Il vaccino come questione generazionale

Le minoranze rumorose hanno – sempre – più visibilità delle maggioranze silenziose. Perché i membri delle prime urlano, e sono ascoltati giocoforza di più, mentre gli altri tacciono o pacatamente ragionano.

A proposito dei vaccini ci troviamo spesso di fronte a posizioni settarie e militanti (parole di derivazione, rispettivamente, ecclesiale e guerresca). Persone che si sentono portatrici di una qualche verità esoterica, nota a pochi eletti, da propagandare muscolarmente: atteggiamento diffuso tra i no vax, e purtroppo condiviso da alcuni pro vax, che si fanno promotori della verità minuscola e provvisoria elaborata dalla scienza, ma con la posa assertiva di chi la scambia con la verità maiuscola. Le due logiche non sono tuttavia uguali nel merito: la seconda ha dietro di sé ragioni e principi, un metodo validabile e prove empiriche a sostegno, vantaggi sociali e interessi collettivi da tutelare, la prima ha soprattutto controverità inaffidabili, prove empiriche improbabili, nessuna proposta di metodi alternativi validabili, e una ideologia di supporto vagamente anarco-libertaria, in cui conta l’ubbia o il dubbio del singolo, mentre l’interesse collettivo non è mai nominato. In mezzo c’è tuttavia il gran numero di chi magari qualche dubbio ce l’ha, timori anche, ma alla fine si convince e disciplinatamente si vaccina, considerando il vaccino (e il green pass che lo rende vincolante per molte necessarie attività) – con ragione – se non il bene assoluto, almeno il male minore e il vantaggio più probabile. A loro vanno indirizzate spiegazioni comprensibili, conferme attendibili, una valutazione pragmatica delle misure adottate e, nel caso, l’ammissione degli errori commessi. È a questi infatti che dobbiamo parlare, perché è all’interno di questa maggioranza silenziosa che ci sono anche coloro che sono ancora da convincere.

Tra costoro, in particolare, i due milioni di ultra-cinquantenni che continuano a posporre la scelta del vaccino. Alcuni, specie tra i più anziani, perché non sono in grado (anche solo materialmente: perché isolati, incapaci di usare un computer…) di organizzarsi, e di essere raggiunti dall’informazione o dalla possibilità concreta di vaccinarsi – e qui devono intervenire le articolazioni dello stato. Molti, invece, per scelta culturale: e qui qualche considerazione in più va fatta. Di procrastinatori (non sempre espliciti no vax) ne ho incontrati molti anch’io. Persone mediamente istruite, spesso over 60 e over 70, soggettivamente privilegiate (senza particolari problemi, quando non benestanti), con una certa abitudine culturale a cercarsi verità alternative per lo più innocue (medicine alternative, religioni alternative, investimenti alternativi, candidati o partiti alternativi…). Anagraficamente, in buona parte figli del ’68: ma come temperie culturale respirata, non come impegno politico diretto (allora, anzi, magari avversato, o vissuto criticamente). Le discussioni avute con loro mi pare facciano emergere soprattutto un dato: l’assoluto individualismo, e l’incapacità di comprendere la dimensione del proprio privilegio. L’individualismo emerge nelle preoccupazioni stesse: i rischi che può avere il vaccino per me, i suoi possibili effetti collaterali sul mio stato di salute. La dimensione sociale, il vaccino come gesto altruistico, come segno di appartenenza, di compartecipazione, di solidarietà, di impegno civile, non compare mai – ognuno pensa solo a sé (in maniera cieca, peraltro: se tutti facessero così e nessuno si vaccinasse, sarei molto più in pericolo anch’io – ma la logica del battitore libero, del free rider, è quella di massimizzare il profitto individuale e minimizzare il costo, come chi non partecipa allo sciopero sapendo che beneficerà comunque dei vantaggi ottenuti in termini di aumento salariale). La dimensione del proprio privilegio ne consegue: la generazione più fortunata della storia, che ha beneficiato dei maggiori e più rapidi progressi, anche in termini di salute e aspettativa di vita, oggi nella grande maggioranza dei casi titolare di pensioni largamente superiori ai contributi versati, dunque di vantaggi che nessuna generazione successiva avrà (altri pagheranno i costi della immeritata fortuna o degli sprechi di chi li ha preceduti), si rifiuta di fare il minimo gesto civile della vaccinazione, a tutela della salute pubblica, per paura di intaccare la propria. Tanto le loro pensioni sono garantite, e il prezzo di un altro lockdown lo pagherebbero le generazioni successive.

La lezione etica maggiore, a loro, la stanno dando i giovani di generazioni che sanno già di essere meno fortunate, che si stanno vaccinando volontariamente a tutela di tutti (e in particolare proprio degli anziani più “egoisti”), pur correndo soggettivamente meno rischi. Non sappiamo se è una lezione che sarà compresa. Ma prima o poi da qualcuno se la sentiranno sbattuta in faccia. E sarà semplicemente giusto.

 

Quel mondo di mezzo “ni” vax, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, “Corriere di Bologna”, 13 agosto 2021, editoriale, p. 1