Paesi Arabi, un processo di trasformazione che va assecondato

http://www.liberolibro.it/intervista-a-stefano-allievi/
A cura di Nuccio Franco
Paesi Arabi, “un processo di trasformazione che va assecondato”
“Il risveglio della dignità araba è un processo che va assecondato onde evitare di vanificare un’esperienza straordinaria che potrebbe rappresentare una pacificazione reale per almeno un ciclo storico”. E’ questo il giudizio del Prof. Stefano Allievi, sociologo delle religioni, docente presso l’Università di Padova e studioso di Islam che da oltre 25 anni si occupa delle Comunità musulmane in Occidente.Co-fondatore di Eurislam, presso l’Ateneo di Strasburgo, Allievi è autore di numerose pubblicazioni tra cui “I nuovi musulmani” , accurata analisi del ritorno all’Islam, “I musulmani e la società italiana” ed il recente “La guerra delle moschee” attraverso le quali ha fornito il proprio contributo alla comprensione ed al dialogo interconfessionale. “Lo scontro di civiltà è stata una metafora di successo che per molti anni è stata anche una profezia che si è auto realizzata” sostiene Allievi convinto si tratti di una “fase transitoria verso nuovi equilibri”.
Professore, la morte di Osama Bin Laden è certamente un duro colpo alla rete di Al Qaeda. Cambia qualcosa sullo scenario del fondamentalismo islamico internazionale o si corre il rischio di assistere a reazioni a catena come sostenuto dalla maggior parte degli analisti?
Non voglio fare la Cassandra di turno, ma è verosimile che potranno esserci colpi di coda, vendette ed altri attentati. Ciò che è certo è che la morte di Bin Laden è uno degli avvenimenti degli ultimi anni che danno un colpo di grazia al paradigma dello scontro di civiltà. Due sono gli eventi principali del nuovo corso: il discorso di Obama e l’uccisione del capo di Al Qaeda. Entrambi ribaltano e rendono meno vivo il paradigma. Sono venuti a mancare i contendenti ed i presupposti di una certa politica, ossia Bush da una parte ed Osama dall’altra che non si giustificano più vicendevolmente. Insieme alla Primavera araba sono tra le buone notizie degli ultimi mesi che ci consentono di voltare pagina a prescindere dal fatto che qualcuno l’avesse previsto o voluto. E’ accaduto e questo è straordinario.
Qual è il futuro dei rapporti tra Occidente ed Islam e quali le prospettive concrete del fronte islamico-liberale del quale le rivolte in atto rappresentano un’espressione?
Potrà esserci un nuovo terrorismo così come un nuovo imperialismo, questo non è dato saperlo, però sicuramente le inerzie interpretative utilizzate nell’ultimo decennio vedono in qualche modo caduti i loro alfieri. Questo cambia davvero lo scenario. Quanto alle prospettive future di questo movimento, credo che tutto dipenderà da quanto e come l’Occidente saprà e vorrà accompagnare questo cambiamento. Le democrazie arabe sono state capaci di chiudere un ciclo che è imploso grazie all’iniziativa ed alla saturazione di popolazioni vissute sotto dittature mascherate. Il popolo ha fatto la sua parte; l’Occidente, l’Europa e l’Italia in particolare sono stati gli ultimi ad accorgersi e ad accettare il cambiamento. Ora dovranno avere l’intelligenza di accompagnare la trasformazione di questi paesi fornendo un sostegno vero dal punto di vista politico, sociale ed economico. Se non si fa questo, il rischio è di buttare un patrimonio straordinario che potrebbe rappresentare una pacificazione reale per almeno un ciclo storico soprattutto nel Mediterraneo. Personalmente, questi segnali di intelligenza politica dell’Europa stento a vederli soprattutto con riferimento alle questioni sociali ed ai rapporti con le nuove elite. Se ci saranno cambierà tutto, altrimenti avremo una parte di responsabilità nel fallimento di questo processo.
L’ondata di protesta che ha sconvolto il Maghreb ed il Medio Oriente, non era ipotizzabile fino a qualche mese fa. Almeno non in questi termini. In che modo i movimenti estremisti potrebbero condizionarlo?
Innanzitutto bisogna chiarirsi su cosa intendiamo per estremisti. Certamente i gruppi radicali e filo-terroristi potranno infastidire il processo con qualche attentato, che sortirebbe l’effetto di spaventare l’Europa più di quanto non lo sia già, spingendola a ritirarsi dall’area anziché accompagnare il cambiamento. Detto questo, non vedo segnali in tal senso, perché se per estremisti si intendono i partiti religiosi, e i Fratelli Musulmani, credo che essi rappresentino un interlocutore imprescindibile, anzi decisivo ed utile per la trasformazione di questi paesi. Sono anche loro interessati al cambiamento. Certo, qualche attentato potrebbe essere realizzato e creare dei problemi, com’è ovvio che sia, ma la tendenza va in direzione opposta. La morte di Bin Laden ha sottratto linfa a quella frangia di consenso popolare che ha perso il suo eroe e non ha altre carte da giocare.
Professore, si fa un gran parlare dell’Islam moderato. Per molti si tratta di un ossimoro, di un’invenzione giornalistica. Qual è la sua opinione?
Per la maggioranza dei media italiani, l’Islam moderato è rappresentato dal non musulmano, dalla donna che non si vela, dall’uomo che non va in moschea, che non ha la barba e indossa la cravatta. Ciò rappresenta un paradigma interpretativo che certamente non aiuta la comprensione. A mio avviso, si tratta di sciocchezze a volte anche volute, in quanto c’è chi ha fatto di tutto per propagandare la visione che l’Islam moderato è quello non praticante. Se invece per moderato si intende chi ha determinate opinioni politiche, credo che l’Islam turco, governativo, e molti altri, siano assolutamente moderati. In questo senso anche la maggior parte dei Fratelli Musulmani possono essere definiti moderati. E così altri movimenti spesso interpretati dai media (italiani, molto meno statunitensi ad esempio) come radicali. In questo caso, moderato sta a significare moderatamente progressista o conservatore. In questo senso è legittimo utilizzare tale categoria.
Lo scontro di civiltà è davvero inevitabile o si tratta di un grande equivoco alimentato da un difetto di comunicazione?
Lo scontro di civiltà è stata una metafora di successo che per molti anni è stata anche una profezia che si auto realizza. Se questo si crede, questo si persegue; se questo risulta da una certa analisi, è questo ciò che viene perseguito da alcune amministrazioni capaci di modificare i destini del mondo. E’stata la chiave interpretativa della politica di Bush e del radicalismo islamico estremizzato dal qaedismo. Tuttavia oggi da molte parti, non ci si crede più. Del resto, una profezia che si auto realizza non è il risultato di un’analisi. I conflitti ci sono non perché ci sono dei confini che bruciano tra occidente ed Islam, i “conflitti di faglia” di cui parlava Huntington, ma al contrario perché ci sono sempre più interrelazioni, che possono portare tanto pacificazione e creazione di nuovi legami quanto conflitti, talvolta come semplice fase transitoria verso un nuovo equilibrio.
Nuccio Franco

L’islam spaventa perché fa paura il pluralismo religioso

Stefano Allievi Liberazione 2011

Stefano Allievi Liberazione 2011

Allievi S. (2011), L’islam spaventa perché fa paura il pluralismo religioso, in “Liberazione”, 4 marzo 2011, p.12 (intervista su “La guerra delle moschee”) HO IL TESTO

Conflitto distante che crea disinteresse

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IntervistaGazzettino

Allievi S. (2010), “Conflitto distante che crea disinteresse” (Afghanistan: per due su tre l’esercito deve andar via), in “Il Gazzettino”, 14 dicembre 2010, intervista di Annamaria Bacchin

Ayodhya surprise

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Telegraph

Allievi S. (2010), Ayodhya surprise, in “The Telegraph”, Calcutta, 23 ottobre 2010, intervista di Radhika Ramaseshan

Catholic Church backs Muslim struggle to build Milan’s first mosque

http://www.csmonitor.com/World/Europe/2010/0921/Catholic-Church-backs-Muslim-struggle-to-build-Milan-s-first-mosque
While New York frets over the construction of an Islamic cultural center and mosque near ground zero, Milan is pushing back against construction of its first mosque. Local Muslims have found an unlikely ally in the Catholic Church.
By Anna Momigliano, Correspondent / September 21, 2010
Milan, Italy
American pundits and politicians continue to argue over whether building an Islamic cultural center two blocks from ground zero – where Al Qaeda destroyed the World Trade Center nine years ago – is appropriate.But as the debate, centered around religious freedom and the role Islam itself played in the 9/11 attacks, continues in New York another of the world’s great cultural cities is arguing over a proposal for its first mosque. And proponents are getting help from an unlikely corner: the Vatican.
Milan, the northern Italian city famed for finance and fashion, is home to about 100,000 Muslims, mostly migrant workers from North African countries. But within city limits, there isn’t a single mosque.
Local Muslims say they have been unsuccessfully seeking permission to build one for years, perhaps due to growing Islamophobia, which is particularly strong in Northern Italy, where the anti-immigration Northern League has its stronghold.
Now, the Catholic Church is backing the Milan Muslims’ quest.
“Milan civil institution must guarantee everyone religious freedom,” Cardinal Dionigi Tettamanzi, the church’s highest authority in town, told La Repubblica daily newspaper on Sept. 4. “Muslims have the right to practice their faith while respecting the law. Often the mosque issue has been distorted for political reasons, while it could become a instrument for civil coexistence.”
‘Islamic exceptionalism’
Cardinal Tettamanzi’s call reflects a wider view among Catholic leaders, says priest Davide Milani, a spokesman for the Milan diocese. “The Bishop’s conference is behind Tettamanzi, [the Catholic Church] cares about religious freedom for everyone.”
But it’s not clear whether clerical authority will sway Milan’s leaders. Building a mosque “is not a priority for Milan,” deputy mayor Riccardo De Corato of the center-right Freedom Party told the ASCA news agency. Mr. De Corato accused the local Muslim community of being close to “jihadi fundamentalism” and suggested the city hold a public referendum on whether or not to permit the building of a mosque.
“That’s pure nonsense, you never heard a politician suggesting we should have a referendum for granting the permit to build a church or a synagogue,” says sociologist Stefano Allievi, author of a study called “Conflicts over mosques in Europe.” He points out that freedom of religion is guaranteed by the Italian Constitution.
“It’s what I call the Islamic exceptionalism,” argues Professor Allievi. “When it’s about Islam, the usual rules are no longer valid and Europe betrays its own principles of freedom and equality.”
But Matteo Salvini, a European Parliament member from the Northern League, says he has good reason to seek an exception for Islam: “In Milan there are plenty of religious buildings and we never have had any problems with Jews, Buddhists, or Protestants. How so we have had so many problems with Muslims?”
Last winter there were a series of arrests in Northern Italy among Muslim immigrants accused of having ties to terrorist organizations. In November, for instance, two Pakistani nationals were arrested on the charge of having raised funds for the 2008 attacks in Mumbai, India, where 173 people lost their lives. In a similar move, a judge in Milan issued 17 arrest warrants for people accused of raising 1 million euros ($1.49 million) to fund terrorist activities in Algeria.
Not just a religion?
To those pointing out that freedom to practice one’s religion is a constitutional right, Salvini replies that “Islam is not just a religion.” In his view, it “is a tool to spread a way of life and political views that are not compatible with Western democracy.” The Milan native says “there is no need to build a mosque here.” He agrees with the idea of holding a local referendum, confident most Milanese would reject the mosque.
Salvini believes the major obstacle lies in the “lack of a reliable partner” on the Muslim side. “Once we would have a credible interlocutor, with no ties with jihad, we can talk about building a mosque.”
“Again, this proves that, when it comes to Islam, authorities don’t feel obliged to play according to the rules,” says Allievi, the sociologist. “Could you imagine a politician refusing to meet with the chief rabbi of Milan because he doesn’t consider him a reliable partner?”
Milan’s Muslim community is ethnically divided and relies on about 10 cultural centers that provide prayer spaces and educational services. None of them have a proper mosque, although one was built in the early 1980s in Segrate, a small town outside of Milan.
“It’s a matter of dignity, 100,000 people need a proper place to pray, until now we have been forced to celebrate Ramadan and other high holidays in the most random places, including garages, disused sheds, and movie theaters,” says Abdelhamid Shaari, president of the Islamic Institute of Jenner boulevard, one of the major Muslim organizations in town.
Shaari says his organization has been seeking local permission to build a mosque for more than 20 years. “We haven’t ever received an answer at all, the mayor has always refused to meet our representatives”
Shaari says he does not expect local authorities to pay for the project. “I see two possibilities here: either they provide a plot of public land which we would pay for and where we would build a mosque at our expenses, or they allow us to buy private land and ensure we will receive all the permits to make our building open to the public.”
In Italy, construction permits are strictly regulated and one needs loads of permits to open a building for public use. Shaari’s main concern is that, because of Islamophobia, if the Muslim community simply buys an existing building and turns it into a mosque it will never get all the required papers.
“We want an agreement… making sure they will grant us all the permits,” he says. “It would be all to easy for the administration to use bureaucracy to stop our project.”
A Muslim woman wearing a hijab walks in Duomo Square in Milan on Oct. 7, 2009.
Alessandro Garofalo/Reuters/File
Allievi S. (2010), Catholic Church backs Muslim struggle to build Milan’s first mosque, in “The Christian Science Monitor”, 21 settembre 2010, intervista di Anna Momigliano

Il Carroccio crea paure e ci guadagna

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Manifesto_30122009

Allievi S. (2009), «Il Carroccio crea paure e ci guadagna», in “Il Manifesto”, 30 dicembre 2009, p.4, intervista di Cinzia Gubbini

In Europa poche moschee? Falso, ecco tutti i numeri

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IlGiornale1

Allievi S. (2009), In Europa poche moschee? Falso, ecco tutti i numeri, in “Il Giornale”, 1 dicembre 2009, p.8, articolo di Fausto Biloslavo

En Europe, seules les mosquées suscitent des conflits

http://www.la-croix.com/Religion/S-informer/Actualite/Stefano-Allievi-En-Europe-seules-les-mosquees-suscitent-des-conflits-_NG_-2009-11-29-569506
Stefano Allievi : « En Europe, seules les mosquées suscitent des conflits »
Le sociologue italien Stefano Allievi a, professeur à l’université de Padoue, a supervisé une enquête, encore inédite, sur les constructions de mosquées en Europe et les oppositions que cela provoque
La Croix : La votation en Suisse, ce dimanche, visant à interdire les minarets est-elle un cas unique en Europe ?
Stefano Allievi : Non, c’est une idée qui vient de l’Autriche, où l’interdiction est déjà entrée en vigueur dans deux régions (Carinthie et Vorarlberg). Dans ce pays, comme pour les promoteurs du référendum suisse, l’interdiction de minarets repose sur des arguments de type urbanistique. Cela permet, sur un plan législatif, de ne pas s’attaquer directement aux libertés publiques.
Mais en réalité, l’argument urbanistique masque le véritable enjeu, de nature culturelle ou religieuse : on ne rencontre pas les mêmes réserves à l’encontre d’une tour de centre commercial ou un multiplex de cinéma ! L’interdiction des minarets va bien, selon moi, contre le respect de liberté religieuse.
Vous venez justement de rendre une étude européenne sur la construction des mosquées en Europe. Comment se comporte notre continent ?
Le premier résultat intéressant, et auquel à vrai dire je ne m’attendais pas, c’est que, d’un point de vue statistique, il n’y a pas de problème de liberté religieuse en Europe pour les musulmans. En effet, nous avons recensé toutes les salles de prières et mosquées. Sur une population de 18 millions de musulmans pour toute l’Europe, le nombre de lieux de prière est satisfaisant, avec une salle pour 2 000 musulmans. Mais qualitativement, de nombreuses salles de prière restent non satisfaisantes.
L’affaire suisse révèle qu’il y a encore beaucoup d’obstacles pour ces lieux de culte. Cette hostilité est-elle générale à l’Europe ?
Les constructions de mosquées continuent de susciter beaucoup de conflits. Il est à noter qu’aucun autre lieu de culte, temple sikh, lieux de culte pentecôtiste, ne provoque ces oppositions. Sur les trente dernières années, seul l’islam rencontre ce problème. Nous avons examiné les arguments opposés aux constructions, il ne s’agit que rarement de points précis tenant aux modalités du lieu, au voisinage (problèmes de parkings, d’affluence), mais plutôt des arguments généraux, c’est-à-dire idéologiques.
Y a-t-il des différences entre pays ?
Non, cela dépend des régions. En France, par exemple, toutes les situations coexistent : parfois, le projet de mosquée bénéficie d’un degré d’implication des pouvoirs publics (nationaux ou locaux) qui n’est pas imaginable dans les autres pays, pourtant moins à cheval sur la laïcité. Mais on peut rencontrer aussi des situations conflictuelles dures.
De même, aux Pays Bas, il est difficile de voir aboutir un projet de mosquée à Utrecht, mais non à Rotterdam. Cependant, d’une manière plus générale, les conflits sont moins importants dans les pays où les musulmans sont représentés dans des institutions, comme la Grande-Bretagne et la France.
Comment naissent les conflits autour de mosquées ?
Au plan local, pour un projet urbanistique, le conflit permet d’exprimer des intérêts divergents. Mais si l’on examine les situations de plus près, on s’aperçoit que ces conflits dérivent lorsque ce que j’appelle des « entrepreneurs politiques de l’islamophobie » s’en mêlent, car ils n’ont aucun intérêt à résoudre le conflit, qui connaît alors une évolution pathologique. D’autant plus qu’ils sont rapidement court-circuités par les médias, qui s’en emparent – l’islam se vend bien ! – et le hissent au niveau national.
Quel est le mauvais élève ?
L’Italie, le pays où l’on trouve le moins de mosquées. Sans doute parce que, sur la péninsule, ces « entrepreneurs politiques de l’islamophobie » contrôlent le ministère de l’intérieur : la Ligue du Nord a toujours considéré l’islam comme dangereux, et dans les régions où elle domine, Vénétie, Lombardie, les constructions de mosquées sont quasi impossibles.
Qui finance les mosquées européennes ?
Pour la majeure partie, les immigrés eux-mêmes par leurs contributions. Les grands centres islamiques sont financés par l’Arabie saoudite, par l’intermédiaire de la Ligue islamique. Cela soulève la question de la réciprocité, car il est impossible de construire des églises dans ce pays.
Recueilli par Isabelle de GAULMYN
Allievi S. (2009), « En Europe, seules les mosquées suscitent des conflits », in “La Croix”, 29 novembre 2009, intervista di Isabelle de Gaulmyn

L’invasione delle moschee

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Allievi S. (2009), L’invasione delle moschee, in “Panorama”, n. 48, 26 novembre 2009, pp. 72-74, articolo di Franca Roiatti

Moschee d’Italia, dove pregano i musulmani

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Allievi S. (2009), Moschee d’Italia, dove pregano i musulmani, in “Corriere della Sera”, 21 novembre 2009, p.15, articolo di Stefano Landi