L’Alzheimer come metafora

Siamo un paese che invecchia e si spopola. Più morti che nati. Più emigranti che immigrati. Lo scompenso tra generazioni è in crescita. La piramide demografica è diventata una specie di cilindro in precario equilibrio, perché più largo in alto che in basso: e dunque a rischio di crollo. Con conseguenze impreviste. La malattia di Alzheimer è una di queste, e può essere letta come una metafora della nostra situazione. Perché è legata direttamente all’anzianità (colpisce una persona su cento tra i 65 e i 74 anni, ma ben una su cinque sopra gli 85 – il frutto avvelenato di una buona notizia, l’allungamento della speranza di vita). E perché produce, tra le altre cose, perdita della memoria e del senso della realtà: scaricandone le conseguenze sulle generazioni più giovani.

I malati di Alzheimer (che può avere forme più o meno gravi) sono persone con cui è difficile relazionarsi. Moltissimi hanno problemi per vestirsi o curare la propria igiene. Una cospicua minoranza (vicina al quaranta per cento) manifesta forme di aggressività verbale, quasi il venti per cento anche fisica, un po’ di più reagiscono ad accadimenti che non comprendono urlando. Quasi un terzo confonde il giorno e la notte, moltissimi, nella forma più nota e anche leggera, non riconoscono congiunti o conoscenti, o non hanno memoria di breve termine, per cui ripetono continuamente le stesse domande, di solito a proposito delle medesime persone.

Ma a parte i cambiamenti nella loro personalità, inducono cambiamenti nelle loro reti di relazione, e nella società. Mediamente hanno bisogno di quattro ore di assistenza diretta, e dieci-undici ore di sorveglianza. Producono in chi si occupa di loro frequenti e improvvise assenze dal lavoro, in molti casi la necessità della richiesta del part-time (che di solito finisce per pesare sulle donne), nel venti per cento dei casi la perdita stessa del lavoro (idem). Con un costo medio stimato a paziente di 70mila euro l’anno, di cui 19mila direttamente a carico delle famiglie, significa che spesso i figli, costretti a diventare i genitori dei loro genitori, a seguito del sovraccarico lavorativo ed emotivo vivono situazioni di stanchezza e depressione, che si riverberano sulla vita familiare. Così come il costo economico dei genitori si riverbera e ha conseguenze sulle opportunità, anche educative, offerte ai figli, dalla generazione che sta in mezzo. I risparmi di una vita, in non pochi casi, finiscono per svanire in poco tempo per occuparsi di persone che non recupereranno alcuno stato di salute. Gli stessi caregiver (assistenti, badanti) assoldati allo scopo, spesso stranieri, non sono adeguatamente professionalizzati, e tamponano come possono le falle del sistema (come fanno, giocoforza, coniugi e figli dei malati). I servizi, infine, non sono adeguati alla drammaticità del problema, e gli investimenti previsti insufficienti rispetto al suo aggravarsi.

Nella sua drammaticità, specifica di una categoria per fortuna non amplissima, ma in crescita, descrive bene la situazione del paese. Un sistema che regge grazie al lavoro e all’inventiva di adulti e forza lavoro, non abbastanza aiutati per quello che fanno. Ma squilibri di genere ingiustificati. I vantaggi delle generazioni più anziane che diventano svantaggi per quelle più giovani, le tutele degli uni che diventano i gravami degli altri. E ancora, le reti di servizio insufficienti e sottodimensionate, con il conseguente peso che grava interamente su famiglie peraltro sempre più piccole, con meno risorse e più problemi. E in tutto questo, un dibattito politico che parla di tutt’altro, di preferenza di cose inutili o addirittura controproducenti per risolvere la situazione (un esempio: immaginiamo come sarebbe la situazione senza colf e badanti stranieri…). E pochi (che per fortuna ci sono) tra i governanti e i responsabili, che avendo una visione delle tendenze in atto, cercano di affrontare i problemi, e al contempo di far quadrare i conti, come un buon padre di famiglia (come si diceva una volta nel linguaggio giuridico: oggi dovremmo dire un genitore avvertito) dovrebbe fare.

Davvero, non sembra la descrizione del nostro paese?

 

L’Alzheimer come metafora, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 22 dicembre 2021, editoriale, p. 1