La violenza di genere. E qualche possibile risposta. Il punto di vista di un maschio, adulto

L’ennesimo femminicidio pone per l’ennesima volta il problema di trovare una risposta alla più banale delle domande: perché? Perché ancora questa ottusa violenza sulle donne? Provo a rispondere a partire da quello che sono: un maschio. E a sminuzzare alcune ipotesi che non pretendono di essere una teoria, ma solo frammenti di spiegazione che tentano di dire l’indicibile.

C’è un problema del maschile con la violenza in generale, innanzitutto. La violenza come mezzo quasi ‘naturale’ (anche se non c’è niente di naturale in tutto ciò, ma è frutto di una cultura tramandata nei secoli) di risoluzione dei conflitti, che poi vuol dire anche l’incapacità di trovare altri mezzi per farlo. Non a caso la guerra è affare dei maschi, e laddove non è più (e per fortuna) questione pubblica abituale (in passato ogni generazione aveva la sua guerra, la sua insurrezione, la sua colonizzazione, la sua indipendenza, o la sua rivoluzione, per la quale andare allegramente a combattere), è rimasta una sua presenza forte nel privato, nel quotidiano: violenza di genere, bullismo, conflitti metropolitani da traffico o da stadio, violenza gratuita e delinquenza vera e propria, ma anche competizione estrema nel mondo del lavoro, nello sport, e altrove. Come se l’imporsi fosse il solo modo conosciuto di farsi strada. Si badi bene, non è che la violenza nel privato sostituisca la guerra: in passato c’era e l’una e l’altra, ed entrambe a livelli di barbarie ben peggiori. Semplicemente la diminuzione di frequenza dell’una ci costringe a vedere meglio le logiche sottese all’altra, che dipendono da noi e di cui abbiamo responsabilità: a differenza della guerra non possiamo dire che è colpa di qualcun altro.

Collegata alla violenza, e alla competizione, c’è la questione dell’esercizio del potere. Che, anch’esso – cominciamo ad impararlo – ha molte dimensioni e può essere esercitato in molti modi, anche orizzontali e inclusivi, ma per il quale ricadiamo troppo spesso nella legge del più forte, nell’imposizione e nella verticalità, che poi è una traduzione su altri piani della gara a chi ce l’ha più lungo: che si tratti di politica, di impresa, di scuola o di famiglia. Anche qui un’evoluzione c’è stata, eccome. Ma uscire da abitudini consolidate di privilegio (e quello del maschile nei confronti del femminile è sicuramente tale), tanto più perché indifendibili sulla base della logica e della razionalità, richiede tempo (generazioni: e tuttavia sta accadendo, l’evoluzione sociale in questo senso è inesorabile), ma anche capacità di lettura dei fenomeni e magari guida: e questo si vede meno. Le donne conquistano faticosamente spazi, gli uomini ne perdono, ma in un certo senso non ancora abbastanza, e restano spesso arroccati in un’ottusa difesa (di un fortino sempre più piccolo, le cui ragioni d’essere si indeboliscono platealmente) che non so definire altrimenti che corporativa: e quindi, come tutte le corporazioni, che sanno di essere l’opposto della meritocrazia, e di difendere privilegi ingiustificati, fuori tempo massimo rispetto alla storia, sanno reagire solo con la prepotenza – senza nemmeno più ricercare motivazioni.

Si dirà che è un problema di cultura, ed è giusto, se si prende il termine in senso ampio (non di istruzione solamente, dato che la violenza nei confronti delle donne attraversa anche le classi sociali e i ceti). E allora forse vale la pena chiudere la nostra riflessione su questo: la cultura di genere. Abbiamo la sensazione che una parte del problema stia lì. Nella definizione di ruoli differenti, ancora troppo caratterizzati come irriducibili, ad alcuni dei quali è associato più potere di altri. Anche in forme indirette: il fatto che il lavoro esterno sia salariato, quello domestico e di cura no, o il fatto che i lavori a maggiore presenza maschile vengano pagati meglio di quelli detti femminili, fa passare in maniera strisciante e silenziosa un messaggio assai chiaro, in una società in cui il valore si evidenzia soprattutto attraverso il denaro (e semmai ci sarebbe da mettere in questione anche questo aspetto: se l’aspetto relazionale è così centrale nelle nostre vite, perché il lavoro relazionale vale così poco?).

Le generazioni più giovani, che vivono in maniera sempre più ovvia e autoevidente una maggiore fluidità di genere, e il desiderio di superare steccati, confini, ruoli e luoghi comuni legati al genere, forse in questo senso possono insegnarci qualcosa: perché la capacità di assumere il ruolo dell’altro (non in astratto, ma nella pratica: che significa a casa, al lavoro, nel modo di relazionarsi, di vestirsi, di comunicare con le parole e con il corpo, di usare il tempo, di desiderare un ruolo) ci consente di comprenderne meglio il punto di vista, di aumentare significativamente i livelli di empatia, di leggere meglio i problemi di comprensione, e quindi di trovare soluzioni ai medesimi.

 

Ci manca la cultura di genere: impariamo dai più giovani, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto” 25 settembre 2022, editoriale, p.1