Black-out

Ho avuto una specie di black-out. Scomparsi gli ultimi quindici giorni di attività sul sito.
Mi è toccato reinserire tutto. Perdendo commenti, like, links (mi scuso con chi è intervenuto: per una volta molti. Ho perso le tracce…)
Mi dicono che non c’entra con le primarie. Non sono hackers avversari.
Ma quasi tutto quello che c’era scritto era sul tema.
Speriamo che finiscano presto. Torniamo umani, dopo…

Questioni di stile: fine ingloriosa del Massimo statista

Nello stesso giorno in cui sulle prime pagine c’è l’addio di Veltroni alla politica attiva, gli amici di D’Alema si riducono all’umiliazione di comprargli una pagina a pagamento sull’Unità per chiedergli di candidarsi ancora (si vede che non era una notizia nemmeno per il quotidiano di partito…). Questioni di stile: scelta personale vs. mendicità politica.

Lombardia: l'occasione Civati

Formigoni cadrà. Come per la Polverini, è solo questione di tempo. E non sarà molto.
Il centrodestra, in Lombardia, è allo sfascio. E la Lega, comunque, in calo: per ragioni di implosione interna (scandalistiche, e di rese dei conti successive), e perché così tanti anni di stretta collaborazione/compromissione con il peggio del PDL non si cancellano rapidamente.
Ma il centrosinistra non è messo benissimo. Le ferite di Penati e dintorni sono ancora aperte, per nulla rimarginate. Per recuperare ci vuole un progetto serio, e facce nuove, non compromesse con la storia passata del PD, che abbiano denunciato quando era tempo il ‘sistema Sesto’ senza riluttanze, che abbiano un’idea di coinvolgimento democratico delle persone, dal basso, e una proposta politica innovativa.
Un Pisapia di livello regionale, più o meno. Per ripetere a quel livello una formula vincente.
A occhio, tocca a Civati, adesso, far vedere che c’è. Con la stessa modalità di Pisapia a suo tempo: non designazione dall’alto, ma costruzione dal basso di un progetto, una leadership, e una squadra. Senza tentennamenti. Con determinazione. Senza compromessi.

Celeste resistenza

Ennesimo arresto al Pirellone. Per contiguità con la ‘ndrangheta, niente meno.
Persino la Lega si sfila, a questo punto: tutto, ma la mafia no…
Formigoni, eroicamente, non demorde: “Non mi dimetto”
E per la prima volta in vita sua trova ispirazione nelle parole di un magistrato, per giunta di Mani Pulite: “Resistere, resistere, resistere…”
Ma non è colpa sua. Non è che non se ne vuole andare. E’ che non si stacca: è avvitato…

La canzone del rott'amatore

Non ho parole.

Avevo scritto un testo, con intento ironico, intitolato “La canzone del rott’amatore” (per inciso: canzone nel senso di canzoniere, di poesia…), e l’ho postato su facebook accompagnato dalla frase “per sorriderci un po’ su…”

Il tutto in un blog che si chiama ‘Contraddetti’, dichiaratamente ispirato a quello spirito caustico che era Karl Kraus, dove ci sono quasi solo battute, aforismi e brevi commenti ironici di attualità politica.

E in poche ore mi sono ritrovato, in un articolo sull’edizione online di un quotidiano nazionale, paroliere di Renzi, niente meno. Autore del testo di una canzone dedicata a lui (che non è nemmeno nominato: nel testo parlo in prima persona, e si tratta della mia persona, non della sua), e alla ricerca di qualcuno che mi scrivesse gli accordi, se possibile.

Ma l’ironia no?

Pensare che tutto era nato da un banale gioco di parola, una sola: la parola “rott’amare”.

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Potere della rete, certo. E sua difficoltà nell’aiutare a contestualizzare, evidentemente. Va bene così: avrei dovuto saperlo, e in realtà lo so, ma non lo si sa mai abbastanza. Un’utile lezione, per uno che insegna nel corso di laurea in scienze della comunicazione… (anche l’autoironia, a questo punto, ci sta)

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Allora, per aiutare a ri-contestualizzare. Trattasi di testo ironico, che gioca sulla parola ‘amo’ (l’Italia, la politica, il Pd, gli elettori di centrosinistra) e ‘rottamo’ (all’inverso: la parte peggiore del Pd, della sua dirigenza, della politica, dell’Italia). Per riassumerla:

Io amo. E quindi rottamo

In definitiva: rott’amo… Continua a leggere

Gli indispensabili: come farne a meno?

Meno male che c’abbiamo quelli con l’esperienza politica… (da un’intervista di D’Alema su “La Stampa” di oggi)
D’Alema voleva tanto lasciare, che c’ha un sacco di appuntamenti ed è sempre in giro, per di più all’estero: ne aveva anche parlato con Bersani. Ma siccome adesso glielo chiede Renzi (eh, mica solo lui, dai, non facciamo i modesti…) ha deciso che resta.
Nella logica della sua precedente intervista su Renzi (“io sì che Clinton l’ho incontrato…”): cicca cicca.
Proprio vero che col tempo si ritorna bambini…

Primarie: quando il tweet rivela un mondo

A volte twitter, nella sua sinteticità, fa venir fuori dei problemi grossi. Illuminandoli con un flash (anzi, un tweet). Problemi irrisolti. In questo caso, di un pezzo di sinistra. Che le innovazioni introdotte dal Pd – in questo caso le primarie – di fondo, non le ha mai capite. E in ogni caso non le ha mai mandate giù. Ci dice molto, questo breve scambio. Della tanto diffusa e talvolta stucchevole diatriba tra il vecchio e il nuovo. Qui è chiarissimo di cosa si tratta.
https://twitter.com/CALentola/status/253868110552104960/photo/1?utm_source=fb&utm_medium=fb&utm_campaign=CALentola&utm_content=253868110552104960

Dopo Monti, Monti? No, grazie

Il governo tecnico è stata una necessità: non può diventare un destino. Specie se non è eletto.
In questo senso è stata una pesante caduta di stile la scelta di Monti di offrire, con la vetrina di una platea internazionale, la propria disponibilità a rimanere al governo anche dopo le elezioni. Ma di non sottoporsi al vaglio elettorale. Peccato: avevamo apprezzato l’understatement che lo aveva caratterizzato fino ad ora su questo tema, e avevamo considerato un segno di stile prezioso aver sempre detto che non si sarebbe ricandidato alla guida del governo. Ora eccolo lì, ‘disponibile’: come i peggiori cacicchi della prima e della seconda repubblica, come i tanti deretani di bronzo che non riusciamo a far schiodare dalla sedia.
No, grazie. Per questioni di principio fondamentali. Quando questa parentesi sarà finita, il paese ricorderà Monti come un salvatore della patria, come una di quelle ‘riserve della Repubblica’ che sono state così preziose nella storia italiana, prestando i propri civil servants migliori alla politica. E aiutando una politica incapace di azione, prima ancora che di riforma, a fare quello che avrebbe dovuto fare. Grazie, quindi, Monti. Grazie governo tecnico.
Ma ora basta. La supponenza tecnocratica rischia di andare oltre un limite sopportabile a una qualsivoglia dinamica politica. Deve crescere una politica nuova, altra, diversa: e sta crescendo, nonostante tutto. E dobbiamo liberarci di tutta la vecchia politica, che ci ha portato al disastro attuale. Ora, mentre il governo Monti ha rappresentato una benvenuta discontinuità, la sua reiterazione anche dopo nuove e democratiche elezioni (purché lo siano davvero, purché si consenta ai cittadini di scegliere) sarebbe una jattura e un freno, proprio per i processi di modernizzazione del paese che il governo Monti ha cercato di introdurre, o avrebbe dovuto farlo, o avrebbe voluto, o comunque era chiamato a promuovere. Perché dietro di esso, sotto ad esso, mimetizzati da esso, ci sono e ci saranno i peggiori continuisti della storia repubblicana: quelli che, come al solito, vogliono cambiare qualcosina perché niente cambi sostanzialmente; quelli, soprattutto, che vogliono continuare ad esserci, a qualunque costo.
Ebbene, no. Abbiamo bisogno di una nuova classe politica e di un nuovo ceto dirigente, anche fuori dalla politica. Con facce, idee, azioni nuove. Non può la politica, nemmeno in un paese gerontocratico come il nostro, essere guidata da un ceto dirigente over seventy.
Grazie, presidente Monti, senatore a vita. Cercheremo di utilizzarla al meglio, in futuro. Ma, per favore, non si autocandidi, come un Berlusconi, un D’Alema o un Casini qualsiasi. Abbiamo già dato, con quelli come loro.

29 anni, ministro della cultura. Dettagli

E’ giovane: ha 29 anni.
E’ donna.
E’ avvocato, giornalista, politica.
Parla cinque lingue.
E’ il nuovo ministro della cultura norvegese.
Ah, dimenticavo: è musulmana
Dio benedica gli scandinavi.

Prolusioni e democrazia

E’ interessante come tanto la chiesa cattolica quanto i mass media si siano adattati all’idea che la notizia, in un incontro di vescovi italiani, non è che si sono incontrati e hanno discusso ed eventualmente deciso qualcosa, ma che il loro capo ha già deciso tutto e fa un discorso.
La riunione dei vescovi potrebbe anche non esserci, tanto è irrilevante: una semplice scusa per convocare i giornalisti. Tanto è vero che mai i giornali riportano l’andamento delle discussioni ed eventuali conclusioni anche solo blandamente dissenzienti dalla prolusione.
C’è, dietro tutto questo, un’idea precisa di chiesa: un’idea malata, per essere chiari. Dove è vietato discutere e si può solo essere d’accordo con i vertici.
C’è un’idea meschina dei vescovi: tutti assimilabili a degli yesmen gerarchicamente ordinati, senza opinioni proprie e senza dignità (direi anche senza spirito santo, apparentemente appannaggio del solo presidente della conferenza episcopale).
C’è, infine, un’idea molto italiana del ruolo dei mass media: che è quello di fare i notabili del potere, anziché gli investigatori dei problemi e delle contraddizioni. Altrimenti un giornalista, almeno uno, si accorgerebbe della contraddizione in termini (dovrebbe essere la relazione conclusiva, la notizia) e la farebbe notare.