Da uomo a uomo (a proposito di donne)

Tempo fa stavo dando una mano a dei colleghi nell’organizzazione di un convegno internazionale. All’invito che avevo avanzato a una studiosa spagnola che stimo e con cui ho lavorato, mi sono sentito rispondere che non avrebbe partecipato, perché non c’erano altre donne presenti: e non tra i relatori (ce n’erano, e alcune le avevo invitate io), ma tra i membri del comitato scientifico della fondazione organizzatrice (che neanche avevo guardato da chi era composto…).

Quel “no” è stato utile. Mi ha segnato. Perché ho dato d’istinto ragione alla mia collega, e l’ho ringraziata per la segnalazione. Perché da allora ci ho badato eccome: segno che le polemiche servono, e che il conflitto – peraltro educatissimo – è qualcosa attraverso cui è necessario passare. Ma anche perché, se non ci fosse stato, non me ne sarei accorto io stesso. E invece penso che lì ci sia un problema vero, serio. Non di political correctness, ma di sostanza.

Ci sono stati precedenti illustri di questa discussione. Uno di cui si è parlato molto è stato, l’anno scorso, il Festival della bellezza di Verona: con una sola donna presente su ventidue appuntamenti, e una lunga scia di polemiche. Anche a Padova c’è stato recentemente un “Forum Padova 2030” in cui c’erano solo relatori maschi (come se si potesse immaginare il futuro anche solo urbanistico e architettonico di una città, come nel caso di specie, senza tenere in nessun conto oltre la metà dei suoi abitanti, e il loro modo di vedere le cose). Tanto che il consiglio comunale stesso ha chiesto di rimediare deliberando che, almeno per i convegni organizzati o patrocinati dal comune, ci fosse un adeguato bilanciamento di genere.

So che a molti queste discussioni sembrano noiose, speciose, ideologiche. Che talvolta tutto si riduce a una ridicola “caccia alla donna” in extremis, quando ci si accorge che non ce ne sono. Che molti di più (anche tra le donne) pensano che la questione sia solo meritocratica: e se ci sono solo maschi a un tavolo sarà perché sono più bravi. Ma sarebbe facile dimostrare, anche solo attraverso un po’ di sociologia delle reti, che più che lo specchio della società e una misura della sua meritocrazia, le scelte maggioritariamente quando non esclusivamente al maschile sono legate a chi ha il potere decisionale e il capitale relazionale, e al fatto che alcuni mestieri – persino, talvolta, con una predominanza femminile – vedono nei ruoli di maggiore visibilità soprattutto maschi. E quindi c’entrano più le inerzie della storia e delle culture che il merito delle persone.

Tutto questo per dire che è semplicemente giusto affrontare l’argomento, e protestare quando si manifestano squilibri evidenti (che non sono solo gli uomini a reiterare: anche molte donne hanno la stessa mentalità), cercando di forzare le prassi e le inerzie, anche attraverso forme di imposizione legislativa di minimi che potremmo chiamare sindacali di presenza. Tutti noi però possiamo fare qualcosa: e la prima cosa è pretendere che da ora in poi non succeda più. Che si tratti di convegni, trasmissioni tv, incontri politici, rassegne di concerti, mostre d’arte, festival, ecc. E, se succede, si accetti di correggere le storture più evidenti anche in corso d’opera: un po’ di umiltà e la capacità di chiedere scusa sono molto più apprezzabili del far finta di niente o dell’imposizione.

La mia collega spagnola mi ha insegnato con il suo “no” una lezione che non dimenticherò più. Ma non sono solo le donne a dover reagire. Sarebbe bello vedere anche degli uomini rifiutare di partecipare a panel solo maschili, spiegando il motivo: si può fare, si comincia a fare, a me è successo, e anche queste tensioni sono positive perché aiutano a far riflettere sullo stato delle cose (quando lo segnali, spesso molti se ne accorgono solo in quel momento e accettano di buon grado di cambiare le cose – è un inizio…). E potrebbe farlo anche il pubblico: rifiutando di partecipare – esplicitandone le ragioni – o segnalando le iniziative in cui gli squilibri sono più evidenti. Il problema non è creare per le donne un recinto protetto: molte donne sarebbero le prime a rifiutarlo. Ma creare attenzione dopo secoli di distrazione. In modo che domani non ci sia più necessità nemmeno di parlarne.

 

Da uomo a uomo a donna, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 4 aprile 2021, editoriale, p. 1