Violenze di gruppo: l’inaccettabile argomentazione del consenso

Piacerebbe sentire il punto di vista maschile, e giovanile, sui casi di presunto stupro di gruppo di cui si parla in questi giorni. Quello che ha coinvolto il figlio di Beppe Grillo, e quello dei giovani calciatori veronesi.

Sarà la magistratura, in entrambi i casi, a ricostruire cosa è successo, e a decidere di conseguenza. E non interessano, qui, i risvolti politici. Ci interessa invece trarne qualche riflessione sociale, e magari educativa, visto che una società, o si fonda su dei valori di riferimento condivisi, quali che siano, o non si fonda letteralmente su niente, e dunque af-fonda.

Sgombriamo subito il campo dal primo equivoco: il livello verbale di “consenso” (o di mancato esplicitato dissenso) delle ragazze in questione, anche se maggiorenni. Il problema qui è quanto può essere consenziente qualunque comportamento, sotto l’effetto dell’eccesso di alcol, e con la pressione forte del gruppo che spinge a bere e ad altro. Anche se, visto che la difesa (anche quella culturale delle famiglie e degli amici, non solo quella professionale degli avvocati) osa parlare di consenso, e il consenso presuppone una manifestazione di volontà esplicita, sarebbe interessante sapere se sia mai stata anche solo formulata la domanda: vuoi tu avere un rapporto sessuale di gruppo con noi, e che questo sia filmato e fatto vedere ad altri? In una società che ci fa firmare moduli di consenso a raffica sulle questioni più irrilevanti, possibile che su comportamenti così seri non venga previsto almeno un accordo verbale? Siamo abbastanza certi che la domanda non ci sia stata, e che la risposta in condizioni non alterate sarebbe stata negativa – dunque di che consenso parliamo? È chiaro che l’alcol è però un punto debole (oltre che un’aggravante: non certo una scusa), da approfondire, del rapporto dei giovani (e non solo dei giovani: solo che oggi si comincia a bere sempre più presto) con la vita, non solo con il sesso. Ma qui c’è da mettere in gioco una società intera, non una generazione. Tuttavia i veri punti nodali sono altri due.

Il primo è il gruppo in sé, e la logica di branco (maschile) che ne consegue. È evidente che non c’entra l’amore, neppure il piacere, e nemmeno il sesso, ma qualcos’altro: che ha a che fare con logiche culturali di genere e con questioni di potere. Se non fosse una questione di genere accadrebbe anche a parti invertite: un gruppo di ragazze che fa bere un ragazzo poi lo violenta e lo filma, dichiarandone il consenso. Certo, sono immaginari magari presenti nei sogni erotici di qualcuno e anche di qualcuna. Ma sono solo i maschi per i quali diventa occasionalmente anche comportamento attivato: anche perché è pratica sociale quotidiana diffusa almeno verbalmente, tra i banchi di scuola e nelle chiacchiere da spogliatoio. È quindi da lì che bisogna cominciare a lavorare per far emergere il rifiuto, il dissenso, la protesta anziché l’accondiscendenza degli altri maschi.

L’altro elemento è legato all’ossessione del filmare. Come pratica culturale in generale, che sostituisce il sentire (inteso come sensazione e sentimento, non come udire) con il far vedere. Ma nello specifico, di per sé un abuso, dato il contenuto delle immagini e la palese violazione della dignità e della privacy, oltre che di molte altre cose. Che cos’è se non un atto di potere, infame e infamante? E che cosa ha a che fare non diciamo con l’affettività, o con il piacere, ma anche solo con il sesso, persino estemporaneo? Davvero si può anche solo lontanamente appellarsi a una qualsiasi forma di consenso (peraltro non chiesto e non concesso), quando il proprio essere stati usati – cioè essere stati oggetto di un abuso grave e collettivo di potere – viene filmato e condiviso, o anche solo ri-goduto da chi ne è stato protagonista, magari per farne oggetto di scherno con gli amici – cioè far vedere quanto potere su una vittima si è stati capaci di esercitare?

È per questo che nessuna discussione è accettabile, e nessuna difesa (non solo giudiziaria) plausibile, sul grado di consenso della vittima di turno. Poi, sì, il fatto che l’abuso dei potenti sulla vittima sia difeso da chi ha fatto strame della presunzione d’innocenza altrui facendo della gogna mediatica la chiave del proprio successo politico, o che i perpetratori veronesi della violenza giocassero in una squadra che si chiama Virtus, diventano solo elementi di contorno tragicamente ironici, semmai esplicativi di quanto la differenza tra il predicare e il razzolare, tra l’etichetta e il contenuto, sia ormai comunemente accettata, e dunque essa stessa un problema che riguarda l’indebolimento valoriale della società.

 

Consenso, l’argine violato, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, 28 aprile 2021, editoriale, p.1