Perché tanto odio contro il Pride?

Perché il Pride suscita così tanto odio? Sono stato al Pride di Padova, sabato scorso. E, il giorno dopo, ho postato, senza commento, un breve filmato sui miei social, Facebook e Instagram (roba da boomer, lo so). Filmato in cui peraltro la maggior parte della gente inquadrata era gente che sarebbe stata giudicata “normale” in qualunque altra situazione, vestita “normale”, che normalmente camminava, cantava e rideva: mentre qualcuno (pochissimi, peraltro) era vestito in maniera provocante o comunque “diversa” da come ci si presenta normalmente in ufficio. Ebbene, praticamente la totalità degli oltre mille commenti ricevuti solo nelle prime diciotto ore, per la quasi totalità da maschi presunti eterosessuali (dico presunti, perché abbiamo avuto tante disconferme, in questi anni, di persone che passano il tempo a condannare l’omosessualità o altre forme di quella che chiamano perversione, per poi praticarla di nascosto, o almeno desiderarlo), erano messaggi pesantemente carichi di un odio primario, di astio, di disprezzo, di rifiuto, di disgusto, di violenza e di istigazione alla violenza. Apertamente, direi selvaggiamente, tribalmente violenti. C’erano i “mi piace”, certo. Ma chi si prende la briga di perdere tempo a commentare, invece di limitarsi a passare oltre, lo vuole fare in maniera assertiva: vuole proprio dire la sua, e la sua è quella – il vomito, lo stesso che compariva in molti emoji. Perché?

Provo a dire che cosa vede, a un Pride, chi ci va e osserva senza preconcetti. Vede gente contenta di esserci, non arrabbiata (a differenza di chi insulta): che vuole appunto mostrare l’orgoglio (pride) di essere quello che è semplicemente perché lo è non contro qualcun altro, ma per qualcosa, e in primo luogo per sé stessa. Vede giovani, soprattutto, ma non solo: un’età media sicuramente diversa da quella della maggioranza dei leoni da tastiera che commentano negativamente la cosa. Vede corpi diversissimi tra loro, belli e brutti (secondo termini che sono soggettivi anche se ce lo dimentichiamo spesso), accomunati dalla mancanza di giudizio reciproco: ci si accetta per quello che si è – semplicemente, non è un problema. Vede un ambiente inclusivo, dove vengono accolte persone che non lo sono in altre situazioni: persone con disabilità fisiche e specificità psicologiche, persone di colore, una musulmana con tanto di hijab (e con uno spritz in mano, in nome della trasgressione), origini etniche disparate, persone transgender, giovani dal genere indefinito, coppie di gay e lesbiche che si tengono per mano, famiglie arcobaleno con genitori dello stesso sesso e i loro bambini. Insomma, vede l’opposto di quello che legge nei commenti. Poi, certo, vede o sente anche altro: messaggi dal palco che si possono non condividere, collocazioni geopolitiche frettolose (di cui più che le presenze colpiscono le assenze), solidarietà selettive (ma almeno sono solidarietà, in positivo, non quelle del branco che si spalleggia nel bullismo verso altri), vestiti che non sceglieremmo di indossare (ma si sa, i gusti sono gusti). Perché non dovrebbe essere così? Questo sì, è “normale”.

Il Pride è un momento di festa, e un giorno dell’anno in cui si può essere pubblicamente quello che negli altri 364 è meglio essere solo privatamente per non correre rischi – e i rischi vengono dagli altri, i cattivi sono gli altri (non è ancora capitato di sentire di aggressioni di persone eterosessuali da parte di omosessuali, o di cisgender da parte di transgender – mentre il contrario è purtroppo cronaca quotidiana). È, sì, se si vuole, anche un carnevale, come scrivono con disprezzo alcuni commentatori: in cui ci si traveste, si ride, si balla, si fa festa, e ogni scherzo vale. Altri lo fanno in altri momenti dell’anno, e altre situazioni (a Carnevale, appunto, Halloween o nelle feste in costume): chi si incontra qui, in questa – e forse per motivi un po’ più solidi. Ma la rabbia (quella personale: quella politica è presente, eccome, e giustamente, anche al Pride) è in capo agli odiatori. L’insulto anche. Il male di vivere, il bisogno di disprezzare l’altro per sentirsi qualcuno, pure.

Nessuno è obbligato a accettare comportamenti e stili di vita che non si condividono. E ognuno ha giustissimamente il diritto di manifestare il proprio dissenso da quegli stessi stili di vita. Ma le richieste del Pride non impongono niente a nessuno, a differenza di chi le nega: chiedono qualcosa per qualcuno, che non è diverso – ed è persino molto meno – di quanto è concesso ad altri, la maggioranza, di fronte alla quale i partecipanti al Pride sono consapevoli di essere minoranza. Non c’è nulla che non possa essere civilmente discusso. E tutto ha naturalmente il diritto di esserlo. Civilmente, appunto. Negare alla radice le possibili ragioni, se non l’esistenza stessa dell’altro, non va in questa direzione. È uno spaccato dell’Italia istruttivo, quello che emerge. E dà l’idea che chi ha un problema, e grosso, non è il mondo LGBTQ+, ma chi vorrebbe fargli quello che minaccia: anche se, va detto, gli odiatori da social non sono rappresentativi dell’opinione media della società.

Sui temi di genere, è notorio, la polarizzazione è estrema. Ma anche la diversità di ottica generazionale lo è. Ecco, qualche volta si ha la sensazione che nelle polemiche intorno alle questioni di genere la vera posta in gioco sia proprio generazionale. Il che può forse aiutarci a capire chi vincerà nel lungo periodo: se gli odiatori, o gli odiati.

 

Il Pride e il perché dell’odio, in “Corriere della sera – Corriere del Veneto”, editoriale, pp. 1-5