Le parole di Bagnasco e la giunta Polverini

E’ stata una coincidenza assai significativa quella che ha visto, in contemporanea, le dimissioni di Renata Polverini a causa del malaffare e degli scandali alla Regione Lazio, e, nello stesso momento, la lettura della prolusione del cardinal Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, che sui temi del malcostume politico si è soffermato a lungo. Significativa per entrambi.
Polverini si è dimessa, anche se non toccata personalmente dagli scandali, di fronte a una situazione non più sostenibile, esteticamente prima ancora che eticamente (e l’estetica è la madre dell’etica, diceva il premio Nobel Iosif Brodskij: anche se è difficile andarlo a spiegare a ‘er Batman’ o agli altri improbabili gladiatori del consiglio regionale laziale, o al Formigoni in barca ai Caraibi a spese di chi è lautamente finanziato dalla regione Lombardia, o a tanti altri, anche di opposta sponda politica). E peraltro si è dimessa solo perché sfiduciata di fatto dalle dimissioni dei consiglieri di opposizione e dell’UDC, dopo una lunga ed estenuante sceneggiata, giocando finché ha potuto il ruolo dell’innocente tradita. Continua a leggere

29 anni, ministro della cultura. Dettagli

E’ giovane: ha 29 anni.
E’ donna.
E’ avvocato, giornalista, politica.
Parla cinque lingue.
E’ il nuovo ministro della cultura norvegese.
Ah, dimenticavo: è musulmana
Dio benedica gli scandinavi.

Rosy non va alla guerra

Rosy Bindi non si candida alle primarie.
Non è una notizia. La notizia ci sarebbe stata se si fosse presentata: il presidente contro il segretario…
Detto questo, la ragione non è politica, è numerica. Avrebbe avuto un risultato, in termini di consensi, disastroso, rispetto a Bersani, Renzi, Vendola e Puppato. E si sarebbe giocata la sopravvivenza: in pubblico.

Totoprimarie: ultimi arrivi

Bersani è il primo arrivato: rendita di posizione.
Renzi è il primo sfidante: rendita di opposizione.
Puppato terza incomoda: toglierà consensi da opposizione a Renzi, da sinistra e ambientalismo. E qualche consenso femminile a Bersani.
Vendola: poteva prendere un significativo consenso dal PD alla sinistra di Bersani. Oggi, dopo la foto del Palazzaccio – che divide, invece di marcare una posizione – rischia di averne meno. E poi c’è più affollamento a sinistra (qualcosa gli toglie Puppato e gli toglierebbe Civati). Perdita del monopolio della posizione critica da sinistra. In discesa.
Tabacci: consensi di stima, in Lombardia soprattutto. Non toglierebbe consensi a nessuno degli altri, e porterebbe in gioco i suoi. Stabile. Quali che siano gli altri candidati.
Gozi: pervenuto. Toglierà qualcosa a Puppato (e a Civati se ci fosse) sui diritti, di più a Renzi sull’ala liberal e la modernizzazione.
Civati: sì, no, forse. Toglierebbe consensi da opposizione a Renzi. Ma sullo stesso fronte di Puppato e di Gozi, a dividersi i resti.
Boeri: annunciato per tempo, ma non ancora manifestato. Oggi ormai è troppo tardi. Toglierebbe qualche piccolo consenso agli oppositori (Renzi, Puppato, Civati), quasi niente a Bersani. Localmente, soprattutto, come Tabacci. Niente di decisivo.
Bindi: annunciata. Rischia il suicidio per probabile nanismo. Glielo sconsigliamo vivamente. O forse no. Forse capirebbe.
Tonini, o qualcuno d’area: annunciato. Vedi alla voce Bindi.
Spini: annunciato. Forse porta via a Renzi un centinaio di voti a Firenze, e qualche decina di socialisti in giro per l’Italia.
Risultato finale: più si moltiplicano le candidature, più ci guadagnerà Bersani. Così proseguendo, la partita finale se la giocherà certamente lui, che già oggi è in vantaggio, e che parte avvantaggiato, con la struttura di partito in larga parte dietro di sé. Con Renzi, a occhio: se ballottaggio sarà. E dovrebbe essere, a rigore. Se il PD propone come modello ideale il doppio turno, coerenza vorrebbe che lo applicasse al proprio interno. Eventualmente sul modello fiorentino (solo se nessun candidato raggiunge una soglia data), inventato a suo tempo per cercare di stoppare proprio Renzi, senza successo, e che oggi potrebbe venir comodo a Bersani.
Considerazione a margine, di metodo: sono per le primarie aperte. Quindi bene le candidature: poi chi ha benzina nel serbatoio – o, più ecologicamente, energia nelle gambe – andrà più lontano.
Considerazione a margine, politica: non è che l’opposizione a Bersani ne esca proprio splendidamente, con tutti questi candidati. L’effetto nani da giardino, come lo chiama Civati, rischia di prodursi in tutto il suo splendore.
Considerazione a margine, istituzionale: è proprio vero che alcuni candidati hanno confuso le primarie per la premiership con quelle per la segreteria del PD. Ho la sensazione che questo qualcuno non sia Renzi. Si accettano suggerimenti.

La ressa di candidati alle primarie

Le primarie del centrosinistra cominciano ad essere un luogo discretamente affollato. L’ultimo candidato in arrivo è Pippo Civati, popolare consigliere regionale lombardo, leader del gruppo Prossima Italia.
Con il segretario Pierluigi Bersani, lo sfidante sindaco di Firenze Matteo Renzi, la capogruppo in consiglio regionale veneto Laura Puppato (e, fuori dal PD, Nichi Vendola e Bruno Tabacci), i candidati in lizza sono già sei, e potrebbero aumentare se si candidassero, come si ventila, il deputato Sandro Gozi, o l’assessore milanese Stefano Boeri, che l’aveva annunciato tra i primi.
Le ironie di alcuni già si sprecano: dal morettiano “facciamoci del male” alle riflessioni sull’eterno complesso frazionistico della sinistra. Ma non è così.
E’ intrinseco alla logica delle primarie che coloro che ritengono di averne le capacità, e abbiano possibilmente un progetto di società cui ispirarsi, si autocandidino alla guida del paese: perché questo devono decidere le primarie, almeno per lo schieramento riformatore, anche se qualcuno sembra più convinto che si tratti di decidere chi è il segretario del PD. Dopodiché decideranno gli elettori. Che sono capaci e maturi a sufficienza per farlo.
Se le primarie si svolgeranno con il doppio turno (che è la proposta di legge del PD per le elezioni politiche: sarebbe coerente la applicasse anche al suo interno), correrà quindi chi vuole, con quel minimo di regole necessarie, e i due candidati più forti si scontreranno nel duello finale. E’ il bello della democrazia. Non a caso questo metodo viene invocato anche, senza successo, nel centrodestra, dove, come riportano le cronache, gli iscritti accolgono il segretario Alfano – segretario dimezzato, per la verità, dal ruolo preponderante di Berlusconi – al grido di: “primarie, primarie”. Perché, nelle primarie, si può scegliere: ciò che non consente l’attuale sistema elettorale. E neanche la vita interna di molti partiti.
Sorprendono un po’, quindi, e sono un segno evidente di nervosismo, gli anatemi che vengono lanciati ai nuovi candidati da alcuni dirigenti dell’apparato democratico: specie se già schierati in favore delle prime due candidature emerse, Bersani e Renzi, e del primo in particolare.
Mentre sarebbe utile lo sforzo dell’ascolto: più diffuso tra l’elettorato, che pare assai interessato ad ascoltare i vari candidati e a capire cosa dicono e cosa vogliono, che nell’apparato, più impegnato a schierarsi a prescindere. Non giova in questo senso il clima da tifo calcistico, che non aiuta la riflessione, come mostra il fioccare degli insulti: che vanno un po’ in tutte le direzioni, ma forse con foga particolare, a giudicare da ciò che circola in rete, nei confronti di Renzi. Da un lato questo evidenzia come, per alcuni, le primarie siano vissute più come una fastidiosa costrizione che come un metodo innovativo di scelta della leadership, e le preferirebbero a risultato garantito: per cui ogni sfidante, e tanto più quanto più pericoloso, è un nemico. Dall’altro mostra la passione con cui il gioco è seguito: che è una buona notizia, in tempi di antipolitica. Del resto, lo schierarsi fa parte del gioco, e la politica è anche lotta, e sangue (metaforicamente parlando), e botte da orbi, ed è parte del suo fascino. Ma dovrebbe essere anche fair play: spirito sportivo, potremmo dire, visto che siamo freschi di olimpiadi.
Perché lo sia fino in fondo, si attende ancora la formulazione di regole che rispondano ai principi di apertura e di contendibilità reale che le primarie presuppongono. E queste mancano ancora.
La ressa di candidati alle primarie, in “Il Mattino”, “Nuova Venezia”, “Tribuna Treviso”, “Corriere delle Alpi”, 21 settembre 2012, p.1

Totoprimarie

Bersani è il primo arrivato: rendita di posizione.
Renzi è il primo sfidante: rendita di opposizione.
Puppato terza incomoda: toglierà consensi da opposizione a Renzi, da sinistra e ambientalismo. E qualche consenso femminile a Bersani.
Civati: sì, no, forse. Toglierebbe consensi da opposizione a Renzi. Ma sullo stesso fronte di Puppato, a dividersi i resti.
Vendola: poteva prendere un significativo consenso dal PD alla sinistra di Bersani. Oggi, dopo la foto del Palazzaccio – che divide, invece di marcare una posizione – rischia di averne meno. E poi c’è più affollamento a sinistra (qualcosa gli toglie Puppato e gli toglierebbe Civati). Perdita del monopolio della posizione critica da sinistra. In discesa.
Tabacci: consensi di stima, in Lombardia soprattutto. Non toglierebbe consensi a nessuno degli altri, e porterebbe in gioco i suoi. Stabile. Quali che siano gli altri candidati.
Boeri: annunciato per tempo, ma non ancora manifestato. Oggi ormai è troppo tardi. Toglierebbe qualche piccolo consenso agli oppositori (Renzi, Puppato, Civati), quasi niente a Bersani. Localmente, soprattutto, come Tabacci. Niente di decisivo.
Gozi: annunciato, non ancora pervenuto. Toglierebbe qualcosa a Civati, forse a Puppato, in ogni caso a Renzi. In troppi, a questo punto, a contendersi un consenso dato.
Bindi: Rischia il suicidio per probabile nanismo. Glielo sconsigliamo vivamente. O forse no. Forse capirebbe.
Tonini, o qualcuno d’area. Come sopra.
Spini: forse porta via a Renzi un centinaio di voti a Firenze.
Risultato finale: più si moltiplicano le candidature, più ci guadagnerà Bersani. Così proseguendo, la partita finale se la giocherà certamente lui, che già oggi è in vantaggio, e che parte avvantaggiato, con la struttura di partito in larga parte dietro di sé. Con Renzi, a occhio: se ballottaggio sarà. E dovrebbe essere, a rigore. Se il PD propone come modello ideale il doppio turno, coerenza vorrebbe che lo applicasse al proprio interno. Eventualmente sul modello fiorentino inventato a suo tempo (solo se nessun candidato raggiunge una soglia data).

Le prime primarie vere?

Con Renzi e gli altri saranno le prime primarie vere?, in “Reset”, 16 settembre 2012, articolo di apertura
Con la sfida di Matteo Renzi la questione delle primarie, da discussione astratta e un po’ asettica, diventa una partita concreta e reale: un duello, con quell’elemento di passione e di gusto per la partecipazione che la politica può dare.
Certo, è una partita problematica, e per certi aspetti surreale, visto che non se ne conoscono ancora le regole e, date le incertezze sul prossimo sistema elettorale, nemmeno la coalizione di riferimento. E c’è quindi il rischio che chi deciderà le regole – l’establishment di partito – lo faccia a uso e consumo del proprio candidato di riferimento, il segretario. Ma la partita è decisiva, anche per il futuro dello schieramento riformatore.
Renzi parte svantaggiato, come ovvio: il Partito Democratico – che le primarie le ha introdotte per volontà di vertice e con il consenso entusiasta dell’elettorato, ma subìte in parte dell’apparato – non ha ancora interiorizzato che esse servono per scegliere il leader, e quindi non ci dovrebbe essere, di default, un candidato di partito, per il semplice motivo che anche lo sfidante appartiene allo stesso partito. Ma tant’è, le inerzie dominano, e per i più il candidato di partito sarà Bersani. Continua a leggere

Primarie: la sfida che parte dal Veneto

Per una volta, il Veneto anticipa l’agenda politica nazionale. Perché partono da qui, di fatto, le primarie. E perché anche una veneta corre per vincerle. Vero, Bersani ha fatto il suo discorso d’investitura alla festa del PD di Reggio Emilia. Ma il suo passaggio alla festa regionale di Padova due giorni prima della discesa in campo, venetissima, di Renzi, consente un confronto in diretta significativo, sullo stesso palco.
Molta gente, per Bersani: ma età media elevata. Molta attenzione, anche: c’è domanda di sapere e di capire. Ma applausi contenuti: non come segno di dissenso, ma di maturazione dell’elettorato. C’è la crisi: non è più tempo per le liturgie. Lui, il segretario e candidato, è diretto, affabile, capace anche di autoironia. Sa di giocare in casa, e che il consenso è acquisito: il grosso dell’apparato è con lui e glielo mostra. Lo stile è sobrio e privo di polemiche: nessuna bassezza facile, nessun attacco agli avversari esterni ed interni, Renzi incluso. Parla a lungo, con partecipazione, di posti di lavoro e crisi, citando Alcoa, Sulcis e Ilva, sottolineando la sua vicinanza ai drammi del lavoro e la sua esperienza da ministro dell’industria, rivendicando le sue liberalizzazioni. Afferma che bisogna andare oltre Monti, aggiungendo al rigore, necessario, più lavoro, più equità e più diritti: anche quelli che non è popolare rivendicare, come quelli degli immigrati. Ma non parla di modernizzazione della pubblica amministrazione, il cui malfunzionamento è una tara che rende difficile la vita dei cittadini e allontana gli investitori, né di riduzione delle tasse e dei vincoli all’impresa, né di questione settentrionale e federalismo, e quindi di riforme strutturali. Dimenticanze che pesano e si pagano, in Veneto più che altrove: terra di piccola e media impresa (e anche di quella grande che compete nella globalizzazione) che produce tessuto e tenuta sociale. Continua a leggere