2021: i successi e i problemi irrisolti. Un bilancio.

Per aspera ad astra. Dalle stalle alle stelle. Dalla crisi più profonda e imprevista alla ripresa più rapida e imprevedibile. Dagli abissi di disperazione della pandemia all’inedito ribrillare dell’italico stellone.

È stato l’anno dell’Italia, quello che non ti aspetti, non ti potevi proprio aspettare, e di cui quindi godi con insperata gratitudine e qualche eccessiva illusione. L’anno di una crescita economica superiore a qualunque previsione, attesa e persino speranza. L’anno di una ritrovata autorevolezza internazionale che nessuno si sarebbe potuto ragionevolmente aspettare o anche solo immaginare, con l’Italia presa ad esempio dai paesi che di solito prendiamo ad esempio. L’anno dei sogni realizzati.

Abbiamo vinto di tutto. L’Eurovision con i Maneskin, un botto di medaglie alle olimpiadi e alle paralimpiadi, con l’oro simbolico – quello della velocità – di Marcell Jacobs, i titoli Europei di calcio e quelli femminili di pallavolo e basket, e altre grandi imprese sportive, dal tennis al ciclismo passando per il football americano, fino alla coppa del mondo di pasticceria e al premio Paganini di violino. Ci siamo così abituati ai nostri stessi recentissimi successi che, quando l’Economist ci ha premiato nelle scorse settimane come paese dell’anno, ci abbiamo creduto, facendo finta di non sapere che nel 2020 era stato il Malawi, nel 2019 l’Uzbekistan, nel 2018 l’Armenia, non proprio dei partner con cui ci confrontiamo abitualmente: perché l’Economist non premia il paese migliore, ma quello che ha migliorato di più, di solito perché partiva da molto indietro… E poi, naturalmente, c’è l’effetto Draghi, con un premier capace di farsi ascoltare all’estero come nessuno in tempi recenti, che ha cambiato in pochi mesi la politica interna e potrebbe influenzarla ancora a lungo, o almeno è quanto molti italiani sperano. Infine, ciliegina sulla torta, ci sono i soldi, tanti, del PNRR, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che ci danno una illusione di onnipotenza, quasi che tutto da oggi fosse possibile. Dimenticandosi che, in gran parte, sono debito: che andrà restituito. Facile indovinare da chi, e dunque su quali spalle grava: le giovani generazioni. Mentre gli appetiti intorno a questa montagna di soldi sono in gran parte espressi dalle generazioni presenti, quelle che hanno già avuto. E in gran parte finiranno ad esse, nonostante il progetto europeo si chiami Next Generation EU: un aspetto, questo, che in Italia si è lasciato volentieri in ombra. E non è strano, in un paese che invecchia a vista d’occhio, e che quest’anno ha avuto il saldo negativo di popolazione peggiore della sua storia repubblicana, il record di morti e quello negativo di nascite (non compensati dai movimenti migratori). Traguardi che, a differenza di quelli sportivi, si ricordano malvolentieri, e vengono lasciati agli addetti ai lavori: a torto, perché sono il presupposto di debolezze e crisi future, assai gravi, sulle cui conseguenze riflettiamo pochissimo.

No, non va tutto bene. Ci sono altre crisi in corso: globali. Dalla pandemia al climate change, passando per le rapidissime trasformazioni del neo-capitalismo globale, con le loro incontrollate conseguenze sulle crescenti diseguaglianze, gli sconvolgimenti nel mercato del lavoro, l’ingiustizia e l’insostenibilità fiscale. E ci sono specificità italiche spesso evidenziate ma che restano irrisolte. La crisi della politica (dei partiti, della rappresentanza, della governabilità, anche locale) e delle istituzioni (il sistema giudiziario in primis) che aspettano un intervento risolutivo che non arriva mai. Gli squilibri di genere riequilibrati solo dal punto di vista del principio: per la pratica, vedremo. I mai sufficientemente osservati problemi di redistribuzione: i cui meccanismi hanno visto quasi sempre avvantaggiate le rendite o i profitti, molto meno la remunerazione del lavoro salariato. Il fatto, banalmente, che oggi siamo tutti mediamente più poveri di ieri, e ci siano in ogni caso più poveri di ieri. Mentre altrove il reddito pro capite è cresciuto, e la percezione di un miglioramento della qualità della vita anche, da noi in questi anni sono calati in termini reali i salari e la capacità di spesa, e il sentiment ne consegue (siamo regolarmente in coda nelle classifiche di felicità percepita). Potremmo continuare: con la bassa occupazione, i bassi salari, la bassa produttività, l’evasione fiscale, l’economia illegale…

Tutto questo deve farci guardare all’anno passato con legittimo orgoglio, anche con qualche comprensibile compiacimento, per tirarci su ed affrontare le sfide del futuro con rinnovata energia. Ma sarà meglio evitare illusioni ottiche ed eccessi di autostima. Che rischierebbero di causarci un brutto risveglio al momento di tirare le somme dell’anno che verrà. Usiamo il bene che c’è stato ieri, nonostante le difficoltà, per farci gli auguri: di fare ancora meglio domani.

 

 

L’orgoglio e l’anno che verrà, in “Corriere della sera – corriere del Veneto”, 31 dicembre 2021, editoriale, p.1