Minori e cambio di genere: la vita e la legge
Nei giorni scorsi un tribunale, quello di La Spezia, ha accolto la richiesta di rettifica all’anagrafe del cambio di nome per una ragazzina di tredici anni, oggi legalmente maschio. E la cosa ha naturalmente portato con sé una scia di polemiche. Discussioni legittime, utili e opportune: perché è giusto che la società si interroghi su questi processi, e discuta, e dibatta, e si confronti, e confligga, anche in maniera accesa. Partendo da un dato non controvertibile: che la non identificazione tra il proprio sesso biologico e la propria identità di genere, nota oggi come disforia di genere, esiste, ed è riconosciuta come tale. Potremo non capirla, come tante altre cose che riguardano la psiche e il corpo umani, molto prima che la sessualità. Ma c’è, e dal mito greco dell’androgino in avanti è più antica di quello che crediamo: ha molti precedenti storici, e paralleli in altre culture. Non è, insomma, un’invenzione della modernità.
In Italia si calcola che il tema riguardi qualcosa come 400mila persone, forse di più. Tra queste ci sono anche parecchi minori. Perché, sì, spesso, anche se non necessariamente, la disforia si manifesta molto precocemente. Per una ricerca che sto svolgendo ho intervistato persone transgender, cioè che hanno assunto nella loro vita, o vorrebbero assumere, una identità di genere diversa da quella assegnata alla nascita di età variabile tra gli otto e i sessantacinque anni. Già il fatto che ci siano tante persone in età non più verde testimonia che non si tratta di un capriccio passeggero o una moda recente, come molti sostengono. Ma sia tra i più anziani che tra i più giovani, moltissimi testimoniano di un emergere molto precoce, talvolta già intorno ai tre anni, della loro identificazione di genere. E infatti tutti i centri – compreso, in Veneto, il Centro di riferimento regionale per l’incongruenza di genere e il cambio di sesso, assegnato nel 2023 dalla Regione all’ospedale di Padova – hanno in cura, o meglio accompagnano, molti pazienti minorenni. Che, se non seguiti, vivrebbero molte più sofferenze, problemi, sintomi di ansia e disturbi depressivi, con episodi di autolesionismo e tendenze suicidarie, di quelle che invece vivono se possono esplicitare la loro situazione in un contesto peraltro molto professionale e complesso, che include psicologi, neuropsichiatri, endocrinologi, bioeticisti, e supporto legale, oltre naturalmente alle famiglie: nessuna decisione è quindi presa alla leggera, né in fretta, né tanto meno, in solitaria, da un giudice. L’autorizzazione legale è la fine, o meglio una tappa, di un lungo processo, non certo il suo inizio.
Ecco allora che anche la discussione pubblica potrebbe prendere un’altra forma. Non lo scontro ideologico sulla base di valori presunti immodificabili, o peggio di posizionamenti politici aprioristici, quali che siano. Ma l’osservazione e l’analisi onesta, non pregiudiziale, nel concreto del loro manifestarsi, di diversità che nella società, piaccia o meno, esistono, e con cui dobbiamo confrontarci. La differenza, rispetto al passato, è che oggi lo si può dire, mentre in passato era più complicato. Anche se, quasi sempre, ci accorgiamo dell’esistenza di un fenomeno solo quando lo incontriamo personalmente, incarnato in qualcuno che conosciamo (e questo fa tutta la differenza rispetto a chi ne parla solo per sentito dire, o astrattamente).
In questo momento è in discussione un disegno di legge, presentato dal governo, che il parlamento sembra voler licenziare all’inizio dell’anno, che incide precisamente, in maniera restrittiva, sulle modalità con cui i minori potranno accedere a queste procedure, e i cui criteri sono contestati da molte delle società scientifiche coinvolte. Non si può che auspicare che anche lì, anzi soprattutto lì, in parlamento – che per questo è nato: per parlare – si ascoltino tutte le voci: incluse quelle dei diretti interessati, delle loro famiglie, e di chi di queste faccende si occupa professionalmente e nel concreto. In modo che la discussione non sia, lei sì, viziata.
La scelta di cambiare genere, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 3 gennaio 2026, editoriale, pp. 1-3



