Musulmani d’Italia, da ospiti a coinquilini

Sono un milione e trecentomila, più o meno: il 33% dei quattro milioni di immigrati che vivono in Italia. Vengono, nell’ordine, dall’Albania (440.000), dal Marocco (403.000), dalla Tunisia (100.000), dall’Egitto (75.000), dal Senegal (67.000), dal Bangladesh (66.000), dal Pakistan, (55.000), e poi, via via, in ordine sparso, da Algeria, Bosnia Iran, Nigeria, Turchia, Somalia e… Italia, con un nucleo numericamente contenuto ma assai attivo di convertiti, che giocano un ruolo importante nell’islam organizzato. Una parte di loro appartiene alla seconda generazione, in qualche caso alla terza: espressione che non ha nessun senso, dato che quella che chiamiamo seconda generazione di immigrati è in realtà la prima di neo-residenti. Una parte invece, ancora relativamente pochi, è cittadinizzata, italiana per acquisizione, e sfugge a queste statistiche.
Sono i musulmani del Belpaese: il 33% degli immigrati, e il gruppo religioso più consistente (appena più degli ortodossi, che sono il gruppo cristiano più significativo, con il 28%, degli immigrati, e ben più dei cattolici, che sono il 19%). Essi costituiscono il 2,2% della popolazione italiana, contro una media europea del 4%, con punte del 6,5% in Francia e del 6,1% in Olanda. Ma, naturalmente, solo una parte di essi – come del resto di tutti gli altri immigrati, e della stessa popolazione autoctona – attiva in qualche modo il suo essere religioso: è cioè, in certa misura, praticante.
Come si vede dalla diversificazione etno-nazionale, si tratta di un islam frammentato, diviso: per razza, lingua, tradizione, ma anche per interpretazione della religione (sunniti e sciiti, seguaci delle diverse scuole giuridiche dell’islam), per non parlare delle scelte politiche e di opinione. Una parte di essi, soprattutto appartenenti alle prime generazioni, guarda ancora al paese d’origine: vive, per così dire, voltata all’indietro (dal punto di vista della linguistico, ma anche emotivo, politico, ecc.), anche se in larga misura non ci tornerà più. Una parte invece è decisamente proiettata a integrarsi nel paese in cui ha scelto di vivere: a partire da un segmento significativo delle prime generazioni, e più radicalmente da quelle che seguono, socializzate, alfabetizzate e scolarizzate in Italia, e per le quali questo è il proprio paese.
Si tratta in entrambi i casi di una presenza la cui cifra interpretativa è il cambiamento, non la continuità: perché cambiano le condizioni di vita, ma anche le opinioni e persino le credenze e le teologie, pure esse sottoposte a delle spinte al cambiamento radicali. Basti pensare al fatto che l’islam è per definizione una religione di maggioranza (l’idea stessa di shari’a, di legge religiosa, come è tradizionalmente concepita, non ha alcun senso se la religione non determina le leve del potere e non influenza la legge civile; lo statuto dei dhimmi, cioè la definizione delle altre religioni come ‘protette’, e così via), che si trova a vivere in condizioni di minoranza.
L’islam insomma non è più solo neo-arrivato; è, ormai, co-inquilino. Comincia ad entrare in quella che possiamo considerare la ‘fase due’ della sua presenza in Italia: quella della sedentarizzazione, della stabilizzazione, in parte anche dell’istituzionalizzazione, per quanto ancora ad uno stadio relativamente embrionale.
Tra le specificità di inserimento dell’islam italiano, rispetto a quello di altri paesi europei, possiamo citare almeno i seguenti aspetti:
la diversificazione dei paesi di provenienza, che impedisce di fatto l’identificazione, sia sul piano istituzionale che su quello della percezione, con un solo paese (e dunque non consente di ‘appaltarlo’ agli stati esteri di provenienza, errore che si è fatto invece altrove in Europa, come nel caso turco-tedesco e, in parte, in quello franco-algerino);
la maggior velocità di ingresso e di insediamento, rispetto ad altre realtà europee, in cui i musulmani hanno cominciato ad arrivare già da alcuni decenni; e l’arrivo più recente, in una situazione in cui anche nei paesi d’origine l’islam è centrale nella costruzione dello spazio pubblico, sul piano religioso, politico e culturale (assai più che non negli anni ’70 e primi ’80, ad esempio, nei quali è avvenuto il grosso dell’immigrazione nel centro e nord Europa);
il fatto che la presenza islamica si rende visibile nello spazio pubblico già con la prima generazione, quando l’esperienza è minore e i processi organizzativi sono embrionali, e più frequenti le incomprensioni e i possibili fraintendimenti;
la più diffusa condizione di irregolarità, in parte originaria, dovuta all’ingresso clandestino, ma in parte anche prodotta delle normative vigenti (in particolare la legge nota come Bossi-Fini), e dalle lentezze e disfunzioni dell’apparato burocratico chiamato ad applicarle, che costituisce di per sé un pesante ostacolo all’integrazione;
la scarsità di provenienze da ex-colonie, con un legame preesistente (ad esempio culturale e linguistico) con l’Italia, e una tradizione di conoscenza reciproca;
il ruolo importante giocato dai convertiti nella ‘produzione sociale dell’islam’ (nel mondo associativo), in quella culturale (visibilità mediatica, riviste, siti, editoria, traduzioni), e in quella politica (lobbying in favore dell’intesa e più in generale promozione dell’islam sul piano locale e nazionale), con un più generale ruolo di supplenza delle carenze organizzative dell’islam immigrato;
la maggior dispersione lavorativa e residenziale, che non favorisce il costituirsi di fenomeni di ‘soglia etnica’, e la mancanza o la debolezza relativa, almeno per ora, di interlocutori associativi laici (etnici e culturali) di qualche peso e rappresentatività, che rende ancora più rilevante il ruolo sociale e religioso giocato dal tessuto delle moschee.
Questi fattori comportano un insieme di conseguenze che, prendendo in considerazione i più rilevanti, potremmo sintetizzare con la seguente ‘equazione sociale’:
maggiore dispersione lavorativo/residenziale + minor peso relativo dell’associazionismo etnico/laico + immigrazione da paesi in fase di maggior ‘effervescenza’ islamica = maggior peso dell’aggregazione a carattere cultural/religioso.
Le moschee, insomma, e quanto sta loro intorno, paiono giocare un ruolo più importante, anche perché enfatizzato dalla mancanza o dalla debolezza di altri interlocutori, rispetto a quanto accaduto in altri paesi europei. C’è poco insomma, in mezzo tra il bar e la moschea. Anche se, va ricordato, i luoghi associativi e i poli di aggregazione più o meno identificabili non esauriscono la totalità dei comportamenti, e l’enfasi su di essi può distogliere l’osservatore dalla percezione di quella quota significativa ma silenziosa di individui che effettuano il loro percorso di inserimento ai margini o al di fuori delle rispettive comunità di riferimento, o quelle che noi consideriamo tali.
Le sale di preghiera in Italia sono oltre settecento: un segnale, come si è visto, di forte vivacità. Anche se molte di esse sono precarie, instabili, povere anche strutturalmente. Poche sono invece le moschee vere e proprie, costruite ad hoc: soltanto tre (Roma, Milano, Catania, mentre un paio sono in costruzione e poche altre in fase di progettazione). La visibilità dell’islam è dunque, nonostante la presenza significativa, meno forte che in altri paesi: basti pensare che di moschee costruite come tali ve ne sono quasi 200 in Francia, oltre un centinaio in Gran Bretagna, 100 anche in Olanda, una settantina in Germania (e almeno altrettante in costruzione), molte anche in Belgio, ecc.
Dal punto di vista organizzativo, la situazione è relativamente stabile (l’avevamo già descritta in un articolo di Popoli del 2005). C’è un’organizzazione principale, l’Ucoii (Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche in Italia), a cui sono legate molte moschee, soprattutto nate negli anni Settanta e Ottanta, in cui ha esercitato una certa egemonia sull’islam organizzato, ma ora in perdita netta di influenza: per difficoltà interne, e per un ciclo che diremmo fisiologico, ma anche per effetto di una durissima campagna di delegittimazione che, partita dalla stampa, ha coinvolto i governi locali e nazionale. C’è un ruolo importante, come in altri paesi, del Centro islamico culturale d’Italia, ovvero della moschea di Roma: il cui ruolo è tuttavia più simbolico che operativo, dato che non dispone di una vera e propria rete di moschee in qualche modo affiliate. Vi è una organizzazione di convertiti, la Coreis, con sede a Milano, molto attiva in termini di formazione, visibilità, attività culturale, ma con legami inesistenti con il mondo degli immigrati musulmani. Vi sono organizzazioni su base etnica (come quelle dei marocchini, ad esempio), con capacità altalenante di coinvolgimento, a seconda delle personalità dominanti e dei finanziamenti a disposizione, ma con capacità di influenza reale ancora da misurare. Vi sono poi le reti di sostegno etno-religiose (dei muridi senegalesi, dei tablighi pakistani, degli sciiti iraniani, dei turchi, ecc.), che condividono background e lingua, ad esempio. E vi sono soprattutto le organizzazioni su base locale, le moschee di base, non federate con alcuno, non collegate tra loro. Infine, abbiamo le organizzazioni più nuove, nate da esigenze particolari, in particolare delle giovani generazioni (m anche delle donne) di una rappresentanza più orientata al paese di accoglienza che a quello di origine: come i Gmi (Giovani musulmani italiani), che costituiscono un’interessante esperienza associativa ed anche un serbatoio di leadership potenziale e di presenza più integrata e inserita, trattandosi spesso di giovani universitari o di persone appena entrate nel mondo delle professioni.
Ma l’islam non si sviluppa nel vuoto pneumatico, e i processi di integrazione sono determinati in larga misura, oltre che dalle dinamiche interne, dall’ambiente in cui si svolgono. E qui l’analisi si fa complessa. Perché da un lato sono all’opera processi lunghi di integrazione sostanziale, che passano per la scuola, il mondo del lavoro, la vita di quartiere, i legami personali (condivisione di attività: sportive, culturali, ludiche) e le relazioni intime (amicizie – e coppie – miste). Dall’altro si manifestano tendenze profonde nella società che vanno nella direzione opposta: quella del conflitto, della non accoglienza, della mediatizzazione isterica, dell’islamofobia politica (con contorno, a livello locale, di una politica di ordinanze fantasiosa quanto spesso scellerata, xenofoba e in ultima istanza incostituzionale), del mancato rispetto dei diritti individuali e collettivi (su tutto, quello relativo ai luoghi di culto), dell’applicazione selettiva delle leggi (normative di sicurezza e antincendio, che si applicano tuttavia – almeno in certo modo: arrivando alla chiusura immediata delle sedi – solo ai musulmani e a nessun altro), o di quello che possiamo chiamare ‘eccezionalismo’ islamico, ovvero il considerare i musulmani sempre come caso eccezionale, cui non si applica la normativa vigente, e per i quali si chiedono condizioni particolari e specifiche: l’obbligo di usare la lingua italiana nel culto (che non vale per nessun altro, che si tratti di anglicani inglesi, luterani tedeschi, cattolici filippini, pentecostali nigeriani, ebrei, italiani che prediligono il latino), l’ipotesi di costituzione di albi degli imam con autorizzazione preventiva (che non esistono per preti, pastori, rabbini: un’ingerenza negli affari interni delle comunità religiose impensabile se applicata ad altri), o la creazione di organismi di consultazione quanto meno anomali. Su quest’ultimo punto val la pena di spendere qualche parola in più. L’islam italiano non è considerato ancora maturo per un’intesa, alla pari delle altre confessioni religiose minoritarie che non dispongono di un Concordato che regoli i rapporti con lo stato. Non siamo sicuri che sia l’islam a non essere pronto, o lo stato. E forme di eccezionalismo in questo senso – costituzione di organismi rappresentativi ad hoc – sono presenti anche altrove, dalla Francia al Belgio. In Italia ci si era provato con l’istituzione della Consulta per l’islam, voluta dal ministro Pisanu e confermata dal ministro Amato: non rappresentativa, perché composta da rappresentanti nominati e non eletti (come invece avviene nei paesi citati), ma comunque un organismo di musulmani. Oggi si è scelta la strada, promossa dal ministro Maroni, di nominare un Comitato per l’islam, composto da qualche musulmano ‘di fiducia’, lontano comunque da ogni tentativo di rappresentatività reale, e da esperti accademici di islam, coadiuvati da altri non musulmani di più dubbia competenza. Non quindi un organismo rappresentativo, nemmeno come abbozzo, ma nemmeno un mero organismo consultivo, e in ogni caso un segnale di distanza mandato ai musulmani.
Tutto questo accade all’interno di un clima culturale certamente non favorevole al rapporto con l’islam (si pensi alla pervasiva ed efficacissima campagna fallaciana, che con i suoi libri ha di fatto dettato l’agenda alla politica italiana), ma anche a un clima anche politico più generale, che fa sì che per esempio venga considerato progressivamente come normale, dai media e da alcune forze politiche, proporre consultazioni referendarie per consentire di aprire una sala di preghiera in tale o talaltra località, dimenticando che quello dell’esercizio del culto è un diritto costituzionalmente garantito, non una gentile concessione, e che se le maggioranze si arrogano il diritto di decidere sui diritti delle minoranze ci si avvia verso una china che porta dritto alla negazione in radice della democrazia, utilizzando un mezzo, il referendum, che dovrebbe invece esserne l’espressione più piena.
I problemi ci sono, e vanno affrontati, senza pudori politically correct. E nominandoli esplicitamente: dai delitti d’onore ai matrimoni forzati, dai collateralismi rispetto all’antioccidentalismo (e, nei casi peggiori, al radicalismo e al terrorismo) a forme anche gravi di chiusura intracomunitaria, più grave per i soggetti più deboli (donne e minori), fino alla formazione delle leadership. Ma vanno affrontati costruttivamente, e in collaborazione con le comunità. Non in opposizione e come frutto di una demonizzazione generalizzata che rischia di ottenere il risultato opposto a quello che si prefigge.
Stefano Allievi
Stefano Allievi è professore di sociologia all’Università di Padova, e tra i principali esperti italiani della presenza islamica in Europa. Tra i suoi volumi: Il ritorno dell’Islam. I musulmani in Italia (con Felice Dassetto), Edizioni Lavoro, 1993; I nuovi musulmani. I convertiti all’islam. Edizioni Lavoro, 1999; Islam italiano, Einaudi, 2003; Muslims in the Enlarged Europe (con B.Maréchal, F.Dassetto, J.Nielsen), Brill, 2003; Niente di personale signora Fallaci, Aliberti, 2006; Le trappole dell’immaginario: islam e occidente, Forum, 2007; I musulmani e la società italiana, Franco Angeli, 2009; Producing Islamic Knowledge in Western Europe, Routledge, 2010; Moschee d’Europa, Marsilio, 2010 (in uscita).
Allievi S. (2010), Musulmani d’Italia, da ospiti a coinquilini, in “Popoli”, n.11, novembre 2010, pp. 40-43

Assuefatti al peggio. L’Italia del bunga bunga

L’imbarazzante sequenza di rivelazioni più o meno piccanti sulla vita privata di Berlusconi si fa sempre più serrata. L’aspetto moralistico è quello su cui maggiormente è focalizzata l’attenzione pubblica, ma ci sembra il meno interessante.

Ai tempi dello scandalo Lewinski, in fondo, a molti era sembrato più squallido lo spettacolo dei persecutori politici di Clinton, i Newt Gingrich e gli altri inquisitori della destra fondamentalista cristiana, che passavano il tempo a rovistare con evidente piacere tra pantaloni sbottonati e tracce di sperma, presentandosi tutti i giorni al Congresso con la Bibbia in mano, che non il comportamento, pur scorretto, dello stesso Bill Clinton, che è rimasto comunque un presidente assai migliore, sul piano della morale pubblica e politica, di quelli, repubblicani, che l’hanno preceduto e seguito, anche se questi forse avevano una morale privata più spendibile.

Oggi, semmai, può essere ironico constatare che il gioco avviene a parti invertite: ad essere sotto attacco è un difensore della famiglia come istituzione, non un liberal miscredente e libertino, fino a ieri difeso a sua volta dagli alti rappresentanti ecclesiastici di cui è stato buon amico e campione politico, godendo del loro ampio ed esplicito sostegno, e che oggi, dopo aver contestualizzato anche le bestemmie del leader, si limitano ad un imbarazzato silenzio. E gli inquisitori sono giudici e giornalisti che non brandiscono certo principi cristiani, e in mano tengono al massimo il testo di qualche intercettazione e le rivelazioni dell’ennesima pedina dei giochini del premier.

Più che sui fatti personali può dunque essere interessante trarre qualche conclusione sugli effetti pubblici della discutibile morale privata su cui si fonda questa vicenda, in ogni caso triste per gli effetti a valanga che avrà sul livello di tensione morale, già scarso, e sulla reputazione internazionale del Paese.

Sul piano del decadimento morale del paese, le conseguenze sono ovvie, anche se questo scandalo ne è solo un esempio tra tanti, non l’origine. Di esso ciò che colpisce è soprattutto l’accettazione e la diffusione dei capricci del capo come norma e come esempio – in altre parole, il servilismo come prassi e modo per fare carriera, riuscendoci. O la ‘velinizzazione’ della politica. Non solo sul piano estetico – più donne e più belle in politica – ma sul piano dei contenuti: fare ciò che dice chi paga, qualunque cosa sia, anche lo scambio più volgare, purchè si salvino le apparenze. In questo senso ci pare che questa morale sia altrettanto bene interpretata tanto dagli uomini che circondano il capo, le cui carriere sono state legate all’unico merito della fedeltà cieca e assoluta e all’asservimento ai suoi voleri, quanto dalle igieniste dentali e le soubrette finite per dubbi meriti a Montecitorio o al Pirellone. Anche se la predisposizione e il voto delle leggi ad personam per difendere Berlusconi dalla magistratura, cedendo senza fiatare il proprio onore e la propria anima, sono forme di prostituzione assai più gravi della cessione del proprio corpo, quale che ne sia la forma, in un letto o anche solo nella forma di carnacea tappezzeria per la valorizzazione estetica delle serate di relax, di una escort che non ha responsabilità pubbliche o di una minorenne col mito della dolce vita. E proporre carriere politiche alle animatrici dei festini del capo – e accettarle, da parte dei maggiorenti del partito (memorabile in questa chiave la frase di un coordinatore del Pdl a un escluso eccellente che si lamentava di non essere ricandidato: “tu c’hai le poppe?”) – è assai più grave che sperarci, da parte delle animatrici in questione.

Sul piano internazionale, le conseguenze sono ovvie. Nonostante alcuni successi diplomatici, la considerazione di cui godono il Paese e il suo leader sono in continua discesa, e forse non siamo ancora giunti al livello più basso. Un fatto che dovrebbe stare a cuore anche alle nostre imprese, così premurose, negli anni scorsi, nel loro sostegno al premier.

Sul piano interno, non è altro che l’ennesimo vortice di una spirale discendente che non accenna ad arrestarsi. E che le continue denunce, in mancanza di un riscossa morale innanzitutto all’interno del Pdl, non riescono a far diventare un circolo virtuoso: quasi ci si fosse assuefatti al peggio.

Il declino sarà dunque inesorabile, anche se forse meno rapido di quanto potremmo immaginare. I sondaggi, è vero, sono in calo: ma il genio politico di Berlusconi, e le sue indubbie capacità, sapranno trovare l’ennesimo coup de théâtre o una qualche altra emergenza da gestire miracolisticamente, per ribaltare tendenze peraltro ondivaghe ed emozionali, legate a fattori occasionali e instabili per definizione. Del resto, metà del paese è con lui, e non pronuncerà alcuna condanna: anche perché non desidererebbe altro che essere al suo posto.

Il controllo assoluto del destino politico dei suoi, e l’assenza completa di democrazia nel partito di cui è leader, fa sì che la sua corte non avrà il coraggio, come non l’ha avuto finora, di contraddirlo. Il bisogno di mantenere il potere da parte di Berlusconi, per continuare a posporre i suoi guai giudiziari, per controllare l’informazione pubblica, e anche, molto umanamente, per darsi l’illusione di controllare lui gli eventi, anziché essere succube di essi, è quasi assoluto. E allora, a meno di fatti imprevedibili, è facile ipotizzare una legislatura umiliante ma non ancora finita, segnata da uno stillicidio di rivelazioni, sempre più infime e tristi – che possiamo immaginare più frequenti man mano che si accelereranno le tappe di un divorzio che non potrà certo rimanere vicenda privata – con un potere sempre solido e tuttavia fortemente indebolito, che lascerà alla fine l’Italia, sempre che regga economicamente, in pietose condizioni politiche e in una devastante situazione della morale pubblica, più bassa ancora rispetto ai tempi di Tangentopoli.

Un paese che avrà ulteriormente perduto il suo rango, depresso economicamente e moralmente, e retrocesso agli occhi della pubblica opinione internazionale. In condizioni più difficili, quindi, e comparativamente peggiori, di quando Berlusconi l’ha preso in mano.

L’era berlusconiana, nata in un tripudio di speranze e ottimismo, finirà male, dunque. Ma dovremo assaporarla fino alla fine. Come accaduto con l’era Bush, del resto. Sperando che capiti anche a noi, alla fine, un Obama di cui non si vedono per ora le tracce. Ma senza avere le risorse che all’America sono venute dall’essere la prima potenza mondiale.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Assuefatti al peggio. L’Italia del bunga bunga, in “Il Piccolo”, 30 ottobre 2010, pp. 1-2 (anche messaggero veneto)

Afghanistan: La missione è fallita, ora tutti a casa

(Sono contro la retorica del dolore: il dolore, quello vero, dei familiari delle vittime, è sufficiente.

Sono contro la speculazione politica: anche quella a fin di bene e per la causa della pace.

Sono contro i populismi facili, di chi dice “via dalla guerra” comunque, non importa se giusta o meno, necessaria o meno, o se la si lascia vinta all’aggressore.

Sono contro il familismo ‘a prescindere’: quello per cui se muoiono gli altri chissenefrega, o finché i nostri sono in missione ben pagati allora va bene, ma se poi muoiono allora improvvisamente si scopre che la guerra fa male.

Detto questo,)

E’ ora di dire qualche spiacevole verità sulla guerra in Afghanistan. Non sull’onda dell’emozione per gli ultimi morti, che non saranno gli ultimi. Ma sull’onda della ragione: inclusa la ragion di stato.

E’ discutibile che fosse un obiettivo sensato andare in Afghanistan, sapendo di colpire soprattutto la popolazione civile, per stanare Bin Laden e distruggere al-Qaeda.

Tuttavia l’invasione dell’Afghanistan, per essere una guerra, era nata bene: nel pieno di una ondata emotiva mondiale, che aveva scosso il globo a seguito degli attentati dell’11 settembre. Con un obiettivo relativamente preciso: sconfiggere quel terrorismo. Con un consenso e una coalizione vastissima, che includeva non solo l’occidente, ma anche molti paesi musulmani, per i quali il terrorismo islamico di Bin Laden era un nemico anche più pericoloso che per noi.

Ciononostante la missione in Afghanistan è fallita. Non solo perché ha mancato il suo principale obiettivo: Bin Laden vive ancora tranquillamente in quelle zone, e la minaccia terroristica globale è aumentata, non diminuita. Non solo perché ha mancato anche l’obiettivo collaterale, su cui l’occidente aveva investito, propagandisticamente, parecchio: portare la democrazia e magari l’emancipazione femminile in un paese che vive invece una situazione di guerra tribale permanente, come e più di prima, e la donna vive nella stessa situazione di sempre. Ma perché si è trasformata progressivamente in altra cosa.

Primo: come tutte le guerre, è durata assai più a lungo del previsto. Semmai stupisce che l’umanità continui a credere nelle bugie della guerra lampo che lei stessa si racconta.

Secondo: i danni e le vittime collaterali – che poi sono uomini, donne, bambini, preferibilmente civili – sono aumentati a dismisura. E anche le vittime tra i militari occidentali, americani soprattutto.

Terzo: i costi sono lievitati enormemente, e come sempre accade nel nostro paese senza alcuna discussione sul senso e sull’utilità dei medesimi.

Ma più di tutto è diventata politicamente altra cosa. Dal momento dell’invasione americana dell’Iraq quello in Afghanistan non è stato più un obiettivo locale, supportato da una ‘coalizione di volonterosi’, ma una pedina di un conflitto globale. Non è dal momento in cui Obama ha ribadito che se ne sarebbe andato dall’Afghanistan al più presto che quel conflitto ha cambiato natura (persino Bush aveva parlato di exit strategy, e non poteva del resto fare altrimenti): ma dal momento in cui, con l’invasione dell’Iraq, la war on terror è diventata war on islam, e le ragioni geopolitiche e ideologiche degli Stati Uniti hanno di gran lunga sopravanzato quelle originarie, che interessavano il globo e non solo gli Usa. È allora che sarebbe dovuto cominciare, anche in Italia, un dibattito sul senso della nostra presenza in Afghanistan: a difesa di quali interessi?

Di fronte a questo, e a un prevedibile ritiro americano che prevedibilmente non avverrà nel 2011 come preannunciato, è semplicemente surreale che da noi si parli di dotare di bombe i nostri aerei, o si accetti senza discussione il continuo aumento del costo umano ed economico della missione.

La missione è fallita: e per una volta non per responsabilità primariamente italiane. Lo si ammetta, si collabori alla costruzione di qualche significativa struttura di pace, e poi tutti a casa, e il più in fretta possibile.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Afghanistan: La missione è fallita, ora tutti a casa, in “Il Mattino”, 15 ottobre 2010, p. 14 (anche la nuova di venezia pp.1-10 e la tribuna di treviso pp.1-10 e il corriere delle alpi p.12)

Il nuovo Ulivo non basta, serve una via d’uscita

L’opposizione, finalmente, ha battuto un colpo. Di fronte a una evidente crisi politica e prima ancora morale, in cui tra primi ministri, ministri e coordinatori del principale partito di maggioranza, si è visto in questo scorcio d’estate di tutto e di più (avvitamento del sistema di potere su se stesso, invischiamento nel malaffare, sordide clientele, uso delle risorse pubbliche per fini di arricchimento personale), il principale partito di opposizione si è svegliato dal letargo, ricordandosi di non lasciare il mestiere solo a Fini (che dopo tutto vota con la maggioranza) e a Famiglia Cristiana. E di fronte al vecchio che marcisce e va in cancrena, trascinando il Paese nella sua stessa decadenza, il nuovo che avanza ha finalmente partorito la soluzione: il Nuovo Ulivo, con la maiuscola…

La sostanza è giusta, ci mancherebbe: unire le forze di opposizione per uscire dalla deriva plebiscitaria sudamericana verso cui siamo incamminati, fare una decente riforma elettorale che riconsegni il diritto di voto agli elettori, e poi occuparsi finalmente dei problemi del Paese. La formula non potrebbe invece essere più triste e inadeguata. Viene da piangere, più che da sbadigliare, di fronte a tanto politichese, a tanta incapacità comunicativa, a tante formule per addetti ai lavori, che sono la misura esatta di altrettanta distanza dal paese reale. E l’esagerato e spesso finto entusiasmo con cui il messaggio è stato accolto dalla nomenclatura del PD, quasi fosse la parola profetica di un oracolo, o il risveglio del leone addormentato, o la tromba dell’ “arrivano i nostri”, è la conferma di questo distacco, e allo stesso tempo il segnale di come di una parola e di un’azione decisa ci sia un tragico bisogno.

Fa impressione, però, l’immediato avvitarsi del dibattito interno che è scattato, come un riflesso condizionato, intorno alle solite facce. Quelle dei burosauri del partito, che dal Pleistocene si risvegliano per dire la loro a questo o a quel giornale, e come vecchie dive dal glorioso passato conquistano un’altra effimera passerella nell’illusione di ritrovare un ruolo, senza rendersi conto che trasmettono irrimediabilmente la sensazione di una stagione oramai tramontata. Lo stesso richiamo all’Ulivo – una stagione anche esaltante di tentativi riformisti, mai veramente digerita da una parte di quella stessa nomenclatura che oggi la ripropone, e soprattutto miseramente finita nelle faide interne che hanno riconsegnato il Paese a Berlusconi – oggi per lo più fa l’effetto di quei soprammobili che rappresentano un caro ricordo ma di cui, senza avere il coraggio di buttarli via, non si sa bene cosa fare.

Detto questo, è più che urgente rimboccarsi le maniche per costruire una opposizione adeguata alla tragedia – travestita da farsa ma non per questo meno grave – che stiamo vivendo, e una alternativa percorribile all’implosione incontrollata che ci aspetta con l’attuale classe dirigente. Perché c’è il bisogno vitale di dare una svolta al Paese, o almeno il barlume di una speranza: prima che ci si spenga nella rassegnazione, e la palude ci inghiotta. Per cui, per favore, basta discutere: e dateci l’opposizione che ci serve. Perché non è solo la Prima Repubblica che è morta; anche la Seconda è purulenta e agonizzante. E abbiamo bisogno di qualcuno che ci faccia intravedere la Terza. O una via d’uscita purchessia…

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Il nuovo Ulivo non basta, serve una via d’uscita, in “Il Piccolo”, 1 settembre 2010, pp. 1-2

anche come Allievi S. (2010), Nuovo Ulivo: serve la svolta, basta discorsi, in “Il Mattino”, 7 settembre 2010, pp. 1-5 (anche la nuova di venezia e la tribuna di treviso)

Ora di religione e uguaglianza fra i cittadini (con epistolario)

La sentenza del Tribunale di Padova che ha condannato il Ministero dell’Istruzione e la scuola elementare Zanibon a risarcire un’alunna obbligata, in mancanza di corsi alternativi, a frequentare l’ora di religione nonostante avesse chiesto l’esenzione, pone un problema molto serio, frutto di un’anomalia tutta italiana: il fatto che l’insegnamento religioso sia confessionale, e quindi facoltativo, ma parificato, seppure in maniera contorta, alle altre materie.

Altri paesi finanziano l’insegnamento religioso confessionale: ma anche delle minoranze, non solo della confessione maggioritaria. Altri ancora forniscono un insegnamento religioso unico, obbligatorio o opzionale: ma, come per le altre materie, si fanno carico di deciderne i contenuti e di selezionarne i docenti. Da noi invece un obbrobrio legislativo fa sì che lo Stato si assuma l’onere di un insegnamento confessionale, che tuttavia è facoltativo (non potendosi obbligare i cittadini di altra o nessuna confessione religiosa a frequentarlo, anche se nei fatti non sono a disposizione opzioni alternative), lasciando il controllo sugli insegnanti alla Chiesa (che può nominarli e revocarli, anche per motivi che nulla hanno a che fare con il contenuto e le modalità dell’insegnamento, ad esempio per il fatto di essere divorziati), compiendo una evidente discriminazione nei confronti dei suoi cittadini non cattolici.

Da tempo anche in Italia si va manifestando una corrente di opinione che, tenendo conto dei cambiamenti avvenuti nella società (una sempre minore percentuale di cattolici, un sempre maggiore pluralismo religioso, e una progressiva equiparazione dei diritti di tutti), propone non più l’ora di religione cattolica, ma l’ora delle religioni, con programmi costruiti anche in collaborazione con le confessioni religiose (a cominciare da quella cattolica), ma con curricula uguali per tutti, e la selezione degli insegnanti sulla base di concorsi attitudinali, come per qualsiasi altra materia. Questo consentirebbe di dare dignità vera a un insegnamento che ora è già nelle cose di serie B, favorendo una alfabetizzazione religiosa degli italiani che è a livelli drammaticamente bassi, e rispettando le convinzioni di tutti.

I punti di partenza su cui riflettere sono due: uno di efficacia (l’ignoranza religiosa degli italiani) e l’altro di principio (la progressiva maggiore presenza di minoranze religiose e l’uguaglianza dei cittadini).

Il primo punto è testimoniato anche da periodiche inchieste interne al mondo cattolico: Famiglia Cristiana ha rilevato che solo il 7% degli italiani ha letto i quattro vangeli, il che pone un problema sull’utilità persino dell’insegnamento confessionale (dal punto di vista cattolico, se non si insegnano i vangeli, cosa si insegna?). Ma è senso comune constatare che l’ignoranza dei fondamentali biblici rende di fatto incomprensibile ai più, tra le altre cose, il significato di gran parte del nostro patrimonio culturale: dalle chiese ai musei, dalla letteratura ai proverbi.

Il secondo punto è figlio dei tempi. Oggi sempre più italiani si dichiarano di diversa confessione religiosa (almeno 1 milione e 300 mila) o di nessuna (i praticanti cattolici sono tra un quarto e un terzo della popolazione), e gli immigrati ci hanno portato nuove confessioni religiose (non meno di 3 milioni di stranieri non cattolici). Il che significa che anche l’Italia è diventata un paese religiosamente plurale. Su questo, che è un cambiamento epocale, la riflessione intellettuale è in ritardo, anche perché polarizzata non tra laici e credenti, ma tra clericali e giacobini, sanfedisti e atei militanti. E quella politica mostra una costante propensione bipartisan del ceto politico a tenersi buona la Chiesa non per convinzione ma per interesse: ciò che fa sì che nel nostro Parlamento il tasso di clericalismo sia inversamente proporzionale alla fede – un elemento di scambio, non una coerente riflessione sui princìpi, giuridici e religiosi.

Non stupisce che, anche in questo campo, spetti alla magistratura un ruolo di supplenza, in coerenza con numerosi pronunciamenti della corte costituzionale, basati sull’uguaglianza e la pari dignità dei cittadini.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Ora di religione e uguaglianza fra i cittadini (con epistolario), in “Il Mattino”, 11 agosto 2010, pp. 1-7 (anche la nuova di venezia)

Scambio di opinioni con un pastore protestante:

Ora di religione o ora dei problemi?

Bene ha fatto il prof. Allievi a sollevare nuovamente la questione dell’ora di religione a seguito della sentenza del Tribunale di Padova. L'”obbrobrio legislatrivo” esistente esigerebbe grande attenzione per chiunque vorrebbe una società pluralista. La scuola si vuole fare carico di un problema più grande di lei.

Sarebbe forse il caso di allargare la riflessione ad altri aspetti e ad altre componenti delle società. Le perplessità da parte protestante sono ovvie. Un’ora delle religioni sarebbe veramente una soluzione? E’ compito dello Stato curare l’alfabetizzazione in materia religiosa? Ha veramente competenze in materia religiosa? E’ in grado di gestire una pedagogia della religiosità? Non sarebbe meglio arrestarsi sulla soglia della religione per far posto alla laicità?

Sono solo alcune domande che vengono alla mente e che meriterebbero una serrata riflessione.

Pastore Pietro Bolognesi

gentile pastore,

l’ora delle religioni – declinabile in molti modi diversi – è un progetto che va avanti da anni, con la collaborazione di rappresentanti di varie confessioni protestanti, di studiosi cattolici e laici.

L’obiettivo è rimediare all’ignoranza religiosa e dare strumenti e dignità al pluralismo.

E la sua gestione è perfettamente a misura delle scuole, come in altri paesi accade.

La semplice abolizione della religione sarebbe un harakiri culturale: non darebbe spazio al pluralismo aumentando l’ignoranza.

Non credo sarebbe un gran risultato.

Delle due l’una. O crediamo che la religione abbia un senso per l’uomo, oppure no. Se pensiamo possa avercelo, anche solo culturalmente, è giusto che abbia spazio nella scuola, insieme a tante altre cose che spesso ne hanno meno.

Se pensiamo di no, la risposta è diversa. Ma allora perdono di senso molte altre cose, incluso il suo mestiere e le mie idee.

Resto del parere che dare almeno ai cittadini gli strumenti per capire il senso di un quadro esposto in un museo o di una cattedrale, in un paese come il nostro, sia una meritoria operazione culturale. E non farlo una grave responsabilità culturale, che stanno già pagando i nostri concittadini e ancor più pagheranno i nostri figli

cordialmente

Stefano Allievi

Ch.mo prof. Allievi

il suo punto di vista è molto rispettabile e l’assicuro che ce l’ho molto presente.

Lei ha d’altro lato colto il senso delle mie osservazioni.

Mi permetto di sottolineare nuovamente il fatto che, secondo me, lo stato non ha come compito quello di alfabetizzare la popolazione in campo religioso. Le ragioni sarebbero tante, ma come fa lei ad essere così sicuro che lo stato abbia le capacità di decidere cosa sia una religione? Anche con le migliori intenzioni, come farebbe a determinarne i limiti. Quale diruitto avrebbe d’escludere atei ed agnostici da una simile riflessione?

Ho l’impressione che materie come storia della filosofia, dell’arte, dell’architettura, ecc. sarebbero più che sufficienti per dare il senso della cultura preesistente e ad interpretare il passato ed il presente.

Sono d’altro lato profondamente persuaso che la religione abbia un senso per l’uomo in generale. La mia stessa vita è stata trasformata da essa. Penso però con uguale convinzione che debbano essere le chiese stesse a confrontarsi con le loro offerte religiose nella grande agorà del mondo piuttosto che delegare allo stato un compito per il quale non ha strumenti adeguati. La delega allo stato è semplicemente un segno d’impotenza della società civile per cui si finirrà per fare grande fatica ad andare al di là di qualche forma di relativismo.

Ma l’ignoranza religiosa non è anche frutto di una società che ha l’IRC? Perché non osare pensare in maniera più radicale? Non sarebbe megliio rafforzare la declinazione del pluralismo in ambito mediatico?

Capisco che le nostre idee non collimano, ma la ringrazio per aver prestato attenzione al mio punto di vista. E chissà che un giorno non ci si possa confrontare più diffusamente su queste questioni.

Cordialmente

Pietro Bolognesi

gentile pastore,

capisco e conosco le sue obiezioni.

Non continuerò a lungo la discussione, ma mi permetto di rilevare due contraddizioni (servono anche a me per ragionare, ed è questo il senso della discussione).

Certo, l’IRC è fatta male e contraddittoria in sé: uno strumento di potere, ma anche gestito con senso di inferiorità (non parificazione, non validità del giudizio all’esame di maturità, ecc.), perchè si ha la coda di paglia. e quindi è lo strumento sbagliato.

Ma se l’alternativa fosse ‘niente’, sarebbe peggio: i ragazzi non avrebbero alcun confronto con la questione ‘religione’ nel mondo della scuola. Alcuni ce l’hanno poi altrove (ma molti altri no): ma è come dir loro “a scuola si fanno le cose importanti, ma la religione non è considerata tra queste”. Il messaggio è questo. Per questo e altri motivi, piuttosto che niente io stesso, ai miei figli (uno alle medie, uno alle superiori), suggerisco di fare l’IRC: almeno hanno qualcosa con cui confrontarsi, anche criticamente (conoscono le obiezioni del padre, e hanno le loro). Del resto è quello che fanno molti genitori musulmani che conosco, ad esempio.

Limitarsi a dire: “meglio niente (che l’IRC)” ha un po’ il sapore della rivalsa del piccolo che toglie qualcosa al grande. Comprensibile dal punto di vista di una minoranza: in nome di un principio giusto, si applica una modalità che non è la migliore. Qualcuno ci perderebbe, ma la società ci guadagnerebbe?

Le due contraddizioni sono le seguenti:

a) lei chiede più spazio nei media (quelli pubblici, immagino: gli altri perchè dovrebbero se il prodotto non vende? E infatti da nessuna parte esiste, se non con i propri canali, come le tv evangeliche, che vendono il proprio prodotto). A me sembra legittimo: ma in nome di che differenzia il pubblico mediatico e il pubblico scolastico? Se la richiesta ha senso in un ambito, ha senso anche nell’altro. Oppure non ha senso in nessuno;

b) lei cita materie come storia della filosofia, dell’arte, dell’architettura. E’ anche consapevole che in tutte queste materie (come anche in lettere, in storia, in musica, in scienze politiche, in diritto, in medicina…) è possibile laurearsi senza aver fatto mai un esame di simbologia, di storia delle religioni, di arte sacra, ecc.? E quindi senza sapere un’acca di tutto ciò? Insegnando architettura senza nemmeno sapere perché una chiesa è orientata, o la simbologia dell’altare, o il perchè delle cattedrali o dei templi di altre religioni? O arte senza capire un’icona russa o sapere cos’è una deposizione o un’ascensione (tanto vale non entrare in un museo, allora)? O musica senza capire la spiritualità di Bach? O filosofia senza confrontarsi con san Tommaso, o il modernismo, o con il senso stesso dell’ateismo filosofico (le ricordo che in Italia non esistono insegnamenti teologici nelle università laiche: per larga parte per responsabilità della chiesa cattolica, ma ci si è accomodato benissimo il laicismo, e non per caso)? E non capire la simbologia di Dante? O affrontare il senso della morte per un medico? O il perchè del significato dell’idea del potere temporale del Papa o di Calvino? ecc.?

Ha ragione a dire che bisognerebbe affrontare questi temi nelle rispettive materie. Ma siccome non si fa credo che affrontarli sul serio sia molto più nel novero dell’utopia che non dare un’alfabetizzazione di base religiosa alle persone. Tanto più doverosa oggi che le religioni si confrontano continuamente, e se ne discute continuamente, dai banchi di scuola ai media alla politica, per cui la mancanza di un’alfabetizzazione minimale sul pluralismo religioso (così come di un minimo di conoscenza della storia di altri continenti) rende più difficile il semplice vivere insieme.

cordialmente

Stefano Allievi

Stakanovisti del bla bla

Governo tecnico, di salute pubblica, balneare. Eccezionale, di unità nazionale, istituzionale. Di transizione, di emergenza, di responsabilità nazionale. Di larghe intese o di stretti orizzonti. Per cambiare due o tre cose perché nulla cambi, o nessuna tanto fa lo stesso. Patto di legislatura o accordo di programma. E poi il girotondo dei nomi, lanciati nell’aere prima ancora che vengano informati i diretti interessati: Monti, Tremonti o Montezemolo. O altro presunto tecnico di turno. Tanto, anche qui, fa lo stesso: è solo un gioco.

Il primo accenno di crisi è sempre propizio ai dichiarazionisti: tanto più se siamo d’estate e i giornali, gossip, traffico e caldo a parte, hanno poco o nulla da scrivere. Anche il dichiarazionista del resto è animale stagionale. Riposa quando ci sarebbe da lavorare, ma è pronto a scattare con la sua formula magica quando non c’è assolutamente nulla da fare. E soprattutto nulla che possa fare lui, dato che la soluzione è fuori dalla sua portata.

Di solito i dichiarazionisti sono oligarchi, ex-oligarchi o aspiranti oligarchi dei vari partiti: più facilmente di opposizione, o di minoranze insoddisfatte interne alla maggioranza, dato che le maggioranze sono impegnate a tenersi strette carriere e poltrone, vitalizi e prebende, e quindi hanno interesse a non cambiare nulla. Il loro scopo non è dire o tanto meno fare qualcosa, ma far vedere che esistono. Per questo si gingillano a immaginare scenari, che è pur sempre meno faticoso che impegnarsi a costruirli.

L’impegno del dichiarazionista del resto non è gravoso: sa che la decisione non è in mano sua, ma dichiarando a destra e a manca da’ a vedere di contare qualcosa, grazie alla complicità del giornalista, che dando spazio al dichiarazionista a sua volta da’ a vedere di saperne molto di più, quanto a retroscena e complotti, di quanto in realtà non ne sappia. E così, con poca spesa, la dichiarazione da’ una buona resa.

Di concreto, dietro tanto dichiarare, qualcosa c’è: ma ha più a che fare con l’economia domestica che con la politica. Sono i ribaltoni e i cambi di casacche, i traditori e i venditori, i transfughi e i trasformisti. I parlamentari in vendita, in affitto o in leasing, riciclati, dismessi o pronti all’incasso: i camaleonti, insomma. Che cercano di capire cosa lucrare in proprio dallo sfacelo generale.

Il resto sono solo parole. Che, come al solito, mostrano come la situazione sia tragica, ma non seria. Perché, dopo tutto, dichiarazionisti e camaleonti – quando non sono la stessa persona – sanno benissimo che la decisione, per ora, è ancora in mano a una sola persona, o al massimo due o tre: il Cavaliere, forse il Lumbard, e l’imponderabile, il destino, o Dio, se avesse voglia di occuparsi di queste mestizie.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Stakanovisti del bla bla, in “Il Piccolo”, 6 agosto 2010, pp. 1-2 (anche su messaggero veneto Animali di stagione: I dichiarazionisti)

anche come Allievi S. (2010), Crisi politica e camaleonti di stagione, in “Il Mattino”, 24 agosto 2010, pp. 1-4 (anche la nuova di venezia e la tribuna di treviso)

La responsabilità del Vaticano. Pedofilia e sentenza Usa

Lo scandalo non è che vi siano scandali nella Chiesa. Così come gli uomini che la rendono visibile, essa sa bene di essere sancta et peccatrix, casta et meretrix, madre e matrigna: venti secoli di storia testimoniano di questa duplicità innanzitutto a coloro che ne fanno parte. Non occorre infatti essere accecati da una polemica pregiudizialmente anticattolica per vedere, insieme alle grandezze, le meschinità, le debolezze, le fragilità, e le vergogne della Chiesa: la vicinanza fraterna e l’appartenenza filiale le vedono ancora più da vicino.

Lo scandalo è nel volerlo fuggire, nel nasconderlo o nel provarci: tentativo immorale quanto inefficace, nell’era dell’informazione diffusa e della trasparenza planetaria. O fuggire dalle responsabilità che comporta.

La sentenza della corte suprema degli Stati Uniti, che si dice apra a una possibile processabilità dei vertici vaticani e del Papa, e che per ora si è limitata a non prendere in considerazione una petizione vaticana tesa a dimostrare che il sacerdote non è un dipendente della Santa Sede, lasciando che a decidere sia il tribunale di grado inferiore cioè la corte d’appello federale dell’Oregon, pone una serie di problemi notevolmente complessi. Lasciando quelli strettamente giuridici agli specialisti, occorre porsi almeno quelli di principio, che non sono da poco.

Un primo interrogativo è molto reale: la Santa Sede è in qualche modo corresponsabile di aver coperto gli abusi sessuali su minori di alcuni sacerdoti? Può essere capzioso il tentativo degli avvocati statunitensi delle vittime di coinvolgere il Vaticano: probabilmente – è lecito ipotizzare – al solo scopo, non particolarmente morale, di ottenere più denaro per i risarcimenti alle vittime, puntando al pesce più grosso, anziché limitarsi alle diocesi e agli ordini religiosi. Erano questi ultimi soggetti infatti che materialmente operavano i trasferimenti di sacerdoti di cui si conoscevano le tendenze e le condotte, senza denunciarli e consentendo loro di reiterare un reato particolarmente odioso: e per questi motivi sono già stati pesantemente sanzionati e costretti a risarcimenti molto onerosi.

Tuttavia, un problema si pone. La responsabilità penale è personale: di chi ha compiuto gli atti e di chi li ha materialmente coperti. Ma quella morale? E quella storica? Lo scandalo odierno è dopo tutto figlio di una tendenza che è anche una tentazione di lungo periodo: quella a calmare e sopire, a occultare, o almeno a lavare i panni sporchi in famiglia, cercando di salvare la faccia anche quando bisogna invece avere il coraggio di mettercela e di affrontare apertamente i problemi. Su questo c’è una tradizione attestata che non è di questo Papa, ma della Chiesa come istituzione nel suo complesso. Comprensibile, perché tipica di tutti i poteri terreni, ma oggi sempre meno accettabile: tanto meno da parte di una istituzione che si vuole anche morale. In concreto: la Santa Sede che consigli dava? Come suggeriva di muoversi, anche se poi a muoversi erano materialmente altri soggetti?

Tale questione si pone all’interno di una cornice più ampia, che interroga una tendenza secolare, legata al progressivo processo di centralizzazione che il Papato ha prodotto sulla Chiesa cattolica. Tendenza che ha poco a che fare con il messaggio di cui la Chiesa cattolica è portatrice, e peraltro fortemente discussa e osteggiata dentro e fuori di essa, e tuttavia confermata anche nei giorni scorsi con la reprimenda al cardinale Schönborn, reo di aver accusato il cardinal Sodano di aver cercato di insabbiare, da Roma, il caso del predecessore di Schönborn nella diocesi di Vienna, il cardinal Groer, costretto a dimettersi nel 1995 per aver molestato un seminarista minorenne: a cui si è risposto che, “quando si tratta di accuse contro un cardinale, la competenza spetta unicamente al papa”. Se si vuole tutto controllare, tutto sottoporre alla propria giurisdizione, tutto centralizzare e sottomettere alla sovranità romana, si può poi stupirsi di essere tirati in ballo, o limitarsi a dire che la colpa è di servitori infedeli e di istituzioni indipendenti e sovrane? Se si vogliono controllare persino le opinioni dei porporati, e più in generale dei chierici, non si sarà tanto più responsabili dei loro comportamenti?

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), La responsabilità del Vaticano. Pedofilia e sentenza Usa, in “Il Piccolo”, 1 luglio 2010, pp. 1-2

Ma il federalismo non può attendere

Un quartino di niente. Potremmo sintetizzare così la nomina del quarto ministro ad occuparsi dell’obiettivo più evanescente del governo: il federalismo. Un obiettivo che, dato il taglio continuo di risorse proprio agli enti che il federalismo dovrebbero attuare – Comuni e Regioni – rischia in realtà di allontanarsi indefinitamente o di restare a secco di contenuti reali, proprio come una bottiglia con troppi bevitori intorno. Un’etichetta senza prodotto. Un buco con niente intorno, per parafrasare una nota pubblicità, con un riferimento tragicamente diretto al buco nei conti pubblici che la manovra cerca malamente di contenere, caricandolo sugli enti locali e quindi in definitiva sui cittadini.

Tuttavia proprio la caduta dell’obiettivo finale sarebbe una tragedia ulteriore. Il federalismo è necessario non alla Lega, ma all’Italia. La Lega ha il merito storico di avere imposto la consapevolezza della sua necessità a buona parte del quadro politico, e alla pubblica opinione nel suo complesso. E la responsabilità storica di non aver saputo coinvolgere nella sua attuazione le capacità progettuali e tecniche migliori della nazione. E questo perché ha annegato un’istanza di innovazione e modernizzazione profonda, e di apertura, come il federalismo, in una proposta politica complessivamente angusta, arcaica e provinciale, di chiusura. Cercando di guidare e persino di monopolizzare il progetto con un ceto politico ancora non adeguato alla complessità della sfida. Con il risultato paradossale che se la Lega può attribuirsi a giusto titolo il merito di aver sollevato e tenuto alto anche in Parlamento e nel Governo il vessillo federalista, cui il Popolo delle Libertà si è adeguato più all’interno di una logica di scambio che per convinzione, sono spesso parlamentari, sindaci e intellettuali progressisti a suggerire i tecnicismi necessari ad attuarlo, o ad accorgersi delle contraddizioni più macroscopiche nella sua costruzione, e a cercare di correggerle.

Il fatto che però oggi chi nel Pdl tiene i cordoni della borsa, insieme alla destra di Fini, accompagnata anche da parte significativa della sinistra e della sua stampa, ripeta come un mantra che ormai di soldi per attuare il federalismo non ce ne sono più, e quindi non se ne parla proprio, lascia trapelare la malcelata soddisfazione di chi, in fondo, pensa così di aver colpito l’avversario politico di maggiore successo degli ultimi anni. Facendo un altro errore storico. Perché il fallimento di questo obiettivo (lo ripetiamo: l’unica vera grande istanza di modernizzazione sistemica che sia stata avanzata nell’ultimo decennio almeno) sarebbe il fallimento dell’Italia, non solo della Lega: che avrebbe buon gioco nell’attribuirne la responsabilità ai nemici centralisti, lucrandone comunque una rendita elettorale, anche se vedrebbe allontanarsi ulteriormente il suo principale obiettivo politico, ciò che alla lunga stancherebbe la parte più avvertita del suo elettorato.

La Lega ha ingoiato rospi di dimensioni enormi, pur di portare a casa l’obiettivo almeno nominalistico del federalismo, a cominciare da quello fiscale: dalle leggi ad personam agli investimenti a pioggia nel sud, fino a una modalità di governo, avallata anche dalla Lega stessa, che ha configurato quello attuale come probabilmente il governo più centralista dell’intera storia repubblicana, che ha eroso competenze agli enti locali in tutti i settori, a partire dalla stessa imposizione fiscale. Sperare che il processo fallisca in modo da caricarlo sulle spalle della Lega sarebbe tuttavia irresponsabile, per l’alleata destra non leghista come per l’opposizione. Sconfitto il federalismo non avrebbe vinto nessuno: se non la vecchia, inefficiente, immobilista e spendacciona Italia di sempre. Una Italia da cui non solo il nord ha tutto il peggio da temere, e nulla, ma proprio nulla di buono da aspettarsi.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Ma il federalismo non può attendere, in “Il Piccolo”, 26 giugno 2010, pp. 1-2 (anche su Messaggero Veneto, pp.1-2). Anche in Allievi S. (2010), Il federalismo dopo il varo della manovra, in “Il Mattino”, 16 luglio 2010, p. 1 (anche la nuova venezia e la tribuna di treviso, la manovra e il federalismo)

Il Pd si sta berlusconizzando?

Della democrazia interna possono fare a meno i partiti personalistici, carismatici e monoproprietari. Ad essi non servono congressi: e infatti fanno convention, passerelle o meeting tribunizi ad uso delle tv; tanto le decisioni vengono prese altrove. Non così per un partito che si vuole democratico, per ragione sociale e per metodo.

E’ per questo che ha suscitato sorpresa leggere sui giornali che un conclave di autorevoli maggiorenti del PD padovano, che non costituisce tuttavia un organismo formale del partito, avrebbe deciso i prossimi segretari cittadino e provinciale in un logica di compensazione tra correnti, con candidature uniche e nessuna possibilità di discussione (chi vorrà candidarsi potrà farlo, naturalmente, ma senza e contro il partito, la cui macchina lavorerà per altri). Per giunta con una certa fretta, visto che, ignorando le richieste di rinvio che venivano da alcuni circoli di base, Padova e Vicenza, uniche realtà venete, svolgeranno i congressi entro pochi giorni, mentre altrove si faranno in autunno (come chiesto dai due terzi degli iscritti sul sito dello stesso PD veneto).

La miopia di questo metodo sta nel fatto che il PD ha dato il suo meglio, anche in termini di partecipazione e di visibilità dei suoi contenuti e delle sue battaglie, quando ha saputo coinvolgere maggiormente cittadini ed elettori. Qui si tratta di iscritti, che a maggior ragione si dovrebbero coinvolgere nel meccanismo decisionale. E che invece, complici tempi ristrettissimi e un regolamento al limite del delirio burocratico, che ancora una volta impone liste bloccate e non consente di esprimere preferenze, vengono di fatto marginalizzati.

Non è la scelta delle persone, tutte degne, in questione: ma il metodo. Contrariamente a quanto si dice, il fine, anche in politica, non giustifica i mezzi, ma li discrimina. Se l’obiettivo è costruire un partito che sia democratico, possibilmente più ampio e coinvolgente dell’attuale, propositivo e capace di costruire un’alternativa, il metodo non può essere che democratico, propositivo e coinvolgente. Non praticarlo impedisce la discussione e il confronto interni, anche tra vertici e base, che sono fecondi, riducendo tutto a una discussione autoreferenziale tra vertici non sempre rappresentativi, e costringendo il dibattito a spostarsi all’esterno del partito: dai mugugni al bar ai giornali.

Un grande studioso, Albert Hirschman, insegnava che il membro di un’organizzazione, al di là dei momenti di adesione fusionale, ha solo due modi per manifestare la sua critica (e la sua stessa presenza): l’exit e la voice. L’exit è appunto l’andarsene: non comprare più il tal prodotto, non votare più il tal partito. Un gesto chiaro, ma senza spiegazioni. La voice è la critica costruttiva: manifestare le proprie posizioni, motivarle, cercare aggregazione intorno ad esse, proporre soluzioni di miglioramento o ricambi di leadership. Se la voice non è consentita, non resta che la lealtà acritica (che tuttavia è un meccanismo che funziona meglio nei momenti di successo) o l’exit. Ecco perché non consentire alla voice di manifestarsi nell’ambito di un dibattito franco e aperto tra proposte alternative è una logica controproducente, che il PD, e le molte buone energie che lo abitano, non merita.

Una nota a margine. Questa logica dà rappresentanza solo a due gambe del PD: l’ex DS e l’ex Margherita. Riproducendo il passato anziché costruire il futuro, e impedendo la voice dell’altra fondamentale terza gamba: quella degli iscritti avvicinatisi al PD precisamente perché era un progetto nuovo e diverso – molte delle energie migliori e più entusiaste del partito si trovano proprio in quest’area. E non favorisce una discontinuità tra le persone che hanno gestito le diverse fasi, considerata quasi unanimemente una condizione indispensabile al rinnovamento (il candidato segretario provinciale, ad esempio, era un vice del precedente: il che è buona cosa solo quando l’obiettivo è la continuità). Non sembri strano allora che si auspichi una sana concorrenza, che non fa bene solo al mercato. E l’ascolto di persone e aree portatrici di opzioni alternative e di spinte innovative. Servirebbe almeno a non ripetere gli errori di sempre.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Il Pd si sta berlusconizzando?, in “Il Mattino”, 12 giugno 2010, p. 19

Il potere delle leggi e quello del padrone. Capire l’Italia con Rousseau

Rousseau e l’Egoarca: Su intercettazioni e dintorni

“Il più forte non è mai abbastanza forte da esser sempre il padrone, finché non trasforma la sua forza in diritto e l’obbedienza in dovere” (Rousseau). Ecco spiegata l’enfasi sulle leggi ad personam e ad pecuniam. E la necessità di inchiodare un paese travolto da un dissesto economico e finanziario e da una bancarotta morale di cui non abbiamo ancora visto il peggio (e, letteralmente, non lo vedremo, perché non ce lo faranno vedere) alle leggi sulle intercettazioni telefoniche.

Capita, alle volte, di riprendere in mano un autore del passato, e di ritrovarsi immersi nell’attualità più scottante. E’ quello che mi è capitato nei giorni scorsi col vecchio Rousseau: che, duecentocinquant’anni dopo aver scritto i suoi libri più noti, scopro descrivere non la Svizzera o la Francia di allora, ma l’Italia di oggi. L’Italia che nel momento in cui taglia ulteriormente le risorse e i servizi ai cittadini e dunque anche le loro libertà, produce riforme che impediscono a quegli stessi cittadini di sapere cosa fanno coloro che danneggiano e umiliano il paese e le sue regole in nome della privacy di governanti e delinquenti, approfittatori e accaparratori, mafiosi e trafficanti, corrotti e corruttori (quando non sono, se non la stessa persona, lo stesso ceto e lo stesso coacervo di interessi). L’Italia in cui l’Egoarca ci costringe a dibattere di intercettazioni e riprese video, come se fossero la principale urgenza del paese, solo perché è rimasta l’unica via attraverso cui lui e la sua corte sono stati messi in qualche modo alla berlina, o còlti in atti e parole moralmente discutibili o francamente illegali. Questo mentre i cittadini vedono assottigliarsi giorno dopo giorno i servizi cui avrebbero diritto, i comuni affogano in incomprensibili patti di stabilità che ne uccidono la possibilità non solo di spesa, ma di governo: e gli uni e gli altri restano senza parole, anche senza bavaglio alle intercettazioni, senza risorse e con sempre meno libertà.

Sembra di rileggere un’altra memorabile frase del nostro Jean-Jacques: “Voi avete bisogno di me, perché io sono ricco e voi siete poveri; facciamo dunque un accordo tra di noi. Io permetterò che voi abbiate l’onore di servirmi, a condizione che voi mi diate il poco che vi resta, per la pena che io mi prenderò di comandarvi”. O altrove, ancora più radicalmente: “Di fatto le leggi sono sempre utili a quelli che possiedono e nocive a quelli che non hanno niente” – almeno quando la volontà dell’Egoarca è così radicalmente lontana da quella dei sudditi, e la sua bulimia di potere, e il suo desiderio di sfuggire qualunque controllo, incluso quello della Costituzione, che non a caso gli sta stretta, non conosce limiti.

E’ in questi casi che si scopre come la democrazia – che resta sempre, come diceva Churchill, “il peggiore dei sistemi possibili, ma non ne conosco uno migliore” – possa diventare quel perverso meccanismo per cui detenere il potere politico è detenere il mezzo per travestire un interesse particolare da interesse generale. Ottenendo, nelle parole di Rousseau, questo splendido risultato: “Quanto a voi, popoli moderni, voi non avete schiavi, ma lo siete”. O lo state diventando. Perché “un popolo libero obbedisce ma non serve; ha dei capi, ma non dei padroni; obbedisce alle leggi, ma solo alle leggi; ed è in virtù delle leggi che non diventa servo degli uomini”. Se non c’è, tuttavia, la scellerata collaborazione di chi le leggi le fa (o nemmeno più quello: si limita a votarle) secondo le necessità dell’Egoarca, perché invece che rappresentante del popolo, grazie a un sistema che nessuno stranamente sente l’urgenza di cambiare, è un cortigiano che deve la sua fortuna alle grazie capricciose del sovrano. E dal quale quindi non ci aspettiamo alcun sussulto di dignità.

Stefano Allievi

24 Allievi S. (2010), Il potere delle leggi e quello del padrone. Capire l’Italia con Rousseau, in “Il Piccolo”, 10 giugno 2010, pp. 1-2 (anche su Messaggero Veneto, Italia ad personam. Le urgenze sono altre, pp.1-2). Anche in Allievi S. (2010), Diritto della forza, dovere dell’obbedienza. Quante leggi ad personam e ad pecuniam, in “Il Mattino”, 11 giugno 2010, pp. 1-4 (anche ‘La Nuova di Venezia’ e ‘La Tribuna di Treviso’)