Bakari Sako? Già dimenticato. La società duale, e dove ci porta
La morte di Bakari Sako, l’immigrato trentacinquenne del Mali (regolare, incensurato, padre di famiglia, lavoratore) ucciso da un gruppetto di giovani in gran parte minorenni mentre andava al lavoro come bracciante alle cinque del mattino (un’ora in cui i suoi assassini dovevano ancora andare a letto e tiravano tardi tanto per fare qualcosa, illudendosi di dare in questo modo un senso alle loro esistenze), non è solo un fatto locale: cronaca nera, triste ma non esemplificativa della società nella suo complesso. Ci dice qualcosa di più, e di più istruttivo, su dove stiamo andando.
Bakari Sako non è stato ucciso per futili motivi. Molto peggio: è stato ucciso per un motivo preciso. Non per qualcosa che ha fatto, ma per qualcosa che era e non poteva non essere: persona di colore, nero, come si dice, con significativa ma accettata imprecisione (loro non sono neri come noi non siamo bianchi, in tutta evidenza: ma questa logica binaria e oppositiva contribuisce al formarsi delle nostre idee, preconcetti, pregiudizi, e al loro radicalizzarsi). Non era importante lui, ma la sua categoria di appartenenza, quella in cui poteva essere incasellato: e infatti avrebbe potuto essere un altro, qualsiasi.
Per capire come siamo arrivati a questo non serve tuttavia una facile indignazione, che ci aiuterebbe al massimo a autocollocarci, in maniera molto presunta, dalla parte dei buoni che mai farebbero una cosa simile. Partiamo da una considerazione generale: non accade solo in ambito razziale. Tutte le forme di binarismo rigido (noi/loro, destra/sinistra, maschio/femmina, superiore/inferiore, buono/cattivo, bianco/nero) spingono alla deumanizzazione della categoria alter rispetto alla categoria ego. Specie se vissute collettivamente: dove il branco può essere anche solo il gruppo di tifosi, del calcio o della politica (typhos è una parola greca che significa febbre, offuscamento: il nome di una malattia, non a caso; ma in latino, istruttivamente, ha anche il significato di superbia). Una logica in cui l’altro è nemico a prescindere: non per quello che fa, ma, appunto, per quello che è, o meglio per quello che rappresenta ai miei occhi.
È interessante notare che se un singolo individuo ripetesse continuamente “io sono il migliore di tutti”, lo prenderemmo per uno sciroccato, degno di commiserazione più che di considerazione, e ne decreteremmo la modesta capacità di giudizio. Ma se passiamo dalla prima persona singolare alla prima persona plurale, e diciamo “noi” anziché “io”, considerazioni simili ci sembrano plausibili, le ripetiamo ordinariamente con convinzione, e votiamo chi ce le ripropone: come quando paragoniamo culture, civiltà, costumi, religioni, legislazioni, sistemi economici, ma anche solo squadre di calcio e piatti tipici.
È significativo che ormai, di fronte a ogni fatto di violenza, la prima cosa che fanno molti italiani sia andare a vedere la nazionalità del reo. Quelli che detestano gli immigrati, per confermare il proprio bias che costoro (le ‘risorse’, come irridono) siano un peso, un danno e un pericolo: delle vittime non interessa alcunché, purché si possa gioire della nazionalità del colpevole. Specularmente, quelli che invece non li odiano a prescindere, e magari li aiutano in qualche modo, sperano che il colpevole sia italiano, in modo da non doversi mettere sulla difensiva: e, anche loro, con la stessa mancanza di empatia per le vittime, sono lieti di veder confermata la loro tesi che il problema della violenza esiste a prescindere, non ha necessariamente nazionalità, finendo magari per sottovalutarne la serietà. Questo è il frutto di decenni di conflitto culturale e ideologico, a base di parole d’ordine anziché di argomenti, di slogan anziché ragionamenti: che hanno sostituito la discussione, il calcolo costi/benefici, e anche un minimo di accettabile umanità, intorno a questi temi.
Il risultato è che ci stiamo progressivamente abituando a vivere in una società divisa precisamente in ‘noi’ e ‘loro’, qualunque sia il loro e il noi con cui ci identifichiamo, alle volte anche senza che ci riguardi davvero (come quando rivendichiamo l’appartenenza a una identità cristiana che non pratichiamo e ancora meno conosciamo, come provano da decenni le ricerche sulle conoscenze religiose degli italiani). In particolare, ci stiamo abituando a percepire che viviamo in una società duale, radicalmente separata, con divisioni ancora più profonde di quelle tra classi: ma non ci turba più di tanto. Lo sappiamo benissimo, quando facciamo la spesa, che certi prodotti costano poco perché c’è qualcuno, dei loro, che li raccoglie a poco prezzo per noi. Sappiamo benissimo che in certi lavori (braccianti, colf, badanti, pulizie, rider e tanti altri) vige una quasi sostanziale segregazione etnica, talvolta operata da altri membri delle medesime etnie, che implica salari molto più bassi. Lo sappiamo, ma ci stiamo abituando che sia normale che sia così, e poco facciamo per risolvere i problemi connessi. Che sono di sopravvivenza per loro, ma anche di livello di giustizia sociale per il sistema, e pure di benessere percepito per noi. Perché sapere di poter vivere (apparentemente) meglio, perché altri pagano il prezzo del nostro benessere, in realtà ci fa stare peggio, e ci incattivisce.
Con molta più radicalità di quanto sto facendo io, lo ha espresso con molta nettezza uno studioso liberale, economista serio, certo non sospetto di simpatie per un progressismo vacuo che ha sempre criticato in maniera tagliente, Luca Ricolfi, che parla esplicitamente di “sovrastruttura paraschiavistica”. Ci sarebbe utile accorgerci che questo rischia di far marcire il sistema dall’interno, oltre che renderlo, alla lunga, economicamente e socialmente, dunque umanamente, insostenibile.
La società duale che ci sta incattivendo, in “ItalyPost”, 19 maggio 2026, p. 29



