Il potere dei senza potere

Non c’è più il potere di una volta: quello ostentato, visibile, terribile, presente nella mitologia, nella nostra immagine del Medio Evo, nelle gesta delle popolazioni guerriere, nelle tragedie di Shakespeare. Quello lo cerchiamo nella fiction, ma lo vediamo meno spesso nella realtà. Non che non esista. Ma per i nati nella parte più fortunata del mondo assume forme meno potentemente barbariche. E più di frequente in ambiti lontani dalla politica, piuttosto che al suo centro.

Certo, il potere pervade ogni cosa: sta alla società come l’energia sta alla fisica. Non c’è relazione, a cominciare da quelle di coppia, e di amicizia, che non ne sia intrisa. Eppure proprio a cominciare dalla coppia, dall’amicizia, dalla famiglia, possiamo imparare che si può suddividere diversamente da come si è fatto tradizionalmente, che non c’è nulla di ineluttabile nelle sue attribuzioni così come nelle sue modalità di esercizio. Nei rapporti di forza, oggi, c’è sempre qualcuno che ricava più dell’altro, ma raramente l’altro è del tutto disarmato, e a poco a poco lo si impara.

Lo sappiamo dalla solitudine di re e potenti quando scoprono che il mondo, nonostante tutto, gira da solo. Come in un personaggio raccontato nel Piccolo principe, il re che ordina al sole di tramontare pur di sentirsi obbedito, facendo finta di non sapere che il sole lo avrebbe fatto comunque. Ma c’è una trasformazione più recente del potere, che potrebbe avere conseguenze importanti in futuro: la sua perdita di efficacia – di potere, appunto… Sempre più il problema non è quello di conquistare il potere, ma di riuscire a fare davvero quello che si vuole o si è promesso di fare una volta che lo si è conquistato. È la scoperta amara che fanno oggi i politici, dai presidenti degli Stati Uniti ai presidenti del consiglio nostrani: una volta che ci sei arrivato, a quella che è considerata l’incarnazione suprema del potere, non è detto che tu possa davvero attuare le politiche che ti sei proposto. Semplicemente perché esistono innumerevoli soggetti che hanno anche loro un potere: non foss’altro che un potere di interdizione, di rallentamento dei processi, se non di loro boicottaggio – dalle burocrazie alle magistrature, dai sindacati a comitati di ogni tipo, passando per la forza d’inerzia, che per Tolstoj era la forza più grande della storia. Processo evidentemente più visibile nelle democrazie, ma che riguarda anche altre forme di governo, perché è dovuto alla complessità delle relazioni e alla numerosità dei soggetti, non solo agli strumenti della rappresentatività e alla trasparenza dei meccanismi. In un certo senso, la società complessa produce i suoi propri limiti. E scopriamo l’esistenza del potere diffuso, di sottopoteri e contropoteri, oltre che l’efficacia del soft power, cioè la capacità di persuadere, di convincere, di sedurre, o magari di cooptare, rispetto all’idea più grossolana degli hard powers, basati su indici quantitativi, a cominciare dal numero di armi e armigeri (lo diceva già Talleyrand a Napoleone: “Con le baionette, sire, si può far tutto, tranne una cosa: sedervisi sopra”; e comandare è tranquillo esercizio del potere, è sedersi, per così dire). È dunque il passaggio dall’hard power al soft power che caratterizza la società plurale e complessa: meno bisognoso di ricorrere alla violenza primigenia del potere, ma più efficace. O forse, tout court, “la fine del potere”, come titola un libro del politologo Moisès Naím, che descrive appunto questo progressivo indebolimento.

Questa idea del potere, che ne denuncia i limiti di efficacia, ha anche sottili implicazioni per l’idea stessa di democrazia: non tutte positive, dato che mette in questione anche la sua efficacia in termini di “democrazia decidente”, e dunque di azione capace di produrre conseguenze reali. Da un lato abbiamo scoperto i limiti del potere: che non ha più nemmeno una sede, un palazzo d’inverno che possa essere conquistato – ma molte e diffuse. Ed è buona cosa. Dall’altro, se il potere è innanzitutto potere di fare, di produrre il reale, dobbiamo toglierci anche molte illusioni sulla sua efficacia. Da questo, naturalmente, può venire anche un bene. Diceva Lao-Tse: “È meglio essere una guida che un padrone”. Cristo si servirà del potere rinunciandoci. Forme di cittadinanza sociale, e di organizzazione dal basso, territoriale o comunitaria, oggi, provano a organizzare nuove forme del potere: e a praticarle.

 

Senza potere, in Confronti, n. 7/8, luglio-agosto 2020, p. 37, rubrica “Il mondo se…”