Un paese contro i giovani
Le parole di Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, sono state chiarissime: “Il criterio ultimo del successo sarà la capacità di offrire opportunità e futuro ai giovani”. Peccato che il paese – non solo come scelte politiche, ma anche come tendenze culturali diffuse – continui a andare nella direzione opposta. Per responsabilità, anche, delle sue élite: incluse quelle imprenditoriali.
Storicamente sono i paesi con un eccesso di popolazione a esportare maggiormente manodopera. L’Italia si trova nella situazione, senza precedenti, di un paese in drammatico calo demografico, in cui bambini e giovani sono risorsa rara e preziosa, che continua a esportare i suoi giovani, con percentuali più alte tra quelli con un titolo universitario (e qui dovrebbe fare qualche riflessione anche chi sostiene che l’università non servirebbe più a niente). La propensione alla fuga dall’Italia è tale che, nei prossimi anni, l’emigrazione potrebbe crescere percentualmente addirittura di più dell’immigrazione, nonostante gli occhi della politica, ma anche della società, siano tutti puntati su quest’ultima.
Ora, la domanda corretta non è “perché i giovani laureati partono”, che ha una risposta ovvia: salari anche d’ingresso più elevati, maggiore velocità delle carriere, possibilità di accedere più facilmente a posizioni apicali e posti di responsabilità, meritocrazia e trasparenza (anche nel settore privato, nelle imprese). Ma “perché non tornano”, che ha una risposta meno evidente. Mi è capitato di proporre ai nostri expat un esercizio di fantaeconomia: “se ti offrissero di tornare in Italia allo stesso tuo salario attuale, torneresti?”. La convenienza economica, e forse la propensione affettiva, dovrebbe essere evidente. Eppure, più spesso di quanto non ci si aspetti, al di là della tanta retorica sul Belpaese e la sua qualità della vita, la risposta è negativa. E i motivi sono soprattutto culturali, seppure con conseguenze politiche e istituzionali. Da un lato un welfare più protettivo e servizi diffusi che consentono, in particolare, il lavoro femminile. Il tasso di occupazione delle donne italiane all’estero è superiore all’80%, contro meno del 50% in Italia: soprattutto, mentre da noi le poche donne che lavorano sono spesso costrette a lasciarlo alla nascita del primo figlio, le madri italiane all’estero lavorano in percentuali superiori ai due terzi – non stupisce che le donne rappresentino quasi la metà della fuga giovanile dall’Italia. Ma c’è dell’altro. Altrove i nostri giovani trovano ambienti più aperti, multiculturali (sì, a loro piace), accoglienti rispetto alle diversità di tutti i generi (etniche, di preferenze sessuali, religiose): insomma, se sei gay, di colore, porti i capelli lunghi o un hijab, ti vesti casual e porti sul corpo orecchini strani, piercing e tatuaggi, e hai un partner di altra etnia o religione, hai molte meno probabilità di essere discriminato, anche sul lavoro. E trovi ambienti fuori dal lavoro dove ti senti a casa. Pensiamo ai discorsi correnti nel nostro mondo politico ma anche nei nostri bar, e c’è di che riflettere.
Aggiungiamoci l’attenzione ai beni comuni e agli spazi collettivi (da quelli per bambini a biblioteche pubbliche aperte che sono spesso luoghi belli e frequentati, fino agli spazi dove sperimentare arte e creatività, magari aperti H24), nonché mobilità sostenibile e piste ciclabili, e abbiamo materiale per riflettere sull’attrattiva reale – culturale, non solo economica – dei nostri mondi di partenza. Anche se qui c’è la famiglia: che peraltro rischia di essere, più che protettiva, soffocante, se pensiamo che due terzi dei giovani italiani tra 18 e 35 anni vive ancora con i genitori (nei paesi nordici siamo a meno di un quarto, in più di un caso meno di un quinto). Pensare che l’età mediana di uscita dalla famiglia era di 25 anni per i nati nel dopoguerra, fa riflettere: stiamo progredendo o regredendo? La dice lunga, del resto, che in Italia si continui a ripetere che sì, è vero, i giovani non hanno molte opportunità, ma per fortuna possono contare sull’aiuto dei nonni: come se fosse normale che siano i pensionati inattivi a mantenere i giovani nel pieno del loro potenziale sviluppo, e se non fosse invece questa una parte del problema – che le risorse vanno nella direzione opposta a quella in cui dovrebbero andare, col sostegno entusiasta della politica, che continua a fare gli interessi di pensionati e pensionandi perché sono di più e votano in percentuale maggiore. Col paradosso che il futuro del paese è deciso da chi ne ha meno.
Aggiungiamo al quadro un discorso pubblico tutto fortemente anti-immigrati: quando è proprio Bankitalia, con le sue ricerche (purtroppo assai poco meditate), a dimostrare che nei prossimi decenni meno immigrati vorrà dire più disoccupati italiani (e quindi più emigranti), e non meno – ne consegue che chi è contro gli immigrati è contro i giovani, in maniera diretta (anche perché senza di loro di giovani ce ne sarebbero molti meno). Non c’è che da restare sconsolati e attoniti, nel guardare le priorità della politica. Infine, c’è il problema della gerontocrazia: un paese incapace di offrire posizioni di responsabilità ai giovani (peggio se donne), e che non è nemmeno preparato a accogliere il fatto che un trentenne possa avere ruoli e gestire budget molto più importanti di un cinquantenne assunto prima. Cosa che, non solo nel mondo che frequento (l’università e la ricerca: e lo vedo da valutatore dei progetti ERC, la punta più avanzata della ricerca europea), sta diventando la normalità.
Ricordiamolo. La recessione demografica, in passato, è sempre stata anche recessione economica. Ma è anche regressione culturale: l’innovazione non arriva da chi si chiude nella contemplazione del proprio ombelico.
Un paese contro i giovani, in “ItalyPost”, 2 giugno 2026, editoriale, pp. 1-27



