Di vaccini, tamponi e scuola

La categoria degli insegnanti si è già vaccinata in gran parte, pur con percentuali fortemente differenziate tra regioni. Gli studenti medi e superiori hanno cominciato a vaccinarsi appena hanno potuto, su base volontaria, nonostante non siano nemmeno maggiorenni. L’università, per il tramite della conferenza dei rettori, ha esplicitamente richiesto il green pass obbligatorio per i docenti, il personale tecnico-amministrativo, e pure gli studenti, in questo caso maggiorenni. Con la serissima motivazione che un’istituzione che si basa su presupposti di scientificità non può consentire margini di ambiguità di fronte alla circolazione di posizioni non o anti-scientifiche: e scientificamente ci sono ottimi motivi (foss’anche solo probabilistici e statistici) per sostenere la ragionevolezza di una campagna di vaccinazione di massa.

C’è poi una motivazione che riguarda tutto il mondo dell’istruzione: che nasce per migliorare il livello di consapevolezza dell’intera nazione, aiutandola a raggiungere livelli sempre più alti di conoscenza. Deve dunque dare l’esempio, e non può permettersi di lasciare alle scelte arbitrarie – e spesso alle sciocchezze senza fondamento e alle parole in libertà – individuali ciò che riguarda il benessere sociale: in particolare dovendo garantire il diritto costituzionalmente statuito all’istruzione. In questo senso non vediamo differenze di merito con il personale sanitario, e semmai vorremmo che tale dibattito (e tale obbligo sostanziale) si allargasse dagli insegnanti ad altri servitori dello stato, pure essi erogatori di servizi pubblici essenziali – dai magistrati agli addetti al trasporto pubblico.

Legittimare coloro che non si vogliono vaccinare per tutelare la propria salute individuale – da rischi peraltro largamente immaginari (e che sarebbero molto maggiori senza il vaccino) – significa implicitamente sottovalutare o peggio svilire l’impegno altruistico e civile di chi, pur correndo i medesimi (e peraltro ridottissimi) rischi, si è vaccinato in nome della salute pubblica, e in particolare dei più fragili. In questo quadro anche la garanzia di tamponi gratuiti per coloro che non si vogliono vaccinare è una presa in giro, che finisce per gravare sulle spalle di chi si è vaccinato. Sono oltre duecentomila gli insegnanti e gli operatori scolastici non vaccinati. Per poter lavorare a scuola bisogna avere un tampone che attesti la negatività al Covid nelle 48 ore precedenti – il che significa un tampone ogni tre giorni, dieci al mese o giù di lì. L’associazione dei presidi stima in duecento euro al mese e a persona il costo dei tamponi. Tutto ciò, quando il vaccino è gratuito. Quale che sia il costo, è quindi assolutamente incomprensibile, e inaccettabile, che chi si è vaccinato si debba pure far carico di tale onere: vorrebbe dire cornuti e mazziati. Il servizio sanitario lo garantisca gratuitamente per chi ha serie ragioni mediche per non vaccinarsi: e il resto sia a carico degli individui che liberamente scelgono di non farlo, e non soggetto a contrattazione che oltre tutto, come sempre, va ad avvantaggiare il pubblico impiego, solo perché paga Pantalone (dubitiamo che gli imprenditori privati possano essere costretti a pagare i tamponi ai loro dipendenti no vax, tanto più che l’INAIL riconosce il Covid come possibile infortunio sul lavoro).

Non si tratta di una punizione, ma di un elementare principio di uguaglianza: anche di fronte alle responsabilità. E quello alla non vaccinazione non è un diritto, ma una scelta individuale, legittima in quanto tale, ma che necessariamente comporta dei costi e delle limitazioni: come, che so, non fare la patente, o non conseguire un titolo di studio, o non richiedere il passaporto.

Dopodiché, lo ripetiamo doverosamente: per la scuola non basta il vaccino. Occorrono investimenti: nuove scuole, meglio strutturate (con impianti di aerazione adeguati), più classi, con meno studenti, con più insegnanti, con maggiore formazione – a questo devono servire i soldi. Perché il gap da superare non è il Covid, ma il dislivello con altri paesi: la metà dei laureati e il doppio degli analfabeti funzionali della media europea (da noi il 30%). Un dato che non è per nulla estraneo al livello del dibattito: anche sui vaccini.