La seconda casa e la democratizzazione della villeggiatura. Appunti sul 'modello Jesolo'

La casa di vacanza, o seconda casa, è un tòpos classico del neo-acquisito benessere. Bene-rifugio per eccellenza (dopo la prima casa, ovviamente), ha accompagnato tutti i piccoli e grandi boom economici della nostra storia. La villeggiatura – dopo essere stata a lungo un privilegio aristocratico e alto-borghese (i periodi passati in villa, appunto) – si è per così dire democratizzata, divenendo (in Italia: non allo stesso modo in altri paesi sviluppati) il rituale classico della ricomposizione familiare, il luogo dei suoi svaghi, della felicità (almeno tentata, alla peggio, recitata), delle sue noie, anche. Non a caso l’Italia è stata ed è tuttora uno dei paesi con il più alto numero di seconde case: che rappresentano, insieme alle prime, parte quasi sempre preponderante della ricchezza familiare – e, spesso, un investimento sbagliato, o almeno molto sotto-utilizzato. Fenomeno tipico soprattutto – in Europa – dei paesi meridionali, vede l’Italia, secondo stime diffuse, ai primi posti, con una percentuale superiore al 15% (è oltre il 30% in Grecia, ma solo poco più del 5% in Germania e in Olanda): il che significa che oltre un italiano su sei è proprietario di una seconda casa. Continua a leggere

Olimpiadi: perché questo paese ha bisogno di sfide

Ho con l’attività sportiva lo stesso rapporto che aveva Churchill, il quale, ormai ultraottantenne, a un intervistatore che gli chiedeva quale fosse il segreto della sua lucidità, rispose: “Lo sport. Mai fatto”. Continua a leggere

Digitale uguale internazionale (o meglio, transnazionale). Sul superamento dei confini

Digitalizzazione e internazionalizzazione sono, di fatto, sinonimi. Letteralmente: vogliono dire la stessa cosa. Entrambi i concetti presuppongono un superamento dei confini – se si vuole, la loro fine. Continua a leggere

Come mai abbiamo bisogno di immigrati nonostante la presenza di disoccupati?

Come ogni anno, si scopre l’acqua calda. Mancano i braccianti per le raccolte stagionali, in agricoltura. Mancano i camerieri e il personale di pulizia, nel turismo: l’anno scorso, solo in Veneto, e solo in questo settore, sono rimasti vacanti 5.000 posti di lavoro, non coperti né da italiani né da stranieri. Ma, per la verità, mancano anche gli infermieri e i medici, e molto altro. Rimaniamo comunque ai lavori più diffusi. Continua a leggere

Senza passato: la presentificazione degli orizzonti

Senza passato?

31 Maggio 2019

di Stefano Allievi. Professore di Sociologia presso l’Università degli studi di Padova.

Complice anche lo sviluppo tecnologico e l’imperativo del rimanere sempre connessi, siamo sempre più proiettati in una dimensione in cui l’attesa è abolita. Con un presente che si brucia nell’istante, muta anche il rapporto che si ha con il passato (e il futuro). Ma come sarebbe il mondo se… Continua a leggere

Non è questione di "quote rosa"…

Non è questione di “quote rosa”. Anzi, per favore, aboliamo l’espressione, ormai francamente insopportabile oltre che inconsapevolmente sessista – e datata (a parte il fiocco alla nascita, che non è scelta loro, davvero il rosa caratterizza ancora l’immaginario femminile?). Continua a leggere

Il mestiere difficile. Ripensare la scuola, tra perdita del monopolio educativo e complessità sociale

Maestri e maestre che maltrattano bambini. E maestri e maestre maltrattati dai genitori dei loro alunni. Professori che insultano. E professori insultati. Docenti che sospendono i ragazzi. E docenti che sono sospesi dall’insegnamento.
Niente è veramente nuovo. Ma tutto oggi ci colpisce di più. Perché tutto viene subito mediatizzato. E che si tratti di telecamere messe di nascosto dagli investigatori nel caso di indagini, o di studenti che girano video all’interno della classe, tutto finisce immancabilmente nel tritacarne della comunicazione e dei social network.
Nessuno più ricorda che maestro, da magister, che a sua volta deriva da magis, evoca una qualità, un “più” (curiosamente, a contrario del ministro, che evoca un “minus”). O che l’insegnante è colui che lascia, o dovrebbe lasciare, un signus, si auspica positivo, nei suoi studenti. Il ruolo – è un lamento antico – è scaduto di prestigio, di considerazione sociale e, comparativamente, di livello salariale (cose che, in una civiltà che misura tutto sulla quantità di denaro ricavata da una attività, vanno necessariamente insieme). Ma soprattutto, sembra di aver perso di attrattiva agli occhi degli stessi insegnanti. Sempre più demotivati: loro, come i loro studenti. Sempre più annoiati: loro, come i loro studenti. E sempre più impreparati (loro, come i loro studenti) a vivere in una società complessa, plurale, che vive in una condizione di mutamento continua e accelerata. Ragione per cui le cose non posso rimanere le stesse: e le istituzioni – incluse le istituzioni formative – nemmeno.
La scuola è sottoposta a una duplice pressione. Da un lato le famiglie – a loro volta sempre più in difficoltà, per le stesse ragioni, nello svolgere il loro compito di agenzia educativa primaria – scaricano su di essa una parte sempre più ampia di compiti educativi, incluse le competenze di base, l’abc del saper stare in società, in relazione. Dall’altro si avvia essa stessa a diventare una agenzia educativa tra le altre, perdendo il suo sostanziale monopolio e l’autorevolezza ad esso correlato (e la cosa è più visibile man mano che si sale di complessità, verso l’insegnamento superiore e universitario). E sempre più è sottoposta alla concorrenza di altri saperi e di diverse modalità di acquisirli: si pensi alla pervasività, alla capacità di penetrazione e all’efficacia dei nuovi media, a cominciare da quel “professor Google” grazie al quale tutti si sentono in diritto di considerarsi onniscienti, preparati, e soprattutto alla pari rispetto a chi esercita il ruolo docente (che, nel frattempo, non essendosi accorto che in sempre più campi è davvero così, e in fondo non ci sarebbe niente di male – perché la scuola dovrebbe insegnare altro, non nozioni che saranno rapidissimamente superate – si ritrova spiazzato).
Bisognerebbe ripensarla in profondità, la scuola. E in varie parti del mondo lo si sta effettivamente facendo. E’ infatti inevitabile che essa perda la centralità assoluta e la pretesa di unicità e universalità che ha avuto in passato (l’Italia l’ha fatta la scuola pubblica, e molto dopo la televisione, non altro). Ma non perderà tuttavia la sua funzione: anzi. Il compito di educare, di e-ducere, di portare verso qualcosa, di guidare verso altri traguardi, sarà sempre più necessario, man mano che aumenta la complessità sociale e dunque la necessità di fornire linee interpretative, di ricondurre a intelligibilità una realtà magmatica. Ma si potrà fare solo ritornando all’idea originaria di scholè: una attività preziosa e fondamentale di otium, di pensiero libero, di studio, di educazione al ragionamento, da sottrarre alla dittatura del neg-otium, del lavoro di tutti i giorni. Un libero e piacevole – ma indispensabile e dunque garantito e privilegiato dalla società – uso delle proprie capacità e dei propri talenti in modo da metterli davvero a servizio di una casa comune che ne avrà sempre più bisogno. Non per vivere, o sopravvivere: ma per vivere bene. Dando un senso all’esistenza, indipendentemente da ogni bisogno e scopo pratico.
La libertà che salva la scuola, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 20 maggio 2019, editoriale, p.1

Si possono selezionare gli immigrati? La linea di Trump

Può uno stato scegliersi i suoi immigrati? E’ il quesito che sottende la scelta di Trump di cambiare le leggi sull’immigrazione. Continua a leggere

Senza distinzioni di genere

Senza distinzioni di genere

7 Maggio 2019

di Stefano Allievi. Professore di Sociologia presso l’Università degli studi di Padova.

A parte le ovvie differenze biologiche, nel mondo di oggi persistono distinzioni di genere, che riguardano diritti e doveri di maschi e femmine. Ma come sarebbe il mondo se… Continua a leggere

Primo maggio: ieri e oggi. Domani?

Le manifestazioni del Primo Maggio ho cominciato a frequentarle da studente: erano un atto politico tra tanti, per chi si sentiva più o meno impegnato. Nella prima metà degli anni ’80 – e per quasi una decina d’anni – sono diventate anche parte del mio lavoro: facevo, allora, l’operatore sindacale a Milano, e contribuivo alla loro organizzazione. Era ancora un’epoca di grande partecipazione: si respirava l’orgoglio operaio (testimoniato dalla fierezza e la numerosità delle delegazioni delle fabbriche), l’importanza di contarsi e la dignità attribuita al momento; si utilizzava l’occasione per fare il punto sulle relazioni industriali e la situazione politica, con un intento pedagogico (testimoniato dai torrenziali comizi dei leader sindacali e di altri esponenti del mondo della cultura e della politica); e si viveva il clima di festa, che terminava spesso con una mangiata con gli amici e lunghe camminate per tornare a casa in assenza di mezzi pubblici. Il mondo cattolico partecipava anch’esso: l’allora cardinal Martini, in quella che era la festa di San Giuseppe lavoratore, per rispetto della festa sindacale e per non diminuire la partecipazione dei lavoratori cristiani alle manifestazioni, organizzava delle veglie di meditazione la sera del 30 aprile, anch’esse molto partecipate. Continua a leggere