Il dovere di governare le migrazioni

29 Ottobre 2019 Articoli

Il dovere di governare l’immigrazione

STEFANO ALLIEVI, MASSIMO LIVI BACCI

immigrazione

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Il discorso sulla migrazione è stato sequestrato, negli ultimi tempi, dal dibattito su profughi e irregolari. Stefano Allievi e Massimo Livi Bacci allargano il discorso, suggerendo dodici proposte concrete volte a governare il fenomeno, alcune fattibili subito altre da mettere al più presto in cantiere. Neodemos apre le porte a un dibattito sul tema, nella consapevolezza che l’Italia continuerà ad attrarre consistenti flussi migratori nei prossimi decenni che vanno gestiti con strumenti nuovi e uno sguardo al lungo periodo.

Per troppo tempo il dibattito sull’immigrazione si è limitato alle polemiche legate agli sbarchi e ai salvataggi. La fisiologia di un fenomeno strutturale e di lungo periodo, è stata appiattita sulla patologia di un fatto emergenziale e di breve periodo. Le tematiche dell’immigrazione vanno affrontate con uno sguardo razionale, lucido e pacato, lontano dalle polemiche, ma ben dentro a una questione che è uno dei grandi problemi del secolo, e ne intreccia altri altrettanto cruciali, quali gli squilibri demografici ed economici, la povertà, lo sviluppo sostenibile, le guerre. Continua a leggere

Trasformazioni della famiglia

Senza famiglia

Blog

1 Novembre 2019

di: CONFRONTI

di Stefano Allievi. Sociologo, Professore di Sociologia presso l’Università degli studi di Padova.

La famiglia – considerata dagli antropologi un “universale culturale” – fino ai suoi albori si è conformata come un’unità produttiva e riproduttiva. Al giorno d’oggi molte parole vengono spese per definire i “modelli” possibili di famiglia. Ma come sarebbe il mondo se…

È immaginabile un mondo senza più un modello dominante di relazione familiare? La famiglia è quello che gli antropologi chiamano un universale culturale: per quanto differenti, un qualche tipo di famiglia c’è in qualsiasi tipo di società. Di solito, con una conformazione che nei manuali di sociologia viene riassunta così: un gruppo di persone legate da vincoli di discendenza, matrimonio, affinità o adozione. Una definizione sufficientemente generica da essere inclusiva, aperta a molti modelli differenti. Eppure, oggi, incapace di descrivere quanto sta succedendo.

Non è nemmeno più lecito parlare di famiglia, al singolare. Le famiglie sono così tante da costituire un insieme plurale di modelli familiari tra loro molto diversi. Ma, cosa interessante, non mutuamente escludentisi. Di fatto ciascuno di noi può attraversare differenti modelli familiari nel corso della propria biografia: nascere in una famiglia “tradizionale”, regolarmente coniugata, ritrovarsi senza un genitore a causa di separazione o divorzio, vivere in una famiglia scomposta e dislocata in luoghi diversi, ritrovarsi un nuovo genitore convivente, trovarne un altro ancora nel partner del genitore non convivente, poi vivere da solo, attraversare una o più convivenze, eventualmente sposarsi, avere figli, e ricominciare la sequenza.
Con tutte le variabili possibili: coppie dello stesso sesso, con o senza figli (peraltro diversamente ottenuti dalle famiglie omogenitoriali: adozione, concepimento con gestazione altrui, forme diversificate di inseminazione artificiale), nascite fuori del matrimonio e senza partner riconosciuti, matrimoni senza sessualità e sessualità libera al di fuori (o dentro) il matrimonio, long distance relationship (partner o coniugi non conviventi stabilmente, con o senza figli: in aumento a seguito della crescente mobilità e delle migrazioni), coppie miste dal punto di vista della nazionalità, della religione o del colore della pelle, fino alle convivenze tra pari che possono diventare forme parafamiliari relativamente stabili (dalle comunità religiose ai co-housing tra giovani, tra famiglie e tra anziani), e alle persone che vivono da sole (che, sì, anch’esse sono considerate famiglie – le famiglie unipersonali, un interessante e accettato ossimoro – e costituiscono una quota crescente di popolazione, particolarmente nelle città).

Ormai l’Istat è arrivato a distinguere le famiglie senza nucleo, con un nucleo o con due o più nuclei: il che dà l’idea di quanto sia obsoleta, e non più descrittiva del reale, la stessa espressione “nucleo familiare” – che dava per scontato fosse uno, né più né meno. E, per dare un’idea dei cambiamenti in atto, le famiglie senza figli sono il 31% del totale, più di quelle con due figli, che sono il 26%.

La famiglia dunque, che fin dagli albori della sua storia era una unità produttiva (tutti i membri lavoravano assieme, quale che fosse il lavoro – dalla caccia e raccolta alla coltivazione all’allevamento, fino alle botteghe artigiane e alle aziende familiari – per contribuire al benessere familiare) e riproduttiva, ha quasi smesso di essere la prima cosa (unità produttiva), e sta progressivamente staccando la seconda (unità riproduttiva) dalla sua “necessaria” ragion d’essere (ci si può riprodurre al di fuori della famiglia – e la tecnologia aiuta in questo senso, ma ci sono anche mezzi più tradizionali – o non riprodursi al suo interno).

La crescente mobilità, e lo stesso allungamento dell’aspettativa di vita (potrà durare, sarà davvero sostenibile, l’idealtipo del matrimonio monogamico, quando vivremo 120 o 140 anni? – E non manca molto…), sta producendo un ritorno di forme comunitarie, eventualmente segregate per età: tipicamente, i co-housing per anziani (ma ci sono sempre più anche tra giovani in mobilità), su base volontaria, o la convivenza in strutture di appoggio, maggiormente necessitata, specie se diminuisce il grado di autosufficienza.

Vivere in comunità, in una comune, se si vuole, non è più quindi una cosa da hippie, una forma trasgressiva di contestazione della famiglia borghese, ma sempre più un nuovo bisogno, e non di rado una nuova necessità. Che, in futuro, potrà vedere l’arrivo di nuove “convivenze”, anche a scopo affettivo e di compagnia: i robot domestici, già in sperimentazione in Giappone – di cui Siri e Alexa sono solo gli ancora rustici antesignani.

Da confronti

Perché i giovani se ne vanno dall'Italia

Era ora che si aprisse un dibattito vero sulle emigrazioni italiane verso l’estero: anche se sorprende la sorpresa per la scoperta – sono riprese, a ritmi crescenti, da anni. Ed è bene che si provi – finalmente – a mettere sul tavolo soluzioni, e non solo slogan. Ma per poterlo fare con cognizione di causa, bisogna avere un’idea realistica di quello che sta succedendo: e, ancora, non ci siamo. Continua a leggere

I millennials e noi: un confronto tra generazioni

Nella nostra libido definitoria li abbiamo chiamati in molti modi: Me generation, Net generation, generazione Peter Pan, generazione Y (che segue la generazione X nata tra i ’60 e gli ’80, e precede la generazione Z nata dopo il 2000 – la domanda è come si chiamerà la prossima: si ricomincerà dalla A?). Ma l’espressione più diffusa è quella di Millennials,  a definire i nati tra gli anni ’80 e la fine del millennio, appunto. La prima generazione digitale, low cost, online, social (nel senso dei network), i nativi del nuovo mondo ipermobile e interconnesso H24 (mentre noi ne siamo gli immigrati). Più semplicemente: i nostri figli e, ormai, i nostri nipoti. La generazione cresciuta nell’era del computer e nutritasi di videogame (i loro padri tendono a enfatizzare gli aspetti più evidenti ma spesso più superficiali di novità, dimenticandosi del resto – come tutti, sono onnivori, e si sono nutriti di molte altre cose); quelli incapaci di staccarsi dalle loro protesi tecnologiche (come se noi, i loro genitori, ne fossimo capaci, e non fossimo noi a dare il cattivo esempio con le pessime pratiche che attribuiamo loro – siamo noi, come tutti i neofiti, i tecnoentusiasti, spesso ingenui, in realtà). Continua a leggere

Immigrazione: un'agenda per il governo

Il nuovo governo c’è. Il nuovo ministro dell’Interno anche. E già questo rappresenta un cambiamento importante: non solo di stile, ma di sostanza. Il ministro Matteo Salvini era un leader di partito, impegnato in una campagna elettorale permanente alle cui esigenze ha piegato il suo ruolo istituzionale, che attraverso un uso massiccio dei media tradizionali e dei social aveva l’obiettivo di fomentare i conflitti e le contrapposizioni con gli immigrati al fine di lucrare la visibilità e il consenso che questo gli portava: riuscendoci, visto che il consenso alla Lega e a lui personalmente è raddoppiato in poco più di anno, in gran parte grazie alla sua sovraesposizione sul tema. La ministra Luciana Lamorgese è un tecnico, un prefetto senza precedenti incarichi di partito (anche se con ruoli delicatamente politici alle spalle), nessuna agenda ideologica da difendere, e un atteggiamento problem solving, da persona abituata – per mestiere prima che per vocazione politica – a risolvere i conflitti e a sopire le contrapposizioni. Un passo avanti importante, imprescindibile per una svolta nelle politiche. Che è già visibile nella gestione degli sbarchi e nell’atteggiamento verso i partner europei: collaborativo e non confliggente, presente laddove si formano i processi decisionali (a cominciare dai vertici europei), anziché assente e pregiudizialmente critico. Ma la svolta, per essere visibile, e soprattutto all’altezza delle sfide, dovrà sostanziarsi in politiche radicalmente diverse: in Italia come in Europa. Continua a leggere

Un mondo senza dolore? La società analgesica

Una società anestetica, analgesica. Che non vuole più provare dolore. Che non vuole più confrontarsi con la malattia. Siamo disposti a molto, forse a tutto, pur di raggiungere questo obiettivo. E ci stiamo riuscendo. Continua a leggere

Votare a 16 anni. Perché avrebbe senso, perché non si farà.

Quello sul voto ai sedicenni è un dibattito che ha una sua ciclicità: ogni tanto qualcuno lo tira fuori, se ne parla per un po’, poi tutto finisce in nulla. Siamo pronti a scommettere che accadrà così anche stavolta. Ma, intanto, ri-poniamoci il problema. Che, oggi, effettivamente è più d’attualità che in passato. Non, come credono in molti, perché abbiamo visto i giovani manifestare. Quello è un effetto ottico, distorcente, dovuto alla vicinanza degli eventi. Li abbiamo visti oggi, ma non ieri, e non li vedremo necessariamente domani: anche il loro impegno è ciclico. Nemmeno perché, apparentemente, stavolta erano molti: la stragrande maggioranza dei loro coetanei, come sempre accade, non c’era, e non era interessata ad esserci. Ma perché i giovani sono sempre meno, soprattutto sono molti meno degli anziani: e questa è davvero una svolta senza precedenti storici, che deve farci riflettere sulle sue implicazioni. Sta qui la vera ragione di una riflessione seria sul voto ai più giovani.
Spesso il dibattito ruota sul livello di maturità e di consapevolezza dei sedicenni. Problema mal posto: soprattutto se andassimo a misurare la maturità degli ultra-sedicenni, e a maggior ragione degli anziani, il cui contatto col mondo è spesso mediato solo dalla televisione, che costituisce il piatto unico della dieta informativa di molti. Ne sanno più dei giovani, di politica? Hanno più mezzi per comprendere? In un paese dove gli analfabeti di ritorno sono un numero impressionante, e dove quasi la metà degli adulti non è in grado di comprendere una percentuale, forse puntare sugli individui in corso di alfabetizzazione potrebbe non essere così sciocco. Anche perché i sedicenni di oggi hanno comunque un livello di istruzione più elevato della media dei pensionati, in gran parte fermatisi alla terza media. Se il criterio è la “qualità” del voto, se votano i secondi, non si capisce perché non dovrebbero votare i primi.
Il dibattito sul voto ai sedicenni ne porta quindi con sé uno ulteriore, e più importante: quello del voto consapevole. E qui la determinante non è l’età: non a caso più d’uno ha proposto di consentire l’esercizio del diritto di voto solo a chi ha un minimo di conoscenze su ciò per cui vota. Una specie di minimale esame di educazione civica, di patente. Dibattito con un suo fondamento, e rilevante di principio, perché ha a che fare non solo con la democrazia formale, ma con la democrazia sostanziale: la capacità di “essere” e di “fare” democrazia, non solo l’esercizio del diritto di voto. Che, da solo, non garantisce la democrazia.
Un’altra implicazione di rilievo riguarda il collegamento con altri diritti e doveri, con i quali avrebbe senso ipotizzare una coerenza – o tutti a sedici o tutti a diciotto anni. Se a sedici anni si avesse la possibilità di votare, non si capisce perché non si dovrebbe essere pienamente responsabili del proprio comportamento dal punto di vista giuridico, sul piano civile e penale. Ciò che riguarda anche la possibilità di guidare, di acquistare alcolici, di aprire una partita Iva o donare i propri organi.
Quello più rilevante è comunque il problema del numero: che rischia di distorcere i fondamenti della democrazia. Con lo spettacolare allungamento dell’aspettativa di vita, e il contestuale crollo delle nascite, gli anziani dominano numericamente sui giovani. Avendo i partiti bisogno di consensi, è inevitabile che corteggino il voto anziano più di quello giovanile, e approvino leggi a favore degli anziani più che non dei giovani (le pensioni sono l’esempio più noto). Producendo crescenti diseguaglianze nei confronti della popolazione giovanile. Tanto che qualcuno si è spinto a proporre un voto ponderato: ovvero che quello dei giovani, che hanno più futuro davanti, valga proporzionalmente di più di quello degli anziani. Dibattito, anche questo, con un suo importante fondamento di principio: che potrebbe peraltro implicare anche un termine finale, non solo un limite iniziale, all’esercizio del diritto di voto. Ma, tanto, non se ne farà nulla. Fino al prossimo dibattito.
Sedicenni, il voto e i doveri, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto” e “Corriere del Trentino”, 3 ottobre 2019, editoriale, p.1

PD, Renzi, Calenda, Salvini: cambiamenti nella politica nazionale, effetti in Veneto

Lo scenario elettorale del Veneto, in prospettiva delle elezioni regionali del 2020, vede come protagonista, sempre più, la politica nazionale. Continua a leggere

RICOMPOSIZIONE – Un nuovo paesaggio nel fronte progressista

RICOMPOSIZIONE
Un nuovo paesaggio nel fronte progressista





Il nucleo di questo testo risale a oltre un anno fa: non è dunque figlio delle contingenze, ma frutto di una riflessione di lungo periodo (in parte uscita in articoli scritti all’epoca delle polemiche sulla presenza della delegazione PD al funerale delle vittime del crollo del ponte Morandi). Il resto ha circolato in gruppi ristretti a inizio 2019. Il primo paragrafo (ultimo in ordine di scrittura) è successivo alla presentazione del nuovo governo. I nomi propri dei protagonisti (persone e partiti) di una possibile diversa configurazione del fronte progressista, presenti nell’ultimo paragrafo, sono aggiunte dell’ultima ora…
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La Germania e noi: l'ambiguo rapporto veneto-tedesco

Siamo ambivalenti, con loro. Certo, li ammiriamo. Se ci dicono che la nostra manifattura è seconda solo alla Germania, e lo è, siamo contenti: è un complimento. Se paragonano il Veneto alla Baviera gongoliamo. Li ricordiamo con commozione e con invidia quando abbiamo a che fare con la nostra burocrazia. Sogniamo nottetempo il loro welfare. Facciamo cenni rispettosi e ostentati alla loro efficienza, alla pulizia, all’organizzazione: già anche solo quando attraversiamo la linea di confine tra la provincia di Trento e quella di Bolzano. E giù confronti impietosi: per noi – al limite dell’autoflagellazione. Continua a leggere