Contro la perfezione

In sociologia – e più in generale nel dibattito sociale – non ci si imbatte frequentemente nella dicotomia perfetto/imperfetto. Se ne può parlare di una persona, quando si è innamorati (salvo autoaccusarsi di cecità, quando la fase dell’innamoramento passa – e passa…); di un’opera d’arte, per motivazioni estetiche, quando ci si lascia andare ad espressioni enfatiche (anche questo tipo di perfezione è sempre relativo a un’epoca – poi anche questa passa); pure di una società, quando ci si esercita nell’immaginarla, la società perfetta: e qui siamo nel campo dell’utopia (come anche nei due ambiti precedenti, probabilmente), o dell’ideologia, certo non della sociologia, o banalmente dell’osservazione realistica. La perfezione, insomma, per riprendere una frase non a caso proverbiale, non è di questo mondo. Dell’altro, non abbiamo testimonianze dirette.

Nessuno si azzarda a immaginare di vivere in una società perfetta. Qualcuno – sempre meno persone, sempre meno spesso, con sempre meno convincimento – afferma di volerla costruire: fondamentalismi politici e religiosi, per esempio. In ogni caso, la perfezione non è mai immaginata nel presente: è sempre qualcosa che caratterizza un ipotetico futuro (noi homines novi – guarda caso, quasi mai si tratta di donne – noi avanguardia, noi eletti, costruiremo la società perfetta, la Gerusalemme celeste in terra, ecc.), o un altrettanto ipotetico passato, nostalgicamente romanticizzato e mitizzato (l’età dell’oro – di solito quella delle origini, degli inizi, della fondazione: di un movimento, di una religione, di uno stato…). Già questo dovrebbe insospettirci. Ed è quello che probabilmente insospettisce i contemporanei, che vivono sempre di più nel presente, e sono sempre meno capaci di proiettarsi sul futuro quanto di conoscere il passato.

Di solito se ne parla male, della presentificazione degli orizzonti, testimoniata tanto dalla diminuita propensione al risparmio o a procreare o a impegnarsi in legami e lavori di lungo periodo, quanto dal minor investimento in utopie politiche e in fedi religiose che proiettano il loro orizzonte troppo nell’aldilà – in altre generazioni (socialismo realizzato) o dopo la propria morte (cristianesimo incluso, che tuttora troppo spesso dimentica la parte del messaggio che riguarda “il centuplo quaggiù” in favore di quella relativa alla “vita eterna”). Ma questo ‘presentismo’ ha probabilmente anche un lato positivo: siamo meno disponibili a farci coinvolgere, a fare sacrifici (vulgo: a farci fregare), in nome di un obiettivo alto e altro, e quasi sempre altrui, lontano (mentre siamo ancora relativamente disponibili a farlo per le persone vicine e cause più prossime). Lo fa meno la gente comune, almeno. Lo fanno ancora i fondamentalisti, appunto – minoranza pericolosa, ma pur sempre minoranza.

Ora, quello che crediamo è quello che percepiamo, e quello che percepiamo è quello che accade: “Se una cosa è percepita come reale, essa sarà reale nelle sue conseguenze”, come recita il teorema sociologico di Thomas. Da qui la perdita di importanza della dicotomia perfetto/imperfetto. Non la percepiamo: dunque non è reale nelle sue conseguenze.

Contano invece, continuano a contare, altre dicotomie: puro/impuro (su cui si fondano alcune religioni – non tutte – e la stessa sociologia delle religioni, basti pensare a Durkheim), e superiore/inferiore, ad esempio – peraltro tra loro legate. Proviamo a dedicare loro qualche breve considerazione: poco più di un cenno, molto meno di un approfondimento.

C’è un inquietante ritorno sulla scena pubblica e politica del linguaggio relativo al puro e all’impuro, applicato ad esempio alle comunità etniche, che per definizione pure non lo sono mai: non esiste una cosa che si possa chiamare razza (o etnia) pura, ed è quindi impossibile e velleitario qualsiasi tentativo di purificazione etnica e razziale. Ma il loro richiamo è una sirena seducente: che sé-duce, che conduce a sé. Questo richiamo non è identico alla dicotomia tra perfetto e imperfetto. Purificare è un tentativo, un mezzo, per recuperare uno stato di perfezione: ma sempre provvisorio, di efficacia assai temporanea. L’impurità si insinua sempre e inesorabilmente nel quotidiano, e occorre ricorrere nuovamente al rituale della purificazione. Da qui però la tentazione di provarci, anche in maniera simbolica, rituale, appunto: ricorrendo a rituali certo semplificati, ma che hanno questo identico obiettivo. Trasformando il diverso in capro espiatorio, per esempio: da punire o espellere ritualmente. Eccezionalizzando la sua presenza sottoponendolo a legislazioni specifiche (dagli immigrati alle minoranze religiose, abbiamo numerosi esempi a supporto). Ma vale anche nei confronti per esempio dei gay e del mondo LGBT, e di altri fastidiosi tipi di diversi e di diversità.

Questa dicotomia si richiama a quella superiore/inferiore. È la razza, civiltà, etnia, religione, modello familiare, cultura (e quant’altro) che si autodefinisce superiore che tende a eterodefinire l’altra come inferiore, e nel caso a purificarsi dalla sua presenza, espellendola da sé, o a purificarla per renderla meritevole di accedere al mondo dei puri.

Qui c’è un altro aspetto che differenzia purezza e perfezione. La perfezione è uno stato che costa fatica raggiungere (si tende alla perfezione – e non la si raggiunge mai): la purezza è uno stato che uno ha o non ha, per nascita, o perché l’ha acquisito in maniera relativamente facile, praticando ‘magicamente’ un rituale di purificazione, appunto, quale che sia – un’abluzione, o l’ingestione di un cibo puro e purificante, o una benedizione. Dunque è alla portata dei più. E garantisce più facilmente quell’autodefinizione in termini di superiorità così psicologicamente tranquillizzante…

Sono, questi fenomeni – probabilmente – una reazione ai processi di globalizzazione percepita, che ci rende esposti all’insignificanza e dunque al ritorno a – alla ricerca di – nuovi orizzonti identitari, nuove collettività di riferimento (elettive, tuttavia, raramente ascritte) – gli identitarismi, appunto: fondamentalismi, razzismi, etnicismi, tribalismi metropolitani (dal tifo calcistico alle mode identitarie che ci definiscono – e separano dagli altri – per modi di vestirsi, tipi di musica ascoltata, modalità di utilizzo del tempo e frequentazione di luoghi particolari e caratterizzati). L’individualizzazione di massa, che pure ha i suoi lati positivi, inclusa una democratizzazione dell’aspirazione ad avere un significato, porta a un’affermazione di massa dei (propri) diritti, ma anche la paura di non farcela, da cui il rancore nei confronti degli altri (impuri, inferiori, se del caso) a seguito della propria perdita di posizioni (sociali, culturali, di status) acquisite, un’insularità crescente delle opinioni, e la chiusura – o il tentativo di chiusura – nella cerchia dell’identificazione in tribù omogenee, come avviene trasparentemente anche nei social network. Ma questa tensione non è un destino. La verità, dopo tutto, è che non ci riusciamo davvero, a fare quello cui aspiriamo. Le caratteristiche strutturali stesse di una società complessa e plurale ce lo impediscono. Le identità sono fragili, i confini permeabili, possiamo acquisirle ma anche rifiutarle, trasformarle, ibridarle, meticciarle, sostituirle…

Alla fine, ci tocca accontentarci di noi stessi, di come siamo. E per tentativi ed errori, passando inevitabilmente attraverso conflitti che sono la fisiologia sana, e non la patologia, della società plurale, siamo costretti a moderare le nostre aspirazioni: incluse quelle identitarie.

La tensione si riduce a fare bene, a fare meglio, a stare meglio. Alla perfezione ci abbiamo rinunciato. E probabilmente è una buona notizia.

 

Dicotomia oerfetto/imperfetto, in “Servitium”, n. 248, aprile/giugno 2020, pp.107-110 (numero monografico: perfezione/imperfezione)