Da regolare a clandestino. Per niente.

Soumaila è un richiedente asilo. Era passato per il progetto “Cultura e accoglienza” dell’Università di Padova, per imparare l’italiano. Aveva trovato un lavoro regolare, e – con fatica, e qualche aiuto, perché si affitta malvolentieri agli stranieri – una casa. Adesso è un clandestino. Due anni di accoglienza, di impegno (suo e di altri), di soldi, buttati via. E, come lui, tanti altri. L’Italia non ci guadagna niente: un lavoratore regolare, che si integra e paga le tasse, in meno, e un irregolare in più. Lui, ha perso tutto.
La domanda è inevitabile: che senso ha tutto questo?
Di seguito, la storia, raccontata da una ragazza italiana, Linda Zinesi, che l’ha conosciuto. Continua a leggere

Filantropia e impresa: aiutare come mestiere

Il Nordest è economia, produzione, mercato: dalla manifattura al turismo, e tutto quanto ha a che fare con i mitici schei. Ma è anche altro: che ha anch’esso a che fare con gli schei, ma in altro modo, o è capace di produrre e scambiare anche altre cose – tempo, condivisione, sostenibilità, umanità. Ci riferiamo alla grande ricchezza del volontariato, del terzo settore, delle organizzazioni non governative. Ci aggiungiamo l’impegno pervasivo del mondo religioso: dalle parrocchie agli ordini religiosi e missionari. E ci mettiamo pure l’impegno civico che passa per molti altri canali locali: dalle pro loco alle società sportive, dalle sagre ai doposcuola ai tornei di gioco. Ce lo dimentichiamo, ma anche questa è economia: anzi, lo è di più, nel senso profondo, etimologico, di nomos dell’oikos, di legge e organizzazione della casa (in casa abitano piccoli e grandi, sani e malati, persone produttive e no, dopo tutto). E può diventare (e spesso diventa) impresa: anche qui, nel senso etimologico e più nobile della parola, con tutte le sue implicazioni (impresa vuol dire attività, compito da affrontare, ma anche difficoltà). Il fatto che queste numerosissime attività non vengano contabilizzate nelle statistiche, e non contribuiscano al PIL, dimostra solo la povertà esplicativa di questo indice di misurazione, ormai datato e sempre più fuorviante, man mano che i beni relazionali e le attività sociali acquistano sempre più importanza e peso nella vita delle persone, delle economie, degli stati. Continua a leggere

Gli sgomberi dei centri di accoglienza per richiedenti asilo: come sbagliare facendo una cosa giusta

Il ministro dell’Interno l’ha già preannunciato: dopo Castelnuovo di Porto, il prossimo passo sarà la chiusura del Cara (Centro accoglienza richiedenti asilo)  di Mineo, il più grosso e discusso d’Italia. Continua a leggere

La Sea Watch e l'emergenza infinita. Come NON si gestiscono le migrazioni

Il dilemma non è tra porti chiusi e porti aperti. I porti restano aperti per definizione: le chiusure occasionali alle navi delle ONG straniere (ma anche della Guardia Costiera, come nel caso della Diciotti: e qui il paradosso della chiusura – governo italiano contro nave italiana – si fa stringente) non sono fondate, per ora, nemmeno su atti formali di governo, ma solo su decisioni estemporanee, spesso nemmeno messe per iscritto, se non nella forma del tweet e del post su Facebook. Continua a leggere

"La questione migranti alla prova dei fatti"

Il Corriere della sera recensisce “5 cose che tutti dovremmo sapere sull’immigrazione (e una da fare)”
26 gennaio 2019
recensione
Recensione Corriere

Immigrazione: una ragionevole proposta

reset.it
Zampa Foundation

Immigrazione: una ragionevole proposta

Stefano Allievi

L’Europa rischia di crollare sotto il peso delle migrazioni: o meglio, sotto il peso delle sue contraddizioni interne a proposito delle migrazioni. Le elezioni europee del 2019 rischiano di essere solo l’ultima tappa, quella definitiva, di questo processo.

Un’area geopolitica di 512 milioni di abitanti, tale è la popolazione dell’Unione Europea, sta perdendo la sua anima, ma anche la sua razionalità, intorno alla questione di come gestire un flusso annuo attuale di 2-300.000 persone, e come creare politiche che vadano verso la soluzione del problema alla fonte. Continua a leggere

Elogio della resilienza

Resilienza. Potrebbe essere questa la parola d’ordine da adottare per il 2019. Per il mondo produttivo del Nordest, per la sua economia. Ma più in generale per la società. Continua a leggere

Immigrazione: il prezzo dell’emergenza

Affrontare la questione immigrazione sull’onda dell’emergenza è una follia, produce danni, e ha dei costi (sociali, prima ancora che economici) enormi.
Nel periodo 2014-2016 l’emergenza c’è stata sul serio: quella degli sbarchi. Arrivi imprevisti, via mare soprattutto, di immigrati irregolari, in percentuali mai viste prima. C’era dunque, effettivamente, un fatto eccezionale da gestire. Ma è stato fatto male, senza collaborazione tra diversi livelli di responsabilità, senza fiducia tra istituzioni, e senza una vera strategia almeno di medio termine.
Il meccanismo era il seguente. Gli immigrati irregolari sbarcavano o venivano salvati nel Mediterraneo (da missioni ufficiali europee e nazionali, non dalle ONG, per un significativo periodo). Lo stato non sapeva dove metterli, e li smistava sui territori. I territori, in particolare nel Nordest, si rifiutavano di collaborare. Ai prefetti veniva allora dato mandato di imporre una soluzione purchessia. Che veniva trovata affidando il lavoro di accoglienza (che, lo ricordiamo, di principio avrebbe dovuto fare lo stato) a soggetti del privato-sociale (quando andava bene) o a soggetti economici che lavoravano a scopo di lucro, talvolta anche con metodi discutibili (quando andava male, e accadeva spesso). Date le premesse, il risultato non poteva che essere fallimentare.
Chi ha pagato il fallimento? Tutti.
La prima fila dei servitori dello stato, in primo luogo: prefetti, vice-prefetti, funzionari, sottoposti a una pressione qualche volta indebita dall’alto, che a loro volta rivolgevano in basso – trovando in poche ore soluzioni provvisorie che diventavano definitive, inventandosi luoghi di accoglienza impropri (pensiamo alle caserme) e quindi con politiche di integrazione (parola grossa: per lo più non c’erano) inefficaci. Oggi diversi di loro sono indagati: qualche volta con posizioni non chiare, in altri casi per aver fatto il proprio ordinario dovere in condizioni straordinarie.
Gli operatori dell’accoglienza: se non altro perché il lavoro talvolta sporco ma assai redditizio di alcuni ha finito per riverberarsi sull’immagine di tutti, incluso di chi non aveva che un modestissimo margine e molte difficoltà perché l’integrazione, tra mille ostacoli e opposizioni, cercava di farla sul serio.
I cittadini: che hanno sostenuto la non collaborazione dei loro sindaci nell’illusione che risolvesse i problemi, che invece si sono manifestati sui loro territori in termini di integrazione non avvenuta, e quindi di maggiore insicurezza.
Gli immigrati stessi: che, comparativamente, hanno ricevuto servizi (conoscenza della lingua, della cultura, formazione professionale) in maniera incomparabilmente inferiore rispetto ai loro colleghi finiti in altri paesi europei, ciò che ha reso più difficile il loro inserimento.
Il prezzo finale l’ha poi pagato la politica: o meglio chi ha promosso quella politica. Che ha finito per essere sostituito da una nuova classe politica di segno opposto, che molto ha beneficiato, in termini di supporto dell’opinione pubblica e di voti, proprio da politiche emergenziali gestite nella maniera sbagliata (quando sono arrivate quelle giuste, come gli SPRAR, era probabilmente troppo tardi).
Il problema è che la nuova classe politica persevera nell’errore, e continua ad affrontare la questione in maniera emergenziale, anche oggi che l’emergenza, numericamente, non c’è più: in qualche modo producendola. Con normative che non producono integrazione, o producono dis-integrazione (con lo svuotamento degli SPRAR e l’allargamento delle altre forme di accoglienza, ad esempio). E anche con gli sbarchi, dalla Diciotti alla Sea Watch, si continua così. A livello europeo, per giunta. Si va avanti caso per caso. Sarebbe come se, invece di avere un sistema sanitario con le sue ordinarie routine, di fronte a ogni singolo malato, o a una stagionale pandemia influenzale, noi decidessimo caso per caso quale ospedale attivare, dove inviare le medicine, chi incaricare della cura.
Purtroppo, la morale da trarre è una triste lezione anche sul nostro paese. Non collaborativo, incapace di fare rete, rancoroso, scaricabarile, privo di pianificazione e di strategia. Non un bel quadro: purtroppo, realistico.
Profughi, il prezzo pagato, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 12 gennaio 2019, editoriale, p.1

Sindaci, governo e immigrati: la vera sfida

Da una parte, il governo: che vede contestata una delle principali vittorie simboliche della sua componente leghista – il decreto sicurezza. Dall’altra, i comuni: Trento e Rovereto (ma anche diversi centri minori che ospitano richiedenti asilo), così come Bologna: “con la non violenza e il rispetto della legge”, come ha detto il sindaco Merola. Ma anche, in maniera più bellicosa – sui fondamenti stessi di costituzionalità del decreto e invitando alla disobbedienza civile sulla questione dell’iscrizione all’anagrafe degli immigrati – Palermo (e dubbi hanno sollevato a vario titolo anche i sindaci di Napoli, Firenze, Parma, Milano, Pescara e altre ancora). Gli osservatori guardano soprattutto all’ultima, di sfida, che è politica e ideologica. Ma per molti versi è più insidiosa la prima: proprio perché pragmatica, e di buon senso – una cosa su cui si possono identificare anche molti cittadini, al di là delle differenze politiche. Continua a leggere

"L'opposizione del cambiamento" (che ancora manca)

Di fronte a un “governo del cambiamento” che sta effettivamente cambiando le carte in tavola, e forse proprio sparigliando il gioco della rappresentanza, nello stile e nei contenuti (in maniera benemerita per chi lo sostiene; preoccupante e perfino eversiva per chi lo avversa), quella che manca è “l’opposizione del cambiamento”. O meglio ne abbiamo due, scollegate tra loro: una in parlamento, che fa il suo lavoro in aula, senza parlare né essere ascoltata nella società; e una nel paese, che si esprime nelle prese di posizione delle categorie, dei ceti produttivi, dei corpi intermedi, della società civile, talvolta assumendo le forme e i rituali della politica partitica (dalle petizioni alle manifestazioni di piazza). Ma due debolezze disunite non fanno una forza. Quella che manca, è un’opposizione che sappia legare entrambe le cose. Continua a leggere