Il talk show come metafora (preoccupante) della democrazia

Viviamo in una democrazia senza dibattito. E questo mina la democrazia alla radice. Ma come, direte: dalle tv ai social non si fa altro che parlare, parlare, parlare. Appunto: e il problema sta qui. Che si parla: ma non si ascolta mai. Non si discute, non si dibatte, non si dialoga, nemmeno si comunica, e raramente si informa: si dice, si esclama, si urla. Non si approfondisce: si attacca e ci si difende. E quindi non si scava: si resta in superficie.

Ripetiamo sempre che l’origine dell’idea occidentale di democrazia è nell’agorà greca. Vero, anche se la nostra immagine è abbastanza idealizzata. Era una democrazia imperfetta: mancavano le donne, intere categorie sociali non erano rappresentate. Ma lì si affrontavano dibattiti, si decidevano alleanze e guerre, si eleggevano o ostracizzavano persone. Si discuteva, insomma. Si opponevano argomentazioni: tanto che si sono inventate tecniche di persuasione e retoriche, poi transitate nel mondo romano. Non è quello che accade negli odierni parlamenti: dove si parla, sì, ma non per convincere altri delle proprie buone ragioni, visto che non c’è nessuno da convincere, dato che tutti votano seguendo ordini di scuderia pervenuti dall’alto, e mai in dissenso con il proprio gruppo (ed è per questo che si fa carriera, tanto in politica quanto, spesso, nel giornalismo). Ci si schiera, che è altra cosa: sono schieramenti, appunto, non parlamenti. Aprioristici come il tifo calcistico: e non a caso typhos (febbre, offuscamento) è il nome di una malattia, che porta a stati di esaltazione e sovraeccitazione – tutto il contrario del pensiero e della decisione meditata. Una malattia terminale, letteralmente, per le democrazie: porta al loro termine, alla loro morte.

È un meccanismo esemplificato benissimo dai talk show. L’importante è parlare. Talvolta solo esserci. Un meccanismo che colpisce e inquina la democrazia in quanto tale, con effetti devastanti. Ed è falso dire che questi programmi si limitano a rispecchiare la realtà. Non si limitano a dare voce ai mostri presenti nella società: li creano, danno loro visibilità e potere, gli fanno da megafono. Rinunciando al ruolo informativo che sarebbe il loro. A questo aggiungiamo alcuni elementi specifici. Sono un luogo in cui i giornalisti si invitano tra di loro (e questo è molto specificamente italiano). E li si invita precisamente perché si sa già come sono schierati. Sono lì per rappresentare una posizione nello schieramento, non un contenuto informativo. Per cui si diventa opinionisti di mestiere: su tutto, non su qualcosa di cui si sa qualcosa. Gli altri invitati, i politici, peggio che peggio, visto che di professione manifestano opinioni, non contenuti. Altri (esperti, per esempio) sono quasi assenti: o sono preventivamente schierati e quindi sono esperti di una certa parte politica, che è una contraddizione in termini. In più ci si schiaccia sulle estreme, perché in questo gioco emerge chi urla più forte: ci si parla sopra, e si vince a colpi di interruzioni, privilegiando il litigio alla spiegazione (scegliendo gli ospiti proprio con questo criterio, e costruendo le clip successive, che serviranno a alimentare il dibattito sui social, su questi momenti). In una cacofonia, anche effetto del saltabeccare da un argomento all’altro, che finisce per produrre la disaffezione dei non schierati. C’è un ulteriore parallelo tra talk show e democrazia: calano i telespettatori come calano gli elettori, e in entrambi i casi restano i più anziani. Forse per lo stesso motivo.

 

Il sonno del dibattito genera mostri, in “ItalyPost”, 3 marzo 2026, editoriale, pp. 1-29