Ma il federalismo non può attendere

Un quartino di niente. Potremmo sintetizzare così la nomina del quarto ministro ad occuparsi dell’obiettivo più evanescente del governo: il federalismo. Un obiettivo che, dato il taglio continuo di risorse proprio agli enti che il federalismo dovrebbero attuare – Comuni e Regioni – rischia in realtà di allontanarsi indefinitamente o di restare a secco di contenuti reali, proprio come una bottiglia con troppi bevitori intorno. Un’etichetta senza prodotto. Un buco con niente intorno, per parafrasare una nota pubblicità, con un riferimento tragicamente diretto al buco nei conti pubblici che la manovra cerca malamente di contenere, caricandolo sugli enti locali e quindi in definitiva sui cittadini.

Tuttavia proprio la caduta dell’obiettivo finale sarebbe una tragedia ulteriore. Il federalismo è necessario non alla Lega, ma all’Italia. La Lega ha il merito storico di avere imposto la consapevolezza della sua necessità a buona parte del quadro politico, e alla pubblica opinione nel suo complesso. E la responsabilità storica di non aver saputo coinvolgere nella sua attuazione le capacità progettuali e tecniche migliori della nazione. E questo perché ha annegato un’istanza di innovazione e modernizzazione profonda, e di apertura, come il federalismo, in una proposta politica complessivamente angusta, arcaica e provinciale, di chiusura. Cercando di guidare e persino di monopolizzare il progetto con un ceto politico ancora non adeguato alla complessità della sfida. Con il risultato paradossale che se la Lega può attribuirsi a giusto titolo il merito di aver sollevato e tenuto alto anche in Parlamento e nel Governo il vessillo federalista, cui il Popolo delle Libertà si è adeguato più all’interno di una logica di scambio che per convinzione, sono spesso parlamentari, sindaci e intellettuali progressisti a suggerire i tecnicismi necessari ad attuarlo, o ad accorgersi delle contraddizioni più macroscopiche nella sua costruzione, e a cercare di correggerle.

Il fatto che però oggi chi nel Pdl tiene i cordoni della borsa, insieme alla destra di Fini, accompagnata anche da parte significativa della sinistra e della sua stampa, ripeta come un mantra che ormai di soldi per attuare il federalismo non ce ne sono più, e quindi non se ne parla proprio, lascia trapelare la malcelata soddisfazione di chi, in fondo, pensa così di aver colpito l’avversario politico di maggiore successo degli ultimi anni. Facendo un altro errore storico. Perché il fallimento di questo obiettivo (lo ripetiamo: l’unica vera grande istanza di modernizzazione sistemica che sia stata avanzata nell’ultimo decennio almeno) sarebbe il fallimento dell’Italia, non solo della Lega: che avrebbe buon gioco nell’attribuirne la responsabilità ai nemici centralisti, lucrandone comunque una rendita elettorale, anche se vedrebbe allontanarsi ulteriormente il suo principale obiettivo politico, ciò che alla lunga stancherebbe la parte più avvertita del suo elettorato.

La Lega ha ingoiato rospi di dimensioni enormi, pur di portare a casa l’obiettivo almeno nominalistico del federalismo, a cominciare da quello fiscale: dalle leggi ad personam agli investimenti a pioggia nel sud, fino a una modalità di governo, avallata anche dalla Lega stessa, che ha configurato quello attuale come probabilmente il governo più centralista dell’intera storia repubblicana, che ha eroso competenze agli enti locali in tutti i settori, a partire dalla stessa imposizione fiscale. Sperare che il processo fallisca in modo da caricarlo sulle spalle della Lega sarebbe tuttavia irresponsabile, per l’alleata destra non leghista come per l’opposizione. Sconfitto il federalismo non avrebbe vinto nessuno: se non la vecchia, inefficiente, immobilista e spendacciona Italia di sempre. Una Italia da cui non solo il nord ha tutto il peggio da temere, e nulla, ma proprio nulla di buono da aspettarsi.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Ma il federalismo non può attendere, in “Il Piccolo”, 26 giugno 2010, pp. 1-2 (anche su Messaggero Veneto, pp.1-2). Anche in Allievi S. (2010), Il federalismo dopo il varo della manovra, in “Il Mattino”, 16 luglio 2010, p. 1 (anche la nuova venezia e la tribuna di treviso, la manovra e il federalismo)

Il Pd si sta berlusconizzando?

Della democrazia interna possono fare a meno i partiti personalistici, carismatici e monoproprietari. Ad essi non servono congressi: e infatti fanno convention, passerelle o meeting tribunizi ad uso delle tv; tanto le decisioni vengono prese altrove. Non così per un partito che si vuole democratico, per ragione sociale e per metodo.

E’ per questo che ha suscitato sorpresa leggere sui giornali che un conclave di autorevoli maggiorenti del PD padovano, che non costituisce tuttavia un organismo formale del partito, avrebbe deciso i prossimi segretari cittadino e provinciale in un logica di compensazione tra correnti, con candidature uniche e nessuna possibilità di discussione (chi vorrà candidarsi potrà farlo, naturalmente, ma senza e contro il partito, la cui macchina lavorerà per altri). Per giunta con una certa fretta, visto che, ignorando le richieste di rinvio che venivano da alcuni circoli di base, Padova e Vicenza, uniche realtà venete, svolgeranno i congressi entro pochi giorni, mentre altrove si faranno in autunno (come chiesto dai due terzi degli iscritti sul sito dello stesso PD veneto).

La miopia di questo metodo sta nel fatto che il PD ha dato il suo meglio, anche in termini di partecipazione e di visibilità dei suoi contenuti e delle sue battaglie, quando ha saputo coinvolgere maggiormente cittadini ed elettori. Qui si tratta di iscritti, che a maggior ragione si dovrebbero coinvolgere nel meccanismo decisionale. E che invece, complici tempi ristrettissimi e un regolamento al limite del delirio burocratico, che ancora una volta impone liste bloccate e non consente di esprimere preferenze, vengono di fatto marginalizzati.

Non è la scelta delle persone, tutte degne, in questione: ma il metodo. Contrariamente a quanto si dice, il fine, anche in politica, non giustifica i mezzi, ma li discrimina. Se l’obiettivo è costruire un partito che sia democratico, possibilmente più ampio e coinvolgente dell’attuale, propositivo e capace di costruire un’alternativa, il metodo non può essere che democratico, propositivo e coinvolgente. Non praticarlo impedisce la discussione e il confronto interni, anche tra vertici e base, che sono fecondi, riducendo tutto a una discussione autoreferenziale tra vertici non sempre rappresentativi, e costringendo il dibattito a spostarsi all’esterno del partito: dai mugugni al bar ai giornali.

Un grande studioso, Albert Hirschman, insegnava che il membro di un’organizzazione, al di là dei momenti di adesione fusionale, ha solo due modi per manifestare la sua critica (e la sua stessa presenza): l’exit e la voice. L’exit è appunto l’andarsene: non comprare più il tal prodotto, non votare più il tal partito. Un gesto chiaro, ma senza spiegazioni. La voice è la critica costruttiva: manifestare le proprie posizioni, motivarle, cercare aggregazione intorno ad esse, proporre soluzioni di miglioramento o ricambi di leadership. Se la voice non è consentita, non resta che la lealtà acritica (che tuttavia è un meccanismo che funziona meglio nei momenti di successo) o l’exit. Ecco perché non consentire alla voice di manifestarsi nell’ambito di un dibattito franco e aperto tra proposte alternative è una logica controproducente, che il PD, e le molte buone energie che lo abitano, non merita.

Una nota a margine. Questa logica dà rappresentanza solo a due gambe del PD: l’ex DS e l’ex Margherita. Riproducendo il passato anziché costruire il futuro, e impedendo la voice dell’altra fondamentale terza gamba: quella degli iscritti avvicinatisi al PD precisamente perché era un progetto nuovo e diverso – molte delle energie migliori e più entusiaste del partito si trovano proprio in quest’area. E non favorisce una discontinuità tra le persone che hanno gestito le diverse fasi, considerata quasi unanimemente una condizione indispensabile al rinnovamento (il candidato segretario provinciale, ad esempio, era un vice del precedente: il che è buona cosa solo quando l’obiettivo è la continuità). Non sembri strano allora che si auspichi una sana concorrenza, che non fa bene solo al mercato. E l’ascolto di persone e aree portatrici di opzioni alternative e di spinte innovative. Servirebbe almeno a non ripetere gli errori di sempre.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Il Pd si sta berlusconizzando?, in “Il Mattino”, 12 giugno 2010, p. 19

Il potere delle leggi e quello del padrone. Capire l’Italia con Rousseau

Rousseau e l’Egoarca: Su intercettazioni e dintorni

“Il più forte non è mai abbastanza forte da esser sempre il padrone, finché non trasforma la sua forza in diritto e l’obbedienza in dovere” (Rousseau). Ecco spiegata l’enfasi sulle leggi ad personam e ad pecuniam. E la necessità di inchiodare un paese travolto da un dissesto economico e finanziario e da una bancarotta morale di cui non abbiamo ancora visto il peggio (e, letteralmente, non lo vedremo, perché non ce lo faranno vedere) alle leggi sulle intercettazioni telefoniche.

Capita, alle volte, di riprendere in mano un autore del passato, e di ritrovarsi immersi nell’attualità più scottante. E’ quello che mi è capitato nei giorni scorsi col vecchio Rousseau: che, duecentocinquant’anni dopo aver scritto i suoi libri più noti, scopro descrivere non la Svizzera o la Francia di allora, ma l’Italia di oggi. L’Italia che nel momento in cui taglia ulteriormente le risorse e i servizi ai cittadini e dunque anche le loro libertà, produce riforme che impediscono a quegli stessi cittadini di sapere cosa fanno coloro che danneggiano e umiliano il paese e le sue regole in nome della privacy di governanti e delinquenti, approfittatori e accaparratori, mafiosi e trafficanti, corrotti e corruttori (quando non sono, se non la stessa persona, lo stesso ceto e lo stesso coacervo di interessi). L’Italia in cui l’Egoarca ci costringe a dibattere di intercettazioni e riprese video, come se fossero la principale urgenza del paese, solo perché è rimasta l’unica via attraverso cui lui e la sua corte sono stati messi in qualche modo alla berlina, o còlti in atti e parole moralmente discutibili o francamente illegali. Questo mentre i cittadini vedono assottigliarsi giorno dopo giorno i servizi cui avrebbero diritto, i comuni affogano in incomprensibili patti di stabilità che ne uccidono la possibilità non solo di spesa, ma di governo: e gli uni e gli altri restano senza parole, anche senza bavaglio alle intercettazioni, senza risorse e con sempre meno libertà.

Sembra di rileggere un’altra memorabile frase del nostro Jean-Jacques: “Voi avete bisogno di me, perché io sono ricco e voi siete poveri; facciamo dunque un accordo tra di noi. Io permetterò che voi abbiate l’onore di servirmi, a condizione che voi mi diate il poco che vi resta, per la pena che io mi prenderò di comandarvi”. O altrove, ancora più radicalmente: “Di fatto le leggi sono sempre utili a quelli che possiedono e nocive a quelli che non hanno niente” – almeno quando la volontà dell’Egoarca è così radicalmente lontana da quella dei sudditi, e la sua bulimia di potere, e il suo desiderio di sfuggire qualunque controllo, incluso quello della Costituzione, che non a caso gli sta stretta, non conosce limiti.

E’ in questi casi che si scopre come la democrazia – che resta sempre, come diceva Churchill, “il peggiore dei sistemi possibili, ma non ne conosco uno migliore” – possa diventare quel perverso meccanismo per cui detenere il potere politico è detenere il mezzo per travestire un interesse particolare da interesse generale. Ottenendo, nelle parole di Rousseau, questo splendido risultato: “Quanto a voi, popoli moderni, voi non avete schiavi, ma lo siete”. O lo state diventando. Perché “un popolo libero obbedisce ma non serve; ha dei capi, ma non dei padroni; obbedisce alle leggi, ma solo alle leggi; ed è in virtù delle leggi che non diventa servo degli uomini”. Se non c’è, tuttavia, la scellerata collaborazione di chi le leggi le fa (o nemmeno più quello: si limita a votarle) secondo le necessità dell’Egoarca, perché invece che rappresentante del popolo, grazie a un sistema che nessuno stranamente sente l’urgenza di cambiare, è un cortigiano che deve la sua fortuna alle grazie capricciose del sovrano. E dal quale quindi non ci aspettiamo alcun sussulto di dignità.

Stefano Allievi

24 Allievi S. (2010), Il potere delle leggi e quello del padrone. Capire l’Italia con Rousseau, in “Il Piccolo”, 10 giugno 2010, pp. 1-2 (anche su Messaggero Veneto, Italia ad personam. Le urgenze sono altre, pp.1-2). Anche in Allievi S. (2010), Diritto della forza, dovere dell’obbedienza. Quante leggi ad personam e ad pecuniam, in “Il Mattino”, 11 giugno 2010, pp. 1-4 (anche ‘La Nuova di Venezia’ e ‘La Tribuna di Treviso’)

Vanno tagliati i veri costi della politica italiana

“Tagliare i costi della politica” è un bello slogan. Che finora ha prodotto il taglio del numero di consiglieri comunali che prendevano indennità da pochi euro, e poco altro. Allontanando persone che dalla politica non guadagnavano nulla dai meccanismi della partecipazione democratica, senza alcun vantaggio reale per le casse dello stato e dei comuni.

Ora Calderoli propone il taglio al 5% delle indennità di parlamentari e ministri: 4 milioni di euro per i primi, l’equivalente di 7 ore di volo degli aerei blu per i secondi, come hanno calcolato i soliti Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo. Briciole. Che nascondono il vero problema. Che non è nelle indennità, ma nei benefici correlati al ruolo. Per dire, un politico ci costa molto di più in annessi e connessi (dai portaborse alle auto blu alle vacanze a spese dello stato) che in indennità. E, peggio, ci costa molto di più quando smette di esserlo (in pensioni, benefit, e magari scorte inutili) che non mentre lavora per noi.

Un secondo problema sta nell’uso degli strumenti della politica in maniera formalmente legale, ma producendo effetti perversi. Come ricordava Max Weber, c’è chi vive per la politica, e c’è chi vive della politica. I primi sono pochi, i secondi sono molti e famelici. E tengono famiglia, per cui accumulano cariche per i tempi bui (sommando quelle in parlamento o in regione con altri enti e consigli d’amministrazione di nomina pubblica), fanno far carriera alla moglie in un ente o fanno arrivare consulenze pubbliche al fratello. O, da parlamentari, per aggirare il divieto di assumere come segretari i parenti stretti, assumono ciascuno la moglie dell’altro. O ancora, da leader di partito, fanno eleggere il proprio figlio, bocciato tre volte alla maturità, come più giovane consigliere della Lombardia. Tutti esempi che abbiamo preso, non a caso, dallo stesso partito di Calderoli. Certo, così fan tutti, e altri magari fanno peggio. Ma, appunto, come diceva qualcuno: chi è senza peccato… Che almeno, da membri della casta, si abbia il pudore di non usare la retorica dell’anti-casta.

Un terzo problema è dovuto all’arricchimento personale al di fuori della politica. Come diceva Balzac, a dimostrazione del fatto che si tratta di un male antico, “un uomo politico è un uomo che è entrato negli affari, o sta per entrarvi, o ne è uscito e vuole rientrarvi”. E se Tangentopoli ci ha mostrato che, almeno in parte, si rubava per il partito, gli affari della cricca ci mostrano che oggi si ruba solo per se stessi, e senza alcuna vergogna. Non sono casi singoli, mele marce, episodi eccezionali, come si fa finta di dire: ma un sistema ben oliato e organizzato, ordinario e familiare, accettato e condiviso – fisiologia del sistema, non sua patologia. Ma il suo costo, che ricade sulla collettività, è fatto di spese inutili, di appalti gonfiati, di benefici personali (magari con vista sul Colosseo), che incidono ben oltre quel fatidico 5%.

Il quarto e più grave costo della politica è tuttavia un altro: sta negli sprechi, nelle inefficienze, negli enti inutili, negli stipendi non meritati, nella mancanza di pianificazione, nelle spese senza criterio e senza progetto, nei controlli mancati, nell’incompetenza, nella perversione del mercato e nell’umiliazione del merito. E in tutto ciò che uccide la fiducia, l’energia e la volontà di innovazione.

Per cui bene il taglio del 5%. Magari anche del 10. E delle indennità. E della metà dei parlamentari. E della metà delle spese di camera e senato. E degli uffici stampa della regioni. E degli enti. E si promuova la trasparenza dei bilanci e l’anagrafe degli eletti. E non si nominino i propri uomini per fedeltà di partito anziché per merito, applicando un feroce spoil system. Allora forse i cittadini ritroveranno fiducia, e non penseranno di trovarsi di fronte all’ennesima trovata pubblicitaria.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Vanno tagliati i veri costi della politica italiana, in “Il Mattino”, 19 maggio 2010, pp. 1-5 (anche ‘La Nuova di Venezia’ e ‘La Tribuna di Treviso’)

Parabola Fini, da sdoganato a isolato

La campagna di diffamazione di cui Fini è oggetto da parte del ‘fuoco amico’ dei giornali del Cavaliere, e il suo accerchiamento nel PDL, dimostrano la pericolosità della sfida da lui lanciata, più che a Berlusconi come persona, al berlusconismo come sistema e come stile politico.

Berlusconi è riuscito a costruire un partito, un governo e, in buona misura, un Paese a sua immagine e somiglianza. In cui, come nel sistema eliocentrico, lui è il sole, e tutto il resto – leggi, carriere, notizie, priorità nazionali e destini personali – si misura dalla vicinanza o dalla distanza delle orbite di coloro che ruotano intorno a lui.

Fini persegue un obiettivo diverso, e non da oggi: politico, non solo personalistico.

Per questo, da leader di un partito, l’MSI, che ha avuto il ruolo di traghettatore dell’eredità e dei valori del fascismo nella democrazia repubblicana, destinandosi all’opposizione, ha voluto fondare nel 1994 Alleanza Nazionale, nata precisamente per sfuggire all’isolamento politico e proporsi come forza di governo. Ci è riuscito, e con rapidità. Troppa, forse, e con sospetto unanimismo, che lasciava trasparire, nei colonnelli del partito, un’evoluzione più di convenienza che di convinzione. Una coppa amara che bisognava bere per entrare finalmente, dopo un lungo digiuno, nelle sfere del potere. E infatti oggi i colonnelli al potere rimangono, lasciando il leader al suo progetto.

Il Popolo della Libertà, nato lo scorso anno non con un congresso, ma con una passerella di notabili, non è stato infatti che l’ultima tappa di quella evoluzione: la manifestazione visibile di un potere acquisito, saldo, ostentato, disinteressato alla discussione perché la sua ragion d’essere era ormai acquisita. Ma oggi i nodi vengono al pettine.

Fini deve molto a Berlusconi. Per averlo “sdoganato” – parola dallo stesso Berlusconi utilizzata ai tempi della corsa di Fini per il Campidoglio – e per avergli fatto ottenere il ruolo un decennio fa impensabile di presidente della Camera. Ma ha sempre avuto un obiettivo politico proprio.

Vanno letti in questa chiave i gesti e le parole d’autocritica: l’abbandono dei riferimenti a Mussolini e al fascismo, il richiamo ai padri nobili della patria repubblicana, da Einaudi a De Gasperi, le visite ai campi di concentramento e in Israele, le condanne ferme dell’antisemistismo, le parole di riconoscimento del ruolo storico della Resistenza, fino alle prese di posizione sui diritti fondamentali, sull’immigrazione, sulla laicità.

Tutte tappe della costruzione di un progetto politico di lungo periodo incentrato su una immagine di sé come leader innovatore, sopra le parti e fuori dagli schemi: istituzionale, da statista. Passata attraverso i discorsi alti, le frequentazioni trasversali, la progettualità culturale della Fondazione “Fare futuro”, il suo personale think tank. Un percorso non senza contraddizioni, se pensiamo che il suo nome resta legato a due leggi tra le più culturalmente conservatrici e retrodatate nell’impianto, la cui conseguenza più evidente è stata di riempire inutilmente le carceri italiane senza alcun miglioramento della sicurezza reale o percepita: la Bossi-Fini sull’immigrazione e la Fini-Giovanardi sulla droga.

In questo quadro la sua frettolosa accettazione della proposta di co-fondare, in un ruolo inevitabilmente subordinato, il Popolo della Libertà, dopo aver irriso il discorso del predellino, si rivela come una scommessa non riuscita. Nell’illusione, probabilmente, di diventarne il leader (dopo aver provveduto, con l’instaurazione di un sistema presidenziale, a portare Berlusconi stesso alla presidenza della Repubblica, o in caso di sua sempre possibile disgrazia giudiziaria, tuttavia sempre più lontana man mano che si estende il suo potere) se ne è ritrovato ai margini.

Probabilmente il suo gesto peggio calcolato, di cui oggi sta pagando il prezzo.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Parabola Fini, da sdoganato a isolato, in “Il Mattino”, 12 maggio 2010, pp. 1-11

I vescovi e la politica

I vescovi e la politica

Il dibattito sugli interventi dei vescovi in campagna elettorale è continuato anche dopo, ed è bene: perché tocca un tema cruciale per questo paese, per la maturità della sua democrazia e per il ruolo della sua principale comunità religiosa. Più dell’enunciazione di tanti principi, qualche riferimento empirico può aiutare a comprendere i termini della questione.

Provengo da una città e da una diocesi, Milano, dove il vescovo del periodo in cui mi sono formato era il card. Carlo Maria Martini, una delle figure più alte della Chiesa italiana di oggi. Della politica ha sempre mostrato un grande rispetto, considerandola uno dei luoghi elettivi in cui può e deve manifestarsi la missione del laico cristiano. E proprio per questo ha dato un grande impulso alle scuole di formazione alla politica, da cui sono usciti giovani quadri poi entrati nei consigli comunali e in parlamento: in diversi partiti, con differenti sensibilità. Ma mai e poi mai qualcuno ha potuto immaginare che volesse strumentalizzare l’impegno politico per promuovere politiche proprie (al contrario, ha sempre lasciato ai laici il compito di elaborarle nella propria autonomia e responsabilità di cristiani), o che si lasciasse strumentalizzare dalla politica, pur dedicandosi al fondamentale lavoro di dare spessore e fondamento evangelico, più che alla politica, alle persone che vi si dedicano, che pure incontrava.

Oggi di quella città è vescovo il card. Dionigi Tettamanzi. Un pastore che ha usato spesso toni accesi, non contro i politici, ma contro concretissime politiche disumanizzanti, forti con i deboli e deboli con i forti, incentrate intorno al dio denaro e tese a considerare i poveri, gli immigrati e i rom, nella regione più ricca d’Italia, un fastidio di cui liberarsi con la ramazza e col bastone, senza rispetto dell’humana pietas, prima ancora che di quella cristiana. Non a caso questo vescovo è diventato bersaglio prediletto delle forze politiche localmente al governo: dalla Lega, che ha chiesto esplicitamente di cacciarlo usando nei suoi confronti toni di inaudita durezza e volgarità (dimenticati da chi oggi vede in essa il nuovo bastione del cristianismo, un cristianesimo identitario ma spesso privo di fede, povero di speranza e ignaro di carità) e non di rado il sindaco Moratti, che non ha nascosto il suo fastidio per le posizioni forti del vescovo, che suonavano critica alla sua amministrazione.

Da quando vivo a Padova vedo operare il vescovo Antonio Mattiazzo. Un pastore lontano dalla politica, che rifiuta sistematicamente di farsi trascinare sul suo terreno. Capace anch’egli di parole forti, e di messaggi morali stridenti con certa politica, ma lontano dai suoi palcoscenici. Che anche nelle scorse elezioni amministrative (quelle di sua maggiore ‘competenza’) ha saputo far passare i suoi messaggi – spesso scomodi e per nulla accondiscendenti con i vizi cittadini – senza dare ad alcuno l’impressione di voler entrare nel terreno diretto delle scelte politiche. Anzi, a quei politici (in quel caso, del centro-destra) che volevano tirarlo per la tonaca, estorcendogli un incontro che sarebbe potuto suonare come benedizione per una parte sola, ha fatto dire pubblicamente, in maniera limpida e come messaggio che valesse per tutti, che non avrebbe ricevuto nessuno di loro fino al giorno dopo le elezioni. E il suo atto forse più politico, in quel periodo, saputo che alcuni politici volevano far chiudere o almeno spostare la mensa dei poveri – usando l’argomento come tema di campagna elettorale – è stato quello di andare a visitarla, e dire forte e chiaro, in conferenza stampa, che per farlo avrebbero dovuto passare sul suo cadavere.

Tre vescovi, tre stili pastorali differenti, accomunati dall’esigenza di rapportarsi alla politica a partire dal Vangelo, nello stile del buon seminatore, e del pastore attento a far sì che il sale della terra sia veramente tale, e il lievito fermenti. Ma tutti e tre stridono fortemente con lo stile inaugurato, a livello nazionale, dal lungo regno del card. Ruini, e oggi continuato, con qualche irruenza in meno, dal suo successore il card. Bagnasco: uno stile interventista, che cerca di indirizzare le scelte politiche, non solo di farle maturare alla luce del Vangelo. Questo nella convinzione che, tramontato il partito cattolico, la Conferenza episcopale dovesse diventare attore politico in prima persona, relegando i politici cattolici al ruolo umiliante di meri esecutori della volontà ecclesiale. Ma mettendosi su questo terreno e agendo da attore politico, quasi un partito occulto ma neanche troppo, la Cei rischia che il discredito che oggi i cittadini manifestano nei confronti della politica, di cui l’assenteismo elettorale è oggi la forma più evidente, e il disgusto contro la casta la forma verbale più esplicitata, si trasferisca sulla stessa Chiesa, e nelle stesse modalità: con un abbandono silenzioso e amareggiato, o talvolta con spirito apertamente polemico.

Perché, per tornare al punto da cui siamo partiti, delle due l’una. O i pronunciamenti dei vescovi non contano nulla nell’orientare l’elettorato cattolico: e allora sarebbe stato meglio non farli e non dare la sgradevolissima impressione di allearsi con un potere che peraltro, sul piano personale come politico, non ha dato fulgidi esempi di moralità e di aderenza ai principi cristiani. Oppure qualcosa – anche se molto meno che in passato – contano: e allora, alla luce dei risultati elettorali, sono stati utili a non far eleggere Emma Bonino e Mercedes Bresso, e di converso a far eleggere Renata Polverini e Roberto Cota, e quindi in definitiva a determinare, seppure con quel poco, il senso politico delle scorse elezioni (con un risultato diverso il centro-destra non avrebbe potuto dire di aver stravinto le elezioni, né quella della Lega sarebbe apparsa un’avanzata travolgente, essendo la vittoria in Veneto largamente prevista). E allora adesso la Chiesa cosa farà: passerà all’incasso, confermando che di una logica di scambio si è trattato? Sarà tentata, visto il successo, di interferire ulteriormente, anche sulle scelte amministrative a livello regionale e locale? Diventerà insomma esplicitamente attore politico? O si assumerà la responsabilità politica delle conseguenze, anche a lungo termine, di questa vittoria del centro-destra, per il futuro dell’Italia: una croce che forse sarebbe stato saggio lasciare portare ad altri? O al contrario saprà scegliere nuovamente uno stile evangelicamente chiaro, che una scelta di parte – non di partito – la fa, sì, ma in favore degli ultimi, dei poveri, dei sofferenti, per i quali e in nome dei quali leva alta la sua voce, e a tutti offre una parola di verità, che libera e che guarisce, e a nessuno il diritto di appropriarsene e di rivendicarla come propria?

Sarebbe utile che su queste diverse posizioni si aprisse nel mondo cattolico un dibattito aperto, uscendo dalla logica del conformismo ipocrita rispetto ai vertici in pubblico, e del mugugno in privato. Ne va del futuro della Chiesa, non solo del ruolo dei laici cristiani nella società. E ne va del futuro di questo nostro amato e sciagurato paese.

Stefano Allievi

L’autoreferenzialità del PD

In un articolo recente – alla luce della sconfitta elettorale, e nel contesto del rinnovo degli organismi locali del Partito Democratico – ho svolto alcune considerazioni su una “una gestione verticistica delle candidature” padovane, e “un eccesso di padovacentrismo”. Critiche peraltro diffuse, di cui mi sono fatto voce senza pretendere di esserne portavoce. Fatte non per appioppare la sconfitta a chicchessia, ma per evitare di ripetere gli errori del passato.

Rispetto a queste osservazioni – oneste perché aperte e dirette – sul modo di condurre il PD, potevo aspettarmi una risposta politica. E’ arrivato invece un attacco personale che lascia trapelare il fastidio per l’impertinenza di chi si permette di disturbare il manovratore.

Nella sua replica infatti Gianluca Gaudenzio esibisce sarcasmo e supponenza: “ho letto con il sorriso sulle labbra l’intervento di Stefano Allievi…”. Con ciò mostrando una tragica incapacità di ascoltare le voci in dissenso, che fa tanto vecchia politica, e dispiace vedere in un dirigente ancora giovane.

L’accusa di verticismo si riferiva a un dato preciso. La segreteria provinciale si è spesa esplicitamente a favore di un solo candidato. Questo candidato è stato battuto: terzo in città, a grande distanza dai primi due, quarto nella bassa padovana, sesto nell’alta. Ed è risultato eletto solo grazie al gioco dei resti. E’ il segno evidente di una non capacità di governo, e soprattutto di una drammatica carenza di ascolto della base e del territorio. Quanto al padovacentrismo, non è questione di opinioni, ma di fatti: gli eletti in regione sono tutti di Padova città (e tutti uomini, in violazione delle norme del partito: si è lasciato alla provincia di designare delle donne, peraltro uscite benissimo dalla competizione), così come erano di Padova città gli eletti in consiglio provinciale – anche quelli eletti in provincia. E se il PD vorrà tornare a contare qualcosa fuori dal fortino padovano, e non fare la fine del generale Custer, questo è sicuramente un problema.

Gaudenzio si trincera burocraticamente dietro l’affermazione che i candidati sono stati scelti dopo un’ampia consultazione democratica con i circoli. Già. Peccato che le telefonate a sostegno del candidato della segreteria, indirizzate anche alla provincia, e la preparazione della sua campagna elettorale, fossero partite ben prima di quella consultazione. E arriva ad accusare inelegantemente gli esponenti della provincia di non essersi candidati perché non avevano il posto garantito. Peccato che a loro la proposta fosse stata fatta all’ultimo, a giochi fatti, e quando era difficile anche organizzarla, una campagna elettorale. E peccato che l’argomento possa valere per chiunque altro, incluso il candidato della segreteria: avrebbe corso, senza la garanzia di quel sostegno, che altri non hanno avuto?

Il tono complessivo mostra il rifiuto dell’idea che un partito è un soggetto collettivo, in cui tutti hanno diritto di parola, e l’arroganza miope di chi pensa che sia cosa dell’apparato, autoreferenziale: che è precisamente una delle attitudini che hanno fatto perdere consensi al PD. Quegli stessi consensi che invece aumentano quando si dà voce a tutti, e tutti si ascoltano, come nelle primarie e in altre occasioni.

Gli elettori e i militanti del PD – quelli interessati al suo futuro e non solo al suo passato – vogliono un partito aperto, propositivo, innovativo, presente nel territorio, che non ha paura delle critiche e anzi ne fa tesoro: per sbagliare meno in futuro. E in nome della speranza che incarna, del progetto di società che (faticosamente) delinea, hanno il diritto di dire la loro (a meno che non si pensi che sono i cittadini ad essere al servizio della politica e non viceversa). Dopo tutto è un partito che nasce da una domanda di presa di parola da parte di soggetti nuovi, di pezzi di società che non si sentono rappresentati, e sull’offerta di farlo, sull’incoraggiamento a partecipare a un progetto nuovo. E’ bene che questa lezione non si perda. Pena una inevitabile agonia.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), L’autoreferenzialità del PD, in “Il Mattino”, 28 aprile 2010, p. 25

La chiesa pecca in comunicazione

L’ennesimo scivolone comunicativo che ci proviene dai vertici della chiesa cattolica – le dichiarazioni del card. Bertone sul rapporto tra omosessualità e pedofilia – sono un buono spunto per una riflessione più generale sul rapporto tra chiesa e media e, in definitiva, sull’attuale pontificato.

Una prima considerazione è quasi banale. Troppo spesso i vescovi sono abituati a parlare, anche di ciò su cui non hanno alcuna competenza specifica, con un atteggiamento ex cathedra: come se si trattasse sempre di una parola alta, autorevole e definitiva. E la compiacenza con cui queste affermazioni vengono accolte, sia interna alla chiesa che esterna, anche quando si tratta di banalità o di autentiche sciocchezze, rende plausibile che ci si abitui ad aver ragione per mancanza di contraddittorio. La rarità delle occasioni in cui, in Italia, prelati autorevoli partecipano a tavole rotonde a pari grado con altri soggetti, in atteggiamento di autentico confronto, e viceversa l’abitudine a relazioni e dichiarazioni a senso unico, calate dall’alto e senza possibilità di risposta, fanno sì che l’atteggiamento venga confermato. E questa non è certo una buona scuola comunicativa. Prima o poi si trova qualcuno che decide di rispondere per le rime. E l’impaccio degli ecclesiastici quando si ritrovano nel pieno della polemica tradisce la difficoltà dell’approccio.

Un problema che si riverbera anche nelle polemiche per le quali la chiesa cattolica è sulle prime pagine della stampa in questi giorni: la questione della pedofilia. Su cui la chiesa ha commesso errori, e non solo ingenuità, anche pesanti. E peccati di omissione che possono essere più gravi di quelli in parole ed opere, trattandosi di un comportamento per il quale il vangelo ha parole terribili: “Chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare” (Matteo 18,6). Ma vi è pure una innegabile strumentalità di molte accuse, anche dirette alla persona del papa. E colpisce, in questo caso, l’incapacità della chiesa, non abituata ad essere oggetto di discussione pubblica, a rovesciare il messaggio, a riuscire a dire che, pur tra le colpe gravissime di alcuni, oggi inequivocabilmente condannate, la chiesa è pur sempre tra le agenzie che, ovunque nel mondo, più fanno per la tutela, l’aiuto e la crescita dei piccoli, dei giovani, dei ragazzi (e sarebbe interessante vedere se altri ambienti fanno altrettanta pulizia in pubblico: dai collegi religiosi di altre confessioni e laici, agli ambienti militari, a quelli sportivi, e ovunque adulti e ragazzi, dello stesso sesso o meno, vivano insieme per lunghi periodi di tempo).

Invece, anche in questo caso, il comportamento è stato goffo e le chiamate di correo controproducenti, riuscendo a collezionare una sequela di incidenti comunicativi impressionante, come il ridicolo paragone con l’antisemitismo. Il problema è che tali incidenti cominciano a caratterizzare l’attuale pontificato e i suoi uomini in maniera imbarazzante: dal discorso di Ratisbona alla riammissione dei lefebvriani, fino ai ripetuti problemi nei confronti degli ebrei.

Il che ci porta al cuore del problema: le modalità comunicative della chiesa attuale. E’ piuttosto improbabile che la stampa mondiale si sarebbe accanita con le stesse modalità nei confronti del papa precedente: non ci si sarebbe permessi, punto e basta. Giovanni Paolo II, più familiarmente Karol Wojtyla per molti, parlava con il corpo e con i fatti, attraverso una pedagogia dei gesti straordinariamente in sintonia con gli umori dell’epoca. E di lui rimangono immagini simboliche potentissime: gli incontri di Assisi, l’abbraccio al rabbino Toaff, la preghiera nella moschea di Damasco, l’entusiasmo delle moltitudini, giovanili in particolare, fino al suo corpo sofferente offerto come icona alla commozione pubblica. Benedetto XVI, che pochi chiamerebbero con la stessa familiarità Joseph Ratzinger, parla con la logica della razionalità – e lo ha rivendicato con i suoi messaggi fin dall’inizio del suo pontificato – che di per sé si presta ad essere criticata sul medesimo piano. Non compare l’afflato e la passione, che pure forse ci sono, ma si rende più visibile il rigore, e anche la freddezza, del ragionamento astratto e del tono professorale. Il che lo rende antipatico anche quando ha ragione. Anche se il problema non è di forme, ma di contenuti: Woytjla ha inziato il suo pontificato con parole di speranza: “Non abbiate paura!”, “Aprite le porte a Cristo”. Ratzinger si è caratterizzato per gli accenti cupi, l’approccio polemico (contro il relativismo, contro la modernità, contro la scienza, contro l’islam), un sostanziale pessimismo, una certa chiusura della chiesa su se stessa e sul proprio passato (la messa in latino o i riferimenti a Pio XII e ad altri papi del passato, notoriamente non i più aperti). Un tratto che forse è ugualmente in sintonia con lo spirito dell’epoca. Ma di un’epoca disincantata, impaurita, in cui prevale la chiusura e il conflitto con tutti coloro che non la pensano come noi. Di cui finisce per fare le spese anche una chiesa che a questo spirito si adegua.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), La chiesa pecca in comunicazione, in “Il Piccolo”, 15 aprile 2010, pp. 1

Un partito che deve sottrarsi al giogo dei padri fondatori

I ballottaggi, con la perdita di Mantova, hanno sancito la sostanziale sconfitta del Partito Democratico, in particolare al nord. Sarebbe però fuorviante ridurre il dibattito post-elettorale all’interno del PD a uno sterile tiro al piccione. Anche perché a perdere, a livello nazionale, non è stato Bersani, così come a livello regionale non è stato Bortolussi. La colpa del risultato, in Veneto, non è imputabile al candidato, ma al modo in cui si è arrivati alla sua designazione, al ritardo accumulato, alla scelta della persona prima di avere un programma e un progetto politico condiviso.

Dalle urne tuttavia non esce sconfitto il progetto per il quale il PD è nato, ma semmai la sua mancata realizzazione, soprattutto da parte di chi è rimasto ancorato alle tradizionali componenti e non riesce a riprendere i legami con una società che è nel frattempo cambiata. E’ nella distanza tra certo apparato del PD e il suo elettorato che si trova una delle chiavi per leggere questa sconfitta. Né è un esempio significativo il caso padovano: in cui buona parte del gruppo dirigente ha scelto di spendere il suo peso politico tutto a favore di un solo candidato, che è risultato di gran lunga il meno votato tra quelli eleggibili, superato in alcune circoscrizioni anche dai candidati locali di bandiera. Un fatto che non potrà non pesare sul dibattito interno al PD. Mentre il candidato che ha ottenuto più preferenze è stato quello più trasversale, sostenuto anche da molti – e da molti giovani e nuovi iscritti – che non appartenevano né ai DS né alla Margherita, e vorrebbero costruire una storia politica capace di maggiore autonomia e innovazione rispetto ad essi.

Il PD ha davanti a sé una grossa occasione per dare un segnale di discontinuità di metodo e persone, e nello stesso tempo di coerenza e continuità con il progetto intorno a cui è nato. Ed è il rinnovo degli organi dirigenti e dei segretari di circolo, comunali e provinciali: il solo modo per esprimere un ceto politico radicato nel territorio, e che a questo risponda, come oggi tutti dicono di voler fare. L’elezione di Laura Puppato a capogruppo del PD in consiglio regionale è un primo segnale in questa direzione. Ma bisogna sradicare anche i piccoli potentati locali e sostituirli con una classe dirigente adeguatamente rinnovata.

Anche qui il caso padovano è significativo. Sulla segreteria provinciale precedente pesa la difficoltà di tutti gli inizi, oltre tutto in una fase infarcita di appuntamenti elettorali, alcuni condotti con successo, come quello che ha portato alla rielezione di Zanonato, ed altri molto meno, come quello provinciale (e, con responsabilità condivisa con molti altri, quello europeo, che ha portato alla mancata elezione di parlamentari veneti a Bruxelles, e ora quello regionale). Ma anche la gestione verticista delle candidature in questa campagna elettorale e il mancato ascolto della base. Nonché un eccesso di padovacentrismo, che ha visto tutta la provincia schiacciata dalla città e umiliata al punto che sono di Padova città tutti gli eletti in consiglio provinciale e tutti gli eletti padovani in regione. Il segretario del PD provinciale dovrà quindi rappresentare innanzitutto la provincia. Ed essere una figura con solidi legami col territorio, misurati dal consenso elettorale e dalla capacità amministrativa, la voglia di giocare di squadra, portandone al governo del PD una innovativa e capace, e mostrando di aver superato, nella sua pratica politica, la logica delle appartenenze, delle correnti, delle fedeltà di apparato anziché di partito.

Se si vuole dare una svolta, occorre puntare con forza a quella parte di PD che crede nel PD anziché nei suoi soci fondatori, e che è più attenta ai frutti da far maturare che alle radici di cui fare memoria. L’alternativa è un declino lento ma sicuro, da riserva indiana. Mentre proprio il risultato elettorale mostra quanto ci sia bisogno di una opposizione, innanzitutto culturale, forte e di ampi orizzonti.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), Un partito che deve sottrarsi al giogo dei padri fondatori, in “Il Mattino”, 14 aprile 2010, pp. 1-5 (anche la Nuova Venezia e la Tribuna di Treviso con il titolo “Democratici. Basta dominio dei fondatori”)

L’indicazione di voto della Cei

Sul Mattino di ieri don Marco Cagol ha proposto delle interessanti riflessioni sul messaggio pre-elettorale del cardinal Bagnasco. Che meritano, per la loro profondità, qualche chiosa.

Egli afferma che è stato consolante vedere come non ci si siano “stracciate le vesti per una presunta ingerenza della Chiesa”. Ovvio che lo schieramento di centro-destra, dominante sui media, non avesse interesse a parlarne in questi termini. Ma è anche vero che le voci dissenzienti, anche interne alla Chiesa, non hanno molti ambiti per manifestarsi, a cominciare dalla stampa cattolica, piuttosto sorda in materia.

Proprio lo spazio dato alle parole di Bagnasco dimostra peraltro che, in positivo o in negativo, strumentalizzazione c’è stata eccome: e abbiamo troppa stima dell’intelligenza del cardinale per pensare che fosse inaspettata. Anche perché, se si fosse davvero voluto mandare un messaggio solo pastorale e non elettorale, lo si sarebbe fatto dopo le elezioni, non prima.

Essendo tra coloro che hanno letto interamente il testo – effettivamente ben più profondo di come lo si è sintetizzato – vorrei sommessamente aggiungere che l’impressione, nel passaggio poi evidenziato dalla stampa, era proprio quella di una precisa indicazione di voto, cui mancava solo l’esplicitazione finale: votate centro-destra. O almeno non votate Emma Bonino e Mercedes Bresso. Prova ne sia che se ne sono accorti tutti, di destra e di sinistra.

La destra è stata lesta nello sfruttare il sostegno che le è stato offerto, mettendo in ombra alcune banali verità, occultate anche nel documento. Ad esempio che l’aborto – il tema di cui soprattutto si è parlato – non è un qualcosa che vuole introdurre la sinistra, ma una legge dello stato, che anche la destra vuole mantenere, tanto è vero che nessuno si è mai davvero posto il problema di abrogare la legge 194. Che gli aborti legali sono in diminuzione. E che in aumento sono tragicamente quelli clandestini, specie tra alcune popolazioni immigrate: e c’entrano molto con la condizione di clandestinità a cui le leggi approvate dalla destra li costringono. E infine che l’aborto non è propriamente tema da elezioni regionali: il bene comune locale avrebbe bisogno di ben altre sottolineature.

“Sostiamo un attimo e proviamo a pensare”, ci dice don Marco Cagol, con le parole di Bagnasco. Magari anche alle conseguenze di questi messaggi. Perché se occorre “approfondire le proprie convinzioni non sulla base di slogan, ma con l’uso accurato della ragione vissuta nella fede”, serve un franco dibattito, nello spirito della correzione fraterna, non dei messaggi sempre e solo calati dall’alto, dove l’ascolto è a senso unico: delle pecore da parte dei pastori, come se i pastori non avessero mai bisogno di ascoltare. Abitudine invalsa anche tra i vescovi, se è vero, come notava Francesco Jori su questo giornale, che chi parla a nome loro ha la singolare abitudine di farlo prima ancora di averli sentiti: come prolusione, non come sintesi finale di un dibattito, che infatti non fa mai notizia.

Una riflessione sulle modalità con cui la chiesa si pone probabilmente gioverebbe anche ad essa. Perché ormai – molti sondaggi lo indicano con chiarezza – le prese di posizione dei vescovi sono sempre più deboli nell’orientare l’elettorato cattolico: che comunque voti lo fa esercitando la sua autonoma riflessione. E certi messaggi aumentano il disagio di chi, pur cattolico, non vi si riconosce, e si rattrista dell’uso elettorale di parole e temi alti, producendo quello che un libro di qualche anno fa chiamava “lo scisma sommerso”. Mentre tra i vertici politici rischiano di far prevalere un clericalismo spesso inversamente proporzionale alla fede, e una attenzione alla Chiesa strumentale, che ne immiserisce il messaggio nella stessa misura in cui ne esalta il ruolo.

Stefano Allievi

Allievi S. (2010), L’indicazione di voto della Cei, in “Il Mattino”, 3 aprile 2010, pp. 1-15 (anche la Nuova Venezia e la Tribuna di Treviso)