Islam e Occidente, paure a confronto. Tra clash degli immaginari e profezie che si autorealizzano

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Allievi S. (2010), Islam e Occidente, paure a confronto. Tra clash degli immaginari e profezie che si autorealizzano, in R. Gritti, M. Bruno e P. Laurano (a cura di), Oltre l’Orientalismo e l’Occidentalismo. La rappresentazione dell’Altro nello spazio euro-mediterraneo, Milano, Guerini e Associati 2009, pp. 221-234
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Il caso islamico: percezione omogenea, pluralismo interno

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Allievi S. (2009), Il caso islamico: percezione omogenea, pluralismo interno, in P. Naso e B. Salvarani (a cura di), Il muro di vetro. L’Italia delle religioni. Primo rapporto 2009, Bologna, Emi, pp. 92-96
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I musulmani e la società italiana. Percezioni reciproche, conflitti culturali, trasformazioni sociali.

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ALLIEVI S.. (2009). I musulmani e la società italiana. Percezioni reciproche, conflitti culturali, trasformazioni sociali. (pp. 1-149). ISBN: 978-88-568-0510-9. MILANO: Franco Angeli (ITALY).
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L’insegnamento delle religioni questione da Stato laico. Insegnare le religioni nella scuola pubblica

L’insegnamento delle religioni questione da Stato laico. Insegnare le religioni nella scuola pubblica

Il problema dell’insegnamento dell’islam a scuola è serio, e va discusso seriamente. Perché non riguarda solo l’islam. Il problema vero, e più ampio, è un altro: dobbiamo continuare ad avere, nella scuola pubblica, un insegnamento confessionale cattolico pagato dallo stato, con l’opzione per chi non lo vuole di evitarlo, e nient’altro? C’è un problema di rispetto delle minoranze e di parità di diritti? E, ancora più importante, c’è un problema di maggiore conoscenza del fatto religioso da parte di tutti? Le ricerche ci dicono di sì, e questo è un problema: non siamo in grado di capire quanto è contenuto nei nostri musei, o la simbologia di una cattedrale, e quindi la nostra stessa storia, se non conosciamo la cultura cristiana, e la Bibbia da cui deriva. Per cui un insegnamento religioso dovrebbe essere obbligatorio per tutti. Ma non siamo in grado di capire il mondo contemporaneo e il nostro paese, se non conosciamo nulla delle altre religioni: sia quelle che sono da tempo minoranze interne (una, l’ebraismo, è dopo tutto in Italia da prima ancora del cristianesimo), sia quelle arrivate con l’immigrazione, ma che rappresentano le grandi culture religiose dell’umanità: induismo, buddhismo, e ancora di più l’islam, che è diventato la seconda religione in tutti i paesi europei.

Il problema non è quindi islam sì o islam no. Ma tornare all’interrogativo di fondo, sull’insegnamento religioso nella scuola, e guardarsi un po’ intorno. Alcuni paesi europei finanziano l’insegnamento religioso confessionale: ma non solo della confessione maggioritaria – anche delle minoranze riconosciute, islam incluso. Altri ancora forniscono un insegnamento religioso statale, obbligatorio o opzionale: ma, come per le altre materie, si fanno carico di deciderne i contenuti e di selezionarne i docenti. Da noi invece lo stato ha deciso di assumersi l’onere di un insegnamento confessionale, che tuttavia è facoltativo (non potendosi obbligare i cittadini di altra o nessuna confessione religiosa a frequentarlo, anche se nei fatti non sono a disposizione opzioni alternative), lasciando il controllo sugli insegnanti a un ente esterno (la chiesa, che può nominarli e revocarli, anche per motivi che nulla hanno a che fare con il contenuto e le modalità dell’insegnamento, ad esempio per motivi morali), e compiendo una evidente discriminazione nei confronti dei suoi cittadini non cattolici.

Da tempo anche in Italia si va manifestando una corrente di opinione che, tenendo conto dei cambiamenti avvenuti nella società (una sempre minore percentuale di cattolici, un sempre maggiore pluralismo religioso, e una progressiva equiparazione dei diritti di tutti), propone non più l’ora di religione cattolica, ma l’ora delle religioni, con programmi costruiti anche in collaborazione con le confessioni religiose (a cominciare da quella cattolica), ma con curricula uguali per tutti, e la selezione degli insegnanti sulla base di concorsi attitudinali, come per qualsiasi altra materia. Questo consentirebbe di dare dignità vera a un insegnamento che ora è già nelle cose di serie B, favorendo una alfabetizzazione religiosa degli italiani ora a livelli drammaticamente bassi, e rispettando le convinzioni di tutti.

Oggi sempre più italiani si dichiarano di diversa confessione religiosa (almeno 1 milione e 300 mila) o di nessuna (i praticanti cattolici sono tra un quarto e un terzo della popolazione), e gli immigrati ci hanno portato nuove confessioni religiose (non meno di 3 milioni di stranieri non cattolici, che progressivamente diventeranno italiani o lo saranno i loro figli). Il che significa che anche l’Italia è diventata un paese religiosamente plurale. Su questo, che è un cambiamento epocale, la riflessione è in ritardo, anche perché polarizzata tra clericali e giacobini, e tra anti-islamici e no. Forse è il caso di ritornare ad essere, credenti o meno, semplicemente laici.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 28 ottobre 2009, p. 1-15

Libertà è anche indossare uno "chador"

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Allievi S. (1999), Libertà è anche indossare uno “chador”, di Seyed Farian Sabahi, in “Il Sole 24 ore”, 24 ottobre 1999, p. 41.

Se il minareto sorpassa la chiesa

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Allievi S. (2009), Se il minareto sorpassa la chiesa, in “Il Sole – 24 ore”, 18 ottobre 2009, p.39, recensione di Farian Sabahi

Sanaa ed Evelina uguali e diverse

Sanaa aveva solo 18 anni. Il padre, marocchino, non sopportava che avesse una relazione con un italiano, che se ne fosse andata di casa, a vivere con il suo uomo. E l’ha uccisa. Da padre, aveva molte buone ragioni per essere preoccupato: nessuna per uccidere. Lei stava con un uomo tanto più grande di lei (31 anni), e non gli aveva detto dove viveva, nemmeno che abitava con lui. Che per giunta era di un’altra cultura, lingua, religione (anche se questo era l’ultimo dei problemi reali: nessuno, in questa storia, era particolarmente osservante).

Evelina ha solo 21 anni, e già un figlio di 6. Il padre, italiano, non sopportava che avesse una relazione con un albanese, e l’ha quasi uccisa: si è salvata perché il padre, armato di cacciavite, ha mancato la vena giugulare. Da padre, aveva molte buone ragioni per essere preoccupato: nessuna per cercare di uccidere. Lei già era stata con un albanese quando aveva 17 anni, era rimasta incinta, ma poi lui se ne era andato. E adesso era di nuovo innamorata di un altro albanese. Una persona di un’altra cultura e religione (anche se questo problema stavolta non se l’è posto nessuno).

Tante, troppe le somiglianze per non rifletterci. Anche se nella interpretazione dei fatti la differenza è totale.

Nel primo caso si è enfatizzato l’aspetto religioso della questione, un’irrimediabile differenza tra fedi inconciliabili. Ed è partita la grancassa del consueto circo mediatico intorno all’islam, con grande spazio sui giornali, un immediato dibattito politico, trasmissioni di approfondimento in prima serata, commentatori improvvisati, e un ministro, Mara Carfagna (la stessa che ha appena proposto una legge per l’abolizione di ciò che non esiste, ovvero del burqa in un ambito dove non se ne è mai visto uno, la scuola), che ha parlato seccamente di “guerra di religione”. Di contorno, la santificazione della povera ragazza e la beatificazione del fidanzato. E nessuna pietas per gli altri protagonisti della vicenda.

Nel secondo caso non un solo commentatore o articolo di giornale, e tanto meno un ministro, ha parlato di guerra di religione. La ragazza rimane quello che è: una vittima innocente. E il fidanzato non se l’è filato nessuno. Marginale anche nel dolore, e senza riflettori intorno. Semmai, sotto sotto, il padre qualche comprensione (per le ragioni della reazione, anche se non per i modi) da alcuni la rimedierà comunque: dopo tutto, un albanese… Proprio come il padre di Sanaa, da alcuni dei suoi.

Delle due l’una. O la religione c’entra, e allora c’entra in entrambi i casi. Oppure non c’entra o c’entra poco: come elemento di sfondo, alla lontana – come codice d’onore più che come fede. Mentre i fattori in gioco sono altri: disperazione, rabbia, deprivazione sociale, livello di istruzione, e qualche incommensurabile variabile psicologica – ché non tutti i padri, religiosi o meno, nelle stesse condizioni, si comportano così.

Alla luce di queste diverse reazioni, se non un esame di coscienza, almeno qualche spunto autocritico sarebbe opportuno. In nome della nostra responsabilità di persone pensanti, chiamate ad analizzare dei fatti ponderatamente e senza pregiudizi. E contro la tragica irresponsabilità delle nostre reazioni immediate, spesso cieche e fuorvianti. Forse sarebbe il caso di raffreddare un po’ il dibattito. Di de-islamizzarlo, per così dire. Ne capiremmo di più, e aiuteremmo meglio i protagonisti di queste vicende. Anche se, certo, chi lucra visibilità mediatica e consenso politico da questi tristi fatti, ci guadagnerebbe di meno.

Stefano Allievi

“Il Piccolo”, 14 ottobre 2009, p. 1-5

anche come

Figlie accoltellate dal padre. La religione fa la differenza, in “Il Mattino”, 15 ottobre 2009, p. 1-18

Sanaa, Hina e le altre

Un’altra ragazza uccisa. Un’altra storia di paternalismo e tradizionalismo opprimente finita in tragedia. Un abisso culturale che sfocia nel crimine, nell’efferatezza. E, puntuali, i parassiti della strumentalizzazione.

Cominciamo dai fatti. Sanaa, 18 anni, è stata uccisa dal padre, un marocchino di 45 anni, che non approvava la sua relazione con un italiano di tredici anni più vecchio. Inconcepibile. Inaccettabile. Disumano. Ma, invece di fare i finti ingenui, chiediamocelo: così raro? Così strano? Così assente dalle cronache giornalistiche, anche a prescindere dall’immigrazione? Purtroppo no. Ma allora questo dovrebbe indurci a una seconda, onesta domanda: cosa c’entra la religione? Cosa c’entra l’islam? Siamo davvero sicuri che sia questa la variabile esplicativa principale?

Come per ogni religione, anche per l’islam l’assassinio di una figlia da parte di un padre è un atto aberrante, deviante, inaccettabile, immorale, indifendibile. Qualsiasi musulmano, qualsiasi imam, sosterrebbe questa tesi. Ma inaccettabile e indifendibile non significa purtroppo incomprensibile. Solo che la variabile interpretativa principale, per capire cosa è successo, non è la religione. Certo, c’entra la cultura. Ma quale cultura? Il padre di Sanaa non frequentava la moschea, pare alzasse talvolta il gomito, ed era diventato oppressivo man mano che la situazione gli sfuggiva di mano. Del fidanzato di Sanaa tutto sappiamo, tranne se frequentasse qualche ambiente religioso. Cosa c’entrano l’islam e il cristianesimo? Se si trattasse di un fatto religioso, dovremmo aspettarci che tutti i musulmani si comportino allo stesso modo (o magari lo desiderino, ma ne siano impediti controvoglia dalle nostre leggi, come immagina qualcuno). Se si trattasse di un fatto etnico dovremmo immaginarci tutti i padri marocchini come potenziali assassini delle proprie figlie. Ma allora perché non succede? E gli altri fattori? Classe sociale, livello di istruzione, provenienza da ambiente rurale o urbano, siamo davvero convinti che non contino niente? E i rapporti di genere, molto al di là della religione? E quelli intergenerazionali? E la migrazione stessa, il confronto tra mondi diversi, uno scintillante e pieno di promesse, l’altro tetro e malinconico anche per la situazione depressiva della famiglia d’origine? E, per finire, la psicologia individuale?

La ‘religionizzazione’ della nostra interpretazione di questi fatti non è casuale. E’ figlia dei tempi, di diffuse campagne politiche e giornalistiche, di semplificazione pregiudiziale. E’ una costruzione sociale, non un dato. Non tiravamo in ballo la religione cattolica, ai tempi dei delitti d’onore e del ‘divorzio all’italiana’; né lo facciamo quando un padre padrone si sente in diritto di sterminare la propria famiglia prima di suicidarsi per un proprio fallimento individuale. E non tiriamo in ballo l’ortodossia quando cose simili accadono, ad esempio, nelle comunità immigrate dall’est. Del resto in Gran Bretagna, dove problemi analoghi li hanno anche tra gli hindu e i sikh, parlano volentieri di culture ‘asiatiche’: forse altrettanto a torto.

La religione tuttavia può servire come alibi, e come complicità. Qui le comunità islamiche e i loro responsabili possono avere grandi responsabilità: in positivo (educative, di mediazione costruttiva tra genitori e figli) o in negativo (una sorta di omertosa condiscendenza, un silente consenso nei confronti delle posizioni più retrive). Perché sia la prima posizione a prevalere, è fondamentale, certo, la maturità delle organizzazioni, ma anche il ruolo del contesto. Tutto serve, tranne la strumentalizzazione parassitaria: utilizzare la cosa per tuonare un po’ contro l’islam, e poi finita lì, fino al prossimo assassinio.

Occorre invece contribuire a risolvere il problema: urlando di meno, e agendo di più. I musulmani devono imparare che lottare contro l’uso barbaro della religione per giustificare comportamenti barbari è un loro interesse e un loro dovere, perché si ritorce contro i musulmani tutti. I non musulmani dovrebbero capire che la demonizzazione dell’islam in quanto tale non ha a che fare e non aiuta la causa della scomparsa di questi comportamenti. Parlare di “guerra di religione” è inutile e irresponsabile. Per certi versi è anzi controproducente, spingendo i musulmani a chiudersi in un ghetto. E non aiuta quindi le Sanaa di oggi e di domani.

Stefano Allievi

“Popoli”, n.10 ottobre 2009, p. 45

Il problema del velo ce l’ha chi guarda

E se il problema culturale del velo islamico fosse più in chi lo guarda che in chi lo porta?

Cominciamo con il distinguere vari livelli.

a) La maggior parte delle donne musulmane, da noi, non porta alcun velo. Solo che non ce ne accorgiamo: poiché non lo portano, non sappiamo che sono musulmane…

b) Molte portano l’hijab, il più diffuso, quello che copre la testa ma non nasconde il viso: un foulard, per capirci. Molti – come la Santanché che vorrebbe vietarlo nelle scuole e su questo si è costruita il suo quarto d’ora di celebrità – pensano sia un simbolo di oppressione della donna. La pensano diversamente le suore, gli ebrei che portano la kippah e le loro donne ortodosse con i capelli rasati, i sikh col turbante, e le statue della Madonna: è un simbolo di sottomissione, sì, ma a Dio. La stragrande maggioranza delle donne, anche giovani e colte di seconda generazione, che lo porta, lo fa volontariamente e non si sente affatto inferiore alle altre: per loro è una scelta libera, e come tale va rispettata, anche se non la capiamo. Diverso per chi lo mette per imposizione del marito o del padre: in questi casi, deve intervenire lo stato? O non è meglio lasciar fare all’evoluzione culturale? Sui foulard neri delle nostre nonne, è intervenuto lo stato? E su quante altre scelte controvoglia e imposizioni all’interno delle famiglie dovremmo intervenire, allora? Eppure molti si sentono in diritto di protestare persino contro l’impiegata di un museo o la commessa di un negozio con l’hijab, o una ragazza che in piscina porta quello che si è ribattezzato il burqini. E’ normale?

c) C’è poi il velo che nasconde il viso: il niqab e il burqa. Pochi casi, ma ben pubblicizzati. Nessuno si sogna di difenderlo, ci mancherebbe. Ma forse è il caso di sgombrare il caso da alcune falsità. Paura. La attribuiamo ai bambini, ma chi è che ce l’ha, o la induce? Con questa scusa si è perfino fatta cacciare da un’asilo privato una maestra che portava l’hijab, e in diverse scuole mamme italiane si sono mobilitate contro mamme immigrate con il capo – non il volto – coperto: ci rendiamo conto? Sicurezza. In tutta Europa non si annovera un solo precedente di rapina in banca o di attentato effettuato con un burqa. Il problema allora è un altro: culturale. Non siamo abituati a questo genere di vestiario e non ci piace. Legittimo. E di questo sì, è giusto parlare.

Il ricorso alla legge aiuta, ma non troppo. La legge (152 del 1975, art. 5) pretende la riconoscibilità del viso: “E’ vietato prendere parte a pubbliche manifestazioni, svolgentisi in luogo pubblico o aperto al pubblico, facendo uso di caschi protettivi o con il volto in tutto o in parte coperto mediante l’impiego di qualunque mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona”. Però la legge parla di pubbliche manifestazioni (erano gli anni degli scontri con la polizia nel corso di manifestazioni politiche), non del semplice camminare per strada (per il quale è sufficiente consentire il riconoscimento su richiesta delle forze dell’ordine). E diverse sentenze hanno riconosciuto eccezioni per motivi diversi: inclusi quelli religiosi. Tanto è vero che un sindaco della provincia di Como che si ostinava a multare una musulmana italiana è stato costretto dal giudice ad annullare le sanzioni.

Uno dei cardini su cui si basa la civile convivenza è il rispetto della legge: quale che sia. Sul viso completamente velato, sono personalmente contrario. Lo sono anche la maggior parte dei musulmani e delle musulmane. E ci dovesse essere una legge chiara, va rispettata. Ma in Europa c’è più di un dubbio. E infatti a chiunque cammini per Londra, Parigi, Amsterdam o Berlino capita di incontrare donne con il volto velato con molta maggiore frequenza che in qualunque città italiana. Sono paesi incivili? Più indietro, sul piano dei diritti, di quel faro della civiltà che è Montegrotto? Qui, davvero, siamo al grottesco: tutto, pur di avere una foto sui giornali…

Forse non è inutile farsi anche un’altra domanda: perché questi episodi accadono sempre e solo nel Nord Italia? Siamo forse più femministi? O non è che tutto questo ha a che fare con una campagna anti-islamica che prende qualunque spunto, incluso il sacrosanto diritto a riunirsi a pregare, per manifestarsi? Talvolta, di fronte a questi episodi, viene da pensare che sì, c’è davvero in corso una guerra culturale che riguarda l’islam. Ma non l’hanno dichiarata i musulmani.

Stefano Allievi

“Il Mattino”, 28 settembre 2009, p. 1-11

Oltre la religione (Sanaa, Hina e le altre)

Un’altra ragazza uccisa. Un’altra storia di paternalismo e tradizionalismo opprimente finita in tragedia. Un abisso culturale che sfocia nel crimine, nell’efferatezza. E, puntuali, i parassiti della strumentalizzazione.

Cominciamo dai fatti. Sanaa, 18 anni, è stata uccisa dal padre, un marocchino di 45 anni, che non approvava la sua relazione con un italiano di tredici anni più vecchio. Inconcepibile. Inaccettabile. Disumano. Ma, invece di fare i finti ingenui, chiediamocelo: così raro? Così strano? Così assente dalle cronache giornalistiche, anche a prescindere dall’immigrazione? Purtroppo no. Ma allora questo dovrebbe indurci a una seconda, onesta domanda: cosa c’entra la religione? Cosa c’entra l’islam? Siamo davvero sicuri che sia questa la variabile esplicativa principale?

Come per ogni religione, anche per l’islam l’assassinio di una figlia da parte di un padre è un atto aberrante, deviante, inaccettabile, immorale, indifendibile. Qualsiasi musulmano, qualsiasi imam, potrà confermarlo. Ma inaccettabile e indifendibile non significa purtroppo incomprensibile. Solo che la variabile interpretativa principale, per capire cosa è successo, non è la religione. Certo, c’entra la cultura. Ma quale cultura? Se si trattasse di un fatto religioso, dovremmo aspettarci che tutti i musulmani si comportino allo stesso modo (o magari lo desiderino, ma ne siano impediti controvoglia dalle nostre leggi, come immagina qualcuno). Se si trattasse di un fatto etnico dovremmo immaginarci tutti i padri marocchini come potenziali assassini delle proprie figlie. Ma allora perché non succede? E gli altri fattori? Classe sociale, livello di istruzione, provenienza da ambiente rurale o urbano, siamo davvero convinti che non contino niente? E i rapporti di genere, molto al di là della religione? E, per finire, la psicologia individuale?

La ‘religionizzazione’ della nostra interpretazione di questi fatti non è casuale. E’ figlia dei tempi, di diffuse campagne politiche e giornalistiche, di semplificazione pregiudiziale. E’ una costruzione sociale, non un dato. Non tiravamo in ballo la religione cattolica, ai tempi dei delitti d’onore e del ‘divorzio all’italiana’; né lo facciamo quando un padre padrone si sente in diritto di sterminare la propria famiglia prima di suicidarsi per un proprio fallimento individuale. E non tiriamo in ballo l’ortodossia quando cose simili accadono, ad esempio, nelle comunità immigrate dall’est. Del resto in Gran Bretagna, dove problemi analoghi li hanno anche tra gli hindu e i sikh, parlano volentieri di culture ‘asiatiche’: forse altrettanto a torto.

La religione tuttavia può servire come alibi, e come complicità. Qui le comunità islamiche e i loro responsabili possono avere grandi responsabilità: in positivo (educative, di mediazione costruttiva tra genitori e figli, come spesso già succede) o in negativo (una sorta di omertosa condiscendenza, un silente consenso nei confronti delle posizioni più retrive). Perché sia la prima posizione a prevalere, è fondamentale, certo, la maturità delle organizzazioni, ma anche il ruolo del contesto. In Gran Bretagna esistono commissioni governative sui temi dei matrimoni forzati e correlati, che coinvolgono i responsabili di comunità in programmi di prevenzione. In Olanda come in Francia esistono strutture di mediazione anche nei casi di crisi (ad esempio ragazzi che scappano di casa) in cui mediatori culturali provenienti dall’immigrazione svolgono un ruolo decisivo. In Italia, per lo più, prevale in questi casi la strumentalizzazione parassitaria: utilizzare la cosa per tuonare un po’ contro l’islam, e poi finita lì, fino al prossimo assassinio.

Per tutti, l’interesse è invece quello di contribuire a risolvere il problema: urlando di meno, e agendo di più. I musulmani devono imparare che lottare contro l’uso barbaro della religione per giustificare comportamenti barbari è un loro interesse e un loro dovere, perché si ritorce contro i musulmani tutti. Essi hanno tutto l’interesse a purificare la religione dalle scorie che i costumi e le tradizioni talvolta le appiccicano addosso, finendo per nasconderla. I non musulmani dovrebbero capire che la demonizzazione dell’islam in quanto tale non ha a che fare e non aiuta la causa della scomparsa di questi comportamenti. Per certi versi è anzi controproducente, spingendo i musulmani a chiudersi in un ghetto. E non aiuta quindi le Sanaa di oggi e di domani. Parlare di “guerra di religione” è inutile e controproducente, e probabilmente irresponsabile. Produce un po’ di spazio sui giornali e nulla più.

Stefano Allievi

“Il Piccolo”, 17 settembre 2009, p. 1-5