione giornalistica (nessuno muore mai di cancro, ma sempre ‘dopo lunga malattia’) ai tecnicismi del gergo medico-ospedaliero, fino alla ipocrita delicatezza del linguaggio quotidiano (nessuno è mai morto: al massimo, è ‘mancato’, quasi si fosse perso…) e al linguaggio pudico della pubblicità delle agenzie di pompe funebri (per le quali la morte è diventata un insapore ‘transito’ o un ‘decesso’, i parenti ‘dolenti’, la tomba una sepoltura, il funerale le esequie, la bara il feretro, il corpo ormai cadavere la salma, le spoglie o, peggio, i resti, ecc.).

Eppure, vi sono dei momenti di resipiscenza, di sussulto, di emersione e persino di esplosione della morte. In alcune subculture (dark, metal, punk, ma anche fumetti popolari come Dylan Dog, i programmi tipo Real tv…). O la morte degli olympiens, dei divi. O nelle notizie da telegiornale, dove spesso si è “sostituito lo spettacolo al rito”, come ha scritto l’antropologo Louis-Vincent Thomas.

Uno di questi momenti, il più significativo, è precisamente il dibattito bioetico sul fine vita. E’ singolare notare che una società analgesica, abituata ad evitare accuratamente il dolore e la morte, sia poi capace di discussioni piene di furore ideologico, più di schieramento che di contenuto, su ciò che alla morte ci avvicina, su ciò che la morte è, sui confini della vita.

Discussioni intense, come abbiamo visto intorno al caso Englaro, viscerali: che fanno emergere partiti contrapposti l’un contro l’altro armati. E che dividono, a stare ai sondaggi, gli stessi uomini e donne che sono presunti appartenere ad essi: come è emerso con chiarezza, quasi la metà dei cattolici non si sentiva rappresentato dalle posizioni, spesso terribilmente prive di pietas, di alcuni suoi pastori, o del giornale della Cei. E i laici hanno mostrato di essere a loro volta divisi, sia nel centro-destra che nel centro-sinistra. Segno, probabilmente, di una maturità maggiore rispetto ai loro rappresentanti, così accecati dalle certezze.

La domanda, a questo proposito, è la seguente. La pronunciamo attraverso una citazione di Junger, che si riferiva al suicidio, ma che ben si può applicare ad alcune pratiche medicalizzate. Diceva Junger che “il suicidio è un indizio del fatto che esistono cose peggiori della morte”. La volontà di morire di alcuni (pensiamo al caso Welby, che tanto ha colpito il mondo anche credente, ancora una volta anche per la singolare mancanza di pietas di taluni solerti pastori), la determinazione dei parenti senzienti di altri (e qui torniamo al caso Englaro, che ha segnato un turning point, un punto di non ritorno, una svolta irrimediabile, nel corso della quale troppe soglie sono state oltrepassate), ci dice la stessa cosa.

Siamo pronti ad ammettere che, anche per la coscienza credente, sia possibile ipotizzare che ci possono essere cose peggiori della morte? Tanto più per il credente che, dopo tutto, della morte non dovrebbe avere poi così paura?

Dobbiamo invece all’etica laica e alla medicina occidentale l’aver dimenticato l’umanità del morente. Non a caso, quando non c’è più niente da fare, spesso il medico sparisce, lasciando il lavoro sporco agli infermieri e alle infermiere. Per il medico “La morte è un giallo in cui bisogna trovare il colpevole”. Ma al malato spesso interessa più il ‘senso’ della sua morte che la sua ‘causa’, più o meno oggettiva od oggettivabile.

La morte ‘ospedalizzata’ diventa anche morte spersonalizzata, perché l’istituzione ospedaliera “si fa carico non dell’individuo, ma del suo male” (M. de Certeau). Come già notava Rilke, nei suoi Quaderni di Malte Laurids Brigge, “ora si muore in 559 letti. In serie, naturalmente. Con una produzione così enorme ogni singola morte non è proprio ben eseguita, ma non importa (…) Oggi chi dà ancora valore a una morte ben fatta?”. Del resto si tratta di un problema più generale legato all’istituzione ospedaliera. Come ha notato Elizabeth Kübler-Ross, il sovraccarico di lavoro burocratico e tecnico rischia di far sì che, anche per il personale infermieristico, “in questo sistema sempre più elaborato, il malato può diventare meno importante dei suoi elettroliti”.

“La funzione della malattia è oggi di nascondere la morte” (Jean-Didier Urbain), di tacerla o di travestirla. Concentrato sulla malattia, su come combatterla, il medico distoglie lo sguardo dal suo esito, nel lungo termine, inevitabile, perché è l’esito di ogni vita. Dopo tutto, per il medico esso è quasi sempre vissuto come uno scacco professionale, una sconfitta: la medicina contemporanea si concepisce come una titanica battaglia, spesso vincente, contro la morte – non riesce ad accettare, quindi, di perdere.

Un atteggiamento, questo, che ha finito per instillare nel grande pubblico e nel suo immaginario l’idea che la morte sia un’anomalia, la conseguenza di un malfunzionamento, al limite di un errore; e che ha finito per ritorcersi contro la stessa classe medica, oggi più che in passato confrontata con il moltiplicarsi di cause giudiziarie, per inadempienza, per errore diagnostico colposo o altro.

Un atteggiamento, inoltre, che non è estraneo alla frequente tendenza del medico ad essere presente e attivo nelle fasi di ‘lotta’, e ad eclissarsi nel momento in cui, come si dice, “non c’è più niente da fare”, e il malato, ormai morente, deve solo, per l’appunto, morire – lasciando la responsabilità di seguire questa fase cruciale al personale paramedico, al personale religioso, ai volontari, ai familiari, o, peggio, a nessuno. Un osservatore direttamente implicato, un medico, già anni fa sottolineava del resto il paradosso per cui “una delle cose più difficili della nostra arte medica è di occuparci di quelli che non hanno più bisogno di cure”.

E sarà capace invece la coscienza laica e non credente di rispettare la vita morente come è stata capace di farlo quella credente? (Penso, ad esempio, alle suore che per tanti anni hanno assistito Eluana, praticando la nobile virtù del silenzio sia prima che poi…) Diventerà capace di imparare che la vita non è soltanto “l’insieme delle funzioni che resistono alla morte”? di intraprendere una battaglia per la de-medicalizzazione e de-ospedalizzazione – e quindi de-disumanizzazione – della morte, così come si comincia a fare anche per la nascita? Capire che la qualità della morte è una parte fondamentale del recupero della qualità della vita, tendenza oggi così presente nella società?

Stefano Allievi

“Humanitas”, n.6, novembre-dicembre 2009, pp. 884-887

Curriculum

CURRICULUM VITAE

(ENGLISH VERSION)



Stefano Allievi
stefano.allievi@unipd.it
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Academic achievements:
2017 – Current
Director of the Master course on “Religion, Politics and citizenship”, in collaboration with the Fundacion Euroarabe of Granada and the FIDR (International Forum on Democracy and Religion)
2015 – Current
President of the Master’s Degree Course (Corso di Laurea Magistrale Interclasse) in “Cultures, Education and Global Society”
2014 (November) – 2016
Director of the Master Course on “Islam in Europe”, University of Padua
2013 (October 1st) – 2015
President of the Master’s degree Course (“Corso di laurea magistrale”) in “Sociology” at the University of Padua
2004 – Current
Professor of Sociology, University of Padua, Department of Philosophy, Sociology, Education and Applied Psychology -FISPPA (tenured; qualified to Full Professorship in December 2013 and February 2014)
2001-2007
Secretary of the Sociology of Religion section of the Italian Association of Sociology (AIS)
2001-2004
Lecturer, University of Padua, Department of Sociology (tenured after three years)
1999-2001
Annual Lecturer of Sociology, University of Padua (contract rofessor, in the Italian system; not tenured)
1998-1999
Annual Lecturer of Sociology, “Ca’ Foscari” University of Venice
1994-1999
Faculty member and Assistant, with teaching duties, of Urban Sociology, at the Polytechnic of Milan, Faculty of Architecture, and at the University of Milan, Faculty of Political Sciences
Co-founder and at present Director of the master on Studies on Islam of Europe, at the University of Padua
Member and co-founder of FIDR (International Forum for Democracy & Religions)
Member and co-founder of Eurislam
Associated member of the CISCOW (Centre for Interdisciplinary Research on Islam in the Contemporary World) of the Université Catholique de Louvain-la-Neuve, and of the research group on Islam and modernity (GRIM) at the University of Padua
Member of the Scientific Advisory Board of the Yearbook on the Sociology of Islam, of the review Religioni e Società, of the scientific committee of the reviews Africa e Mediterraneo and Popoli, and of the Academic Advisory Board of the European Journal of Muslim Perspectives (EJMP)
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Other professional activities:
1990-1995
Editor, then Editor in Chief of the review Prospettiva sindacale

1994-1996
Co-director of the review Orientamenti
1986-88
Coordinator of the Observatory on military Industry in Lombardy (promoted by CISL trade union and the Centre for Applied Economy of the Catholic University, Milan)
1984-89
In charge of the International Bureau, CISL Milan
1983-84
In charge of the Foreign Workers’ Bureau, CGIL-CISL-UIL (United Trade Unions) Milan
1981-1983
Professional journalist at the Rizzoli group, with a two months stage at the daily newspaper  Il Lavoro in Genoa and a six months permanence at the weekly L’Europeo in Milan
Apart Italian, I speak and write fluent English and French, and I have a good knowledge of Spanish (I have also studied Arabic and German).
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Education


1997
University of Trento. Faculty of Sociology. PhD in Sociology and Social Research. Thesis on “Conversions to Islam”
1992
University of Milan. Faculty of Political Sciences. University degree with final grade 110/110. Thesis on “Aspects and problems of immigration in Italy”. Sub-thesis on “The Lombard Ligue”
Erasmus courses, Université Catholique de Louvain-la-Neuve:
1989 Sociologie des migrations: relations interethniques et processus d’intégration
1990 Migrations et populations islamiques en Europe
1991 Immigrés, nouvelles populations et la ville européenne
1979-1981
IFG Istituto per la Formazione al Giornalismo, Milan. Biennial national full-time course of journalism
Various Years
Residential courses of foreign languages in English (Dublin several times, Edinburgh, London), French (Paris, Amboise, Cap d’Ail), Spanish (Barcelona), Arabic (Tunis), German (Vienna)
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Researches


Participation to national researches and grants:
2013 – Current La produzione di conoscenza islamica in Europa: l’islam come brand (The production of Islamic Knowledge in Europe: Islam as a Brand), MIUR Ministry of University and Scientific Research (grant)
2011-2012 Moschee e luoghi di culto islamici in Europa (Mosques and Islamic Places of Worship in Europe), MIUR Ministry of University and Scientific Research (grant)
2008-2010 Conflitti intorno alla costruzione di moschee nello spazio pubblico europeo (Conflicts on the Construction of Mosques in the European Public Space), MIUR Ministry of University and Scientific Research (grant)
2008-2010, Il pluralismo religioso in Italia (Religious Pluralism in Italy), MIUR Ministry of University and Scientific Research, PRIN 2008 (participation to research project)
2005-2008 Saperi di confine. Interpretazioni, rappresentazioni e cambiamento culturale (Frontier knowledges. Interpretations, representations and cultural change), MIUR Ministry of University and Scientific Research (participation to research project)
2003-2007 Trasformazione dei discorsi nel e sull’islam nello spazio pubblico europeo (Transformation of Discourses in and on Islam in the European Public Space, MIUR Ministry of University and Scientific Research (grant)
2003-2005 Tra religione e marketing. Intersezioni e influenze reciproche (Between Religion and Marketing. Intersections and Reciprocal Influences), MIUR Ministry of University and Scientific Research (participation to research project)
2000-2003 Costruzione dello spazio pubblico mediatico (The Construction of the Mediatic Public Space), MIUR Ministry of University and Scientific Research (participation to research project)
1999-2002 Tra scienza e religione. Aspetti della New Age (Between Science and Religion. Aspects of New Age), MIUR Ministry of University and Scientific Research (participation to research project)
1999 La presenza araba in Italia: sociologia e antropologia. Repertorio bibliografico (The Arab Presence in Italy: Sociology and Anthropology. Bibliographical references ), Ministry of Culture, General Direction on Publishing sector (research report)
1998-2000 Il pluralismo morale e religioso in Italia e in Europa (Religious and Moral Pluralism in Italy and Europe), MIUR Ministry of University and Scientific Research (participation to research project)
1998-1999 Confessioni religiose, movimenti e altre organizzazioni di culto in Italia (Religious Confessions, Movements and other Cult Organizations in Italy), Ministry of Interiors, General Direction on Cults Affairs (co-conducted and final report)
1994 L’associazionismo e l’immigrazione in Lombardia: quattro province a confronto (Associations and Immigration in Lombardy), Cesvi (research report)
1993 Rapporto IReR ‘91-’92, IreR Regione Lombardia; chapter on immigration and Islamic presence (research report)
1993 Immigrazione e famiglie miste: i matrimoni interreligiosi – il caso dell’islam (Immigration and Mixed Families: Interreligious Marriages), Comune di Milano (research report)
1992-1993 L’immigrazione a Milano. Un bilancio interdisciplinare (Immigration in Milan. An Interdisciplinary Overview), Comune di Milano Iref (directed)
1992 Dossier scuola 1991-92. Il diritto allo studio negli anni ‘90, IreR Regione Lombardia; chapter on migrants and the school system (research report)
1992 Uno sviluppo ineguale. Rapporto sociale sulla diocesi ambrosiana, Centro Sociale Ambrosiano; chapter on immigration (co-conducted)
1991-1992 L’immigrazione islamica in Italia, Iscos 1988 La realtà sociale lombarda: fenomeni e tendenze. Rapporto IreR ‘88, IReR Lombardy (research report on immigration)
1991 Bilancio delle ricerche e delle conoscenze relative all’Islam europeo – La situazione italiana (State of Art of Researches and Knowledge concerning European Islam – The Italian Situation), Fondazione Agnelli (research report)
1990 L’immigrazione straniera in Italia. Le politiche comunali: il caso di Milano (Foreign Immigration in Italy. Municipal Policies: the Milan Case), research report for Censis
Participation to and direction of international research programs:
2013-2016 Member of the French-Italian research group Circulation religieuses et ancrages méditerranéens. Etats et internationalisation des faits religieux contemporains. Europe du Sud, Maghreb, Moyen-Orient (CIRENLANMED), financed by the Agence Nationale de la Recherche (ANR)
2010-2013 Co-director of the project Training of Imams and Community leaders, Interuniversity Research Centre ‘International Forum for Democracy & Religions’ (FIDR) (Italy)
2010-2012 Member of the national research group PRIN-MIUR Mapping Religious Pluralism in Italy
2008-2010 Director of the international comparative research project on Conflicts over mosques in Europe, for the European program “Religion and democracy” of the Network of European Foundations (direction, report)
2007-2011 Consultant member of L’émergence d’un acteur dans l’espace public. Une approche comparative de la structuration du champ islamique en Suisse, research financed by the Fond National de la Recherche Suisse (FNRS) in the frame of PNR 58, «Religion, Etat et société», in collaboration with Institut d’Etudes Politiques Internationales Université de Lausanne, IISMM Ecole des hautes études en sciences sociales Paris, University of Padua
2004-2007 Member of the scientific committee and among the coordinators of Europe’s Muslim Communities: Security and Integration Post September 11, promoted by Ethnobarometer (coordination of the Italian research team, national research and report)
2000-2003 Islam in Europe, research report for the European Commission, Forward Studies Unit (several chapters of the final report)
1995-2000 Member of the coordination committee of the research project Individual and Society in the Mediterranean Muslim World, European Science Foundation (co-organization of workshops, report)
1991 Médias et minorités arabes en Europe pendant la Guerre du Golfe, European Community; General Division X (national report)
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Publications
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Books:
5 cose che tutti dovremmo sapere sull’immigrazione (e una da fare) (5 things we all should know about immigration, an one thing to do) , Roma, Laterza, 2018
Immigrazione. Cambiare tutto (Immigration. The need to change everything), Roma, Laterza, 2018
I musulmani nelle società europee. Appartenenze, interazioni, conflitti (Muslims in European societies. Belongings, interactions, conflicts), (a cura di S. Allievi, R. Guolo e M.K. Rhazzali), Milano, Guerini e Associati, 2017
Il burkini come metafora. Conflitti simbolici sull’islam in Europa (The burkini as a metaphor. Symbolic conflicts on Islam in Europe), Roma, Castelvecchi, 2017
Conversioni: verso un nuovo modo di credere? Europa, pluralismo, islam (Conversion: Towards a new way of believing? Europe, pluralism, Islam), Napoli, Guida Edizioni, 2017


Nel mondo dei qualsiasi (In Everyman’s world – poems), San Cesario di Lecce (LE), Manni Editori, 2016
“A Dio appartengono i nomi più belli”. Come pregano i musulmani (“To God belongs the most beautiful names”. How Muslims pray), Bologna, EDB, 2016
Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione (Everything has never been told about immigration) (con G. Dalla Zuanna), Roma, Laterza, 2016
Chi ha ucciso il PD (Who killed the Democratic Party), Milano, Mimesis, 2013
Ma la moschea no. I conflitti sui luoghi di culto islamici, dall’Europa al Nordest (No to the mosque. Conflicts on Islamic places of worship, from Europe to the Italian North-East), Padova, La Gru, 2012
Pubblico e privato. Poesie civili e incivili (Public and private. Civilized and uncivilized poems), Padova, Le Gru, 2012
Il giorno dopo. Poesie (The day after. Poems), Padova, Le Gru, 2012
Avrupa’da Müslüman Öznenin Üretimi: Fikirler, Bilinçler, Örnekler, (translation of Producing Islamic Knowledge), Istambul, Iletisim, 2012
Producing Islamic Knowledge. Transmission and dissemination in Western Europe (eds. M. Van Bruinessen and S. Allievi), London-New York, Routledge, 2011

La guerra delle moschee. L’Europa e la sfida del pluralismo religioso (The war of mosques. Europe and the challenge of religious pluralism), Venezia, Marsilio, 2010

Al-Islâm al-Itâlî. Rihla(t) fî waqâ’i’ al-diyâna al-thâniya, (translation of Islam italiano), Abu Dhabi, Kalima, 2010

Mosques of Europe. Why a solution has become a problem (ed.), London, Alliance Publishing Trust / Network of European foundations, 2010

Conflicts over Mosques in Europe. Policy issues and trends, London, Alliance Publishing Trust / Network of European Foundations, 2009
I musulmani e la società italiana. Percezioni reciproche, conflitti culturali, trasformazioni sociali (Muslims and Italian society. Reciprocal perceptions, cultural conflicts, social transformations) (ed.), Milano, Franco Angeli, 2009
Le trappole dell’immaginario: islam e occidente (The traps of imaginary: Islam and the West), Udine, Forum, 2007

Niente di personale, signora Fallaci. Una trilogia alternativa (Nothing personal, Mrs. Fallaci. An alternative trilogy), Reggio Emilia, Aliberti, 2006
Pluralismo (Pluralism), EMI, Bologna, 2006
Ragioni senza forza, forze senza ragione. Una risposta a Oriana Fallaci (Reasons without force, forces without reason. An answer to Oriana Fallaci), Bologna, EMI, 2004
Muslims in the Enlarged Europe (eds. B.Maréchal, S.Allievi, F.Dassetto, J.Nielsen), Leiden-Boston, Brill, 2003
Islam italiano. Viaggio nella seconda religione del paese (Italian Islam. A journey into the country’s second religion), Torino, Einaudi, 2003

Salute e salvezza. Le religioni di fronte alla nascita, alla malattia e alla morte (Health and Salvation. Religions face to birth, illness and death), Bologna, EDB, 2003
Muslim Networks and Transnational Communities in and across Europe (eds. S.Allievi and J.Nielsen), Leiden-Boston, Brill, 2003
Donne e religioni. Il valore delle differenze (Women and religions. The value of differences) (ed.), Bologna, EMI, 2002
Musulmani d’occidente. Tendenze dell’islam europeo (Muslims of the West. Tendencies of European Islam), Roma, Carocci, 2002 (new edition 2005)
Un Dio al plurale. Presenze religiose in Italia (A God in the plural. Religious presences in Italy), Bologna, EDB, 2001 (with G.Guizzardi and C.Prandi)
La tentazione della guerra. Dopo l’attacco al World Trade Center: a proposito di Occidente, islam e altri frammenti di conflitto fra culture (The temptation of war. After the World Trade Center attack: on the West, Islam and other fragments of conflict among cultures), Milano, Zelig, 2001, pp.190
Nouveaux protagonistes de l’islam européen. Naissance d’une culture euro-islamique? Le rôle des convertis, European University Institute, Working Papers, n.18, 2000, pp.35
Il libro e la spada. La sfida dei fondamentalismi (The Book and the Sword. The challenge of fundamentalisms), Torino, Claudiana, 2000, pp.205 (with D. Bidussa and P. Naso)
Conversions à l’islam en Europe / Conversions to Islam in Europe, Social Compass, SAGE Publications, vol.46, n.3, pp.243-362 (monographic issue, ed. with F. Dassetto)
I nuovi musulmani. I convertiti all’islam (New Muslims. Converts to Islam), Edizioni Lavoro, Roma, 1999, pp.296
Islamica. Un itinerario bibliografico alla scoperta dell’Islam (Islamica. A bibliographical itinerary to the discovery of Islam), Biblioteca comunale, Carpi, 1999, pp.44 (revised and updated edition 2002)
Les convertis à l’islam. Les nouveaux musulmans d’Europe, L’Harmattan, Paris, 1998, pp.383
L’occidente di fronte all’islam (The West facing Islam) (ed.), Franco Angeli, Milano, 1996, pp.224
Il libro dell’altro (The book of the other), EDB, Bologna, 1995, pp. 132
Il ritorno dell’islam. I musulmani in Italia, Edizioni Lavoro, Roma, 1993, pp.295 (with F. Dassetto)
Le parole della Lega (The words of the Ligue, a xenophobic secessionist party), Garzanti, Milano, 1992, pp.115

Médias et minorités ethniques. Le cas de la guerre du Golfe, Academia-Sybidi, Louvain-la-Neuve, 1992, pp. 166 (with A. Bastenier, A. Battegay and A. Boubeker)

La sfida dell’immigrazione (The challenge of immigration), EMI, Bologna, 1991, pp.170
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Essays in collective books (selection):

Conflicts over Mosques in Europe: Between Symbolism and Territory, in N. Göle, “Islam and Public Controversy in Europe”, Aldershot, Ashgate, 2013, pp. 75-88 (re-published London-New York, Routledge, 2016)
L’uomo e la morte in Occidente: verso un nuovo paradigma interpretativo (Man and Death in the West. Towards a New Interpretative Paradigm), in C. Viafora and F. Marin (eds.), “Morire altrove. La buona morte in contesto interculturale” (“To Die Elsewhere. The Good Death in a Multicultural Context”), Milano, Franco Angeli (2014), pp. 49-71
Mosques in Western Union, in Oxford Islamic Studies Online – OISO, Oxford University Press (2014)

The Production of Western Islamic Knowledge, in R. Tottoli (ed.) “Routledge Handbook on Islam in the West” (2014)
Silent Revolution in the Country of the Pope: From Catholicism as “The Religion of Italians” to the Pluralistic “Italy of Religions”, in F. De Donno and S. Gilson (eds.), “Beyond Catholicism. Heresy, Mysticism and Apocalypse in Italian Culture”, New York, Palgrave, 2014, pp. 287-313
L’islam che cambia. E non cambia (Islam that changes. And does not change), in P. Naso and B. Salvarani (eds.). “Un cantiere senza progetto. L’Italia delle religioni, Rapporto 2012” (“A Construction Site without Project. Italy of Religions, 2012 Report”), Bologna, EMI, 2012, pp. 98-108
Multiculturalism in Italy: The missing model, in A. Silj (ed.), “European Multiculturalism Revisited”, London-New York, Zed Books, 2010, pp. 147-180

I Fratelli Musulmani in Europa. L’influenza e il peso di una minoranza attiva (The Muslim Brotherhood in Europe. The influence and the Weight of an Active Minority), in M. Campanini and K. Merzran (eds.), “I Fratelli Musulmani nel mondo contemporaneo”, Torino, Utet, 2010, pp. 197-240

Moschee in Europa. Conflitti e polemiche, tra fiction e realtà (Mosques in Europe, Conflicts and Controversies, between Fiction and Reality), in “Quaderni di diritto e politica ecclesiastica”, anno XVIII, n. 1, aprile 2010, pp.149-160

Introduction to the Italian edition of P. Jenkins, “Il Dio dell’Europa. Il cristianesimo e l’islam in un continente che cambia” (original title: “God’s Continent”), Bologna, Emi, 2009, pp. 11-15

Immigrazione e pluralismo religioso (Immigration and Religious Pluralism), in P. Naso and B. Salvarani (eds.), “Il muro di vetro. L’Italia delle religioni. Primo rapporto 2009” (“The Glass Wall. Italy of Religions, first report 2009”), Bologna, Emi, pp. 65-71
Il caso islamico: percezione omogenea, pluralismo interno (The Islamic Case: Homogeneous Perception, Internal Pluralism), in P. Naso and B. Salvarani (eds.), “Il muro di vetro. L’Italia delle religioni. Primo rapporto 2009”, Bologna, Emi, pp. 92-96
Il pluralismo nascosto. Che cosa ci dice l’otto per mille (The Hidden Pluralism), in P. Naso and B. Salvarani (eds.), “Il muro di vetro. L’Italia delle religioni. Primo rapporto 2009”, Bologna, Emi, pp. 97-107

Cosa sarà l’islam europeo (What European Islam will become). In: “Osservatorio Scenari Strategici e di Sicurezza. Nomos & Khaos. Rapporto Nomisma 2007 sulle prospettive economico-strategiche”, 2008, pp. 127-147, Roma: Agra. (with E. Gnudi)
Nuove forme dell’islam nel mercato globale (New Forms of Islam in the Global Market) (introduction to), P. Haenni. “L’islam di mercato. L’altra rivoluzione conservatrice” (original title: “L’islam de marché”). (pp. 7-12), 2008, Troina (EN): Città Aperta
Islam italiano e società nazionale (Italian Islam and National Society). In: Ferrari A. (ed.). “Islam in Europa / Islam in Italia. Tra diritto e società”. (pp. 43-75), 2008, Bologna: Il Mulino

The Shifting Significance of the Halal/Haram Frontier: Narratives on the Hijab and Other Issues, in K. van Nieuwkerk (ed.), “Women Embracing Islam. Gender and Conversion in the West”, Austin, University of Texas Press, 2006, pp. 120-149
Cosa vuol dire ‘coppie miste’? Il vissuto e le interpretazioni (What does it mean “mixed couples”? Reality and Interpretations), in I. Zilio-Grandi (ed.), “Sposare l’altro. Matrimoni e matrimoni misti nell’ordinamento italiano e nel diritto islamico”, Venezia, Marsilio, 2006, pp. 11-41

Introduzione, in D. Sourdel and J. Sourdel-Thomine, “Vocabolario dell’islam”, Troina (EN), Città Aperta, 2005, pp. 9-12;
Sociology of a Newcomer: Muslim Migration to Italy – Religious visibility, Cultural and Political Reactions, in A. al-Shahi and R. Lawless (eds.), “Middle East and North African Immigrants in Europe”, London, Routledge, 2005, pp. 43-56
Dialogo e intercultura (Dialogue and Interculture), in S. Mantovani and B. Salvarani (eds.), “Io ti vedo, tu mi guardi. L’intercultura oggi in Italia, panorama e prospettive” (“I see you, you watch me. Interculture today in Italy, Panorama and Perspectives”), Torino, Edizioni Gruppo Abele, 2005, pp. 11-28

Communication and Communities: Public Space, Global Media and Local Umma, in J. Malik (ed.), “Muslims in Europe. From the Margin to the Centre”, Munster, LIT Verlag, 2004, pp. 185-203
Corpi migranti. Culture, religioni, salute e malattie in una società plurale (Migrant Bodies. Cultures, Religions, Health and Illness in a Plural Society), in G. Guizzardi (ed.), “Star bene. Benessere, salute, salvezza tra scienza, esperienza e rappresentazioni pubbliche”, Bologna, Il Mulino, 2004, pp. 285-342
Inmigraciones y religiones en Europa. Identitades individuales y colectivas en trasformación, in G. Aubarell and R. Zapata (eds.), “Inmigración y procesos de cambio. Europa y el Mediterráneo en el contexto global”, Barcelona, Icaria-IEMed, 2004, pp. 319-350
Le religioni degli italiani. Da un monopolio (più che altro) cattolico ad una pluralità religiosa (maggiore di quella visibile) (The Religions of Italians. From Catholic Monopoly to Religious Plurality), in G. Amendola (ed.), “Anni in Salita. Speranze e paure degli italiani” (“Difficult years. Hopes and Fears of Italians”), Milano, Franco Angeli, 2004, pp. 202-226 (with L. Diotallevi)
Il fattore “C”. Dinamiche (inter-)culturali e logiche istituzionali: osservazioni a partire dal caso dell’I.P.M ‘Cesare Beccaria’ (The “C” Factor. (Inter-)Cultural Dynamics and Institutional Logics: Observations from the case of the Institute of Juvenile Prevention ‘Cesare Beccaria’), in A. Campus (ed.), “Minori stranieri soli. Tra politiche di accoglienza e politiche di controllo”, Roma, Officina Edizioni, 2004, pp. 221-256

Le rôle des réseaux médiatiques dans la construction des communautés islamiques européennes, in R.Leveau, C.Wihtol de Wenden, K.Mohsen-Finan (eds.), “De la citoyenneté locale”, Paris, Institut Français des Relations Internationales, 2003, pp. 127-140
Islam in the public space: social networks, media and neo-communities, in S.Allievi and J.S.Nielsen (eds.), “Muslim Networks and Transnational Communities in and across Europe”, Leiden-Boston, Brill, 2003, pp. 1-27
Islam in Italy, in S.T.Hunter (ed.), “Islam, Europe’s Second Religion”, Westport (CT)-London, Praeger-Center for Strategic and International Studies, 2003, pp. 77-95
Muslims and Politics, in B.Maréchal, S.Allievi, F.Dassetto e J.S.Nielsen (eds.), “Muslims in the Enlarged Europe. Religion and Society”, Leiden-Boston, Brill, 2003, pp. 183-213
The Media, in B.Maréchal, S.Allievi, F.Dassetto e J.S.Nielsen (eds.), “Muslims in the Enlarged Europe. Religion and Society”, Leiden-Boston, Brill, 2003, pp. 289-330
Relations and Negotiations: Issues and Debates on Islam, in B.Maréchal, S.Allievi, F.Dassetto e J.S.Nielsen (eds.), “Muslims in the Enlarged Europe. Religion and Society”, Leiden-Boston, Brill, 2003, pp. 331-368
Relations between Religions, in B.Maréchal, S.Allievi, F.Dassetto e J.S.Nielsen (eds.), “Muslims in the Enlarged Europe. Religion and Society, Leiden-Boston, Brill, 2003, pp. 369-414
The International Dimension, in B.Maréchal, S.Allievi, F.Dassetto e J.S.Nielsen (eds.), Muslims in the Enlarged Europe. Religion and Society”, Leiden-Boston, Brill, 2003, pp. 449-488
Il pluralismo introvabile: i problemi della ricerca comparativa (Lost Pluralism: The Problems of Comparative Research), in F.Garelli, G.Guizzardi e E.Pace (eds.), “Un singolare pluralismo. Indagine sul pluralismo morale e religioso degli italiani”, Bologna, Il Mulino, 2003, pp. 249-295

Sciiti d’Europa. Una minoranza senza visibilità (Shiites of Europe. A Minority without Visibility), in A.Nesti (ed.), “Laboratorio Iran. Cultura, religione, modernità in Iran”, Milano, Franco Angeli, 2003, pp.113-126
Tendenze dell’islam europeo (Tendencies of European Islam), in D.Melfa (ed.), “Islam. Frammenti di complessità”, Catania, Bonanno Editore-Università di Catania, 2002, pp. 103-120
L’Europa è dar al-islam? Trasformazioni del paesaggio religioso d’occidente (Is Europe dar al-Islam? Transformations of the Religious Landscape in the West), in G.Restifo (ed.), “Eredità del XX secolo in Medio Oriente”, Milano, Selene, 2002, pp. 363-384
Muslims in Italy, in R.Leveau, K.Mohsen-Finan e C.Wihtol de Wenden (eds.), “New European Identity and Citizenship”, London-Paris, Ashgate-Institut Français des Relations Internationales, 2002, pp. 37-47
Una nuova religione europea? L’islam alla prova dell’Occidente (A New European Religion? Islam at the West Test), introduction to T.Ramadan, “Essere musulmano europeo” (original title: “To be a European Muslim”), Troina (En), Città Aperta, 2002, pp. 13-39
Italie, in B.Maréchal (ed.), “L’Islam et les musulmans dans l’Europe élargie: radioscopie/A guidebook on Islam and Muslims in the wide contemporary Europe”, Louvain-la-Neuve, Academia-Bruylant, 2002, pp. 101-106

L’ultimo tabù: individuo e società di fronte alla morte (The Last Taboo: Individuals and Society facing Death), in M. Bucchi and F. Neresini (eds.), “Manuale di sociologia della salute” (“Handbook on Sociology of Health”), Roma, Carocci, 2001
Les musulmans et la politique, in F.Dassetto, B.Maréchal and J.Nielsen (eds.), “Convergences musulmanes. Aspects contemporains de l’islam dans l’Europe élargie”, Louvain-la-Neuve, Bruylant-Academia e L’Harmattan, 2001, pp.109-122
Les médias, in F.Dassetto, B.Maréchal and J.Nielsen (eds.), “Convergences musulmanes. Aspects contemporains de l’islam dans l’Europe élargie”, Louvain-la-Neuve, Bruylant-Academia e L’Harmattan, 2001, pp.133-146
Parole dell’islam, parole sull’islam. Formazione culturale, comunicazione e ruolo dei mass media (Words on Islam, Words of Islam. Cultural Development, Communication and the Role of Mass Media), in I.Siggillino (ed.), “I media e l’islam. L’informazione e la sfida del pluralismo religioso”, Bologna, EMI, 2001, pp.31-78
Morale, valori e pluralismo religioso. Analisi di alcune ricerche comparative (Morality, Values and Religious Pluralism. Analysis of some Comparative Researches), in S. Allievi et alii, “Religious and Moral Pluralism in Italy”, Padova, Cleup-Dipartimento di Sociologia, 2001, pp. 75-86
Islam e violenza (Islam and Violence), in “Annuario della pace 2000-2001”, Trieste, Asterios, 2001, pp.195-208
Il ruolo della religione nelle famiglie miste (The role of religion in mixed families), in M. Tognetti Bordogna (ed.) “Legami familiari e immigrazione: i matrimoni misti”, Torino, L’Harmattan Italia, 2001, pp. 97-126
Migrazioni, globalizzazione e pluralità religiosa. Cambiamenti in atto nel paesaggio e nelle dinamiche religiose in Europa (Migrations, Globalization and Religious Pluralism), G.Scidà (ed.), “I sociologi italiani e le dinamiche dei processi migratori” (“Italian Sociologists and the Dynamics of Migration Processes”), Milano, Franco Angeli Ismu, 2000, pp. 13-24
Les conversions à l’islam. Rédefinition des frontières identitaires, entre individu et communauté, in F.Dassetto (ed.), “Paroles d’islam / Islamic Words. Individuals, Societies and Discourses in Contemporary European Islam” (bilingual), Paris, Maisonneuve & Larose, 2000, pp.157-182
Complessità e dinamiche dell’islam in Italia, in M. El Ayoubi (ed.), “Islam plurale”, Roma, Com-Nuovi Tempi, 2000, pp.91-115
The Islamic Presence in Italy: Social Rootedness and Legal Questions, in S. Ferrari e A. Bradney (eds.), “Islam and European Legal Systems”, Aldershot, Ashgate, 2000, pp. 155-180 (with F.Castro)
Le medine invisibili. Metamorfosi della tradizione nell’islam europeo (Invisible Medinas. Metamorphosis of Tradition in the European Islam), in B.M. Pirani (ed.), “L’abbaglio d’occidente. Per il diritto alla differenza culturale”, Roma, Bulzoni, 2000
La città plurale. Nuove presenze culturali e mutamento urbano (The Plural City. New cultural Presences and Urban Change), in I.Siggillino (ed.), “L’islam nelle città. Dalle identità separate alla comunità plurale” (“Islam in the cities. From separate identities to plural communities”, Milano, Franco Angeli, 2000, pp.13-50
Immigrazioni e religioni in Europa. Identità in trasformazione (Immigrations and Religions in Europe. Identities in Transformation), in G.Procacci and N.Salamone (eds.), “Mutamento sociale e identità” (“Social Change and Identities”), Milano, Guerini Studio, 2000, pp.83-101
Sociologia e immigrazione araba in Italia: tra integrazione e identità (Sociology and Arab Immigration in Italy: Between Integration and Identity), in I.Camera d’Afflitto (ed.), “La presenza araba-islamica nell’editoria italiana”, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, “Quaderni di Libri e Riviste d’Italia”, n.44, 2000, pp.55-59 e 253-257 (anche ediz. araba)
Ritualizzazione del quotidiano. L’esperienza della preghiera nell’islam (Ritualization of Daily Life. The Experience of Prayer in Islam), in AA.VV., “Come incontrare Dio”, Parma, Benedettina Editrice, 1999, pp. 49-80
Lo sguardo occidentale sull’islam trapiantato (The Wester View on Transplanted Islam), in M.Delle Donne (ed.), “Relazioni etniche, stereotipi e pregiudizi”, Roma, EdUP, 1998, pp. 205-212
Muslim Minorities in Italy and their Image in Italian Media, in S.Vertovec e C.Peach (eds.), “Islam in Europe. The Politics of Religion and Community”, London, Macmillan, 1997, pp. 211-223

Immigrazione e pluralità religiosa, in M.Ambrosini e M.Salati (eds.), “Il valore della differenza. Tendenze, problemi, interventi sull’immigrazione straniera”, Milano, Paoline, 1997, pp.105-120

Muslim Organizations and Islam-State Relations: The Italian Case, in W.A.R. Shadid e P.S. van Koningsveld (eds.), “Muslims in the Margin. Political Responses to the Presence of Islam in Western Europe”, Kok Pharos, Kampen, 1996, pp.182-201
Il ruolo della religione nelle famiglie miste (The role of religion in mixed families), in M. Tognetti Bordogna (ed.), “Legami familiari e immigrazione: i matrimoni misti”, L’Harmattan Italia, Torino, 1996, pp.97-126
Quando l’Altro è l’Islam. Esercizi di comprensione del ruolo delle comunità musulmane in Europa (When the Other is Islam. Exercises in understanding the role of Muslim Communities in Europe), in F.Pizzini (ed.), “L’Altro: immagine e realtà. Incontro con la sociologia dei paesi arabi” (“The Other: Images and Reality. Encounters with the sociology of Arab countries”), Milano, Franco Angeli, 1996, pp. 207-228
The Muslim Community in Italy, in G.Nonneman, T.Niblock e B.Szajkowski (ed.), “Muslim Communities in the New Europe”, Reading, Ithaca Press, 1996, pp. 315-327
Les conversions à l’islam, in F.Dassetto (ed.), “Facettes de l’islam belge”, Louvain-la-Neuve, Academia-Bruylant, 1996, pp.97-102

Italie, in F.Dassetto e Y.Conrad (ed.), “Muslims in Europe / Musulmans en Europe Occidentale. Bibliographie commentée”, Paris, L’Harmattan, 1996, pp.109-124
L’Islam in Italia: profili storici e sociologici (Islam in Italy. Historical and sociological sketches), in S. Ferrari (ed.), “L’Islam in Europa. Lo statuto giuridico delle comunità musulmane”, Bologna, Il Mulino, 1996, pp.241-268
Données sociales et contexte culturel de l’implantation musulmane, in R.Bistolfi, F.Zabbal (ed.), “Islams d’Europe. Intégration ou insertion communautaire?”, Editions de l’Aube, 1995, pp.316-319
Organizzazione e potere nel mondo musulmano: il caso della comunità di Milano (Organization and Power in the Muslim milieu: The case of the community of Milan), in AA.VV., “I musulmani nella società europea”, Edizioni della Fondazione Agnelli, Torino, 1994, pp. 155-176
Il lavoro extracomunitario in Italia (Foreign labour in Italy), in “Rapporto Cesos, Le relazioni sindacali in Italia, 1992-93” (“Cesos Report. Labour Relations in Italy, 1992-93”), Edizioni Lavoro, Roma, 1994, pp. 191-218

I giovani musulmani in Europa: tra identità tradizionale e mutamento culturale (Young Muslims in Europe: Between Traditional Identities and Cultural Change), in L. Tomasi (ed.), “I giovani e le religioni in Europa”, Reverdito, Trento, 1993, pp.81-93
L’islam en Italie: histoire et présence, in J. Waardenburg (ed.) “L’islam en Europe: aspects religieux”, Université de Lausanne, Département d’histoire et de sciences des religions, Lausanne, 1993, pp. 87-93
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Other essays (selection):


Cultural and Religious Pluralism in Europe: Challenges and Perspectives, in Etudes Interculturelles, Chaire Unesco -Lyon, n. 11, 2017, pp. 67-78
La morte declinata al plurale. Tra rimozione ed emozione: smascherare i tabù per ritrovare un senso, in Studia Patavina, anno LXI, n. 2, 2014, pp. 293-313
The War over Mosques, in Seminar, n. 621, maggio 2011, http://www.india-seminar.com/semsearch.htm
Life with citizen Islam, in The Financial World, 2011, http://www.tehelka.com/story_main50.asp?filename=Ws200611Islam.asp

L’islam en Europe devient-il européen?, in Afkar/Idées, n. 25, printemps 2010, pp.16-18
Immigration and Cultural Pluralism in Italy: Multiculturalism as a Missing Model, in Italian Culture, vol. XXVIII, n. 2, September 2010, pp. 85-103
Globalizzazione e culture della salute. Corpi migranti e società plurale (Globalization and Cultures of Health. Migrant Bodies and Plural Societies), in Africa e Mediterraneo. vol. 2 (64), 2008, pp. 8-13
Vittime collaterali. Intervista a Zygmunt Bauman (Collateral Victims. Interview with Zygmunt Bauman), in Aut Aut, n.333, gennaio-marzo 2007, pp.108-128
Western Europe and its Islam, in International Sociology, n.22, 2007, pp.197-200

La morte oggi (Death Today), in Servitium, III, n.171, maggio-giugno 2007, pp.33-44
I sociologi italiani e l’affaire Ramadan (Italian Sociologists and the ‘Ramadan affaire’), in Religioni e Società, XXI, n.56, settembre-dicembre 2006, pp.107-115
Conflicts, Cultures and Religions: Islam in Europe as a Sign and Symbol of Change in European Societies, in Yearbook on Sociology of Islam, n.3, 2006, pp.18-27
How and Why “Immigrants” became “Muslims“, in ISIM Review, n.18, autumn 2006, pp.37
Is Islam in Europe becoming European? An Open Question, in Africa e Mediterraneo, XIV, n.54, marzo 2006, pp.11-16

How the Immigrant has become Muslim. Public Debates on Islam in Europe, in Revue Européenne des Migrations Internationales, vol. 21, n. 2, 2005, pp.135-161
Seconda generazione, il nuovo volto dell’islam (Second generation, the new face of Islam), in Vita e Pensiero, n.3, LXXXVIII, giugno 2005, pp. 108-114

Musulmans d’Occident: les convertis, nouveaux protagonists de l’islam européen, in Cités, Hors Série (L’Islam en France), 2004, pp. 633-640
I musulmani in Italia: chi sono e come ci vedono (Muslims in Italy: Who are they and how they see us), in Limes, n. 3, 2004, pp. 97-107
La laicità imposta per legge (Secular thought enforced by law), in Vita e pensiero, VXXXVII, n. 2, marzo-aprile 2004, pp. 75-78
Religioni d’Italia. Fedi e forme di spiritualità in un’epoca di pluralismo (Italy’s Religions. Faiths and Forms of Spirituality in the Age of Pluralism), in Religioni e Società, n.47, 2003, pp.7-8 (con F. Garelli)
Konflikte um islamiche Symbole in Europa, in Journal für Konflikt und Gewaltforschung, n. 2 (vol. 5), 2003, pp. 6-31
Sociology of a Newcomer: Muslim Migration to Italy Religious Visibility, Cultural and Political Reactions, in Immigrants & Minorities, 22, n.2/3, 2003, pp. 141-154

Oublier Fallaci, renvoyer Sartori, in La Libre Belgique, 10 agosto 2002, p. 31 (with F. Dassetto)
Islam in Europa, Islam d’Europa, in Studi Emigrazione/Migration Studies, n.147, 2002, pp. 549-558
Islam and other Religions. Which Dialogue in Europe?, in Studi Emigrazione/Migration Studies, n.147, 2002, pp. 627-644
Converts and the Making of European Islam, in ISIM Newsletter, n. 11, 2002, pp.1 e 26
Islamofobia? Nuove forme di definizione e stigmatizzazione dell’alterità (Islamophobia? New forms of definition and stigmatization of diversity), in Razzismo & Modernità, n.2, 2002, pp. 3-30

La sociologia di fronte all’islam. Introduzione non bibliografica (Sociology facing Islam. A non-bibliographical Introduction), in Quaderni Asiatici, n. 58-59, luglio-dicembre 2001, pp. 33-69
L’anomalie italienne: trois droites et aucune gauche, in La Revue Nouvelle, n.6, 2001, pp. 18-31

Immigrazione islamica e conversioni all’islam. Una nuova dimensione dell’Europa delle religioni (Islamic Immigration and Conversions to Islam. A New Dimension of European Religions) , in Studi Emigrazione, n. 137, 2000, pp. 21-40
Immagini di un islam plurale. Dinamiche sociali e processi di istituzionalizzazione tra i musulmani italiani (Images of a Plural Islam. Social Dynamics and Processes of Institutionalization among Italian Muslims), in Humanitas, n.6, 2000, pp.858-873
Il multiculturalismo alla prova. L’islam come attore sociale interno (Multiculturalism under Trial. Islam as an Internal Social Actor), in Sociologia e politiche sociali (numero monografico Multiculturalismo e politiche migratorie), n.3, 2000, pp.45-81

Dall’Islam ai musulmani. Fare ricerca su una religione ‘immigrata’ (From Islam to Muslims. Making Research on a ‘immigrant’ religion), in Sociologia Urbana e Rurale, n.58, 1999
L’islam d’Oriente (Oriental Islam), in Testimonianze, n.406, 1999, pp.54-63
Pluralismo religioso e società multietniche (Religious Pluralism and Multiethnic Societies), in Filosofia e Teologia, n.3, 1999, pp.433-455
Medine d’Europa. L’islam nelle città (Medinas of Europe. Islam in the cities), in Religioni e Società, n.35, 1999, pp.114-131
Pluralismo e dialogo interreligioso. Sfide e interrogativi dell’alterità (Pluralism and Interreligious Dialogue. Challenges and questions on Otherness), in Orientamenti, n.1-2, 1998
Immigrazioni e fondamentalismi (Immigrations and Fundamentalisms), in Servitium, n.117, 1998

In search of a lost enemy. Fear of Islam in the West, in Rive, n.5, 1997 (ed. ingl.)
I matrimoni misti in Italia (Mixed marriages in Italy), in Famiglia Oggi, n.3, 1997
L’evidenza negata. Individuo e società di fronte alla morte (Denied Evidence. Individual and Society Facing Death), in Orientamenti, n.5-6, 1997
Doppio misto. Le coppie interetniche in Italia (Mixed Doubles. Interethnic couples in Italy), in Il Mulino, n.5, 1997
Immigrazione e sindacato: un rapporto incompiuto (Immigration and Trade Unions: An Unfinished Relation), in Sociologia del Lavoro, n.64, 1996
Islam, occidente, problemi dell’immigrazione (Islam, the West and Immigration Problems), in Testimonianze, n.3 (383), 1996
L’islam in Europa. Una svolta storica (Islam in Europe. An Historical Turn), in Il Mulino, n.2, 1996
L’Islam in Italia: profili storici e sociologici (Islam in Italy: Historical and Sociological Profiles), in Quaderni di diritto e politica ecclesiastica, n.1, 1996
Un’intesa per l’islam italiano? (An Agreement for Italian Islam?), in Il Mulino, n.5, 1996, pp.985-998
La città plurale. Etnie e mutamento urbano (The Plural City. Ethnies and Urban Change), in Orientamenti, n.3-4, 1995
L’islam e i matrimoni interreligiosi. Implicazioni giuridiche e sociali dei matrimoni misti nella comunità musulmana (Islam and interreligious marriages: Juridical and social implications of mixed marriages in the Muslim community), in Orientamenti, n. 5-6, 1994
Italie: le retour de l’Islam. La présence musulmane entre histoire et actualité, in Correspondances, n.22-23, 1994
Seconda religione, l’islam (Second Religion: Islam), in Il Mulino, n.5, 1994
Musulmani d’Italia. Un nuovo protagonista religioso, in Religione & Scuola, n.2, 1993
Mass media, immigrazione araba e guerra del Golfo. Il caso italiano (Mass Media, Arab Immigration and the Gulf War), in Dimensioni dello sviluppo, n.1, 1992
Le migrazioni nel Mediterraneo, in Africa e Mediterraneo, n. 1, 1992
Immigrazione e razzismo: considerazioni sulla situazione italiana (Imigration and Racism: Reflections on the Italian situation), in Orientamenti, n. 2/3, 1991
L’immigrazione in Italia e il contesto internazionale (Immigration in Italy and the International Context), in Prospettiva Sindacale, n. 79/80, 1991
Immigrazione, mondo del lavoro, sindacato – Quando la storia si ripete (Immigration, labour force, trade unions: When history repeats), in Prospettiva Sindacale, ibidem
La nuova normativa sugli immigrati extracomunitari (The new Norms on extra-Europeans immigrants), in Aggiornamenti Sociali, n. 4, 1990 (with D. Bonini)
La legge sui lavoratori stranieri immigrati in Italia (The Law on Foreign Workers Immigrated in Italy), in Aggiornamenti Sociali, n.7/8, 1987

CURRICULUM VITAE

(discursive)

I am currently Professor (Professore di seconda fascia) at the University of Padua. I have recently been qualified as full professor in the national concourse, in “General Sociology”, December 2013, and in “Sociology of cultural and communicative processes”, February 2014. Since October 1st 2013 I have been elected as President of the master’s degree course (Corso di laurea magistrale) in “Sociology” at the University of Padua, with the mission to create a new and innovative teaching course: a task fulfilled with the creation of the master’s degree course in “Cultures, Education and Global Society”, that has started in the academic year 2014-15, in collaboration with the former Faculty of Education.
I graduated at the University of Milan, Faculty of Political Sciences, in 1992, and I got a Ph.D. in Sociology and Social Research, at the University of Trento in 1997, with a dissertation on “Conversions to Islam”, based on a three years qualitative research, at the European level. The dissertation has become a book, published in French in 1998 and in Italian in 1999, for which I won two award prizes in 2000: the special prize of the prestigious “Premio Pozzale Luigi Russo” (won by important Italian intellectuals, such as Norberto Bobbio, Carlo Ginzburg, Remo Bodei, Franco Fortini, Roberto Saviano) and the “Premio Feudo di Maida” (in the same year, the winner of another section of the prize has been Ryszard Kapuściński).
Since 2001 I am researcher and since 2004 I am Professor (Professore di seconda fascia) of Sociology at the University of Padua, where I teach “Sociology” and “Globalization and cultural pluralism” (and previously “Communication and interculturality”). I also teach in several postgraduate courses, such as masters and Ph.D. courses. The evaluations of my courses made by the students are at the level “High”.
I am also in the board of the Doctorate School in “Social Sciences: interactions, communications and cultural constructions” at the University of Padua, and I have guided B.A., M.A, Ph.D. and foreign student’s thesis.
My main research interests, during the last 20 years, have been Islam in the West, religious pluralism, immigration, multiculturalism and related issues: Muslims in Europe, the role of media and communication, the political use of Islam and Islamophobia, the construction of reciprocal images and imaginaries, religious conversions, the establishing of religious-based networks, the production and dissemination of Islamic knowledge, mixed couples, family ties, interreligious and social dialogue, conflicts about mosques, identity formation, political and cultural pluralism, body and health representations, and many others.

I have published extensively in different languages (mainly in English and Italian, but also French and other languages, and two of my books have been translated respectively in Arabic, Al-Islâm al-Itâlî. Rihla(t) fî waqâ’i’ al-diyâna al-thâniya, and Turkish, Avrupa’da Müslüman Öznenin Üretimi: Fikirler, Bilinçler, Örnekler).

I have written consistently also on migration issues, political parties and movements (I published a book on the Lega Nord party in its early history and at the beginning of my academic career: Le parole della Lega, Milano, Garzanti, 1992. A book on the Democratic Party has been published in October 2013: Chi ha ucciso il PD, Milano, Mimesis), cultural pluralism, sociology of culture, communication issues, sociology of health and death, contributions to the diffusion of sociological thought (my interview to Zygmunt Bauman has been published in the philosophical review Aut-Aut; I have re-interviewed Bauman publicly at the House of Parliament in rome, October 22nd 2013: the new interview will be published soon), and other topics.
I have strong research network and ties with scholars of various countries.
I am among the founders and organizers, at the University of Padua, of the Master on “Studies on Islam of Europe”, and I am in the scientific committee and among the organizers of a training course project for imams and Muslim activists, organized since 2010 by the FIDR, an Italian interuniversity centre on democracy and religion, with the patronage of the Ministry of Interiors of the Italian Government. I am also member of the Scientific Advisory Board of the “Yearbook on the Sociology of Islam”, of the review “Religioni e Società”, of the scientific committee of the review “Africa e Mediterraneo”, and of the Academic Advisory Board of the “European Journal of Muslim Perspectives” (EJMP), a new journal whose first issue will be released in 2014. I am also associated member of the CISMOC/CISCOW (Centre pour l’étude de l’islam dans le monde contemporain/Centre for Interdisciplinary Research on Islam in the Contemporary World) of the Université Catholique de Louvain-la-Neuve, of the research group on Islam and modernity (GRIM) at the University of Padua, and among the members of Eurislam. I directed the collection “Orienti” for the publisher “Città Aperta”, and I am member of the scientific committee of the cultural Festival “Vicino/Lontano” (“Close/Far”) in Udine.
Between 2001 and 2007 I have been the secretary of the Italian Association of Sociologists of Religion.
I have been member of the International Association of Sociologists of Religion, and I am member of the Sociology of Islam network.
Before entering the academia, I have been a professional journalist. Subsequently I have worked for closely a decade, between 1982 and 1991, for the CISL trade union, in Milan, as the person in charge of the first migrant’s bureau, and then, since 1984, of the international bureau. I have also been coordinator, in that period, of a newly created Observatory on military industry (to study ways of reconversion of this industry). In the meantime I was editor in chief of the theoretical review Prospettiva sindacale (Trade Union Perspectives). I have also co-directed, in the following years, the review Orientamenti. Before this experience, in 1982-1983, I have been working for a NGO called Acra, devoted to rural development in Africa.
I have always in mind the broader frame of public policies of which the academic and research activity is part of. For this reason I devoted several studies to political sociology and I am asked to intervene in public debates, through editorials in newspapers (I wrote comments for several local and regional newspapers of the national group Repubblica-L’Espresso), and through social networks.
I have participated in many international research projects, some of which I have directed.
I have strong research networks and ties with scholars of various countries. They find their origin in the fact that, together with many colleagues, we have been among the first experts in the field of the presence of Islam in our respective countries. This has been a great opportunity to meet often, to publish collective books together (comparing different national cases), to create occasions of collective research, to invite and being invited to conferences and workshops, or to give lectures and lessons. This has engendered the possibility of collaborating with all the main research institutes in the field: from academic institutions such as the ISIM in Leiden to religious ones like the Islamic Foundation, and to various institutions from Berlin to Barcelona, from London to Paris, from Amsterdam to Louvain, from Oxford to Rome. We have also had the occasion to establish structures of researchers of the same field. The first one, of which I have been a co-founder, has been the FRIE (Forum for Researchers on Islam in Europe), founded in 1992 in Louvain-la-Neuve. From then on we have been able to maintain our networks, to involve younger researchers, to build up new occasions of collaboration.
The workshops organised in the frame of the Mediterranean Meetings of the European University Institute in Florence have also been useful to involve young researcher in new directions of research: I have co-convened two workshops (and participated to others) in different years, the results of which have been the books Muslim networks and transnational communities in and across Europe, published by Brill, and Producing Islamic knowledge. Transmission and dissemination in Western Europe, published by Routledge, which I co-edited (the frequent co-editions with colleagues of different countries are themselves a sign of solid transnational collaboration).
I have also participated to different workshops on the future of research on Islam in Europe (in Amsterdam 2009, Leiden 2011 and Elsinore 2013), together with some of the leading experts in the field, which have been the occasion to meet and debate the evolutions of our research field, and to promote new explorative research lines. As an output of the last two meetings I have proposed (in Leiden) and motivated with my opening speech (in Elsinore) to start a research project on Branding Islam, that will result in a call for paper and a monographic issue of the Journal of Muslims in Europe.
The system of public financial support for academic researches in Italy, particularly on social and cultural issues, is very limited. So, I have acquired significant skills in writing research projects and finding financial support for them, outside the traditional public system. My first research on Islam in Italy, Il ritorno dell’islam, then a successful book (a long travelling investigation through Italy that lasted two years and implied 40.000 km of travelling with various means) has been financed by Iscos, an Italian NGO. My other researches has been founded, since the beginning (even before I entered the University: my first researches date at the end of the Eighties), by Italian public institutions such as Irer (Regional Institute of Research, in Lombardy), Censis (the national official census and research institute), the Municipality of Milan, the Ministry of Interiors, the Ministry of Culture, and private organizations such as Centro Sociale Ambrosiano, Iref, Agnelli Foundation, and NGO’s like Cesvi. For what concerns transnational research groups, I was part of the group financed by the European Science Foundation (Individual and society in the Mediterranean Muslim World, for which I organised a transnational workshop and a publication). A research group I was part of has won research financing by the European Commission (Forward Studies Unit, which supported the research that leaded to the book Muslims in the enlarged Europe – Outstanding Academic Title in 2004 for the American Library Association). Apart several small grants for researches on different aspects of Islam in Italy, financed by the Ministry of University and Scientific Research, I have written with Ethnobarometer the research proposal, then financed by several European Foundations, on Europe’s Muslim Communities: Security and Integration post September 11 (that leaded among other outputs to the publication of European Multiculturalism Revisited, in which I published an essay, and I musulmani e la società italiana, which I edited). The last project I wrote and successfully found financial support for has been a large comparative research on conflicts over mosques in Europe, financed by the Network of European Foundations, the most important umbrella organization of foundations in Europe, that led, among other results (included many high level European meetings to disseminate its results) to the publication of the books Conflicts over mosques in Europe and Mosques of Europe. Why a solution has become a problem, which I respectively wrote and edited, and, in Italian, of La guerra delle moschee, which I wrote, and the regional research Ma la moschea no, which I edited.
I have had a significant experience in collective work and leading groups. Apart and before academic engagements and jobs that go in the direction of managing staff and functions (among others, I have been elected by my colleagues of the University of Padua as the president of the master’s degree course in “Sociology”), I have worked in other milieu that imply organisational capabilities. I have worked for barely a decade, between 1982 and 1991, for the CISL trade union, in Milan, as the person in charge of the first migrant’s bureau, and then, since 1984, of the International bureau. In that period I also coordinated the activities of the Observatory on military industry.
I have always in mind the broader frame of public policies of which the academic and research activity is part of. For this reason I have frequently been asked to intervene in public debates on sensitive issues. For the same reasons I have acted as a consultant in conflicts and negotiations on cultural issues, notably on mosque conflicts. In my academic activity, studying highly sensitive subjects, and being confronted with hot debated issues and delicate and sometimes confidential topics, I have had the occasion to work with municipalities, churches school institutions, police forces and security agencies, political parties, trade unions, NGOs and other organizations and movements.
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Processo breve e i barbari di casa nostra

Processo breve e i barbari di casa nostra

Perché l’immigrazione clandestina (reato minore, punito con un’ammenda) non è stata inserita nella legge sulla ‘prescrizione breve’, insieme ad altri reati gravissimi legati alla mafia e al terrorismo, mentre sono inclusi i reati dei colletti bianchi – o, detto in altro modo, delle classi dirigenti?

Già oggi abbiamo una giustizia a due velocità: processi per direttissima per gli immigrati e i tossicodipendenti, e processi infiniti (e quindi passibili di prescrizione, o futuri beneficiari del processo breve) per tutti gli altri. Basta guardare i dati sulle presenze nelle carceri.

Questo nuovo capitolo della lotta anti-immigrati non è figlio di un’esigenza pratica, ma di un’ossessione ideologica e di una paranoia sociale. Figlie a loro volta di una sciagurata semina politica e anche intellettuale, che dalla Lega alla Fallaci, ma capace di contagiare anche altre forze politiche e mezzo mondo dell’informazione, ha fatto dell’immigrato un bersaglio in sé – non per quello che fa, ma per quello che è. Si colpisce una condizione, non un reato. Ormai, per ascoltare parole pacate sull’immigrazione bisogna rivolgersi a questori, prefetti e carabinieri: cioè ai professionisti incaricati di mantenere l’ordine sociale. Mentre il maccartismo etnico-razziale di chi agita il tema dell’ordine, anziché agire per portare un po’ d’ordine, è la precondizione di gravi disordini sociali futuri, oltre ad avere conseguenze devastanti sulla vita di decine di migliaia di persone – ciò che interessa poco, visto che non votano.

A livello locale questa campagna, che ha le sue punte in alcune realtà del Veneto e della Lombardia, è fatta di ordinanze comunali e delibere, che vanno dalla negazione dei diritti di libertà religiosa per alcuni – i musulmani, e solo loro – a un variegato assortimento di decisioni che prevedono una precedenza per i residenti da un certo numero di anni o l’esclusione dei non cittadini. Riguardano casa, scuola, asili, sostegno per portatori di handicap e non autosufficienti, bonus bebé; fino a provvedimenti volutamente vessatori che sono una brutta copia dei provvedimenti sulla mendicità medievali, arrivando a multare persino chi la carità la fa, oltre che chi la chiede per strada. E così, tra sindaci che subordinano l’apertura di una partita iva o la concessione della residenza all’attestazione di mezzi sufficienti e di una casa adeguata (che, se fosse applicata agli autoctoni, li costringerebbe ad espellere molti propri concittadini), ad assessori che vanno di persona a bussare alle porte degli appartamenti di immigrati, in casarecci safari contro i clandestini, la barbarie giuridica, e prima ancora umana, avanza e si fa strada, nelle convinzioni e nelle coscienze della gente. Senza capire che così si uccide quel principio universalistico che è la base stessa della civiltà giuridica occidentale.

Se l’occidente è giuridicamente superiore ad altre realtà, come dicono alcuni, è precisamente perché ha imparato che la legge è uguale per tutti, e non discrimina per etnia, colore della pelle e religione. È chi lavora per affossare questi principi che è contro l’occidente e suo nemico. E’ quindi ora di cominciare a combattere i barbari che abbiamo in casa, non solo quelli che vengono da fuori. Sono loro che stanno facendo di questo paese, culla della civiltà e patria del diritto romano, un’eccezione europea.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 25 novembre 2009, p. 1-13

Ossessioni ideologiche che negano il diritto

Ossessioni ideologiche che negano il diritto

La campagna anti-immigrati che in questo paese si va conducendo va esaminata ormai per quello che è, o che qualcuno l’ha fatta diventare: un’ossessione ideologica e una paranoia sociale. Che stanno facendo di questo paese, culla della civiltà e patria del diritto romano, un’eccezione europea.

Sono ben distinguibili due livelli, che vanno nella medesima direzione: uno legislativo a livello nazionale, e uno politico a livello locale.

L’ultimo clamoroso esempio, a livello nazionale, è l’inserimento degli immigrati nella lista dei reati esclusi dal decreto sul processo breve, insieme ad altri reati gravissimi, legati alla mafia e al terrorismo, e ad esclusione invece di quelli che beneficeranno della nuova normativa, in quanto reati dei colletti bianchi – o, detto in altro modo, delle classi dirigenti. Esclusione degli immigrati, non dell’immigrazione clandestina. Perché di fatto non sono dei reati (peraltro puniti con una contravvenzione, e quindi inspiegabilmente considerati gravi), ma un’intera categoria di persone, ad essere esclusi dai benefici di legge. Già oggi abbiamo una giustizia a due velocità: processi per direttissima soprattutto per gli immigrati e per i tossicodipendenti, e processi infiniti (e quindi passibili di prescrizione, o futuri beneficiari del processo breve) per tutti gli altri. Basterebbe guardare i dati sulle presenze nelle carceri per accorgersene; o entrarci almeno una volta nella vita, che non farebbe male, visto che quella di visitare i carcerati è la meno praticata delle opere di misericordia.

Il nuovo tassello è clamoroso. E non è figlio di un’esigenza pratica, ma di un’ossessione ideologica. Figlia a sua volta di una sciagurata semina politica e anche intellettuale, che dalla Lega alla Fallaci, ma capace di contagiare anche altre forze politiche e mezzo mondo dell’informazione, ha fatto dell’immigrato un bersaglio in sé – non per quello che fa, ma per quello che è. Ormai, per ascoltare parole pacate su questo tema, bisogna rivolgersi ai questori e ai prefetti, ai carabinieri e ai servizi di intelligence: cioè ai professionisti incaricati di mantenerlo sul serio, l’ordine sociale. Mentre il maccartismo etnico-razziale di chi agita il tema dell’ordine, anziché agire per portare un po’ d’ordine, è prodromo a gravi disordini sociali futuri, oltre ad avere conseguenze devastanti sulla vita individuale e familiare di decine di migliaia di persone – ciò che interessa assai poco, visto che non votano.

A livello locale questa campagna, che ha le sue punte nel Nord e in particolare in alcune realtà del Veneto e della Lombardia (non solo leghiste e non solo di centro-destra), è fatta di ordinanze comunali e delibere che vanno dalla negazione dei diritti di libertà religiosa per alcuni – i musulmani, e solo loro – a un variegato assortimento di decisioni che prevedono una precedenza per i residenti da un certo numero di anni o l’esclusione dei non cittadini, riguardo alla scuola, agli asili, al sostegno per portatori di handicap e non autosufficienti, ai bonus bebé; fino a provvedimenti volutamente vessatori che sono una brutta copia dei provvedimenti sulla mendicità medievali, arrivando a multare persino chi la carità la fa, oltre che chi la chiede per strada. E così, tra sindaci che subordinano l’apertura di una partita iva o la concessione della residenza all’attestazione di mezzi sufficienti e di una casa adeguata (che, se fosse praticata sugli autoctoni, li costringerebbe ad espellere molti propri concittadini), ad assessori che vanno di persona a bussare alle porte degli appartamenti di immigrati, in casarecci safari contro i clandestini, la barbarie giuridica, e prima ancora umana, avanza e si fa strada nelle convinzioni e nelle coscienze della gente. Senza capire che così si uccide quel principio universalistico che è la base stessa della civiltà giuridica occidentale: della sua superiorità, come molti dicono.

Bene. Se l’occidente è giuridicamente superiore è precisamente perché ha imparato che la legge è uguale per tutti, e non discrimina per etnia, colore della pelle e religione. È chi lavora per affossare questi principi che è quindi contro l’occidente e suo nemico.

Stefano Allievi

“Il Piccolo”, 14 novembre 2009, p. 1-5

anche

La paranoia nazionale, in “Messaggero Veneto”

L’errore dell’eurocrazia (Sul crocifisso)

L’errore dell’eurocrazia (Sul crocifisso)

La sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo che considera la presenza del crocifisso nelle scuole pubbliche una violazione della libertà religiosa, fa riflettere per più motivi.

Primo. A prescindere dal merito, in molti cominciano a pensare che l’eccesso di legislazione e di giurisprudenza prodotti a Bruxelles o a Strasburgo – sempre più invasive della libertà individuale e degli Stati – si risolvano in un boomerang contro le istituzioni europee e ciò che rappresentano. Di fatto, le minuziose e sempre più ossessive forme di regolamentazione eurocratica producono sì una progressiva omogeneizzazione delle normative, ma a prezzo della differenziazione interna che costituisce la ricchezza stessa dell’Europa. E ciò è vero tanto sul piano economico (si pensi alla progressiva distruzione dell’agricoltura tradizionale prodotta dall’interventismo europeo) quanto su quello culturale.

Secondo. Entrando nel merito, viene da chiedersi se sia davvero compito della Corte europea occuparsi di tali questioni, che sono più di modelli culturali che di violazione della libertà individuale vera e propria. Ogni paese su questo fa storia a sé, e la laicité francese, con le sue modalità specifiche, tra cui il divieto della presenza dei simboli religiosi a scuola, non si è imposta come tale in nessun altro Paese europeo, e non ha titolo culturale per fare da bussola (a titolo di curiosità, in molte scuole inglesi si fa ancora la preghiera…).

Terzo. Sarà utile riflettere sul fatto che la Corte è intervenuta su ricorso di una cittadina italiana di origini finlandesi, atea, sposata ad un italiano e residente ad Abano Terme. Il che forse consentirà a qualcuno di accorgersi che il nemico non è l’islam. Nell’analisi del vecchio Pietro Scoppola, la Chiesa italiana degli anni ’50 si era affannata a combattere il comunismo, senza accorgersi che il vero pericolo e il vero nemico era interno: la secolarizzazione, la società dei consumi, la televisione. Oggi il meccanismo si ripete: una politica e un mondo giornalistico ossessionati dall’islam (al punto che la ministra Carfagna tira nuovamente fuori la questione del burqa, che non c’entra nulla, e il ministro Calderoli i presepi, peraltro solitamente messi in questione da insegnanti italiani) non si accorgono che a voler colpire il crocifisso sono soprattutto nemici interni (la italo-finlandese Soile Lautsi o, in passato, il giudice Luigi Tosti, di origine ebraica, che si era rifiutato di tenere udienza nelle aule giudiziarie in cui era presente il crocifisso, oltre che il cittadino italiano di fede musulmana Adel Smith).

E qui veniamo al quarto punto. Il problema vero è la pluralità religiosa, il fatto che la società italiana è cambiata e assai più plurale culturalmente e religiosamente che in passato, anche a prescindere dalla presenza degli immigrati – ma non si vuole trarne alcuna conseguenza. E le minoranze oggi hanno maggior capacità di farsi sentire e di rivendicare i propri diritti. Parliamoci chiaro: certe rivendicazioni dell’identità italiana come esclusivamente cristiana suonano pelose e strumentali, soprattutto quando vengono da atei dichiarati e da neo-celti, cui interessa prevalentemente il ruolo elettorale della Chiesa (peraltro fortemente indebolito) e null’altro (vale per costoro il vecchio adagio: “Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io”). Così come è stupida la speculare opinione di certo mondo progressista, che si limita a godere del colpo inferto all’egemonia cattolica, senza alcuna riflessione sui fondamentali. Ma siamo onesti: nelle scuole pubbliche italiane, fino agli anni ’60, il crocifisso era presente nelle aule; nella maggior parte delle scuole costruite successivamente nessuno si è mai posto il problema di inserirvelo – e non per l’opposizione di anticlericali professionali o di corti laiciste, ma per disinteresse e per dimenticanza. Detto questo, un autentico rispetto delle tradizioni religiose e delle culture altrui si può costruire in molti modi: eventualmente per addizione (aggiungendo i simboli di altre religioni), probabilmente per elaborazione culturale su altri piani, ma certamente non per sottrazione (togliendo i simboli della religione maggioritaria). Vale una considerazione di buonsenso: togliete il crocifisso da un muro dove esso è presente da anni. Il segno che rimane sarà ancora più visibile e significativo, e la sua assenza farà più effetto della sua stessa presenza. Ma, per favore, che non lo si brandisca come un’arma contundente per le proprie battaglie pro o contro la Chiesa: per rispetto a ciò che significa, se non altro.

Stefano Allievi

“Il Piccolo”, 5 novembre 2009, p. 1-5

anche

“Messaggero Veneto”

anche come

Crocifisso, dove sta l’ipocrisia, in “Il Mattino”, 6 novembre 2009, p. 1-9 (e la nuova di venezia)

L’insegnamento delle religioni questione da Stato laico. Insegnare le religioni nella scuola pubblica

L’insegnamento delle religioni questione da Stato laico. Insegnare le religioni nella scuola pubblica

Il problema dell’insegnamento dell’islam a scuola è serio, e va discusso seriamente. Perché non riguarda solo l’islam. Il problema vero, e più ampio, è un altro: dobbiamo continuare ad avere, nella scuola pubblica, un insegnamento confessionale cattolico pagato dallo stato, con l’opzione per chi non lo vuole di evitarlo, e nient’altro? C’è un problema di rispetto delle minoranze e di parità di diritti? E, ancora più importante, c’è un problema di maggiore conoscenza del fatto religioso da parte di tutti? Le ricerche ci dicono di sì, e questo è un problema: non siamo in grado di capire quanto è contenuto nei nostri musei, o la simbologia di una cattedrale, e quindi la nostra stessa storia, se non conosciamo la cultura cristiana, e la Bibbia da cui deriva. Per cui un insegnamento religioso dovrebbe essere obbligatorio per tutti. Ma non siamo in grado di capire il mondo contemporaneo e il nostro paese, se non conosciamo nulla delle altre religioni: sia quelle che sono da tempo minoranze interne (una, l’ebraismo, è dopo tutto in Italia da prima ancora del cristianesimo), sia quelle arrivate con l’immigrazione, ma che rappresentano le grandi culture religiose dell’umanità: induismo, buddhismo, e ancora di più l’islam, che è diventato la seconda religione in tutti i paesi europei.

Il problema non è quindi islam sì o islam no. Ma tornare all’interrogativo di fondo, sull’insegnamento religioso nella scuola, e guardarsi un po’ intorno. Alcuni paesi europei finanziano l’insegnamento religioso confessionale: ma non solo della confessione maggioritaria – anche delle minoranze riconosciute, islam incluso. Altri ancora forniscono un insegnamento religioso statale, obbligatorio o opzionale: ma, come per le altre materie, si fanno carico di deciderne i contenuti e di selezionarne i docenti. Da noi invece lo stato ha deciso di assumersi l’onere di un insegnamento confessionale, che tuttavia è facoltativo (non potendosi obbligare i cittadini di altra o nessuna confessione religiosa a frequentarlo, anche se nei fatti non sono a disposizione opzioni alternative), lasciando il controllo sugli insegnanti a un ente esterno (la chiesa, che può nominarli e revocarli, anche per motivi che nulla hanno a che fare con il contenuto e le modalità dell’insegnamento, ad esempio per motivi morali), e compiendo una evidente discriminazione nei confronti dei suoi cittadini non cattolici.

Da tempo anche in Italia si va manifestando una corrente di opinione che, tenendo conto dei cambiamenti avvenuti nella società (una sempre minore percentuale di cattolici, un sempre maggiore pluralismo religioso, e una progressiva equiparazione dei diritti di tutti), propone non più l’ora di religione cattolica, ma l’ora delle religioni, con programmi costruiti anche in collaborazione con le confessioni religiose (a cominciare da quella cattolica), ma con curricula uguali per tutti, e la selezione degli insegnanti sulla base di concorsi attitudinali, come per qualsiasi altra materia. Questo consentirebbe di dare dignità vera a un insegnamento che ora è già nelle cose di serie B, favorendo una alfabetizzazione religiosa degli italiani ora a livelli drammaticamente bassi, e rispettando le convinzioni di tutti.

Oggi sempre più italiani si dichiarano di diversa confessione religiosa (almeno 1 milione e 300 mila) o di nessuna (i praticanti cattolici sono tra un quarto e un terzo della popolazione), e gli immigrati ci hanno portato nuove confessioni religiose (non meno di 3 milioni di stranieri non cattolici, che progressivamente diventeranno italiani o lo saranno i loro figli). Il che significa che anche l’Italia è diventata un paese religiosamente plurale. Su questo, che è un cambiamento epocale, la riflessione è in ritardo, anche perché polarizzata tra clericali e giacobini, e tra anti-islamici e no. Forse è il caso di ritornare ad essere, credenti o meno, semplicemente laici.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 28 ottobre 2009, p. 1-15