Immigrazione, sbarchi, accoglienza: le contraddizioni dell’Italia

Sembra di stare in “Ricomincio da capo”, il vecchio film in cui uno sfortunato Bill Murray impersona un metereologo rimasto imprigionato in un loop temporale, che lo fa risvegliare ogni mattina alle sei nello stesso giorno, il giorno della marmotta. Noi invece siamo tornati all’era pre-Covid, nel periodo in cui Salvini era ministro dell’interno, e si faceva la guerra alle ONG e agli immigrati sbarcati in Italia (intorno ai 12mila nel 2019) mentre non ci si accorgeva che nello stesso anno gli emigranti erano saliti a 285mila, e forse il problema più serio era lì. Oggi come allora si usano i migranti raccolti dalle navi umanitarie (una frazione di quelli arrivati in Italia via mare, peraltro, a loro volta una parte del totale, che include anche chi arriva via terra per la rotta balcanica), per lanciare obliqui messaggi all’opinione pubblica interna, dimenticando totalmente i problemi veri, per non parlare dell’interesse dell’Italia.

Cominciamo dai problemi. La principale contraddizione sta nel fatto che i due principali partiti di governo, Lega e Fratelli d’Italia, non vogliono ammettere che esiste una necessità strutturale di forza lavoro immigrata. Si continua a dire che sì, è giusto salvare i profughi, “quelli veri”, ma i migranti economici non servono e non li vogliamo. Ebbene, è il contrario. I primi vanno salvati per motivi umanitari, e impegni liberamente assunti attraverso la firma di convenzioni internazionali: che, se non si è più d’accordo, vanno denunciate, assumendosene la responsabilità. Ma dei secondi abbiamo un enorme bisogno, e senza di loro rischiamo un vero e proprio de-sviluppo, in confronto al quale la crisi attuale sembrerà una passeggiata. Il motivo è semplice: nei prossimi trent’anni la forza lavoro (15-64 anni) scenderà, nello scenario più probabile, di dieci punti, dal 63,8% al 53,3%, passando dai due terzi alla metà della popolazione. Secondo molti le cose starebbero anche peggio: già solo tra il 2022 (oggi) e il 2030, e solo nel Centro-Nord, la quantità di forza lavoro calerà di oltre un milione e 200mila unità, per la semplice ragione che le persone che dovrebbero sostituire chi andrà in pensione non sono mai nate, non esistono, e quindi quelle posizioni resteranno inoccupate. Certo, potrebbero occuparle i nostri figli, se li facessimo: ricordo che negli ultimi due anni la differenza in negativo tra nati e morti ha superato le 400mila persone – una città come Bologna che sparisce ogni anno. Ma anche se prendessimo oggi i provvedimenti migliori del mondo per favorire la natalità (cosa che non si farà perché si preferisce investire, follemente, sull’anticipo dell’età pensionabile, e anche questo governo, come i precedenti, ha altre priorità), gli effetti sul mercato del lavoro si vedrebbero comunque tra vent’anni. Nel frattempo, i posti di lavoro, e la ricchezza che ne consegue, li bruciamo?

Gli imprenditori, di tutti i settori, queste cose le sanno già, visto che non trovano manodopera: non solo nel turismo, come denuncia il ministro leghista Garavaglia, e non solo nell’agricoltura, come ci si accorge a ogni inizio di raccolta stagionale, ma pure nella manifattura. Le sanno anche i politici che rappresentano i territori più produttivi d’Italia, a partire da Lombardia e Veneto, governati dal centro-destra. Il problema è che sono i loro riferimenti nazionali, i loro leader, a continuare a voler insistere sulla criminalizzazione dell’immigrato che arriva irregolarmente in quanto tale, per motivi di bottega elettorale, di messaggi che si vogliono mandare all’opinione pubblica (che tuttavia è probabilmente più avvertita di loro, visto che in tutti i sondaggi la paura dell’immigrazione è scesa notevolmente di livello, rispetto a ben più realistiche paure materiali). Finché non ci sarà una presa di posizione finalmente politica, anche da parte dei territori, in cui si denuncino le politiche nazionali su questi temi, non se ne uscirà. Continuando a fare (e qui veniamo al secondo punto) il male del paese, giocandosi la collaborazione internazionale, più necessaria che mai, in cambio di qualche strizzatina d’occhio in favore di telecamera all’elettorato interno, tanto in Italia come in Francia.

Il solo modo serio di affrontare il tema degli sbarchi di irregolari è la riapertura di canali regolari di ingresso, in collaborazione con l’Unione Europea e tramite accordi (che, se tali, devono essere vantaggiosi per le due parti) con i paesi di provenienza; la gestione europea dei richiedenti asilo, con una revisione (che non può che essere concordata, non imposizione unilaterale) degli accordi di Dublino e sul ricollocamento dei profughi; e l’integrazione di chi è già qui, smettendola di additare l’immigrato come un nemico, dato che queste semine d’odio hanno effetti gravi sul piano sociale, creando conflitti anziché risolverli. Per evitare di occuparsi di questi, che sono problemi seri, e presuppongono riflessione, lavoro e competenze, si preferisce invece continuare a piantare bandierine identitarie, in cui la sceneggiata sulle ONG è parte dello spettacolo. Un giochino che alimenta il clima da tifo calcistico, ma non risolve i problemi: li aggrava. E, come si è visto, indebolisce la collaborazione intraeuropea anziché rafforzarla.

 

Migranti, gli errori italiani, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 13 novembre 2022, editoriale, p.1

Il cosiddetto gender. Di cosa ha paura chi ne ha paura

Le teorie gender non esistono. Non, almeno, nella forma di spauracchio che coloro che le avversano temono. Esiste invece la ricerca di un’identità di genere oggi sempre più fluida: che per i giovani è costitutiva, primaria, ma che vedono in maniera molto diversa rispetto alle generazioni che li hanno preceduti.

È per questo che nelle scuole e nelle università è così importante che se ne parli (lo si fa già, del resto: la differenza è se ad interrogarsi sono anche le istituzioni, come necessario). E che si consentano percorsi di sperimentazione diversi, come gli alias, il cambiare nome e apparenza: perché è davvero un altro mondo quello che ragazzi e ragazze stanno attraversando, anche se noi, generazioni precedenti, non lo capiamo. Per molti di loro è la nuova normalità. Sono cambiati i costumi sessuali, ma anche i sentimenti e il modo di esprimerli, e le forme di espressività. Il semplice fatto che la distanza dal primo rapporto sessuale al momento del matrimonio o semplicemente di una convivenza, di un legame più stabile, sia aumentata così tanto, e si misuri ormai in lustri, nemmeno in anni, ha fatto sì che in mezzo si apra un campo e un periodo di sperimentazione, anche per tentativi ed errori, con un aumento dei partner e del tipo di rapporti: il cambiamento anche culturale che c’è già stato consente ai giovani di sperimentare e sperimentarsi come nessuna generazione precedente ha potuto fare.

Sì, certo, è anche un fenomeno di moda, ed è normale. Come per tutte le cose significative che ci riguardano: ma dietro ci sono domande autentiche, vita vissuta, sofferenze anche (basterebbe ascoltare coloro che si sono trovati in situazione di incertezza identitaria, magari abitando in un piccolo paese, non capiti dalla famiglia, dal contesto che avevano intorno, e solo grazie a internet hanno scoperto che la loro ricerca aveva un nome, che c’erano migliaia di giovani come loro, e questo li ha salvati). Se ne discute, si parla, si sperimenta, si assumono comportamenti diversi, e se ne capisce il costo, la difficoltà, l’impegno. La società complessivamente ci guadagna. Bisogna cominciare a pensare che a essere capaci di vivere l’esperienza dell’altro non ci si perde niente: ci si arricchisce solo, e ce n’è un enorme bisogno. I giovani in questo vogliono davvero essere diversi dalle generazioni che li hanno preceduti, e potranno vivere in un mondo diverso perché lo stanno già costruendo.

Non è lo sfizio di un progressismo ottuso, che viene accusato di non vedere i veri problemi della società, mentre questi sarebbero inutili e irrilevanti. Così come per l’accettazione della pluralità culturale, il multiculturalismo cui viene spesso accoppiato, l’attenzione al genere mostra che per le giovani generazioni, tanto la diversità etnica e razziale, quanto la differenza di genere, è sempre più irrilevante. È proprio un salto generazionale. Come i bambini che fin dal nido hanno come compagni bambini di altra religione, colore della pelle, etnia, e non lo vivono come problema, non si fanno problemi ad accettare queste diversità, almeno fino a quando non si mettono a ripetere pappagallescamente i pregiudizi appresi in famiglia, dai loro genitori, così è per l’identità di genere, e i comportamenti detti devianti, o non conformi. E questo processo, ormai innescato, è irreversibile: tanto vale tenerne conto.

Forse sta accadendo qualcosa di simile all’attenzione per l’ambiente e per la natura: la cecità ottusa non è la loro, è la nostra, che non ci siamo accorti di quanto eravamo parte di un tutto. Ecco, loro si accorgono di essere anche plurali, liquidi, più di quanto noi pretendiamo di essere (senza esserlo davvero), singolari e solidi, quando non tetragoni. In particolare nella fase della vita, sempre più lunga, in cui sono a scuola e all’università: in cui discutono, si fanno domande, si posizionano rispetto alla società, cambiano e la cambiano. Per questo è necessario non solo tenere conto della loro ricerca e della loro espressività, ma anche ascoltarli. Abbiamo qualcosa da imparare pure noi.

Non stupisce che a favore di una discussione aperta sul tema siano in primo luogo gli insegnanti e gli psicologi. I primi perché sono quelli incaricati dalla società di far funzionare il processo di socializzazione, che nelle famiglie funziona sempre meno: trasmettendo valori che si scoprono sempre meno condivisi. E i secondi perché una marea di questi ragazzi li hanno in cura, proprio perché non li ascoltiamo, e non ci rendiamo conto dei cambiamenti che hanno attivato. Così come non stupisce che un pezzo della politica e della società continui ad essere contro a qualunque discussione: proprio perché è lontana da questi mondi, proprio perché non li capisce.

 

I giovani, gli adulti e il gender, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 22 ottobre 2022, editoriale, p.1

La violenza di genere. E qualche possibile risposta. Il punto di vista di un maschio, adulto

L’ennesimo femminicidio pone per l’ennesima volta il problema di trovare una risposta alla più banale delle domande: perché? Perché ancora questa ottusa violenza sulle donne? Provo a rispondere a partire da quello che sono: un maschio. E a sminuzzare alcune ipotesi che non pretendono di essere una teoria, ma solo frammenti di spiegazione che tentano di dire l’indicibile.

C’è un problema del maschile con la violenza in generale, innanzitutto. La violenza come mezzo quasi ‘naturale’ (anche se non c’è niente di naturale in tutto ciò, ma è frutto di una cultura tramandata nei secoli) di risoluzione dei conflitti, che poi vuol dire anche l’incapacità di trovare altri mezzi per farlo. Non a caso la guerra è affare dei maschi, e laddove non è più (e per fortuna) questione pubblica abituale (in passato ogni generazione aveva la sua guerra, la sua insurrezione, la sua colonizzazione, la sua indipendenza, o la sua rivoluzione, per la quale andare allegramente a combattere), è rimasta una sua presenza forte nel privato, nel quotidiano: violenza di genere, bullismo, conflitti metropolitani da traffico o da stadio, violenza gratuita e delinquenza vera e propria, ma anche competizione estrema nel mondo del lavoro, nello sport, e altrove. Come se l’imporsi fosse il solo modo conosciuto di farsi strada. Si badi bene, non è che la violenza nel privato sostituisca la guerra: in passato c’era e l’una e l’altra, ed entrambe a livelli di barbarie ben peggiori. Semplicemente la diminuzione di frequenza dell’una ci costringe a vedere meglio le logiche sottese all’altra, che dipendono da noi e di cui abbiamo responsabilità: a differenza della guerra non possiamo dire che è colpa di qualcun altro.

Collegata alla violenza, e alla competizione, c’è la questione dell’esercizio del potere. Che, anch’esso – cominciamo ad impararlo – ha molte dimensioni e può essere esercitato in molti modi, anche orizzontali e inclusivi, ma per il quale ricadiamo troppo spesso nella legge del più forte, nell’imposizione e nella verticalità, che poi è una traduzione su altri piani della gara a chi ce l’ha più lungo: che si tratti di politica, di impresa, di scuola o di famiglia. Anche qui un’evoluzione c’è stata, eccome. Ma uscire da abitudini consolidate di privilegio (e quello del maschile nei confronti del femminile è sicuramente tale), tanto più perché indifendibili sulla base della logica e della razionalità, richiede tempo (generazioni: e tuttavia sta accadendo, l’evoluzione sociale in questo senso è inesorabile), ma anche capacità di lettura dei fenomeni e magari guida: e questo si vede meno. Le donne conquistano faticosamente spazi, gli uomini ne perdono, ma in un certo senso non ancora abbastanza, e restano spesso arroccati in un’ottusa difesa (di un fortino sempre più piccolo, le cui ragioni d’essere si indeboliscono platealmente) che non so definire altrimenti che corporativa: e quindi, come tutte le corporazioni, che sanno di essere l’opposto della meritocrazia, e di difendere privilegi ingiustificati, fuori tempo massimo rispetto alla storia, sanno reagire solo con la prepotenza – senza nemmeno più ricercare motivazioni.

Si dirà che è un problema di cultura, ed è giusto, se si prende il termine in senso ampio (non di istruzione solamente, dato che la violenza nei confronti delle donne attraversa anche le classi sociali e i ceti). E allora forse vale la pena chiudere la nostra riflessione su questo: la cultura di genere. Abbiamo la sensazione che una parte del problema stia lì. Nella definizione di ruoli differenti, ancora troppo caratterizzati come irriducibili, ad alcuni dei quali è associato più potere di altri. Anche in forme indirette: il fatto che il lavoro esterno sia salariato, quello domestico e di cura no, o il fatto che i lavori a maggiore presenza maschile vengano pagati meglio di quelli detti femminili, fa passare in maniera strisciante e silenziosa un messaggio assai chiaro, in una società in cui il valore si evidenzia soprattutto attraverso il denaro (e semmai ci sarebbe da mettere in questione anche questo aspetto: se l’aspetto relazionale è così centrale nelle nostre vite, perché il lavoro relazionale vale così poco?).

Le generazioni più giovani, che vivono in maniera sempre più ovvia e autoevidente una maggiore fluidità di genere, e il desiderio di superare steccati, confini, ruoli e luoghi comuni legati al genere, forse in questo senso possono insegnarci qualcosa: perché la capacità di assumere il ruolo dell’altro (non in astratto, ma nella pratica: che significa a casa, al lavoro, nel modo di relazionarsi, di vestirsi, di comunicare con le parole e con il corpo, di usare il tempo, di desiderare un ruolo) ci consente di comprenderne meglio il punto di vista, di aumentare significativamente i livelli di empatia, di leggere meglio i problemi di comprensione, e quindi di trovare soluzioni ai medesimi.

 

Ci manca la cultura di genere: impariamo dai più giovani, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto” 25 settembre 2022, editoriale, p.1

Il vescovo, il prete e l’ora di religione: lezioni dal caso Verona

Il vescovo di Verona, mons. Zenti, ha scelto di uscire male dalla storia e dalla vita pubblica della città: esautorando dall’insegnamento un prete che ha osato criticare la sua grossolana sortita pre-elettorale in favore del candidato sindaco del centro-destra.

Il casus belli è noto: prima del ballottaggio mons. Zenti ha scritto una lettera ai preti della diocesi in cui poco velatamente invitava a votare usando come criterio alcune “frontiere prioritarie”, come la “famiglia voluta da Dio e non alterata dall’ideologia del gender”, l’aborto e l’eutanasia, la difesa della scuola cattolica. Il vescovo ha cosmeticamente mascherato il suo patente appoggio al centro-destra (che aveva un precedente nelle elezioni del 2015, in cui aveva esplicitamente invitato a votare una candidata leghista) citando anche la disoccupazione, le povertà, la disabilità, l’accoglienza dello straniero: ma tutti hanno perfettamente capito dove voleva andare a parare, tanto che lo stesso candidato del centro-destra, Sboarina, ha fatto ampio riferimento, nel suo ultimo videomessaggio, proprio alla fantomatica ideologia gender (e a modo suo agli immigrati, dicendo che la sinistra avrebbe riempito Verona di campi rom, clandestini, degrado e abusivi), senza che la cosa gli abbia portato fortuna. Un prete e insegnante di religione noto in città, don Marco Campedelli, ha scritto una lettera aperta al vescovo, criticandone le sortite, finendo sospeso dall’insegnamento. Al di là di come la Curia sta oggi tentando di mascherare la sua posizione (e magari si finirà per sospendere la sospensione, per eccesso di clamore e palese effetto boomerang), la vicenda è interessante, e ha valenza non solo locale, per diversi ordini di motivi.

Il primo è il diritto stesso di critica all’interno della chiesa. Se una posizione dissonante rispetto all’autorità è considerata lesa maestà, se ne deduce per converso che l’unica posizione ammessa, apprezzata e premiata è il conformismo acritico, con tutti i difetti connessi: ipocrisia, servilismo, mentalità da yesman (in italiano suona leccapiedi, in dialetto basabanchi). Del resto è l’ideologia implicita nella stessa idea di appello al voto da parte di un vescovo o di un prete: si chiama clericalismo, e presuppone che il clero abbia un ruolo, una responsabilità e un potere maggiore dei laici, e che ne sappia di più anche sulla vita sociale e politica. L’ironia sta nel fatto che il clericalismo (idea pre-conciliare e paternalistica) è ancora fortemente presente nella chiesa, pur essendo del tutto depotenziato nella realtà: il voto cattolico non esiste sostanzialmente più, e la capacità di influenzare gli eventi politici ridotta al lumicino per scelta autonoma dei laici (come dimostra la stessa vicenda veronese).

Ma questa vicenda ci dice molto anche sulla questione dell’insegnamento della religione: che ancora, incongruamente, ha un carattere di ircocervo (animale favoloso, che la Treccani ci ricorda essere metafora di cosa assurda, inesistente, chimerica), oggi non più accettabile. Con insegnanti pagati dallo stato, ma un curriculum formativo deciso dalla chiesa cattolica, e l’obbligo del gradimento della chiesa locale per insegnare, con ingerenze anche nella vita e nella moralità privata dei docenti. È del tutto evidente che tale situazione è oggi insostenibile. Perché non siamo più tutti naturaliter cattolici, perché sempre più persone rifiutano questa sostanziale imposizione, e perché siamo in una società religiosamente plurale, e con un’ampia presenza di non credenti e non praticanti. Ed è interessante che sia proprio dall’interno del mondo cattolico più avvertito che si segnala – da anni – la necessità di passare dall’ora di religione (sostanzialmente obbligatoria dato che l’alternativa, a dispetto della normativa, è quasi sempre il nulla – ma anche ridotta, spesso, per poter coinvolgere tutti, a vaghe discussioni, e declassata a materia senza voto) all’ora delle religioni, gestita dallo stato, con la stessa dignità delle altre materie, capace di formare gli studenti al pluralismo religioso, ma anche alla stessa riflessione sul fatto religioso, oggi scandalosamente assente. Il risultato controdeduttivo della situazione attuale, infatti, è la sconcertante ignoranza religiosa degli italiani. Una perdita secca: anche per la chiesa cattolica.

 

Il vescovo e le ore di religione, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto” e “Corriere di Verona”, 2 luglio 2022, editoriale p.1

Ius Scholae: le ragioni di una legge

La Camera dei deputati ha cominciato a discutere la legge sullo ius scholae, che concede la cittadinanza italiana a tutti coloro che hanno completato almeno un ciclo scolastico – ed è subito polemica. La platea potenziale è ampia: si tratta di circa 880mila studenti, la stragrande maggioranza dei quali è nata in Italia. Il valore e l’impatto della legge – peraltro supportata, nei sondaggi, dalla maggioranza degli italiani – sulla vita dei futuri nuovi cittadini potrebbe essere quindi significativo.

Perché è utile e anche urgente il provvedimento? L’acquisizione della cittadinanza è regolata da una legge del 1992: trent’anni fa, quando ancora le seconde generazioni erano pressoché inesistenti, dato che l’Italia era diventata da appena un paio di decenni un paese di immigrazione, dopo essere stato a lungo un paese di emigrazione. Ciò spiega perché la legge consenta il recupero della cittadinanza ai discendenti di italiani emigrati anche da diverse generazioni, che nulla sanno dell’Italia e che per lo più non sono interessati al rientro (la maggior parte, specie dall’America Latina, la chiede per poter entrare negli USA senza obbligo di visto), ma non ai figli degli immigrati nati qui (o arrivati da piccoli), socializzati qui, scolarizzati qui, spesso frutto di un’integrazione che più che nazionale potremmo definire marcatamente dialettale (la maggior parte di loro non la riconosceremmo come straniera, sentendoli solo parlare). Peraltro, la legge italiana è una delle più restrittive dell’Europa occidentale, e più restrittiva persino della legge italiana del 1912 e delle norme previste dallo Statuto albertino. Attualmente si può chiedere solo al compimento del diciottesimo anno di età, l’iter dura mediamente almeno quattro anni (ma per molti cittadini di origine non Europea si allunga notevolmente), e non è un diritto, ma una concessione individuale, non infrequentemente rifiutata. Il risultato è che questi giovani si ritrovano titolari solo di un permesso di soggiorno, da rinnovare anno per anno se per motivi di studio e se maggiorenni, che spesso arriva con molti mesi di ritardo rispetto alla richiesta, e tutta una serie di problemi pratici conseguenti: non poter andare all’estero nemmeno in gita scolastica, non poter rappresentare l’Italia nello sport agonistico, non poter partecipare a concorsi pubblici (che incostituzionalmente spesso prevedono ancora il requisito della cittadinanza; ci limitiamo a citare il caso dei medici, di cui c’è penuria, e che in paesi come la Gran Bretagna sono stranieri di origine per oltre un terzo). E in generale non essere come gli altri: in qualche modo essere obbligati a non sentirsi membri a pieno titolo della comunità, pienamente integrati, ancora meno patrioti – per impossibilità tecnica, proprio, e in contraddizione col loro sentire maggioritario. Curiosamente, i loro compagni spesso lo ignorano, si sorprendono quando lo scoprono, e non ne capiscono il motivo. Da qui il moltiplicarsi di iniziative locali di concessioni di una cittadinanza simbolica, anch’essa nella forma dello ius scholae (ora è la volta di Bologna, ma accade da anni, nel silenzio generale, anche in piccoli paesi), che consenta di sentirsi parte almeno della comunità locale.

La cittadinanza è “il diritto di avere diritti”, come ha scritto Hannah Arendt. Ma ha anche un importante valore simbolico, ed è rivendicata per questi motivi dai ragazzi di seconda generazione: che non si sentono affatto diversi, e vorrebbero semplicemente essere trattati come gli altri. Ciò che risponde a un principio fondamentale, al riconoscimento di un importante mutamento sociale (legato alla sempre maggiore mobilità, che peraltro vede oggi prevalere quella in uscita rispetto a quella in entrata, le emigrazioni rispetto alle immigrazioni), ma anche alla logica della convenienza, che dovrebbe spingerci a preferire un’integrazione completa rispetto a una parziale, anche per questioni demografiche e di fabbisogno di manodopera, visto che i saldi oggi sono drammaticamente negativi, e siamo in penuria sia di bambini che di lavoratori. Uno dei casi virtuosi in cui i valori si sposano con gli interessi. Un suicidio contrastarne la logica.

 

I diritti dei ragazzi nati qui, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, “Corriere di Verona”, “Corriere del Trentino”, “Corriere dell’Alto Adige”, 30 giugno 2022, editoriale, p.1

Quando chi chiede inclusione, esclude: considerazioni sul Gay Pride di Bologna

Tra i paradossi che ci è toccato vedere ultimamente (solo la politica ce ne ha offerti di più, con salti mortali, capriole logiche e contorcimenti di appartenenze ancora più evidenti) c’è anche questo: la festa dell’inclusione per eccellenza, il Gay Pride, che esclude – il movimento antidiscriminazione che discrimina.

Come sta succedendo a Bologna, dove è in corso la discussione sulla partecipazione di un gruppo di poliziotti alla sfilata dell’orgoglio omosessuale. La cosa è singolare e interessante di per sé: un gruppo di attivisti del gruppo Polis Aperta (significativo il gioco di parole intorno alla polis come città – sottinteso: di tutti – e come tutori dell’ordine), che include poliziotti e membri delle forze armate, vorrebbe partecipare al Gay Pride in maniera caratterizzata e visibile (non in divisa ma, come fatto peraltro in occasione di altri Pride, con il nome dell’associazione e una polo con la scritta “Diversamente uniformi” che richiama nei colori la divisa stessa). Avremmo potuto eventualmente aspettarci il disappunto del questore, o la contrarietà dei superiori, a un partecipazione che dal loro punto di vista avrebbe potuto creare dissonanze, se non problemi (anche se il diritto a manifestare è una conquista di civiltà non negoziabile anche per le forze di polizia): il Pride è sempre stato una manifestazione pacifica, gioiosa e solare (semmai, a provocare, a cercare lo scontro, o a picchiare, in passato, sono stati i militanti organizzati anti-gay, e ancora più lontano nel tempo, proprio i tutori dell’ordine), ma nel caso degenerasse in scontri, potremmo rischiare, in linea del tutto teorica, di vedere appartenenti allo stesso corpo di polizia in ruoli diversi e contrapposti.

Lascia invece smarriti, più che stupefatti, che a essere contrari alla loro presenza sia il comitato organizzatore del Pride bolognese, o almeno una sua parte (a giudicare dai commenti che girano in queste ore, molti non sono d’accordo): con una posizione fortemente ideologizzata e infantilmente estremista (cit. Lenin). Certo, storicamente ha un senso: il Pride nasce dopo l’ennesima provocatoria retata della polizia contro i gay a Stonewall nel 1969. Certo, la polizia, come molte altre istituzioni, incarna l’ordine costituito (il potere, se si preferisce): e il potere ha una dimensione repressiva delle differenze (spesso volutamente interpretate come devianze), e nello specifico si pone a tutela di un presunto mainstream che anche culturalmente è portatore di indubbi contenuti omotransfobici. Ma Polis Aperta, come molti altri (e come gli stessi organizzatori del Pride) ha precisamente lo scopo di sensibilizzare e trasformare la società dall’interno e dal basso, cambiando anche la visione del potere. E in molti modi ci sta riuscendo: il mondo sta cambiando, da questo punto di vista. Censurarne la presenza rasenta quindi il paradosso. Ancora di più quando tale rifiuto si manifesta – come si è visto in qualche commento alla vicenda – nella pura e semplice evocazione degli “sbirri” (con un gergo offensivo che dovrebbe perlomeno apparire dissonante a organizzazioni e ambienti che sono abituati a subirlo) come il male in sé: come se non fosse un mestiere necessario, tra gli altri. Che, per inciso, durante il Pride sarà svolto da uomini e donne che avranno il compito di proteggerli, i manifestanti, da eventuali provocazioni: di garantire i loro diritti, quindi, non di reprimerli.

Detto questo, facciamo i nostri auguri al Pride bolognese, e con particolare simpatia, quest’anno, ai militanti di Polis Aperta. Ricordando che un gruppo pop come i Village people, icona del movimento omosessuale da 60 milioni di dischi (e autori di successi globali come “YMCA” e “In the Navy”, dove si invitava al reclutamento nella Marina Militare), hanno sdoganato le divise già negli anni ’70, dato che uno di loro, nelle esibizioni e nei video, era sempre vestito proprio da poliziotto. Forse hanno fatto più loro per l’inclusione, con un po’ di ironia, che tonnellate di seriosissimi comunicati e distinguo antiomolesbobitransfobici.

 

I paradossi di un Pride chiuso, in “Corriere di Bologna”, 24 giugno 2022, editoriale, p.1

Contro il cumulo di salari e pensioni nel pubblico impiego

Il caso del direttore generale di una USL che percepisce anche la pensione, pone più di un problema. Non tanto o non solo sul piano legale, dato che la legge non vieta in assoluto il cumulo, ma pone solo un limite economico (peraltro elevato, al di là della portata e dei sogni dei più: 240mila euro).

La questione non è legata al lavorare oltre una certa età: diciamo, convenzionalmente, oltre i fatidici 65 anni. L’aspettativa di vita di tutti noi si è alzata, e di molto: ormai, ai ritmi attuali dello sviluppo della medicina e delle tecnologie collegate, ogni decennio guadagniamo un paio d’anni di vita. Viviamo mediamente in molto migliore salute rispetto al passato, grazie ai miglioramenti nell’alimentazione e a stili di vita più salubri, a politiche di prevenzione e a sostegni farmacologici, che oggi fanno assomigliare un sessantacinquenne, in termini fisici e cerebrali, a un cinquantenne del passato: e, dopo tutto, a fronte di questi miglioramenti, non si capisce perché dovremmo essere obbligati a non dedicarci ad alcuna attività. Il problema è l’essere andati e continuare ad andare in controtendenza rispetto ai miglioramenti ottenuti, anticipando anziché ritardando l’età pensionabile: ciò che costituisce l’anticamera del problema di cumulo tra retribuzione e pensione che qui solleviamo.

Si pone innanzi tutto una questione di sostenibilità economica. Certo, sarebbe diverso se vivessimo in una società, come immaginano alcune teorizzazioni futuribili, dove a lavorare sono le macchine e noi potremmo godercela in attività ludiche, relazionali e creative (del resto, in questo caso, i vantaggi dovrebbero essere spalmati su tutte le generazioni, con una riduzione complessiva del carico lavorativo, non solo goduti dai più anziani). Ma poiché non è così, e molti lottano duramente per arrivare alla fine del mese, questa situazione grava le generazioni più giovani, già penalizzate dalla minore numerosità, di un peso intollerabile (si calcola che già intorno al 2040 il rapporto tra lavoratori e pensionati dovrebbe essere di uno a uno, mentre attualmente è di tre a due – il paradosso è che le pensioni dei secondi sono spesso già oggi più elevate dei salari dei primi). In più, se consentiamo il cumulo di salari e pensioni, si pone un problema di giustizia sociale molto serio, e anche di accettabilità e moralità complessiva del sistema.

Già oggi gli over 60 godono di vantaggi e tutele che le giovani generazioni, che sono penalizzate da un ingresso tardivo nel mercato del lavoro, e da lunghi periodi di precariato, tra stage e tirocini, non avranno: con effetti previdenziali molto pesanti in termini di valore delle loro, di pensioni, che saranno più basse di quelle offerte oggi (peraltro, in molti casi, quelle attuali sono in regime retributivo, e quindi molto aiutate dalla collettività).

Ecco perché diventa intollerabile, almeno nel settore pubblico, gestito con il denaro di tutti, che si consentano o addirittura si favoriscano ingiustizie ulteriori. Da questo punto di vista il divieto di cumulo dovrebbe essere assoluto. Eppure si manifesta anche in forme meno visibili: come quando un ente locale o un’impresa pubblica, per risparmiare, al momento del pensionamento di un dipendente, decide di attivare – a lui o a un altro – un contratto di consulenza, decisamente meno oneroso, e cumulabile alla pensione, a danno di un giovane non assunto e di un posto di lavoro cancellato. Almeno nel settore pubblico dovrebbe essere semplicemente proibito di avere contratti con chi già gode di una pensione pagata dal pubblico. L’obiettivo non è condannare gli anziani all’inutilità, ma al contrario favorire altri tipi di occupazione, anche a titolo non oneroso, o almeno ipotizzando forme di perequazione e bilanciamento tra salario e pensione, con diminuzione della seconda in caso di aumento del primo.

Conosciamo benissimo i problemi pratici che ci sono. La sanità, da cui siamo partiti, ce ne offre un intollerabile esempio nelle figure dei medici andati in pensionamento anticipato, con un regalo inutile, e poi riassunti a contratto nei medesimi ospedali date le carenze di personale sanitario. Ma qui dovrebbe essere la collettività ad attivare una class action per danno erariale contro chi ha voluto Quota 100, invece di accettare la situazione come un dato.

 

 

Un errore il cumuli dei redditi, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 22 giugno 2022, editoriale, p. 1

Guerra, grano, migrazioni. Le correlazioni (in-)visibili

La società è complessa per definizione. Proprio per questo non è raro trovare, nelle pagine dei giornali che la descrivono, notizie apparentemente scollegate, ma che a uno sguardo più attento possono illuminare alcune sottili correlazioni.

In questi giorni ne abbiamo due, una interna e una internazionale. Quella interna è legata alla mancanza di manodopera nel mercato del lavoro. Notizia prevedibilissima se ci si fosse presi la briga di leggere dei dati già qualche anno fa, dato che è più di un quarto di secolo che l’Italia è in recessione demografica (ha più morti che nati), ma di cui ci si accorge solo ora. Quella internazionale è legata alla guerra in Ucraina, alla crisi alimentare globale che rischia di innescarsi a seguito del blocco del grano nei porti ucraini e alla futura mancata produzione di un bene primario, e quindi alla povertà e al probabile aumento del potenziale migratorio di molti paesi che rischia di innescarsi.

Da cosa sono collegate queste due notizie? Da una cifra: 400mila. È di 400mila persone la differenza (in negativo) tra nati e morti che l’Italia ha registrato lo scorso anno. Ed è di 400mila la previsione fatta dai servizi di intelligence italiani (in realtà non una stima, ma le dimensioni di una preoccupazione potenziale) di nuovi arrivi di migranti legata all’emergenza alimentare.

Vale la pena di analizzarli insieme, questi dati. Se si trattasse di 400mila nuovi nati (poco importa se figli di italiani o di immigrati, visto che i secondi già da anni contribuiscono per più di un quinto al totale delle nascite), tireremmo un sospiro di sollievo, tornando almeno a un equilibrio tra nati e morti che resterebbe peraltro insufficiente. Se si trattasse (se solo fosse possibile) di 400mila ventenni improvvisamente materializzatisi nelle nostre città, saremmo ancora più contenti, visto che potrebbero coprire una parte almeno del fabbisogno di manodopera che già oggi c’è, e considereremmo questa notizia una grandiosa opportunità. Ma siccome si tratta di 400mila potenziali immigrati, la parola che si usa non è opportunità ma rischio. Certo, ci sono rischi connessi all’immigrazione, come ci sarebbero rischi connessi, che so, alla mancata istruzione e socializzazione dei nuovi nati. Dove può stare, allora, la differenza tra rischio e opportunità? Nella consapevolezza del problema e nella sua gestione.

Così come ai nuovi nati (la cui esistenza dovremmo incentivare con politiche strutturali a favore della natalità, delle famiglie e della compatibilità di lavoro e accudimento) siamo tenuti ad assicurare servizi e istruzione, trasformando un peso potenziale in un vantaggioso investimento, così ai nuovi arrivati dovremmo pensare nello stesso modo. Ragionando su come gestirne gli arrivi, innanzi tutto: non affidandosi al caso, alla iniziativa dei singoli, o peggio alle organizzazioni mafiose che si occupano di tratta dei migranti, ma ri-cominciando (sì, perché in passato lo si faceva), come stati, a gestirla in proprio, in maniera organizzata, regolare anziché irregolare, sulla base delle esigenze del mercato del lavoro, concordata con i paesi d’origine e vantaggiosa quindi per entrambi. Per poi occuparsi dei processi di integrazione: con investimenti sullo studio della lingua, della cultura e delle regole del patto sociale, con iniziative di formazione professionale in collaborazione con le associazioni di impresa, favorendo la reciproca conoscenza, evitando forme di segregazione urbana e lavorativa, che rischiano di produrre, se va bene, un cattivo inserimento, e se va male conflitti interculturali, etnici e razziali.

Per qualunque attività o politica bisogna spendere: intelligenza, denaro, iniziativa, capacità previsionale. Non è possibile lasciare l’immigrazione all’anarchia o al solo libero mercato, evitando di occuparsene per non scontentare qualcuno. Così come non si può non attivarsi rispetto all’emergenza alimentare, che potrebbe avere riflessi anche da noi. Occupandocene, potremmo dare un senso ad accadimenti apparentemente lontani, ma come abbiamo visto tra loro collegati, anziché accontentarci di lasciarceli piovere addosso, senza neanche fare lo sforzo di aprire l’ombrello (e prima ancora, di guardare le previsioni del tempo).

 

Più che rischioso, opportuno. La società e i migranti, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 3 giugno 2022, editoriale, p.1

Tra erranza e stanzialità: nuovi nomadi, sedentari, migranti

Non si capisce una barca con cento migranti che galleggia precariamente nel Mediterraneo se si guarda una barca con cento migranti che galleggia precariamente nel Mediterraneo. Per capire di cosa si tratta veramente, bisogna guardare al contempo più da lontano e ancora più vicino: guardare cosa succede in Africa e in Europa, a Lagos o a Bruxelles (dal punto di vista demografico, economico, sociale, politico, ambientale…), da un lato, ed entrare nella testa, nel corpo e nei sogni di qualcuno di quei migranti, e nella vita di chi si ritroverà ad avere a che fare con loro, dall’altro. Solo così potremo sperare di capire qualcosa, almeno qualcosa, di quel fenomeno che chiamiamo migrazione (spesso aggiungendovi una caratterizzazione enfatica: emergenza, dramma o quant’altro), considerandolo come un qualcosa di definito e autoesplicativo, mentre invece implica un insieme molto ampio di fattori, tra loro interrelati. È dalle loro interconnessioni, infatti, più che dall’approfondimento di ciascuno di essi, che possiamo sperare di capire qualcosa di quanto sta succedendo intorno a noi, compresa quella barca che galleggia precariamente nel Mediterraneo. Ed è quindi dalla stanchezza per le spiegazioni monocausali, inevitabilmente insoddisfacenti (pur venendo da trent’anni di frequentazione e studi sui movimenti migratori), che sono partito per cercare di costruire un ragionamento più ampio e inevitabilmente complesso, che ho riassunto in Torneremo a percorrere le strade del mondo. Breve saggio sull’umanità in movimento (UTET, 2021), concepito fin dal titolo in pieno lockdown, per cercare di capire come e verso dove ne saremmo usciti.

Non si capiscono infatti le migrazioni se non le intrecciamo ad altre forme di mobilità: delle informazioni, del denaro, delle merci, ma ancora più le tante mobilità umane che ci caratterizzano dalla preistoria ad oggi. Quelle che hanno spinto i nostri antenati Sapiens ad abbandonare l’Africa per mischiarsi in Medio Oriente con i Neanderthal e popolare l’Europa, e che hanno fatto del nomadismo una costante della storia umana – la sua fisiologia, non la sua patologia, la norma, non l’eccezione: se facessimo pari a 24 ore la storia dell’umanità siamo stati nomadi per 23 ore e 55 minuti, secondo più secondo meno (cacciatori e raccoglitori prima, poi pastori, solo recentemente – dalla rivoluzione neolitica – contadini e infine oggi maggioritariamente urbanizzati, e da lì di nuovo potentemente mobili). Quelle che sono così tanta parte del mito e della religione: da Odisseo all’hijra (migrazione) verso Medina di Muhammad, passando per la Bibbia – la cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden (il primo potente push factor della storia), Caino ramingo e fuggiasco sulla terra, Abramo, Mosé, la predicazione itinerante di Gesù, l’instancabile attivismo cosmopolita di Paolo, lo spirito missionario, i pellegrinaggi… Quelle che sono tanta parte della storia: invasioni, esplorazioni geografiche, colonizzazioni, imperialismi. Quelle che hanno portato il turismo, almeno fino allo stop indotto dal Covid, ad essere settore trainante dell’economia globale (che da solo produce oltre il dieci per cento del PIL e dell’occupazione, crescendo a ritmi superiori al commercio mondiale). Quelle che ci coinvolgono in tante altre forme di mobilità: per lavoro, studio, eventi globali (mostre, expo, campionati, olimpiadi, concerti…), innescate da fattori di spinta come guerre e carestie, catastrofi naturali e indotte dall’uomo come quelle climatiche, urgenze missionarie o campagne militari, fino ai pendolarismi urbani (ripartiti in più ondate quotidiane, legate al lavoro, allo studio, agli acquisti, alla socialità e ai consumi culturali), agli esodi agostani, ai week-end fuori porta, alle serate itineranti, testimonianza della nostra connaturata irrequietezza.

Ma non si capiscono le migrazioni, in ingresso e in uscita, nemmeno se non le colleghiamo ad altri fenomeni, a cominciare dalla demografia, per continuare con le trasformazioni nel mercato del lavoro, il livello di istruzione, l’ambiente, e altro ancora. Le migrazioni non avvengono nel vuoto pneumatico: sono un pezzo di trasformazioni più ampie, al contempo causa ed effetto di un cambiamento globale in corso.

 

Il Covid è stato una meravigliosa occasione per prendere coscienza di tutto ciò. Nato da un paradosso, allo stesso tempo ironia e nemesi – un virus che ci ha bloccati perché si è messo a circolare lui, costringendo all’immobilità un mondo abituato a correre senza domandarsi perché – ci ha obbligati ad accorgerci di due cose, tra loro contraddittorie ed entrambe assai significative. La prima è stata la scoperta, grazie al lavoro da remoto (chiamarlo smart working è una concessione eccessiva: molto di esso è assai meno smart, o molto più nonsensical, di quanto ci piace pensare), e in fondo anche grazie alla didattica a distanza, che molta della nostra mobilità abituale era perfettamente inutile quando non dannosa e creatrice anziché risolutrice di problemi. La seconda era che, comunque, non vedevamo l’ora di rimetterci in moto, di ripartire, di tornare a percorrere le strade del mondo.

 

Libertà di migrare. Libertà di non essere obbligato a migrare.

 

I fermi obbligatori, i lockdown prolungati, le chiusure delle frontiere, ci hanno costretto a una situazione di immobilità involontaria. Ci siamo accorti che molte delle mobilità cui eravamo abituati, e che consideravamo necessarie, si sono rivelate superflue. Ma anche quanto la mobilità ci sia in sé necessaria. È il paradosso del Covid: il virus si è messo a viaggiare al nostro posto, costringendoci all’immobilità – condizione ideale per riflettere sulle ragioni della mobilità.

Siamo nati nomadi, e lo siamo stati per gran parte della nostra storia. Quando i nostri antenati Sapiens hanno lasciato l’Africa, da cui tutti proveniamo, e una migrazione dopo l’altra hanno abitato il pianeta, eravamo ancora cacciatori e raccoglitori che si procuravano il cibo spostandosi, poi pastori, e solo molto lentamente (e molto recentemente) siamo diventati stanziali, con l’invenzione dell’agricoltura, poi con l’urbanizzazione, che oggi coinvolge oltre la metà della popolazione mondiale. Siamo pronipoti di raccoglitori e cacciatori, e poi di pastori, prima che di contadini e poi di cittadini. Per questo, come diceva Bruce Chatwin, il nomadismo è nel nostro DNA, o almeno nella nostra memoria storica, nel nostro inconscio individuale e collettivo, e nella nostra esperienza passata, presente e futura, se è vero che oggi abbiamo ricominciato ad essere mobili, e lo siamo in misura maggiore rispetto ai nostri genitori e ai nostri nonni.

Partire da questa constatazione può aiutarci a mettere le basi di una teoria della mobilità: che includa il nomadismo, il desiderio di viaggiare, la brama di conoscere, i tanti complessi motivi che ci spingono ad andare altrove (magari solo per un poco, come nel turismo, o nelle serate fuori porta), ma anche le migrazioni, in entrata e uscita, e le loro nuove forme. C’è un filo che lega il ruolo del viaggio nelle mitologie e nelle religioni (pensiamo, nella Bibbia, ad Adamo ed Eva cacciati dall’Eden – il primo push factor – passando per Mosè e l’Esodo, fino all’incessante attività missionaria di Paolo), per arrivare, dopo l’età delle scoperte geografiche e delle colonizzazioni, alle migrazioni moderne, fino agli scambi Erasmus e ai giovani expat che lasciano l’Italia, oggi in numero superiore agli immigrati (non c’è alcuna invasione in corso: semmai un’evasione…): a testimoniare una circolarità globale che riguarda tutti i paesi (la Germania, per dire, primo paese europeo per arrivi di immigrati, è anche il primo per partenze).

Ma non si capisce la spinta all’erranza se non si affronta il suo contrario, il radicamento, la stanzialità: i due poli tra cui continuamente oscilliamo, talvolta scegliendo con decisione uno dei due, più spesso vivendoli entrambi, in momenti diversi della nostra vita, e persino contemporaneamente, vagheggiando l’uno mentre sperimentiamo l’altro. Anche le migrazioni vanno contestualizzate all’interno di questo quadro più ampio, ma comprese nella loro specificità, e quindi gestite – cosa che abbiamo smesso di fare quando abbiamo chiuso le frontiere all’immigrazione regolare, gettando le basi per l’esplodere di quella irregolare. Le frontiere non sono muri, sono modi per controllare i passaggi. Per questo governare le migrazioni si può: dunque si deve, nell’interesse nostro e dei migranti (quelli che vengono, e dovrebbero venire in altro modo, e quelli che vanno). Le analisi e le ricette ci sono. Quella che manca è la lucidità politica di volerlo fare: perché è più facile agitare il problema per acquisire consenso, o non affrontarlo per paura di perderne, senza analizzare vantaggi e svantaggi, costi e benefici, individuali e di sistema. È più semplice immaginare per gli altri respingimenti universali, muri e isolazionismi (per i quali pagheremmo un prezzo enorme), pretendendo al contempo per noi il diritto ad andare liberamente ovunque, senza accorgerci della contraddizione – senza nemmeno percepire quanto, quella relativa al diritto alla mobilità, sia una delle nuove forme della diseguaglianza.

Il Covid ci ha illuminati anche su altro: il nostro stesso rapporto con l’alterità. Il virus è stato anche questo: il nemico che veniva da lontano, l’immigrato indesiderato, l’irregolare da cui proteggersi, il clandestino che mette a repentaglio le nostre sicurezze, l’invasore che devasta a caso. E quindi capace di rinviare alle nostre pulsioni più profonde – e irrisolte – proprio intorno al tema cruciale della diversità, dell’estraneità, dell’alterità. Di cui ci ha aiutato a vedere le contraddizioni. E i modi per scioglierle. Perché, banalmente, se davvero vogliamo garantire la nostra possibilità e libertà di muoverci, di tornare a percorrere le strade del mondo, e incontrare altre persone, dovremo in qualche modo gestire e garantire anche quella altrui: con le regole e le cautele necessarie, come in ogni viaggio, e in ogni incontro con l’altro che esso implica. Peraltro, questo riguarda sia chi viaggia, sia chi incontra i viaggiatori: ormai l’altro si ha sempre più occasione di incontrarlo anche restando fermi. Per questo è indispensabile rifletterci sopra.

 

 

Passato e presente della mobilità umana, in “Vita e pensiero”, n.1, 2022, pp. 53-57

Demografia, famiglie e immigrazioni. Le cose da fare

È il problema principale di questo paese, ma è quello di cui si parla meno. Per inconsapevolezza. Per ignoranza. Perché la politica, quando guarda al futuro, pensa alle prossime elezioni, non alle prossime generazioni. Ma persino quando guarda al passato, si occupa in realtà solo di quanto accaduto ieri, e mai di quanto avvenuto non diciamo nei secoli o nelle decadi passate, ma anche solo l’altro ieri.

Solo questo può spiegare come ci si accorga solo ora dell’inverno demografico, che in realtà è cominciato da un quarto di secolo: è infatti dai primi anni ’90 che l’Italia, primo paese al mondo, è entrato stabilmente in recessione demografica, ovvero conta più morti che nati. Ma mentre negli anni pre-Covid il differenziale era arrivato a circa 200mila persone l’anno (comunque una cifra di tutto riguardo, l’equivalente di una città come Padova evaporata ogni dodici mesi), nel periodo Covid e seguente ha visto il differenziale raddoppiare: 400mila persone l’anno, l’equivalente di una città come Bologna.

Di questo fenomeno – prevedibilissimo, dato che tendenze e percentuali sono dati oggettivi, non ipotesi – ci stiamo accorgendo ora solo perché ne vediamo le conseguenze nel mondo del lavoro (la carenza di manodopera nel turismo e altrove) e nella scuola, dove l’allarme si riverbera nella chiusura di classi, sezioni, interi istituti, a ritmi impensabili (il 10% di iscritti alle prime elementari in meno, solo quest’ultimo anno). Già questo ci rivela un ritardo inaccettabile: in altri paesi se ne parla da tempo – e la politica, come giusto, si divide sulle ricette da attuare, ma almeno si è accorta del problema.

Scopriamo dunque oggi, come emergenza, ciò che avremmo dovuto vedere già un quarto di secolo fa come tendenza strutturale. Tardi, ma meglio tardi che mai. Solo che, quanto a risposte, siamo ancora al mai. Una risposta sono le politiche per la famiglia. Qui, a dispetto della retorica sui family day, chiunque abbia governato, destra o sinistra o tutti insieme appassionatamente, siamo ancora all’abc, ai bonus, alle iniziative una tantum. Niente di sufficientemente strutturale, radicale e permanente in termini di incentivi e defiscalizzazioni, permessi, tutele e contribuzioni a lavoratori/trici e aziende. Poco o niente anche in termini di servizi: nidi per tutti, tempo pieno scolastico diffuso, che favoriscono la partecipazione al lavoro delle donne (che, al contrario di quanto si crede, è correlata positivamente all’indice di natalità). Un’altra risposta è legata all’immigrazione. Ci siamo attardati a considerarla solo un problema e un’emergenza, ma essa è un fatto e un dato strutturale (e spesso la soluzione a un problema, non la sua causa), che peraltro ci accompagna in numeri significativi da mezzo secolo. Se non ci fosse stata l’immigrazione, dagli anni ’70, oggi saremmo poco più di quaranta milioni, molto più anziani, più malati, con ancora meno forza lavoro e ancora meno bambini, e avviluppati in una spirale economica discendente, che la recessione demografica accelera e accentua. Oggi poi si sommano, per la prima volta nella nostra storia, due crisi concomitanti che hanno a che fare con la popolazione: abbiamo più morti che nati, e persino più emigranti che immigrati (mentre in passato di solito uno squilibrio era compensato dall’altro, e c’era emigrazione precisamente perché c’era popolazione eccedentaria).

Bene dunque che se ne accorga anche la scuola. Bene che si capisca che servono politiche per la famiglia. E che gli immigrati non producono disoccupazione, ma semmai creano occupazione e contribuirebbero a salvaguardarla: inclusa quella degli insegnanti, ma anche di tutto l’indotto legato alla loro presenza, che include le varie dimensioni della vita.

Servono tuttavia iniziative pubbliche e piani straordinari. L’Unione Europea indica una soglia minima di 33 posti negli asili nido (un terzo) ogni 100 bambini: in Italia solo 6 regioni hanno raggiunto l’obiettivo (e il Veneto non è tra queste). Per la scuola dell’obbligo, occorre tutelare aree interne e di montagna, insulari o semplicemente marginali: prima che il processo di abbandono si autoalimenti, ciò che avviene rapidissimamente, e in maniera poi difficilmente reversibile.

 

Inverno demografico. Le nascite e i piani anticrisi, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 18 maggio 2022, editoriale, p.1