Il Vannacci che è in noi e il futuro della destra

Il generale ha finalmente il suo esercito: piccolo, per ora anche un po’ abborracciato, ma con buone possibilità, nel tempo, di crescere. Forse è il sogno di ogni generale: comandare le truppe, ma non dover più obbedire alla politica, ovvero decidere lui per cosa combattere (o contro chi: che apparentemente gli viene meglio), non solo come farlo. Stare nell’ombra, del resto, non è nelle sue corde, come abbiamo visto nella sua rapida avventura politica.  Nata dalla pubblicazione autoprodotta di un libro fortunato e redditizio, che l’ha portato rapidamente nella società dello spettacolo (incontri, presentazioni e talk show, che sono una forma di intrattenimento, non di approfondimento), e da lì al salto in politica, che ormai si differenzia dallo spettacolo in maniera minimale. Aiutato, anche in questo caso, da circostanze fortunate: che sono altrettanti errori altrui.

Il primo errore porta il nome di Matteo Salvini. Nato nella Lega autonomista e federalista di Umberto Bossi, da giovane persino leader dei comunisti padani, le ha imposto una svolta sovranista, nazionalista, xenofoba, in perenne inseguimento delle destre più radicali: un vestito non compatibile con l’idea originaria di “sindacato del Nord” produttivo, ma particolarmente adatto alle idee di Vannacci, ancora più radicali in materia. Salvini ha fatto del volto e della divisa del generale un candidato alle europee da mezzo milione di voti, nominandolo persino vicesegretario del partito (forse la scelta più incomprensibile, dato che il generale continuava a tenere i piedi in due scarpe, dove la seconda era il movimento che apertamente cercava di costruire e solidificare). Il secondo errore è tuttavia dell’intera classe dirigente della Lega, inclusi coloro che oggi festeggiano la sua uscita, ma non hanno contestato il suo arrivo al vertice – ci sono stati sussurri di posizionamento, ma non voci autorevoli e pubbliche di dissenso. E la Lega ne pagherà un prezzo in termini di voti: probabilmente più alto di quello che oggi si prevede.

Non è la scissione dell’atomo, in cui la sinistra ha un’expertise storica ineguagliabile, e il centro una altrettanto solida tradizione. Il generale ha in parte creato e in parte assai maggiore intercettato uno spazio politico che esiste e è in crescita in tutta Europa, su cui concorrono anche altri. Lo scenario che possiamo immaginare è quindi quello di un continuum politico in cui Meloni sarà sistematicamente scavalcata a destra da Salvini (già accade, ma accadrà più spesso), che sarà a sua volta scavalcato a destra da Vannacci, che da questo gioco ha tutto da guadagnare, in visibilità e collocamento. Una spirale che potrebbe portare a una radicalizzazione di tutto il centro-destra, almeno su alcuni temi, a meno che la Lega riconquisti la sua posizione storica di partito del Nord, federalista, anticentralista e bossianamente antifascista come era all’origine, e quindi finisca per fare, con i suoi alleati di centrodestra più moderati, una sorta di argine, di blocco, quasi di arco costituzionale che escluda, finché si può, la creatura politica di Vannacci.

Non sarà facile, perché il generale incarna meglio di altri vizi italiani atavici, incrociati con tendenze politiche emergenti. Tra le ultime: l’identitarismo bisognoso di un capro espiatorio (come sempre, scelto tra soggetti deboli o simbolici – immigrati, musulmani, neri, gay, trans, il woke e il gender – mai tra i poteri forti). Tra i primi: il rodomontismo di chi le spara grosse, lanciando il sasso ma nascondendo sistematicamente la mano (per dire, ridimensionando le allusioni a una Paola Egonu non etnicamente italiana trincerandosi dietro alla media statistica: una posizione singolarmente poco coraggiosa, per un uomo d’armi), che si accoppia con il vittimismo di chi lamenta di essere stato male interpretato. È sintomatico che la sua sirena richiami anche improbabili personaggi da commedia dell’arte, che (da Borghezio a Soumahoro, da Adinolfi a Rizzo) sono stati capaci di andare ovunque, venendo da dovunque, un po’ alla qualunque, uniti solo dalla ricerca di una casa e una cassa di risonanza. Altri tuttavia verranno: più solidi, determinati e forse credibili. Perché questa è una politica fatta sui sentimenti, non sulle proposte, e proprio per questo funzionerà. Non si tratta di attuare un progetto, ma di annusare l’aria che tira e limitarsi a cavalcarla, secondo un immortale principio: “je suis leur chef, il faut que je les suive”. In fondo votare Vannacci e progetti inattuabili e immorali come la remigrazione (che, secondo il suo ideologo, Martin Sellner, non è rivolta solo a chi commette reati, ma anche ai cittadini di seconda o terza generazione considerati “non assimilati” rispetto a presunti standard identitari) significa lasciare libero di esprimersi il Vannacci che è in tutti noi. Quello che le spara grosse, il middle man che cerca soluzioni semplici a problemi complessi, l’individualista che si fa i fatti suoi. Come sull’Ucraina, su cui i vannacciani hanno fatto la loro prima uscita parlamentare chiedendo di non mandare più armi. Non chiamatelo pacifismo, che è altra cosa (del resto sarebbe paradossale, da parte di un generale, seppure in aspettativa): è fuga dall’impegno e dalla responsabilità – tengo famiglia, e non voglio spendere un centesimo per la libertà altrui. E infatti, pur cambiando partito, ci si tiene la poltrona: del resto, così fan tutti.

Il Vannacci che è in tutti noi, in “ItalyPost”, 12 febbraio 2026, editoriale, pp. 1-28