La chiesa sì, la moschea no. Quando a discriminare siamo noi

A Padova, in via Longhin, verrà costruita una chiesa ortodossa con capienza da 800 persone, con annessi patronato, centro culturale, auditorium, impianti sportivi e alloggi per i sacerdoti. Il complesso fa capo all’associazione cristiana moldava di Padova, che a sua volta dipende dal Patriarcato di Mosca. È un bel segnale di rispetto religioso (non mi piace parlare di tolleranza: “per la tolleranza, c’erano le case” diceva Paul Claudel), a sua volta peraltro semplicemente rispettoso del diritto alla libertà religiosa presente nella nostra costituzione, ma è anche un segnale di intelligenza politica, di dialogo culturale, e di integrazione sociale, che non può che fare bene alla città.

Ma facciamo un po’ di fantapolitica. Immaginiamo per un attimo che la richiesta fosse venuta dai musulmani. Che fine avrebbe fatto il progetto? Ecco, in realtà non serve immaginare il futuro: basta guardare al passato recente, attraverso la cronaca cittadina. Perché il progetto c’era: e riguardava proprio un terreno in via Longhin. E ne emerse un conflitto culturale così interessante che ne ho fatto, con i miei studenti, un case study, realizzando con loro un libro (intitolato “Ma la moschea no…”) e un documentario (“Fuori dal ghetto. Storia controversa della moschea di Padova”).

Correva l’anno 2008. L’associazione Rahma, a prevalenza marocchina, che già aveva aperto nel 2001 una sala di preghiera in via Anelli (probabilmente il luogo più dignitoso e l’unico in cui non si commettevano reati – e, anzi, dove si predicava il rispetto della legge, l’integrazione, e il miglioramento di sé attraverso i precetti religiosi – dell’intero e notoriamente problematico complesso di palazzine, poi chiuso) chiede di costruire su un terreno di proprietà del comune, che include una fattoria mezzo diroccata, una moschea (ma anche un patronato, con biblioteca e possibilmente campetto di calcio, a servizio del quartiere). Il terreno sarebbe peraltro solo in locazione, seppure a lungo termine, con un canone annuo di oltre ventimila euro, e le spese tutte a carico della comunità islamica. Un luogo ideale anche perché (e i musulmani sono consapevoli dell’umore della pubblica opinione), lì, in una zona non residenziale, lontana da abitazioni, con ampi spazi di parcheggio, non darebbe fastidio a nessuno. Apriti cielo! L’opposizione di centrodestra (Lega e AN) insieme a una associazione cittadina costituisce un comitato referendario contro la moschea (di cui fanno parte esponenti politici tutt’ora in auge, tra cui un futuro sindaco di Padova, a riprova che sì, prendersela con il capro espiatorio dei musulmani avvelena il clima sociale ma aiuta a fare carriera politica), che indirà effettivamente un referendum autogestito senza alcun valore legale. Seguiranno polemiche politiche, roboanti dichiarazioni, vibranti comizi (usando il repertorio tutt’ora in auge sulla presunta islamizzazione dell’Europa), risibili attestazioni di priorità (si dirà che è più importante un asilo nido: in una zona dove non ci sono bambini…), intoppi legali, cavilli amministrativi, manifestazioni e contromanifestazioni (incluso un “Moschea Day”: anche i sovranisti avevano la fissa dell’inglese già allora), persino la elegante passeggiata con un maiale al seguito – in segno di disprezzo – di una nota esponente leghista (su suggerimento di un attuale ministro leghista che si occupa di autonomie), con conseguente indignazione della chiesa, del presidente della comunità ebraica, che pure si dice a favore del progetto, e persino dell’allora ministro dell’Interno, il leghista Maroni. Nonostante tutta questa mobilitazione, un sondaggio di questo giornale attesta che poco più della metà dei cittadini padovani è a favore della moschea, solo un quarto è esplicitamente contro, e un altro quarto è indeciso o non convinto. Tutto ciò dura fino a che i musulmani, stanchi delle polemiche e del continuo gioco al rialzo, anche economico da parte del comune, si compreranno, a molto meno, una sede altrove. Risultato? Niente moschea, ovviamente, con tutti i crismi e riconoscimenti urbanistici. E apertura di un luogo di preghiera che chi ha lottato contro la moschea considera abusivo e illegale. Problema: se non c’è una via legale, perché i sindaci e i politici sono contro, che alternativa c’è? E, peraltro, così sono costrette a fare spesso altre comunità religiose, come pentecostali e testimoni di Geova.

Ora, cosa ci insegna questa doppia storia? Qualcosa su di noi, di molto serio, temo. Che siamo noi a non rispettare i nostri stessi principi, valoriali e costituzionali. Che siamo noi a adottare due pesi e due misure. Che siamo noi, senza nemmeno avere il coraggio di ammetterlo, a discriminare i non bianchi, i non cristiani, i non europei. Con ciò ostacolando, anziché favorire, i processi di integrazione. E facendoci, quindi, del male.

 

Chiese e moschee. Due pesi e due misure, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 6 marzo 2026, editoriale, pp. 1-3